
BENEDETTO XVI





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I VIAGGI DI BENEDETTO XVI
Il viaggio apostolico in Brasile (9-14 maggio 2007)
Il continente della speranza
«Quando manca la verità della fede anche la società non trova risposte»

Benedetto XVI
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LE TAPPE DEL VIAGGIO PASTORALE – Dopo dieci anni dalla visita in Brasile di Giovanni Paolo II, il nuovo Successore di Pietro visita quello che è il Paese con più cattolici al mondo. La prima parte del viaggio del Santo Padre nel “continente della speranza”, come lo definì Karol Wojtyla, è interamente dedicato alla Chiesa e al popolo brasiliano, con una attenzione particolare per i giovani che il Santo Padre ha incontrato nella serata di giovedì 10 maggio allo Stadio Pacaembu di San Paolo, riecheggiando quasi i toni di un’edizione brasiliana delle GMG.
Due sono state le grandi Messe celebrate da Benedetto XVI in Brasile. L’11 maggio, nell’area paulista del Campo di Marte, il Papa ha presieduto la Messa di canonizzazione di Frei Galvao, primo Santo brasiliano. Domenica 13 maggio, solennità della Madonna di Fatima, il Papa ha infine celebrato la Messa nel piazzale antistante il Santuario dell’Aparecida.
Il momento culminante della visita è costituito dalla apertura della V Conferenza generale dell’episcopato dell’America Latina e dei Caraibi, domenica 13 nel Santuario mariano dell’Aparecida. Si tratta di un luogo particolarmente significativo: quello di Aparecida, infatti, con 8 milioni di pellegrini all’anno, è il santuario più visitato di tutto il Sud America. Il tema scelto da Benedetto XVI per l’evento ecclesiale è “Discepoli e missionari di Gesù Cristo, perché in Lui i nostri popoli abbiano vita”. La Conferenza di Aparecida non ha il fine di esaminare questioni dogmatiche, ma ha un carattere eminentemente missionario e pastorale: l'intervento del Papa è destinato a dare gli orientamenti alla Chiesa dell’America Latina per affrontare quelle che si preannunciano le sfide dei prossimi anni: dal secolarismo al fenomeno delle sette, dalla lotta alla povertà alla pastorale vocazionale.
L'intervista al Papa
Sull'aereo che lo ha portato in Brasile, il Papa ha tenuto la tradizionale conferenza stampa con i giornalisti.
Il testo integrale dell'intervista concessa da Benedetto XVI ai giornalisti
"Finalità primaria di questo viaggio è la V Conferenza generale dell’Episcopato dell'America Latina e dei Caraibi”: il viaggio ha quindi, “di per sé, un contenuto specificamente religioso: dare la vita in Cristo e farsi discepoli di Cristo”. Ma la missione religiosa della Chiesa pone “le condizioni per le soluzioni necessarie ai grandi problemi sociali e politici dell'America Latina". E questo anche se “la Chiesa in quanto tale non fa politica ma rispetta la laicità”: la Chiesa, infatti, vuole formare dei credenti “capaci di essere testimoni di Cristo” nella società, maturi sia riguardo alle “virtù personali” che alle “grandi virtù sociali”.
Benedetto XVI ha parlato della proclamazione del primo santo nato in Brasile, il frate francescano Antonio de Sant’Anna Galvão, uomo “di riconciliazione e di pace”. E si è soffermato sull’impegno della Chiesa contro la violenza: “chi ha fede in Cristo, in questo Dio di riconciliazione che con la Croce ha posto il segno più forte contro la violenza non è violento e aiuta gli altri a non essere violenti... e mobilita le forze contro la violenza”. A una domanda sulla teologia della liberazione Benedetto XVI ha ricordato che oggi la situazione è profondamente cambiata: la Chiesa è fortemente impegnata per la giustizia ma nello stesso tempo opera un discernimento per evitare i falsi millenarismi che credono di poter realizzare dalle rivoluzioni un sistema sociale perfetto.
Sulla diffusione delle sette in America Latina il Papa ha affermato che sono un segno che le persone hanno "sete di Dio". La Chiesa deve rispondere a questa esigenza su un piano molto concreto nella consapevolezza che oltre ad annunciare il messaggio cristiano, occorre aiutare le persone a trovare condizioni di vita giuste, micro e macroeconomiche. Ad una domanda sui politici che in Messico hanno appoggiato la legge sulla depenalizzazione dell’aborto, il Papa ha sottolineato la necessità della coerenza per i politici cristiani, ribadendo che la Chiesa annuncia il Vangelo della vita: “la vita è un dono, non è una minaccia”.
L'incontro con i giovani
Pubblichiamo ampi stralci di questo importante discorso tenuto dal Papa ai giovani riuniti nello Stadio municipale di Pacaembu "Paulo Machado de Carvalho" a São Paulo (10 maggio 2007)
Il testo integrale del discorso del Papa ai giovani
• I PROTAGONISTI DI OGGI SONO I GIOVANI
«(...) Nel 1991 il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, diceva, nella sua visita nel Mato Grosso, che i "giovani sono i primi protagonisti del terzo millennio [...] sono loro che tracceranno il destino di questa nuova tappa dell’umanità". Oggi, mi sento spinto a fare con voi la stessa osservazione. Il Signore apprezza, senza dubbio, la vostra vita cristiana nelle numerose comunità parrocchiali e nelle piccole comunità ecclesiali, nelle università, nei collegi e nelle scuole e, soprattutto, nelle strade e negli ambienti di lavoro delle città e della campagna. Ma bisogna andare avanti. Non possiamo mai dire basta, perché la carità di Dio è infinita e il Signore ci chiede, o meglio, esige che dilatiamo i nostri cuori, affinché in essi ci sia sempre più amore, bontà, comprensione per i nostri simili e per i problemi che coinvolgono non solo la convivenza umana, ma anche l’effettiva preservazione e la custodia dell’ambiente naturale, di cui tutti facciamo parte. (...)
• QUAL'È IL SIGNIFICATO DELLA VITA?
Oggi desidero riflettere con voi sul testo di san Matteo (cfr 19, 16-22), che abbiamo appena ascoltato. Parla di un giovane, il quale corse incontro a Gesù. Merita di essere sottolineata la sua impazienza. In questo giovane vedo tutti voi, giovani del Brasile e dell’America Latina. Siete accorsi dalle varie regioni di questo Continente per il nostro incontro. Volete ascoltare, dalla voce del Papa, le parole di Gesù stesso.
Avete una domanda cruciale, riferita nel Vangelo, da sottoporgli. È la stessa del giovane che corse incontro a Gesù: Cosa fare per raggiungere la vita eterna? Vorrei approfondire con voi questa domanda. Si tratta della vita. La vita che, in voi, è esuberante e bella. Cosa fare di essa? Come viverla pienamente? Comprendiamo immediatamente, nella formulazione della domanda stessa, che non è sufficiente il «qui» e l’«adesso»; detto altrimenti, noi non riusciamo a ridurre la nostra vita entro lo spazio e il tempo, per quanto pretendiamo allargare i suoi orizzonti. La vita li trascende. Con altre parole: noi vogliamo vivere e non morire. Sentiamo che qualcosa ci rivela che la vita è eterna e che è necessario impegnarsi perché ciò avvenga. Insomma, essa è nelle nostre mani e dipende, in certo qual modo, dalla nostra decisione.
La domanda del Vangelo non riguarda soltanto il futuro. Non riguarda solo la questione del che cosa accadrà dopo la morte. Al contrario, esiste un impegno con il presente, qui e adesso, che deve garantire autenticità e di conseguenza il futuro. In sintesi, la domanda pone in questione il senso della vita. Perciò può essere formulata così: cosa devo fare affinché la mia vita abbia senso? Cioè: come devo vivere per cogliere pienamente i frutti della vita? O ancora: che cosa devo fare perché la mia vita non trascorra inutilmente? Gesù è l’unico che ci può dare una risposta, perché è l’unico che ci può garantire la vita eterna. Perciò è anche l’unico che riesce a mostrare il senso della vita presente e a conferirle un contenuto di pienezza.
• GESÙ NON INGANNA
Ma prima di dare la sua risposta, Gesù pone in questione la domanda del giovane sotto un aspetto molto importante: perché mi interroghi su ciò che è buono? In questa domanda si trova la chiave della risposta. Quel giovane percepisce che Gesù è buono e che è maestro. Un maestro che non inganna. Noi siamo qui perché abbiamo questa stessa convinzione: Gesù è buono. Può essere che non sappiamo spiegare appieno la ragione di questa percezione, ma è certo che essa ci avvicina a Lui e ci apre al suo insegnamento: un maestro buono. Chi riconosce il bene vuol dire che ama. E chi ama, nella felice espressione di San Giovanni, conosce Dio (cfr 1 Gv 4, 7). Il giovane del Vangelo ha avuto una percezione di Dio in Gesù Cristo.
Gesù ci assicura che solo Dio è buono. Essere aperto alla bontà significa accogliere Dio. Così Egli ci invita a vedere Dio in tutte le cose e in tutti gli avvenimenti, anche laddove la maggioranza vede soltanto assenza di Dio. Vedendo la bellezza delle creature e constatando la bontà presente in tutte loro, è impossibile non credere in Dio e non fare un’esperienza della sua presenza salvifica e confortatrice. Se riuscissimo a vedere tutto il bene che esiste nel mondo e, ancor più, a sperimentare il bene che proviene da Dio stesso, non cesseremmo mai di avvicinarci a Lui, di lodarlo e ringraziarlo. Lui ci riempie continuamente di gioia e di beni. La sua gioia è la nostra forza.
• I COMANDAMENTI SONO GLI INDICATORI DI STRADA
Ma noi non conosciamo che in misura parziale. Per capire il bene abbiamo bisogno di aiuti, che la Chiesa ci offre in molte occasioni, soprattutto nella catechesi. Lo stesso Gesù manifesta ciò che per noi è buono, donandoci la sua prima catechesi. «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19, 17). Lui parte dalla conoscenza che il giovane certamente ha già ottenuto dalla sua famiglia e dalla Sinagoga: egli, infatti, conosce i comandamenti. Essi conducono alla vita, il che vuol dire che ci garantiscono autenticità. Sono i grandi indicatori che ci additano la strada giusta. Chi osserva i comandamenti è sulla strada di Dio.
Non basta, però, conoscerli. La testimonianza è più valida della scienza, ovvero, è la scienza stessa applicata. Non vengono imposti dal di fuori, non diminuiscono la nostra libertà. Al contrario: costituiscono vigorosi stimoli interni, che ci portano ad agire in una certa direzione. Alla loro base si trovano la grazia e la natura, che non ci lasciano fermi. Dobbiamo camminare. Siamo stimolati a fare qualcosa per realizzarci. Realizzarsi per mezzo dell’azione, in realtà, è rendersi reali. Noi siamo, in gran parte, a partir dalla nostra giovinezza, ciò che noi vogliamo essere. Siamo, per così dire, opera delle nostre mani.
A questo punto mi rivolgo di nuovo a voi, giovani, poiché voglio sentire anche da voi la risposta del giovane del Vangelo: tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza. Il giovane del Vangelo era buono. Osservava i comandamenti. Camminava sulla via di Dio. Perciò, Gesù fissatolo, lo amò. Riconoscendo che Gesù era buono, diede prova che anche lui era buono. Aveva un’esperienza della bontà e, pertanto, di Dio. E voi, giovani del Brasile e dell’America Latina, avete già scoperto che cosa è buono? Seguite i comandamenti del Signore? Avete scoperto che questa è la vera e unica strada verso la felicità?
• TIMORI E SPERANZE PER IL FUTURO
Gli anni che state vivendo sono gli anni che preparano il vostro futuro. Il «domani» dipende molto dal come state vivendo l’«oggi» della giovinezza. Davanti ai vostri occhi, miei carissimi giovani, avete una vita che desideriamo sia lunga; essa però è una sola, è unica: non permettete che passi invano, non la sperperate. Vivete con entusiasmo, con gioia, ma soprattutto con senso di responsabilità. Molte volte sentiamo trepidare i nostri cuori di pastori, mentre constatiamo la situazione del nostro tempo. Sentiamo parlare delle paure della gioventù di oggi. Esse ci svelano un enorme deficit di speranza: paura di morire, nel momento in cui la vita sta sbocciando e cerca di trovare la propria via di realizzazione; paura di fallire, per non aver scoperto il senso della vita; e paura di rimanere staccato, di fronte alla sconcertante rapidità degli eventi e delle comunicazioni. Registriamo l’alta percentuale di morti tra i giovani, la minaccia della violenza, la deplorevole proliferazione delle droghe che scuote fino alla radice più profonda la gioventù di oggi. Si parla per questo, in conseguenza, di una gioventù sbandata.
Ma mentre guardo a voi, giovani qui presenti, che irradiate gioia e entusiasmo, assumo lo sguardo di Gesù: uno sguardo di amore e fiducia, nella certezza che voi avete trovato la via vera. Voi siete i giovani della Chiesa. Vi invio perciò verso la grande missione di evangelizzare i ragazzi e le ragazze che vanno errando in questo mondo, come pecore senza pastore. Siate gli apostoli dei giovani. Invitateli a camminare con voi, a fare la vostra stessa esperienza di fede, di speranza e di amore; a incontrare Gesù per sentirsi realmente amati, accolti, con la piena possibilità di realizzarsi. Che anche loro scoprano le vie sicure dei Comandamenti e, percorrendole, arrivino a Dio.
• L'IMPORTANZA DELLA ISTRUZIONE RELIGIOSA E DELLA FAMIGLIA
Potete essere protagonisti di una società nuova, se cercherete di mettere in pratica una condotta concreta ispirata ai valori morali universali, ma anche un impegno personale di formazione umana e spirituale di importanza vitale. Un uomo o una donna non preparati alle sfide reali poste da un’interpretazione corretta della vita cristiana del proprio ambiente saranno facile preda di tutti gli assalti del materialismo e del laicismo, sempre più attivi a tutti i livelli.
Siate uomini e donne liberi e responsabili; fate della famiglia un centro irradiante pace e gioia; siate promotori della vita, dall’inizio fino al suo declino naturale; tutelate gli anziani, poiché essi meritano rispetto e ammirazione per il bene che vi hanno fatto. Il Papa s’aspetta anche che i giovani cerchino di santificare il loro lavoro, compiendolo con competenza tecnica e con diligenza, per contribuire al progresso di tutti i loro fratelli e per illuminare con la luce del Verbo tutte le attività umane (cfr Lumen gentium, 36). Ma, soprattutto, il Papa si augura che essi sappiano essere protagonisti di una società più giusta e più fraterna, adempiendo i doveri nei confronti dello Stato: rispettando le sue leggi; non lasciandosi trasportare dall’odio e dalla violenza; cercando di essere esempio di condotta cristiana nell’ambiente professionale e sociale, distinguendosi per l’onestà nei rapporti sociali e professionali. Si ricordino che la smisurata ambizione di ricchezza e di potere porta alla corruzione personale e altrui; non vi sono motivi validi che giustifichino il tentativo di far prevalere le proprie aspirazioni umane, sia economiche che politiche, mediante la frode e l’inganno.
Esiste, in ultima analisi, un immenso panorama di azione nel quale le questioni di ordine sociale, economico e politico acquisiscono un rilievo particolare, sempre che la loro fonte d’ispirazione siano il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa. La costruzione di una società più giusta e solidale, riconciliata e pacifica; l’impegno a frenare la violenza; le iniziative di promozione della vita piena, dell’ordine democratico e del bene comune e, specialmente, quelle che mirano ad eliminare certe discriminazioni esistenti nelle società latinoamericane e non sono motivo di esclusione, bensì di arricchimento reciproco.
Abbiate soprattutto grande rispetto per l’istituzione del sacramento del matrimonio. Non potrà aversi vera felicità nei focolari se, al tempo stesso, non ci sarà fedeltà tra i coniugi. Il matrimonio è un’istituzione di diritto naturale, che è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento; è un grande dono che Dio ha fatto all’umanità. Rispettatelo, veneratelo. Al tempo stesso, Dio vi chiama a rispettarvi gli uni gli altri anche nell’innamoramento e nel fidanzamento, poiché la vita coniugale, che per disposizione divina è riservata alle coppie sposate, sarà fonte di felicità e di pace solo nella misura in cui saprete fare della castità, dentro e fuori del matrimonio, un baluardo delle vostre speranze future. Ripeto qui a tutti voi che «l’eros vuole sollevarci [...] verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni» (Lettera enciclica Deus caritas est [25/12/2005], n. 5). In poche parole, richiede uno spirito di sacrificio e di rinuncia per un bene maggiore, che è precisamente l’amore di Dio su tutte le cose. Cercate di resistere con fortezza alle insidie del male esistente in molti ambienti, che vi spinge ad una vita dissoluta, paradossalmente vuota, facendovi smarrire il dono prezioso della vostra libertà e della vostra vera felicità. Il vero amore «cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà "esserci per" l’altro» (Ibid., n. 7) e, perciò, sarà sempre più fedele, indissolubile e fecondo.
Contate per questo sull’aiuto di Gesù Cristo che, con la sua grazia, renderà questo possibile (cfr Mt 19, 26). La vita di fede e di preghiera vi condurrà per le vie dell’intimità con Dio e della comprensione della grandezza dei piani che Lui ha per ogni persona. «Per il regno dei cieli» (Ibid., v. 12), alcuni sono chiamati ad una donazione totale e definitiva, per consacrarsi a Dio nella vita religiosa, «insigne dono della grazia», come è stato dichiarato dal Concilio Vaticano II (cfr Decr. Perfectae caritatis, 12). I consacrati che si donano totalmente a Dio, sotto la mozione dello Spirito Santo, partecipano alla missione della Chiesa, testimoniando la speranza nel Regno celeste tra tutti gli uomini. Perciò, benedico e invoco la protezione divina su tutti i religiosi che all’interno della vigna del Signore si dedicano a Cristo ed ai fratelli.
Le persone consacrate meritano veramente la gratitudine della comunità ecclesiale: monaci e monache, contemplativi e contemplative, religiosi e religiose dedicati alle opere di apostolato, membri degli istituti secolari e delle società di vita apostolica, eremiti e vergini consacrate. «La loro esistenza rende testimonianza di amore a Cristo quando s’incamminano alla sua sequela come viene proposta nel Vangelo e, con intima gioia, assumono lo stesso stile di vita che Egli scelse per Sé» (Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, Istruz. Ripartire da Cristo, n. 5). Auguro che in questo momento di grazia e di profonda comunione in Cristo, lo Spirito Santo risvegli nel cuore di tanti giovani un amore appassionato, nel seguire e imitare Gesù Cristo casto, povero e ubbidiente, totalmente rivolto alla gloria del Padre e all’amore dei fratelli e delle sorelle.
Il Vangelo ci assicura che quel giovane che corse incontro a Gesù era molto ricco. Intendiamo questa ricchezza non soltanto sul piano materiale. La stessa giovinezza è una ricchezza singolare. Bisogna scoprirla e valorizzarla. Gesù l’ha talmente apprezzata che finì per invitare quel giovane a partecipare alla sua missione di salvezza. Egli aveva in sé tutte le condizioni per una grande realizzazione ed una grande opera.
Ma il Vangelo ci riferisce che questo giovane, udito l’invito, si rattristò. Se ne andò abbattuto e triste. Questo episodio ci fa riflettere ancora una volta sulla ricchezza della gioventù. Non si tratta, in primo luogo, di beni materiali, bensì della propria vita, con i valori inerenti alla giovinezza. Proviene da una duplice eredità: la vita, trasmessa di generazione in generazione, nella cui origine primaria si trova Dio, pieno di sapienza e di amore; e l’educazione che ci inserisce nella cultura, a un punto tale da poter quasi dire che siamo più figli della cultura e, pertanto, della fede, che non della natura. Dalla vita germoglia la libertà che, soprattutto in questa fase, si manifesta come responsabilità. E il grande momento della decisione, in una duplice opzione: la prima, riguardo allo stato di vita, e la seconda riguardo alla professione. Risponde alla domanda: cosa fare della propria vita?
In altre parole, la gioventù si presenta come una ricchezza perché conduce alla riscoperta della vita come dono e come compito. Il giovane del Vangelo comprese la ricchezza della propria giovinezza. Andò da Gesù, il Maestro buono, per cercare un orientamento. Nell’ora della grande opzione, tuttavia, non ebbe il coraggio di scommettere tutto su Gesù Cristo. Di conseguenza, se ne andò triste e abbattuto. È ciò che succede ogni volta che le nostre decisioni vacillano e diventano meschine e interessate. Capì che gli mancava la generosità, e ciò non gli permise una realizzazione piena. Si ripiegò sulla sua ricchezza, facendola diventare egoista.
A Gesù dispiacque la tristezza e la meschinità del giovane che era venuto a cercarlo. Gli apostoli, così come tutti e tutte voi oggi, riempirono il vuoto lasciato da quel giovane che se ne era andato triste e abbattuto. Loro e noi siamo felici, perché sappiamo a chi crediamo (cfr 2 Tm 1, 12). Sappiamo e testimoniamo con la nostra vita che soltanto Lui ha parole di vita eterna (cfr Gv 6, 68). Perciò, con San Paolo possiamo esclamare: Rallegratevi sempre nel Signore! (cfr Fil 4, 4). Il mio appello odierno a voi, giovani che siete venuti a questo incontro, è di non sperperare la vostra gioventù. Non cercate di fuggire da essa. Vivetela intensamente. Consacratela agli alti ideali della fede e della solidarietà umana.
Voi, giovani, non siete soltanto il futuro della Chiesa e dell’umanità, quasi si trattasse di una specie di fuga dal presente. Al contrario: voi siete il presente giovane della Chiesa e dell’umanità. Siete il suo volto giovane. La Chiesa ha bisogno di voi, come giovani, per manifestare al mondo il volto di Gesù Cristo, che si delinea nella comunità cristiana. Senza questo volto giovane, la Chiesa si presenterebbe sfigurata.
Carissimi giovani, fra poco inaugurerò la Quinta Conferenza dell’episcopato latinoamericano. Vi chiedo di seguire con attenzione i suoi lavori; di partecipare ai suoi dibattiti; di accogliere i suoi frutti. Come è accaduto in occasione delle precedenti Conferenze, anche la presente segnerà in modo significativo i prossimi dieci anni di evangelizzazione in America Latina e nei Caraibi. Nessuno deve restare ai margini o rimanere indifferente davanti a questo sforzo della Chiesa, e ancor meno i giovani. Voi fate a pieno titolo parte della Chiesa, la quale rappresenta il volto di Gesù Cristo per l’America Latina ed i Carabi.
Saluto i francofoni che vivono nel Continente latinoamericano, e li invito a essere testimoni del Vangelo e protagonisti della vita ecclesiale. La mia preghiera raggiunge in modo del tutto particolare voi giovani: voi siete chiamati a costruire la vostra vita su Cristo e sui valori umani fondamentali. Tutti si sentano invitati a collaborare per edificare un mondo di giustizia e di pace.
Carissimi giovani amici, come il giovane del Vangelo che domandò a Gesù: «Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?», tutti voi state cercando le vie per rispondere generosamente alla chiamata di Dio. Prego perché ascoltiate le sue parole salvifiche e perché diventiate suoi testimoni per le popolazioni contemporanee. Dio effonda su tutti voi le sue benedizioni di pace e di gioia.
Carissimi giovani, Cristo vi chiama a essere santi. Lui stesso vi invita e vuole camminare con voi, per animare con il suo Spirito i passi del Brasile in questo inizio del terzo millennio dell’era cristiana. Chiedo alla Senhora Aparecida che vi guidi con il suo aiuto materno e vi accompagni lungo la vita.
Sia lodato nostro Signore Gesù Cristo!
La canonizzazione di fra’ Galvão
Santa Messa e canonizzazione del Beato Frei Galvão nel Campo de Marte a São Paulo - Omelia (11 maggio 2007)
Discorso ai vescovi del Brasile
Sessione inaugurale dei lavori della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi nella Sala Conferenze del Santuario dell’Aparecida - Discorso (13 maggio 2007)
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