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BENEDETTO XVI

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IL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI

Un papa contro il relativismo

«Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (Benedetto XVI)

 

SI NEGA L'ESISTENZA DELLA VERITÀ – Il relativismo è quella corrente filosofica postmoderna che sostiene che una verità assoluta non esiste, oppure, anche se esiste, non è conoscibile o esprimibile o lo è soltanto parzialmente e in maniera imperfetta. Partendo da questa posizione gli individui possono pertanto ottenere solo conoscenze relative, in quanto ogni affermazione viene riferita solo a particolari fattori e solo in riferimento ad essi risulta essere vera. La motivazione di tale pensiero, addotta ad esempio dal filodofo tedesco Ludwig Wittgenstein (1889-1951), risiede nel fatto che, poiché tutto viene filtrato dalle percezioni umane limitate ed imperfette, per forza di cose ogni conoscenza che abbiamo è relativa alle esperienze sensibili per l'uomo. Friedrich Nietzsche arriverà poi a dire che «Non esistono fatti, solo interpretazioni», ossia visioni diverse della realtà a seconda di chi la osserva.

BENE E MALE DIVENTANO SOGGETTIVI – Negando però l'esistenza di una verità certa e definitiva a cui attenersi si finisce però per negare l'esistenza di un bene o di un male assoluto, riconducendo così ogni condotta morale ad una propria opinione soggettiva (soggettivismo), non più basata sull'idea di giustizia e di bene assoluti, ma spesso frutto di interessi e tornaconti personali. Questa dittatura del relativismo travolge dunque ogni regola che sgorga dalla verità sacrificandola all'idolo del proprio io. Si parla di dittatuira in quanto si tratta di una nuova forma subdola di totalitarismo: come scriveva Giovanni Paolo II «se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l'uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini», il che conduce inevtabilmente alla «negazione della trascendente dignità della persona umana» (cfr. l'enciclica Centesimus Annus). In questo dibattito se esista o meno una verità sull'uomo, si gioca quella costruzione che ha come fondamento oggettivo quei diritti umani inviolabili della persona che sono alla base del moderno stato di diritto. Senza verità sull'uomo è infatti difficile costruire una linea di resistenza concettualmente robusta e fondata nei confronti delle derive autoritarie o anche totalitarie.

IL RELATIVISMO ETICO – Un chiaro esempio di tale pensiero è dato dal relativismo etico secondo il quale non esiste più un bene o un male assoluto e pertanto risulta impossibile uniformare i valori etici e culturali di popoli e persone appartenenti a culture diverse. Rigettare il relativismo non significa però cadere necessariamente nel dogmatismo. Il bene e il male sono infatti due cose assolute, bensì relazioni che intercorrono tra realtà e soggetto. In tal senso il relativismo è infatti una concezione sbagliata e unilaterale di questa relazione perché tutto viene a concentrarsi sull'arbitrio del soggetto. Papa Ratzinger vuol combattere proprio questo principio normativo secondo cui tutto il pensiero è e deve rimanere soggettivo difendendo invece il principio opposto, e cioè che ogni uomo è capace di verità.

IL PENSIERO UNICO – Il relativismo può esprimersi anche nel cosiddetto pensiero unico, alimentato dal fondamentalismo e dalla arroganza del radicalismo liberale e dello scetticismo etico, che è la trasposizione in termini ideologici – perché si pretendono universali – degli interessi di un insieme di forze economiche o politiche (lobby). Questi "lor signori" contestano sistematicamente il magistero della Chiesa tacciando di fondamentalismo chi pratica gli insegnamenti così come formulati della Chiesa. Anche in politica il relativismo è rintracciabile nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico, che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare pubbliche affermazioni nelle quali si sostiene che tale pluralismo etico è considerato come condizione essenziale per la democrazia. Per questo motivo i legislatori ritengono lecito rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell'etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza di certi orientamenti culturali o morali transitori, come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore.

UNA FALSA IDEA DI DEMOCRAZIA – Questa pericolosa crisi della verità spesso viene tacciata per tolleranza. Mai come nella nostra epoca la nozione di verità è stata sottoposta a tanto discredito in nome della libertà di opinione, in nome della libertà di pensiero, in nome della stessa democrazia. Si è costruito un senso comune che pensa di poter garantire la tolleranza e il rispetto reciproco, la convivenza tra le persone e i popoli, facendo scempio dell'idea stessa di verità, negando le differenze tra errore e verità e tra errore e menzogna. Ogni opinione, si dice, è rispettabile e, ha il diritto di essere espressa perché ciò che conta è la libertà e in nome di questa libertà si interpreta il coraggio come violenza e la debolezza come democrazia. Già Giovanni Paolo II ci aveva messo in guardia nella enciclica Veritatis Splendor dal «rischio dell'alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità».

A.G.

 

PER CAPIRE


Pluralismo e relativismo, laicità e laicismo

La conoscenza dell'uomo è sempre per forza di cose una conoscenza parziale ed approssimativa perché l'intelletto dell'uomo è limitato ed imperfetto. Nonostante ciò, la conoscenza è anche contemporaneamente oggettiva, cioé di una realtà che sta fuori dell'uomo. In altri termini la conoscenza non può essere ridotta alle opinioni del soggetto. Se ci poniamo il problema della verità dalla parte del soggetto cambiamo l'orizzonte di riferimento e si cade nel relativismo. Il motivo per cui si sente molto spesso l'obiezione portata avanti da molti sulla intolleranza di chi afferma che sia possibile la conoscenza della verità dipende dal fatto che si concepisce la verità come una idea del soggetto, quindi come un qualcosa che dipende esclusivamente dalla produzione mentale del singolo. La verità non è però un qualcosa che è prodotta dalla mente dell'uomo: prima di essere ciò che io penso di qualcosa, la verità è l'essere della cosa stessa che si manifesta e si svela al nostro sguardo di osservatori.

Se dunque la conoscenza dell'uomo non potrà mai essere una conoscenza perfetta, assoluta ed esaustiva perché questo implicherebbe il possedere un intelletto assoluto (cosa che nessuno di noi può avere) tuttavia è possibile per l'uomo pervenire ad una conoscenza oggettiva della realtà. Il relativismo solo in apparenza riconosce il limite e la relatività del sapere umano perché nella sostanza il relativismo afferma come verità assoluta che non si può conoscere nessuna verità e su questa sua pretesa verità non è disposto in alcun modo ad entrare in discussione. Questa è la caretteristica culturale odierna del laicismo che è connotato da questa nozione di relativismo presentato in modo assoluto. Il laico invece si distingue dal laicista perché è una persona che, pur non facendo parte del clero, è disposto ad affrontare con ragione e con spregiudicatezza qualsiasi questione che la realtà gli propone.

Ecco cosa disse l'allora Card. Ratzinger in merito a ciò: «Il pluralismo in politica è una cosa naturale, ovvia perché per tante questioni politiche non c'è una risposta già fatta, già evidente, ma ci sono diverse possibilità di reagire alle diverse sfide della situazione attuale. Quindi il pluralismo è una cosa normale in politica. Il relativismo invece afferma che non c'è nessuna verità etica e morale obbligatoria, vincolante per la coscienza del cristiano. Se ci incamminiamo su questa strada pensando che il pluralismo sia la stessa cosa che il relativismo perdiamo proprio i fondamenti dell'umanità e anche i fondamenti della democrazia che è basata sul consenso di un minimo di etica quale condizione per la verità, per l'umanità e per la condizione democratica. In questo senso distinguiamo anche tra laicità e laicismo.

Laicità vuol dire la giusta autonomia dello Stato, della sfera politica. Non spetta alla gerarchia della Chiesa indicare ai politici che cosa fare. Sono i laici, con la loro coscienza illuminata, che hanno la responsabilità di trovare la strade giusta. Ecco, decisiva è la ragione giusta, pratica che si orienta ai grandi valori determinanti per l'essere umano. Il laicismo, invece, è un'idea per la quale i contenuti morali della fede cristiana non dovrebbero entrare in politica, sarebbero da escludere e si creerebbero due mondi che non si possono toccare. Invece i grandi valori etici, messi in luce dalla fede cristiana, sono d'orientamento anche in politica e questo orientamento vincolante per una coscienza illuminata non toglie niente alla libertà del politico. Al contrario, osservare i fondamenti dell'umanesimo è anche difendere la libertà umana». (intervista a J. Ratzinger del 17/01/2003 del Radiogiornale Vaticano)

 

«Relativismo, nemico dell’umanità», intervista al prof. Botturi
Il Papa vuole combattere il principio normativo secondo cui tutto il pensiero è e deve rimanere soggettivo. Una società sana ha stima della relazione dell’uomo con la verità, rispetta e aiuta la sua capacità di ricerca sia a livello personale che sociale.
«Il vero e il falso pluralismo etico», del prof. Francesco Bellino
Come facciamo nella sfera morale a dimostrare che le nostre idee sono quelle giuste? Se le norme morali sono basate sulla valutazione dell’esperienza e l’esperienza è interpretata da ogni individuo sulla base della propria tradizione culturale, come può esistere un ordine universale di valori morali?

 

LIBRI PER APPROFONDIRE


Pluralismo contro relativismo

Pluralismo contro relativismo

a cura di Roberto Di Ceglie
PLURALISMO CONTRO RELATIVISMO
Filosofia, religione, politica
Edizioni Ares – 2006

Gli autori dei contributi che compongono il libro, curato da Roberto Di Ceglie, Pluralismo contro relativismo. Filosofia, religione, politica si sono proposti una meta non certo facile: salvare il valore del pluralismo e l'assolutezza della verità. E per portare a termine questo progetto si sono impegnati a dimostrare che l'accettazione del pluralismo non comporta necessariamente la caduta nel relativismo, che da sempre la filosofia di ispirazione cristiana ha considerato un "nemico" assai pericoloso, ma che comincia a destare forti preoccupazioni anche negli ambienti della cultura laica. Qual è dunque la strada che il libro propone? È quella di approfondire la natura dei due termini che compaiono nel titolo, al fine di dimostrare il positivo valore del pluralismo e la radicale contraddittorietà e l'insostenibilità logica del relativismo, collocando tale opera di approfondimento nel solco di una delle piùantiche e tormentate questioni di tutta la storia della filosofia, ovvero quella del rapporto tra l'uno e i molti, la quale sembra porci di fronte un dilemma piuttosto scomodo: affermare l'unità che è sinonimo di verità, di universalità, di eternità, ma che fa scomparire la varietà, il movimento, il tempo, l'individualità, oppure schierarci dalla parte della molteplicità che garantisce e tutela queste ultime realtà, ma ci ubriaca col suo volto variopinto e cangiante, fino a renderci incapaci di dire un sì o un no su qualunque cosa? Gli autori del libro (Cottier, Di Blasi, Di Ceglie, Gallinaro, Giustiniani, Livi, Marsonet, Ottonello, Sacchi, Seidl, Vigna, Viotto) sono convinti che sarebbe pericoloso esaltare la diversità a scapito dell'identità, la soggettività ai danni dell'oggettività, la libertà contro la verità, il bene comune in opposizione alla persona; e sono altresì certi che pluralismo significa tenere uniti e in equilibrio i concetti che compongono ciascuna delle coppie sopra menzionate. Ciò perché i molti ammettono, anzi esigono l'uno; il che significa che non può esistere pluralismo senza un fondamento, ma soltanto relativismo, e alla fine scetticismo, nichilismo e, hobbesianamente, guerra di tutti contro tutti, cioè quello che, con immagine giornalistica, chiamiamo il far west, sia che parliamo di procreazione, sia di conflitto di interessi, sia di banche. Quasi sempre si invoca una legge per mettere fine a questo far west: gli autori del libro, pur non disprezzando le leggi, pensano che prima di tutto sia necessaria la verità, perché, come insegna il Vangelo, ritengono che solamente la verità renda liberi gli uomini.

Recensione di Maurizio Shoepflin in "Avvenire" del 01/12/2005

 

Paura di conoscere.
Contro il relativismo e il costruttivismo

Boghossian - Paura di Conoscere

Paul A. Boghossian
PAURA DI CONOSCERE
Contro il relativismo e il costruttivismo
Carocci

Altro che dogmatismo: lo «scontro di civiltà» è figlio del relativismo. Perché a furia di relativizzare, non resta più niente su cui far leva per confrontarsi civilmente: non i valori, non la ragione, non i costumi. E allora, delle due l'una: o l'isolamento, o la forza bruta. Esito paradossale ma logico, rigidamente logico. A mostrarlo è il filosofo americano Paul A. Boghossian nel suo Paura di conoscere. Contro il relativismo e il costruttivismo (Carocci, pagine 170, euro 18,00): un saggio di filosofia teoretica che, come si dovrebbe, parte da uno stupore: «È raro – scrive Boghossian – che un'idea filosofica incontri l'approvazione diffusa della comunità accademica. Tuttavia, negli ultimi venti anni circa, si è venuto formando un notevole consenso intorno alla tesi secondo cui la conoscenza umana è una costruzione sociale». Si tratta di quell'atteggiamento, tanto di moda perché disincantato, postmoderno, multiculturale, che porta ad aborrire ogni preferenza accordata a un punto di vista. Eresia, per gli intellettualoidi del nostro tempo: tutto è relativo, non esistono criteri di verità, ogni opinione è buona, la morale non esiste, e via decostruendo: «Si è saldamente radicata l'idea che esistono molti modi ugualmente validi di conoscere il mondo. Nelle scienze umane e sociali questo tipo di "relativismo postmoderno" sulla conoscenza ha conseguito lo statuto di ortodossia». Se si ritiene che fatti, morale e conoscenza non siano mai, per principio, buoni per tutti una volta per tutte, ma soltanto per la mia cultura in questo momento, allora qualunque altra opinione – anzi: «conoscenza» – sarà ugualmente valida. È la degenerazione di quella che era un'intelligente idea in un determinato contesto – il relativismo antropologico, che insegna a non misurare la altre culture sul metro della propria – a vizio intellettuale: il relativismo culturale. Da un punto di vista analitico, questo atteggiamento si appoggia al costruttivismo: «Tutta la conoscenza è costruita socialmente». Un atteggiamento che ha preso piede non soltanto nella decadente Europa, ma anche – sotto l'insegna del pensiero postcoloniale – oltreoceano: «In un clima morale – osserva Boghossian – che ha decisamente voltato le spalle al colonialismo, molti sono favorevoli a dire che non esiste un sapere superiore, bensì soltanto saperi diversi, ognuno dei quali è appropriato nel suo particolare contesto». Eppure il relativismo, tanto sbandierato dai progressisti di tutto il mondo contro l'arroganza dei potenti, se analizzato nel dettaglio mostra tutta la sua insostenibilità. Boghossian smonta le sue asserzioni mostrandone lo scacco logico e i paradossi. Per esempio, «se il potente non può criticare l'oppresso, perché le categorie epistemologiche fondamentali sono inesorabilmente connesse alle rispettive prospettive, ne segue che anche l'oppresso non può criticare il potente. Il solo rimedio è accettare apertamente il doppio standard: è concesso criticare un'idea se è sostenuta da coloro che si trovano in una posizione di potere, ma non se è sostenuta da coloro che sono oppressi». Rimedio chiaramente insoddisfacente, e non solo a un livello teorico. Anche dal punto di vista pratico, nelle ormai quotidiane relazioni tra persone di culture diverse, il relativismo è un'arma a doppio taglio. Lo sbandierato rispetto per tutti i punti di vista, a guardarlo da vicino, significa eliminare la possibilità del confronto razionale tra le opinioni. Il risultato è l'isolazionismo o, visto che oggi è impensabile rinserrarsi nei propri confini, lo scontro. Il relativismo radicale non può fare appello a nessuna norma razionale condivisa o a principi etici comuni e, quindi, non può essere altro che uno scontro. Dove, ironicamente, sarà ancora una volta l'oppresso a soccombere al potente.

(Recensione di Edoardo Castagna in "Avvenire" del 5/1/2007)

 

 

BENEDETTO XVI

 

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