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FEDE






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LA SANTITÀ
San Francesco d'Assisi
Un santo che ha risposto alla chiamata alla santità

San Francesco |
Nella vita nulla si improvvisa, e anche Francesco, figlio di Pietro di Bernardone, ricco commerciante in stoffe di Assisi, riflette una personalità modellatasi ai sapori del suo tempo. L’imperatore Barbarossa stava seminando il panico nelle città italiane manifestando uno speciale accanimento contro la contea di Assisi e lasciando un suo rappresentate, Corrado di Svevia, nella speranza di tenere sottomesso il popolo ribelle. Francesco passa la sua infanzia in questo periodo, durante il quale Corrado continua a vigilare su Assisi dall’imponente rocca, fatta costruire nella parte alta della città. In quest’epoca piena di contrasti, in cui le alleanze si fanno e si disfano con grande facilità, dove i ricchi e i poveri si distanziano sempre di più, dove c’è un insieme di pietà verso il crocifisso e di crudeltà verso i fratelli viene eletto papa Innocenzo IlI, una personalità di grande iniziativa e di cuore magnanimo.
In tale vento di novità le città italiane, specialmente quelle
della valle umbra, cominciano a domandare indipendenza, reclamare giustizia, ricorrendo spesso alla vendetta. Gli abitanti di Assisi smantellano pietra dopo pietra la rocca simbolo dell’oppressione e con le stesse pietre costruiscono una solida muraglia per difendere la loro nascente piccola repubblica indipendente. È la primavera del 1198 e Francesco ha sedici anni. I nobili si rifugiano nella vicina Perugia e, tra i fuggitivi, c’è anche una dodicenne di nome Chiara. Le due eterne rivali, Perugia e Assisi, si scontrano a Ponte San Giovanni nell’estate del 1203 e a questa battaglia partecipa Francesco, giovane ventenne ambizioso, che entra nella storia per combattere a favore del popolo libero di Assisi.
I concittadini di Francesco vengono sconfitti e i più ricchi, fatti prigionieri, trascinati in una prigione di Perugia. È qui che troviamo Francesco, prigioniero di guerra a vent’anni. Per undici mesi il nostro giovane avventuriero rimane rinchiuso e qui inizia a morire il figlio di Pietro di Bernardone e comincia a nascere Francesco di Assisi. Nel silenzio, nelle difficoltà di quei mesi, Francesco inizia a percepire che tutta la vita dell’uomo è effimera, appoggiata a ideali terreni, transitori, tranne la realtà di Dio. Questo nome entra nella vita del nostro giovane prigioniero come la liberazione dall’angoscia, come una luce, seppur ancora molto debole, che si intravede con continuità anche attraverso le spesse pareti della prigione. Ogni adesione a Dio è molto personale, spesso frutto li ricerca di stabilità, di un senso, di orizzonti definiti perché veri. Dio entra nel cuore di Francesco nel momento della sconfitta, e questo si verifica perché Dio, infatti, non potrebbe mai entrare in un giovane pieno di sé e desideroso solo di gloria. È nella sconfitta, in una apparente sconfitta che Dio entra. Mano a mano che le polveri dell’illusione si iniziano a diradare Francesco scopre dentro un altro Re da seguire. Si tratta ancora di un’idea molto velata, embrionale, giovanile. Così Francesco vive gli ultimi mesi di prigionia in modo diverso dagli altri suoi compagni. "Sei pazzo, Francesco" gli dicevano. "Com’è possibile essere così raggiante tra queste catene arrugginite?". "Volete sapere perché? Guardate! Qui dentro porto nascosto un presentimento che mi dice che arriverà il giorno in cui tutto il mondo mi venererà come santo".
Nell'agosto 1204. In seguito ad un trattato di pace, Francesco è libero di tornare ad Assisi e riprende la sua vita normale, dimentica le meditazioni del suo periodo di prigionia, quella voce che chiama. È il periodo delle feste interminabili, delle compagnie scanzonate, del divertimento a tutti i costi, delle serenate sotto le finestre delle belle ragazze: il figlio di Pietro di Bernardone, ricco commerciante in stoffe di Assisi, diventa il re della gioventù della piccola città. Ma ecco che, ancora una volta, la vita di Francesco subisce un colpo mortale alla sua sete di gloria: una grave malattia si abbatte sulla sua giovinezza e per lunghi mesi lo lascia tra la vita e la morte. In questo periodo inizia ad entrare più a fondo nella sua vita, lasciando profondi segni, donna Pica, sua madre: una figura dolce e forte insieme che appare e scompare, sostenendo Francesco senza essere invadente, nel silenzio e con semplicità. È la grande forza di una madre che sente intimamente il figlio e comprende che Francesco è destinato a diventare figlio dell’umanità. Questa madre sa che, ogni tanto, dovrà essere capace di tanta tenerezza e di forti decisioni senza domande, con umiltà. Dio, prima di dare a Francesco una speciale vocazione, gli dona questa madre. Per la seconda volta nella sua vita, Francesco si trova di fronte ad una situazione completamente nuova. La prigione in un certo senso è parte della sete di gloria, ma la sofferenza, la malattia... come può un giovane così forte e pieno di sé accettare questa condizione? La sete di gloria diventa fame di semplicità, l’approccio con la vita cambia completamente prospettiva, il dolore che umilia e rende impotenti apre un varco nella mente di Francesco. È in questo varco, in questo improvviso pertugio, che ritorna la luce della croce intravista nella prigione di Perugia.
In questa esperienza completamente nuova Francesco non trova una risposta chiara, ma per la prima volta sperimenta il senso della croce, aprendo quel lato nascosto della vita di ciascuno, dove in modo a volte paradossale, la sofferenza diviene il carburante dell'interiorità e della profondità. La grazia inizia a far maturare dentro di lui una particolare attenzione verso il dolore di tutti e gli permette di assaporare quella curiosa dolcezza di Dio che si manifesta quando la vita sembra un forziere pieno solo di illusioni vane, di sogni falliti, di mancanza di libertà. È il grande cammino della conversione, che parte sentendo l’odore della freschezza di Dio e prosegue, se si inizia anche una semplice sequela, respirando a pieni polmoni la gioia di un sorriso che improvvisamente si esprime nel volto della sofferenza. Francesco inizia in questo modo il percorso di avvicinamento a Dio. È vero che dentro di lui gli stimoli mondani, la voglia di tornare insieme ai suoi amici sono sempre presenti e stanno per riprendere il sopravvento, ma la sua capacità di ascoltare è completamente cambiata, la sua profondità pure; così come l’attenzione alle persone sofferenti. Le lunghe passeggiate fuori Assisi per riabilitarsi lo avvicinano tantissimo alla bellezza della natura della valle umbra, a quel gusto unico che solo il silenzio dei rumori e dei volti del creato può donare a ciascuno.
Ma, rimessosi in gran forma, il fuoco della cavalleria ritorna urlando dentro Francesco. Papa Innocenzo III mette a capo delle sue milizie il capitano Gualtiero di Brienne per combattere l’imperatore. Le molte battaglie vinte da questo condottiero e la gloria conseguente contagiano anche gli abitanti di Assisi che organizzano una spedizione militare a favore del Papa con i giovani della valle umbra. È un’occasione unica: Francesco parte senza perdere tempo. La piccola spedizione militare parte da Assisi. Quasi tutti i giovani ambiziosi della contea si mettono in gioco alla ricerca della gloria: direzione Foligno, per poi prendere la via Flaminia, e giungere in Puglia. È a Spoleto che, tra sfolgoranti armature, di nuovo, irrompe Dio nella vita di Francesco. Nel sonno percepisce una visione proveniente dal Signore che gli chiede dove sta andando e di ritornare a casa. In ogni storia personale c’è sempre una chiave che completa tutta una serie di sensazioni o almeno sembra completarle. Improvvisamente Francesco si sente parte di un corpo più grande, dentro quella libertà che educa al sorriso e alla pace: la libertà del cuore e del donarsi completamente. Avverte di essere davvero un uomo nuovo e cadono i legami passati, le amicizie ormai vuote, i sogni di gloria, il desiderio di nobiltà riconosciuta... Tre anni servono a Francesco per dare corpo alla gioia della visione di Spoleto: ogni conversione non avviene mai rapidamente! La sua trasformazione è lenta ma profonda, in una vita che sembra solo apparentemente tornata normale. Francesco torna a vivere ad Assisi, aiuta il padre nel commercio, si tuffa nelle feste dei giovani tornati dalla Puglia, ma la sua vita sta cambiando profondamente.
Quando hai avuto la fortuna dell’incontro personale con Dio, quando hai potuto assaporare quel nutrimento, quando trovi improvvisamente in tasca una luce misteriosa che non sai e non puoi nascondere... nulla, nulla può essere più la stessa cosa, perché Dio ti ha sedotto. Una seduzione profonda, un incontro passionale che si esprime attraverso la proposta della solitudine, l’arma cioè, per vincere la superficialità, l’innamoramento fatuo, l’incomprensione delle differenze di rango. Nella solitudine Francesco scopre il sapore delle cose, anche delle più umili e semplici. Il piccolo, il semplice, diventano per Francesco un’immensa oasi di pace. E proprio in questa pace, l’animo del nostro giovane amico viene modellato in modo inesorabile Da Dio. Una mattina, improvvisamente ma naturalmente, Francesco decide di chiudere con la vita mondana. Organizza una festa di addio, un saluto che forse lui stesso non comprende fino in fondo. Ma ecco che, durante questa festa, Dio si fa presente. È il momento dell’estasi: Francesco si allontana dalla festa e viene trovato come paralizzato dai suoi amici. Come una macchina impazzita la vita esce dalla norma per entrare nella normalità della solitudine interiore, di un cuore spaventosamente insaziabile perché assetato di Dio.
Francesco inizia a frequentare quotidianamente luoghi solitari per ascoltare Dio, per pregarlo. È la dolcezza della semplicità, maturata nella solitudine, che lo porta a sentire ricco tutto ciò che è povero, tutto quello che in genere viene reso povero agli occhi del mondo. E per Francesco questa attenzione agli ultimi diventa quasi morbosa. Se non ha denaro, regala il cappello, il mantello, la cintura, i suoi stessi vestiti senza mai
lasciare il mendicante a mani vuote, donando a volte anche solo un bacio, tornando spesso a casa seminudo pronto a preparare banchetti per i più bisognosi, approfittando dell’assenza del padre, e con il tacito, compiaciuto, consenso della madre. Quando si inizia a vedere Gesù in ogni manifestazione della sofferenza, l’esperienza dell’incontro con Colui che nutre, diventa clamorosamente continua. Se questa lettura della vita non è forzata, ma matura incontrando il calore dello sguardo dell’altro e riconoscendo Gesù con chiarezza, la vita stessa assume un senso ineguagliabile e in ogni atto di misericordia si esprime una dolcezza che trasforma.
Può l’elemosina essere l’unica congiunzione con il povero? No, non basta. Forse dare la vita... ma questo è un passaggio ancora troppo grande per Francesco. L’esperienza esistenziale è la chiave giusta: farsi povero!
L’esperienza esistenziale della povertà è un’altra cosa rispetto all’elemosina: Francesco ora ne è convinto, ma soprattutto ne è felice. È il primo passo verso la capacità di incarnarsi nella vita dell’altro per averne una vicinanza pressoché totale, sovrapponendosi con l’anima e i sentimenti in modo perfetto. I lebbrosari iniziano ad essere uno dei luoghi che Francesco visita con continuità, accudendo ogni uomo dolorante con dolcezza, chiamandolo con il proprio nome, vestendolo con abiti nuovi e puliti.
Una mattina, di buon’ora, Francesco scende per un sentiero vicino ad Assisi, un percorso nuovo che non aveva mai fatto. Dopo poche centinaia di metri è davanti ad una piccola chiesetta, un romitorio dedicato a San Damiano. Pareti con grandi crepe, lungo le quali l’edera rigogliosa ha da tempo messo radici. Un semplice altare di legno, un crocefisso bizantino. Inginocchiarsi davanti a quel crocefisso, all’interno di quella piccola chiesa buia, gli sembra naturale. L’abitudine alla solitudine gli permette di trovare subito sintonia e dialogo. In questo clima un po’ surreale Francesco incontra di nuovo una voce esplicita. Ma questa volta, in più, il volto di Colui che parla è di fronte. Qui ha inizio il suo pellegrinaggio grazie al legno di quel crocefisso. Prende forma qui, l’inebriante avventura del senso finale della sua vita, nell’ascolto e nella consapevolezza che le parole che sente siano semplicemente decisive. "Francesco, . non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e riparala! ". Uscendo incontra l’anziano cappellano che custodisce il romitorio. Gli consegna tutto il denaro che ha con sé dicendogli che pagherà tutta la sistemazione di quella casa. In realtà il Signore, nelle parole pronunciate dal Crocefisso, intendeva una Chiesa più ampia, una comunità più complessiva di quelle pareti cadenti del romitorio di San Damiano.
Francesco però non si sente solo, non ha dubbi, è determinato. Entra ad Assisi con l’obiettivo di caricare più stoffe possibili sul suo cavallo per recarsi al mercato di Foligno. Vendere, vendere tutto ciò che si può vendere! Nel suo correre al romitorio di San Damiano è illuso che il molto denaro ricavato è sufficiente... ma a fare cosa? All’anziano sacerdote spiega il suo progetto di restauro, ma la sua offerta viene rifiutata per paura della reazione di Pietro di Bernardone. Suo padre infatti non ci sta. Arrogante e violento, non riesce neanche lontanamente a sentire l’interiorità del figlio, a comprendere che esiste la possibilità che quella sia la strada giusta per Francesco. L’episodio di Spoleto, la vita nella solitudine, l’amore per i lebbrosi ed ora la vendita di tutte quelle stoffe senza il suo consenso, lo fanno andare su tutte le furie. Manda allora alcuni vicini a cercare Francesco ma, nonostante le indicazioni piuttosto precise, il figlio non viene trovato. Ma una mattina, di buon’ora, la sagoma di Francesco appare. È vestito come uno straccione: poche centinaia di metri divengono interminabili per le soste senza tempo con i poveri e i lebbrosi, tra il sussurrare maligno della gente. Pietro di Bernardone non ci sta e reagisce con violenza. Affronta Francesco e lo rinchiude nelle cantine della sua casa. La madre sceglie di stare dalla sua parte finché arriva il momento dell’addio alla famiglia e la libertà di essere alla sequela di Colui che conta davvero...
Il sito web della basilica di San Francesco di Assisi:
www.sanfrancescoassisi.org
Le ammonizioni
Le "Ammonizioni" di San Francesco consistono in ventotto brevi scritti denominati anche “Parole di sacra ammonizione del venerabile padre San Francesco a tutti i frati”. Forse soltanto alcune di esse furono dettate alla lettera dal Santo, le altre furono trascritte a senso. Qualcuna, senza dubbio, fu oggetto di conversazioni private, altre dette e ripetute durante le sue prediche.
I. Il corpo di Cristo
Il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: Io sono la via, la verità e la vita; nessuno può venire al Padre mio se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma d'ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto. Gli dice Filippo: Signore, mostraci il Padre e ci basta. Gesù gli dice: Da tanto tempo sono con voi, e voi non mi avete conosciuto? O Filippo, chi vede me, vede il Padre mio. Il Padre abita una luce inaccessibile, e Dio è spirito, e nessuno ha mai veduto Dio. Poiché Dio è spirito, non può essere visto che con lo spirito; è infatti lo spirito che dà la vita, la carne invece non giova a nulla. Anche il Figlio, in ciò che è uguale al Padre, non è visto da alcuno diversamente dal Padre e diversamente dallo Spirito Santo.
Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù Cristo secondo l'umanità e non videro né credettero, secondo lo Spirito e la divinità, che Egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati; e così ora tutti quelli che vedono il sacramento del corpo di Cristo, che viene consacrato per mezzo delle parole del Signore sopra l'altare per le mani del sacerdote sotto le specie del pane e del vino, e non vedono e non credono secondo lo spirito e la divinità, che sia veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati perché l'Altissimo stesso ne dà testimonianza e dice: Questo è il mio corpo e il sangue del nuovo testamento; e ancora: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna.
Per cui lo Spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, egli stesso riceve il santissimo corpo e sangue del Signore; tutti coloro che non partecipano del medesimo Spirito e presumono accogliere il Signore, mangiano e bevono la loro condanna. Per cui: Figliuoli degli uomini, sino a quando avrete duro il cuore? Perché non riconoscete la verità e non credete nel Figlio di Dio? Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l'altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve in vera carne, così ora si mostra a noi nel pane consacrato; e come essi con lo sguardo fisico vedevano solo la sua carne ma, contemplandolo con gli occhi della fede, credevano che egli era Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, vediamo e fermamente crediamo che il suo santissimo corpo e sangue sono vivi e veri.
E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli così come egli dice: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo.
II. Il male della propria volontà
Disse il Signore ad Adamo: "Mangia del frutto di qualunque albero del Paradiso, ma dell'albero della scienza del bene e del male non mangiare". Adamo poteva dunque mangiare ogni frutto di qualunque albero del Paradiso, ed egli, finché non contravvenne all'obbedienza, non peccò.
Mangia infatti dell'albero della scienza del bene colui che si appropria la sua volontà e si esalta dei beni che il Signore manifesta e opera in lui; e così per suggestione del diavolo e per aver trasgredito ad un comando diventò per lui il frutto della scienza del male; per cui bisogna che ne sopporti la pena.
III. L'obbedienza perfetta
Dice il Signore nel Vangelo: "Chi non avrà rinunciato a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo"; e: "Chi vorrà salvare la sua anima, la perderà".
Abbandona tutto quello che possiede e perde il suo corpo e la sua anima l'uomo che totalmente si affida all'obbedienza nelle mani del suo superiore; e qualunque cosa fa o dice e che egli stesso sa che non è contro la volontà di lui, purché sia bene quello che fa, è vera obbedienza.
E se talvolta il suddito vede cose migliori e più utili all'anima sua di quelle che gli ordina il superiore, sacrifichi volontariamente le cose proprie a Dio e cerchi di adempiere con l'opera quelle del superiore. Infatti questa è la vera e caritativa obbedienza che soddisfa Dio e il prossimo.
Se poi il supcriore comanda al suddito qualcosa contro la sua coscienza, pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni; e se per questo dovrà sostenere persecuzioni da alcuni, li ami di più per amore di Dio. Infatti, ehi vorrà piuttosto sostenere la persecuzione anziché separarsi dai suoi fratelli, rimane veramente nella perfetta obbedienza, poiché pone la sua anima per i suoi fratelli.
Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e per i loro cattivi esempi fanno perdere molte anime.
IV. Che nessuno si appropri la carica di superiore
Non sono venuto per essere servito ma per servire, dice il Signore.
Quelli che sono costituiti in autorità sopra gli altri, tanto si glorino del loro ufficio prelatizio come se fossero incaricati di lavare i piedi dei fratelli; e quanto più si turbano per esser tolto loro la carica che se fosse loro tolto il servizio di lavare i piedi, tanto più ammassano un tesoro fraudolento a pericolo delle loro anime.
V. Non insuperbirsi ma gloriarsi nella croce del signore
Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto Dio che ti creò e ti fece a immagine del suo diletto Figlio secondo il corpo, e a sua similitudine secondo lo spirito. E tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la sua natura, servono e conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E anche i demoni non lo crocifissero, ma tu con essi lo crucifiggesti e ancora lo crucifiggi col dilettarti nei vizi e nei peccati. Di che dunque puoi gloriarti?
Infatti se tu fossi tanto intelligente e sapiente che tu avessi tutta la scienza e tu sapessi interpretare tutte le lingue e acutamente perscrutare le cose celesti, in tutto questo non ti puoi gloriare; poiché un solo demonio seppe delle cose celesti e ora sa di quelle terrene più di tutti gli uomini insieme; benché ci sia stato qualche uomo che ricevette dal Signore una speciale cognizione della somma sapienza.
Ugualmente se tu fossi più bello e più ricco di tutti e anche se tu facessi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono d'ostacolo e non sono di tua pertinenza e in queste non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e portare ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.
VI. L'imitazione del Signore
Guardiamo, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce.
Le pecore del Signore lo seguirono nella tribolazione e nella persecuzione e nell'ignominia, nella fame e nella sete, nell'infermità e nella tentazione e in altre simili cose e ne ricevettero dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi servi del Signore il fatto che i santi operarono con i fatti e noi raccontando e predicando le cose che essi fecero ne vogliamo ricevere onore e gloria.
VII. La pratica del bene deve accompagnare la scienza
Dice l'Apostolo: La lettera uccide, lo spirito invece vivifica. Sono uccisi dalla lettera coloro che desiderano sapere soltanto parole in modo da essere ritenuti più sapienti degli altri e possano acquistare grandi ricchezze e darle ai parenti e agli amici.
Sono uccisi dalla lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma desiderano sapere solo parole e spiegarle agli altri.
E sono vivificati dallo spirito della divina Scrittura quelli che ogni cosa che sanno e desiderano sapere, non l'attribuiscono al loro corpo, ma con la parola e con l'esempio la rendono all'Altissimo al quale appartiene ogni bene.
VIII. Evitare il peccato d'invidia
Dice l'Apostolo: Nessuno può dire: Signore Gesù, se non nello Spirito Santo; e: Non c'è chi fa il bene, non ce n'è neppure uno. Chiunque invidierà il suo fratello per il bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo che dice e fa ogni bene.
IX. Amare i nemici
Dice il Signore nel Vangelo: Amate i vostri \ nemici, ecc. Veramente ama il suo nemico colui che non si duole dell'ingiuria che gli è fatta, ma brucia del peccato dell'anima di lui per amore di Dio e gli mostra amore con i fatti.
X. La mortificazione del corpo
Ci sono molti che, mentre peccano o ricevono un'ingiuria, spesso incolpano il nemico e il prossimo. Ma non è così: poiché ognuno ha in sua potestà il nemico, cioè il corpo, per mezzo del quale pecca. Perciò è beato quel servo che terrà sempre prigioniero il nemico affidato alla sua potestà e sapientemente si custodirà dal medesimo; poiché, finché farà questo, nessun altro nemico visibile o invisibile gli potrà nuocere.
XI. Non lasciarsi guastare a causa del peccato altrui
Al servo di Dio nessuna cosa deve dispiacere eccetto il peccato. E in qualunque modo una persona pecchi, il servo di Dio che si lasciasse prendere dall'ira o dallo sdegno per questo, a meno che non lo faccia per carità, accumula per sé — come un tesoro — la colpa degli altri. Quel servo di Dio che non si adira né si turba per alcunché, vive giustamente e senza nulla di proprio. Ed è beato colui che non si trattiene niente per sé, rendendo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
XII. Per riconoscere lo Spirito del Signore
Così il servo di Dio può riconoscere se ha lo spirito di Dio: quando il Signore fa, per mezzo di lui, qualcosa di buono, se la carne non se ne inorgoglisce, poiché la carne è sempre contraria ad ogni bene; ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi, e si stima minore di tutti gli uomini.
XIII. La pazienza
Il servo di Dio non può sapere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui chi gli dovrebbe dare soddisfazione gli fa il contrario, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta esattamente ne ha e non più.
XIV. La povertà di spirito
Beati i poveri dì spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Ci sono molti che applicandosi insistentemente a preghiere ed uffici, fanno molte astinenze e molte mortificazioni nei loro corpi; ma per una sola parola che sembra ingiuria della loro persona, o per qualsiasi altra cosa che è loro tolta, scandalizzati, tosto si irritano.
Questi non sono poveri di spirito, poiché chi è veramente povero di spirito odia sé e ama quelli che lo percuotono nella guancia.
XV. I pacifici
Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio.
Sono veri pacifici quelli che di tutte le cose che sopportano in questo mondo, per amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nell'anima e nel corpo.
XVI. La purità di cuore
Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio.
Puri di cuore sono coloro che disprezzano le cose terrene e cercano le celesti e non cessano mai di adorare e di vedere il Signore Dio vivo e vero con cuore ed animo puro.
XVII. L'umile servo di Dio
Beato quel servo che non si inorgoglisce del bene che il Signore dice e opera per mezzo di lui, più che di quello che dice e opera per mezzo di altri. Pecca l'uomo che vuol ricevere dal suo prossimo più di quanto non voglia dare di sé al Signore Dio.
XVIII. La compassione per il prossimo
Beato l'uomo che sostiene il suo prossimo nelle sue debolezze come vorrebbe essere sostenuto dal medesimo, se fosse in caso simile.
XIX. Il servo fedele o no
Beato il servo che rende tutti i suoi beni al Signore Iddio; perché chi riterrà qualche cosa per sé, nasconde dentro di sé il denaro del suo Signore, e ciò che crede di avere gli sarà tolto.
XX. Il buono e umile religioso
Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando è onorato e esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile e semplice e disprezzato; poiché l'uomo quanto vale davanti a Dio, tanto vale e non più. Guai a quel religioso, che è posto dagli altri in alto e per sua volontà non vuol discendere. E beato quel servo, che non si pone in alto di sua volontà e sempre desidera mettersi sotto i piedi degli altri.
XXI. Il buon religioso e il religioso vano
Beato quel religioso, che non ha giocondità e letizia se non nelle parole e nelle opere santissime del Signore e, mediante queste, conduce gli uomini all'amore di Dio in gaudio e letizia. E guai a quel religioso che si diletta in parole inutili e frivole e con esse conduce gli uomini al riso.
XXII. Il religioso leggero e loquace
Beato quel servo, che non parla con la speranza di mercede e non manifesta tutte le sue cose e non è veloce a parlare, ma sapientemente provvede di che parlare e come rispondere.
Guai a quel religioso che non custodisce nel suo cuore i beni che il Signore gli mostra e non li mostra agli altri nelle opere, ma piuttosto con la speranza della mercede desidera manifestarli agli uomini a parole; in questo riceve già la sua mercede e chi ascolta riporta poco frutto.
XXIII. La vera correzione
Beato il servo che sopporta così pazientemente da un altro la correzione, le accuse e i rimproveri come se se li facesse da sé. Beato il servo che, rimproverato, benignamente tace, rispettosamente si sottomette, umilmente confessa e volentieri ripara.
Beato il servo che non è pronto a scusarsi e umilmente sostiene la vergogna e la riprensione per un peccato, mentre non ha commesso colpa.
XXIV. La vera umiltà
Beato quel servo che sarà trovato così umile tra i suoi sudditi come quando fosse tra i suoi signori. Beato il servo che rimane sempre sotto la verga della correzione. È servo fedele e saggio colui che di tutti i peccati non tarda interiormente a pentirsi con la contrizione e esteriormente con la confessione e la penitenza.
XXV. La vera dilezione
Beato quel servo che saprà amare il suo fratello malato, che non può compensarlo, tanto quanto ama il sano che può compensarlo.
Beato il servo che saprà tanto amare e temere il suo fratello quando è lontano come se fosse presso di sé, e non dirà dietro le spalle niente che con carità non possa dire in faccia a lui.
Che i servi di Dio onorino i sacerdoti
Beato il servo di Dio che ha fede nei sacerdoti che vivono rettamente secondo le norme della santa romana Chiesa. E guai a coloro che li disprezzano; quand'anche, infatti, siano peccatori, nessuno li deve giudicare, poiché solo il Signore si è riservato di giudicarli.
Perciò, quanto di ogni altra cosa più grande è il ministero che svolgono nell'amministrare il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che essi solo consacrano e amministrano agli altri, tanto maggiore peccato hanno coloro che peccano contro di essi che se peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo.
XXVII. Come le virtù allontanano i vizi
Dove è amore e sapienza, ivi non è timore né ignoranza.
Dove è pazienza e umiltà, ivi non è ira né turbamento. Dove è povertà con letiziativi non è cupidigia
né avarizia.
Dove è quiete e meditazione, ivi non è né preoccupazione né dissipazione.
Dove è il timore del Signore a custodire la casa, ivi il nemico non può trovare via d'entrata.
Dove è misericordia e discrezione, ivi non è né superfluità né durezza.
XXVIII. Il bene va nascosto perché non si perda
Beato il servo che accumula per il cielo i beni che il Signore gli mostra e non desidera manifestarli agli uomini con la speranza di averne compenso, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chi piacerà. Beato il servo che conserva in cuor suo i segreti del Signore.
Preghiere e laude
PREGHIERA DAVANTI AL CROCIFISSO
O alto e glorioso Dio, illumina el core mio. Dame fede diricta, speranza certa, carità perfecta, humiltà profonda, senno e cognoscemento che io servi li toi comandamenti. Amen.
PREGHIERA «ABSORBEAT»
Rapisca, ti prego, o Signore, l'ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell'amor tuo, come tu ti sei degnato morire per amore dell'amore mio.
DELLA VERA E PERFETTA LETIZIA
Un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: «Frate Leone, scrivi». Questi rispose: «Eccomi, sono pronto». «Scrivi — disse — cosa è la vera letizia».
«Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell'Ordine; scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell'Ordine tutti i prelati d'Oltr'Alpe, arcivescovi e vescovi, non solo, ma perfino il Re di Francia e il Re d'Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io abbia ricevuto da Dìo tanta grazia da sanar gli intermi e da far molti miracoli; ebbene io ti dico: neppure qui è vera letizia».
«Ma cosa è la vera letizia?».
«Ecco, tornando io da Perugia nel mezzo della notte, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all'estremità della tonaca, sì formano dei ghiacciuoli d'acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: "Chi sei?". Io rispondo: "Frate Francesco". E quegli dice: "Vattene, non è ora decente questa di arrivare, non entrerai". E mentre io insisto, l'altro risponde: "Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te". E io sempre resto davanti alla porta e dico: "Per amor di Dìo, accoglietemi per questa notte". E quegli risponde: "Non lo farò. Vattene dai Crociferi e chiedi là". Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell'anima».
CANTICO DELLE CREATURE
Altissimo, onnipotente, bon Signore,
Tue so le laude, la gloria e l'onore e onne benedizione.
A te solo, Altissimo, se confano e nullo omo è digno te mentovare.
Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature,
Spezialmente messer lo frate Sole, lo quale giorno, e allumini noi per lui.
Ed ello bello e radiante cun grande splendore: de te, Altissimo, porta significazione.
Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le Stelle:
In cielo l'hai formate clarite e preziose e belle.
Laudato si, mi Signore, per frate Vento,
e per Aere e Nubilo e Sereno e onne tempo,
per lo quale a le tue creature dai sustentamento.
Laudato si, mi Signore, per sor Aqua,
la quale è molto utile e umile e preziosa e casta.
Laudato si, mi Signore, per frate Foco,
per lo quale enn'allumini la nocte:
Ed ello è bello e iocondo e robustoso e forte.
Laudato si, mi Signore, per sora nostra madre Terra,
la quale ne sostenta e governa,
E produce diversi fructi con coloriti fiori ed erba.
Laudato si, mi Signore,
per quelli che perdonano per lo tuo amore
e sostengo infirmitate e tribulazione.
Beati quelli che 'l sosterrano in pace,
ca da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
Da la quale nullo omo vivente po' scampare.
Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!
Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati,
ca la morte seconda no li farrà male.
Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate
e serviteli cun grande umiliate. |
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La santità

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