
TEOLOGIA






|
I SEGNI DEI TEMPI
Una società del niente
«L'indifferenza e il disinteresse a porsi la domanda sul senso della vita più ancora che la mancanza di un senso è la vera "malattia mortale" che pervade le diverse società europee di fine millennio». (Mons. Bruno Forte)

Sarebbe questo il migliore dei mondi possibili?
(immagine tratta da un blog) |
UN OCCIDENTE SENZA VALORI – Che oggi in Occidente sia in atto una crisi di valori come raramente si è dato nella nostra storia, è un fatto che nessun osservatore, di qualsiasi estrazione culturale e politica, osa negare. Un pensatore di area comunista come Carlo Cardia afferma: «L'uomo nuovo che la civiltà del benessere sta plasmando, rischia di presentarsi come un uomo tanto ricco materialmente quanto spiritualmente e umanamente impoverito. E l'alienazione da opulenza si rivela doppiamente alienante. All'esterno, perché fondata su una diseguale distribuzione della ricchezza che genera emarginazione e abbandono dei più deboli. In interiore homine, perché potenzia in ciascuno la cupidigia dell'avere ma erode l'intimità dell'essere. Proteso a tutto avere e possedere, e inevitabilmente a violentare, l'uomo sazio ed egoista finisce col vedere restringersi quel nucleo di valori antropologici che costituisce la sua vera identità. Finisce cioè per piegare profondità di affetti e spirito comunitario al le esigenze del proprio egoismo. Per trasformare anche sesso e relazioni umane in strumenti di possesso, e non di rado di violenza. E insomma, per intraprendere la strada della sopraffazione che conduce allo sfruttamento degli altri, ma anche alla conclusiva solitudine propria» (da L'Unità del 23 maggio 1991). In due parole: erosione dell'essere e finale solitudine.
ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ – In base ad un noto saggio di Erich Fromm, intitolato "Avere ed essere", il discorso moderno della felicità era solito ruotare appunto attorno alla contrapposizione tra avere ed essere, ossia alla contrapposizione di due progetti di uomo: o quello dell'avere, modello tipico della società industrializzata dei consumi basata su quel profitto che porta all'identificazione dell'esistenza umana con la categoria del possesso, o quello dell'essere, della realizzazione dei bisogni più profondi dell'uomo ed ha come presupposto la libertà e l'autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all'arricchimento della propria interiorità. Il più illustre sociologo della postmodernità, il polacco Zygmunt Bauman, nel suo saggio "La società sotto assedio" annota come nella società attuale né avere né essere contano un granché nei modelli di vita che vengono proposti come realizzanti per una vita felice. Il vero modello proposto è invece quello dell'usare. Se un tempo sia l'avere sia l'essere erano comunque legati ad una concezione della vita in cui i legami (con le cose o le persone) dovevano essere di lungo periodo, oggi il vortice della modernità stravolge radicalmente questa prospettiva. Tutto diventa effimero, labile, transitorio, "liquido", ed ogni investimento – sia in beni materiali che in modelli di vita – e ogni legame a lungo termine sembra rivelarsi del tutto anacronistico per l'attuale economia e modello sociale. L'attuale società capitalistica sembra oggi essersi modificata: non conta più tanto il possedere o il desiderare l'accumulo di cose materiali. Il consumismo di oggi si basa sul consumo di sensazioni piacevoli istantaneee e sulla speranza di sempre nuove sensazioni. Il trucco starebbe nel saper cogliere al volo ciascuna opportunità di piacere, consumarla sul posto, e tenersi subito pronti per cogliere la successiva. La stessa economia che regge il mercato sembra reggersi più su colpi di genio e sulla fugacità del successo che spunta dal nulla piuttosto che sulla costruzione di una impresa dalle fondamenta al tetto scegliendo i materiali più durevoli.
IL CONSUMISMO GENERA LA BANALIZZAZIONE – Come abbiamo visto, il consumismo vive senza passato e il futuro è visto come incerto e insicuro. Resta unicamente il presente. Gli stessi legami affettivi non sono più "per sempre" ma vengono portati avanti finché il sentimento e l'attrazione durano. Il progetto uomo si gioca dunque sul bordo del nulla: senza un passato e senza un futuro certo si perde la propria identità con i suoi valori e si finisce a navigare a vista, giorno dopo giorno, in un piccolo cabotaggio senza senso. Ne deriva la banalizzazione radicale della vita, al di là di ogni valore etico, e un forte senso di smarrimento e di solitudine. Anche valori come il sesso e l'amore diventano banalizzati, di consumo, rapidi, non impegnativi, senza troppe complicazioni sentimentali. Sono ormai molte le voci dei critici televisivi che accusano la nostra televisione di banalizzare tutto. Una delle forze banalizzatrici più forti è proprio l'audience, che altro non è che un sottoprodotto del consumismo e che la fa da padrone sui programmi televisivi. Il rischio, affermava il grande regista polacco Krzysztof Zanussi, è di diventare superficiali, di creare una cultura superficiale, anche se gradevole, che rende l'individuo incapace di cogliere i grandi valori e i grandi problemi e di impegnarsi in essi.
LA DERIVA NICHILISTICA DEI VALORI – Siamo nel cuore della «società radicale», dove il piacere è la ragione ultima del vivere e dove il nichilismo è il credo dominante. Disancorati dai punti cardini dell'esistenza umana, dai valori trascendenti, tutti gli altri valori vanno alla deriva, perdono smalto, senso, forza di richiamo. Nichilismo è dire: non c'è più nessun valore per cui valga la spesa di impegnarsi, non ci sono più verità totali, ma "frammenti" di verità, non più valori universali ma "frammenti" di valori: su queste bancherelle ognuno scelga quelle verità e quei valori che ritiene più convenienti alla sua situazione soggettiva, più adatti alla sua crescita e al suo benessere. E così vivrete felici e contenti. Siamo cioè allo scetticismo totale. Paolo Flores d'Arcais, pensatore ateo ed autore di un volume intitolato "Etica senza fede" in cui sostiene appunto la possibilità di una scelta etica dei valori, ovviamente laici a prescindere dalla fede cristiana e dall'aggancio a valori trascendenti, afferma: «Sotto gli auspici di un relativismo devastante e di un individualismo forsennato, l'Occidente è allo sbando; smarrito nell'arcipelago della mancanza di senso». Ed è esattamente su questo grigio panorama che insorge l'interrogativo terribile: ma allora la vita ha un senso?
LA DEPRESSIONE E ILSUICIDIO GIOVANILE – Mai come oggi i ragazzi denunciano questa solitudine che li fa gridare, anche se la solitudine è un fenomeno adolescenziale tipico che sfugge all'opinione pubblica e che invece è carico di enorme drammaticità. L'aumento della depressione giovanile è un tragica conseguenza di questa incertezza di valori. Sullo stesso terreno affonda le radici il suicidio giovanile. Ogni anno quasi 900mila persone muoiono per suicidio; nel 2000 sono morte così circa un milione di persone, 16 per 100mila nel mondo, una morte ogni 40 secondi. Il dato è dell'Organizzazione mondiale della salute e dell'Associazione Internazionale per la prevenzione del suicidio: negli ultimi 45 anni la percentuale dei suicidi è aumenta del 60% nel mondo e, ad oggi. Sempre econdo l'Oms, il suicidio è la prima causa di morte tra i giovani dai 15 ai 25 anni.
A. G.
LE PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II
Materialismo pratico e consumismo
In una nota intervista di André Frossard a Giovanni Paolo II, pubblicata nel volume "Non abbiate paura", il Santo Padre delinea alcuni concetti chiave per capire quali siano gli squilibri che portano l'uomo nella società di oggi ad essere perennemente inquieto. «L'uomo non è una "passione inutile", secondo la parola di Jean-Paul Sartre, ma un essere la cui profondità, percettibile attraverso quella breccia aperta sull'infinito, invoca e incontra un'Altra Profondità e trova in Essa la risposta alla sua inquietudine spirituale». Oggi però coloro che governano o sono in grado di manipolare l'opinione pubblica attraverso i mass-media poco si curano di questa dimensione trascendente, anzi, fanno di tutto per chiudere definitivamente queste aspirazioni.
Non c'è sempre necessariamente un partito ideologico all'origine di questo che è un vero e proprio materialismo pratico che si presenta in Occidente nella forma chiamata "della società dei consumi": «Questo si manifesta soprattutto sotto l'effetto degli impulsi o delle attrazioni che i valori materiali, sensuali o temporali producono su tutta la sfera della concupiscenza e dell'affettività. Questa azione immediata, diretta, non implica obbligatoriamente delle convinzioni filosofiche e nemmeno l'accettazione preliminare di una gerarchia di valori. Può accadere persino il contrario, poiché l'uomo è in se stesso diviso in tal modo che, secondo san Paolo, "commette il male che non vuole e non fa il bene che vorrebbe"».
Vi sono concezioni o programmi che utilizzano questo materialismo di fatto per convincere l'uomo che egli è un "essere compiuto", vale a dire definitivamente adattato alla struttura del mondo visibile, e che questo mondo è per lui l'unico sistema di riferimento, dal principio alla fine, sia che si tratti del campo del pensiero sia che si tratti della scala delle attività. Al di fuori di questa struttura sempre meglio conosciuta grazie alle innumerevoli discipline che la studiano, l'uomo non avrebbe presumibilmente via d'uscita. Gli si lascia la nozione di infinito nella matematica ma questo infinito non fa ancora alcun conto della "breccia" dello spirito che apre l'uomo dal lato dell'Assoluto: verità assoluta, bene assoluto, bellezza, insomma Essere. A tutto questo si è dichiarata una guerra senza pietà. Questa filosofia che Aristotele considerava come "la filosofia primaria" la si combatte più con l'omissione che con la discussione.
Così commenta Giovanni Paolo II: «Direi che è il pericolo di separare l'uomo dalla sua stessa profondità. Ritornando alla nozione di "immagine di Dio", si potrebbe parlare d'un tentativo di "assolutizzazione" di questa immagine, ciò che nella realtà porta solo alla rottura del legame esistenziale fra essa e il suo modello, alla alienazione, alla disumanizzazione, al lasciarsi inghiottire nel mondo delle cose. Direi ancora che è il pericolo di una "illusione fondamentale": quella dell'uomo che crede di essere diventato, grazie allo sviluppo esclusivo della civiltà materiale, maggiormente "padrone" del mondo visibile, addirittura "padrone del cosmo", senza accorgersi che nello stesso tempo si è reso lui stesso dipendente da questo mondo, si è sottomesso al potere delle energie liberate, diventa oggetto di molteplici manipolazioni contro le quali non può far niente, proprio perché ha consegnato totalmente al "mondo" la sua coscienza e la sua libertà. E il "mondo" si è impadronito di lui». |
|
Segni dei tempi

|