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BENEDETTO XVI

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IL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI

Nella verità, la pace

La vera pace è un dono di Dio, senza il quale è a rischio il futuro del pianeta.

 


Papa Benedetto XVI

LA PACE NEL MAGISTERO DEI PAPI – La guerra è la sintesi di tutti i mali: materiali e morali. «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra» esclamava Pio XII. «Mai più guerra!» fu il monito lanciato da Giovanni Paolo II in occasione della guerra nel Golfo, ribadendo nel messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace del 2002 che «non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono». Nei suoi 14 mesi di Pontificato, Benedetto XVI – poggiando il suo magistero sulle grandi linee dottrinali dei suoi predecessori – ha individuato in un altro valore assoluto, la verità, come il fondamento della pace, e nel suo opposto, la menzogna, l'ostacolo al suo raggiungimento.

GIUSTIZIA, LIBERTÀ E PERDONO – Nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Benedetto XVI afferma che l'obiettivo della pace non può prescindere da quattro precisi impegni verso la verità: giustizia, libertà, perdono e verità: «Chi è impegnato per la verità non può non rifiutare la legge del più forte, che vive di menzogna e che – a livello nazionale ed internazionale – ha tante volte segnato di tragedie la storia dell'uomo. La menzogna si ammanta spesso di un'apparenza di verità, ma in realtà è sempre selettiva e tendenziosa, egoisticamente rivolta a strumentalizzare l'uomo e, in definitiva a sopraffarlo. Sistemi politici del passato, ma non solo del passato, ne sono un'amara esemplificazione».

IL FUTURO DEL PIANETA È A RISCHIO – Per il Papa la pace è un dono di Dio, senza il quale «è a rischio il futuro del pianeta», come sottolinea nel corso del messaggio Urbi et Orbi del 2005. Rischi che Benedetto XVI stigmatizza una settimana più tardi, nel corso dell'omelia del primo gennaio, 39.ma Giornata mondiale della pace: «Di fronte al permanere di situazioni di ingiustizia e di violenza che continuano ad opprimere diverse zone della terra, davanti a quelle che si presentano come le nuove e più insidiose minacce alla pace – il terrorismo, il nichilismo ed il fondamentalismo fanatico – diventa più che mai necessario operare insieme per la pace! È necessario un "sussulto" di coraggio e di fiducia in Dio e nell'uomo per scegliere di percorrere il cammino della pace. E questo da parte di tutti: singoli individui e popoli, organizzazioni internazionali e potenze mondiali».

LA CONDANNA DEL TERRORISMO – Ben due paragrafi del suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2006 sono dedicati al terrorismo, che «con le sue minacce e i suoi atti criminali, è in grado di tenere il mondo in stato di ansia e insicurezza». Benedetto XVI cita le condanne dei suoi predecessori contro «la tremenda responsabilità dei terroristi» e «l'insensatezza dei loro disegni di morte». All'origine di questi atti c'è «un nichilismo tragico e sconvolgente», ma anche «il fanatismo religioso, oggi spesso denominato fondamentalismo», che pretende di imporre con la violenza «la propria convinzione circa la verità». Papa Ratzinger scrive che i nichilisti, i quali «negano qualsiasi verità», e i fondamentalisti, «si trovano accomunati da un pericoloso disprezzo per l'uomo e la sua vita, e in ultima analisi, per Dio stesso». Significativa è pure un'altra sottolineatura: il Papa, nell'analizzare le cause del terrorismo, auspica che «oltre alle ragioni di carattere politico e sociale, si tengano presenti anche le più profonde motivazioni culturali, religiose e ideologiche». Come a dire che non bastano povertà e emarginazione a spiegare la barbarie dei terroristi.

LA VERA PACE PROVIENE DA DIO – La vera pace può provenire solo da Dio e solo attraverso l'ascolto della sua Parola: ogni altro tentativo di ottenere la pace rischia di trasformarsi in ideologia che può inasprire addirittura i conflitti. Come ribadisce nell'Angelus del 23 luglio 2006, recitato a Les Combes: «Oggi in un mondo multiculturale e multireligioso, molti sono tentati di dire: "Meglio per la pace nel mondo tra le religioni, le culture, non parlare troppo delle specificità del cristianesimo, cioè di Gesù, della Chiesa, dei sacramenti. Accontentiamoci delle cose che possono essere più o meno comuni". Ma non è vero. Proprio in questo momento nel momento di un grande abuso del nome di Dio abbiamo bisogno del Dio che vince sulla croce, che vince non con la violenza, ma con il suo amore. Proprio in questo momento abbiamo bisogno del volto di Cristo, per conoscere il vero volto di Dio e per portare così riconciliazione e luce a questo mondo. Perciò insieme con l'amore, con il messaggio dell'amore, con tutto quanto possiamo fare per i sofferenti in questo mondo, dobbiamo portare anche la testimonianza di questo Dio, della vittoria di Dio proprio mediante la non violenza della sua croce».

VINCERE IL MALE CON IL BENE – Dopo l’Angelus il Papa nel pomeriggio si è recato nella parrocchia valdostana di Rhemes Saint Georges, dove si è raccolto in preghiera. «Il Signore ha vinto sulla Croce. Non ha vinto con un nuovo impero, con una forza più potente delle altre e capaci di distruggerle; ha vinto non in modo umano, come noi immaginiamo, con un impero più forte dell'altro. Ha vinto con un amore capace di giungere fino alla morte. Questo è il nuovo modo di vincere di Dio: alla violenza non oppone una violenza più forte. Alla violenza oppone proprio il contrario: l'amore fino alla fine, la sua Croce. Questo è il modo umile di vincere di Dio:  con il suo amore – e solo così è possibile – mette un limite alla violenza. Questo è un modo di vincere che ci appare molto lento, ma è il vero modo di vincere il male, di vincere la violenza e dobbiamo affidarci a questo modo divino di vincere».

A. G.

 

Lo spirito di Assisi non va equivocato

San Francesco di Assisi non fu un pacifista, ma un convertito

 

Assisi

Anche sul dialogo interreligioso c'è il rischio di "inopportune confusioni", ha scritto Benedetto XVI nel messaggio inviato al vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino, in occasione del 26° anniversario dell'Incontro interreligioso di preghiera per la pace voluto "profeticamente" da Papa Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha così ricordato il suo predecessore, ricordando come "il suo invito ai leader delle religioni mondiali per una corale testimonianza di pace servì a chiarire senza possibilità di equivoco che la religione non può che essere foriera di pace". L'attuale pontefice ha così colto l'occasione per precisare e spiegare che cosa si debba intendere per dialogo interreligioso e lo ha fatto proprio "per non equivocare sul senso di quanto, nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare, e che, con una sua stessa espressione, si suole qualificare come 'spirito di Assisi'".

Citando alla lettera il Papa polacco, Benedetto XVI ha spiegato che "il fatto che noi siamo venuti qui non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte. E neppure è una concessione al relativismo nelle credenze religiose". Dunque viene dato un chiaro "no" al sincretismo e al relativismo; sembrerebbero parole proprie di Ratzinger, ma invece sono di Wojtyla. L'occasione di una preghiera in comune è quanto mai opportuna, ma evitando anche in questo caso confusioni, perché "anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni. Fu questa la scelta del 1986, e tale scelta non può non restare valida anche oggi. La convergenza dei diversi non deve dare l'impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla".

Sono temi carissimi al Papa che da anni va riflettendo sulla necessità di un cammino di purificazione reciproca tra ragione e religione, temi di cui si ritrova una forte eco nel messaggio: "Si potrebbe obiettare che la storia conosce il triste fenomeno delle guerre di religione. Sappiamo però che simili manifestazioni di violenza non possono attribuirsi alla religione in quanto tale, ma ai limiti culturali con cui essa viene vissuta e si sviluppa nel tempo. Quando però il senso religioso raggiunge una sua maturità, genera nel credente la percezione che la fede in Dio, Creatore dell'universo e Padre di tutti, non può non promuovere tra gli uomini relazioni di universale fraternità". Per dirlo con altre parole: san Francesco di Assisi non è un pacifista, ma un convertito.

Già il 31 agosto 2006 il Papa, con i sacerdoti della diocesi di Albano, così si espresse sulla figura di San Francesco: “Non era solo un ambientalista o un pacifista. Era soprattutto un uomo convertito. Ho letto con grande piacere che il vescovo di Assisi, monsignor Sorrentino, proprio per ovviare a questo ‘abuso’ della figura di san Francesco, in occasione dell'ottavo centenario della sua conversione vuol indire un ‘Anno di conversione’, per [...] far capire che cos'è la conversione collegandoci anche alla figura di san Francesco, per cercare una strada che allarghi la vita. Francesco prima era quasi una specie di play-boy. Poi, ha sentito che questo non era sufficiente. Ha sentito la voce del Signore: ‘Ricostruisci la mia casa’. E man mano ha capito cosa voleva dire ‘costruire la casa del Signore’”.

Il testo integrale del messaggio del Papa in occasione del XX anniversario dell’Incontro Interreligioso di Preghiera per la Pace, in corso ad Assisi dal 4 al 5 settembre 2006


La pace di Dio non è la pace del mondo

Gesù, nel Vangelo, dice: "Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione" (Lc 12,51) e "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi" (Gv, 14,27). Come interpretare questi passi? L'allora cardinal Ratzinger, intervistato dal giornalista Peter Seewald, ci offre questa risposta.

«Dobbiamo cercare di dare una lettura complessiva di questi due passaggi, apparentemente contraddittori, in modo da far emergere il senso del messaggio divino. Gesù è colui che porta la Pace. E direi che è alla luce di questo passo che dobbiamo leggere anche l'altro. Ma intendiamo correttamente quella pace che Cristo ci porta solo se non la banalizziamo neutralizzando la sofferenza o la testimonianza di verità, che il messaggio di Cristo comporta, e i conflitti che ne conseguono. Se un governo, tentando di evitare i conflitti, volesse accontentare tutti, o se così facesse un singolo individuo, i risultati non sarebbero quelli sperati. Lo stesso vale anche per la Chiesa. Se tutti i suoi sforzi saranno volti a evitare conflitti in modo da risparmiarsi il sorgere di contestazioni e turbolenze, verrà meno alla sua autentica missione. Perché il messaggio che ne è alla base intende esattamente metterci in discussione, strapparci alla menzogna e instaurare chiarezza e verità. La verità non è qualcosa a buon mercato. Del messaggio di Gesù Cristo fa appunto parte anche la sfida che rinveniamo in quel conflitto che lui ha affrontato con i suoi contemporanei. Al centro di quel conflitto stava un modo ormai sclerotizzato di vivere la fede, una fede piena di sé, di fronte alla quale Gesù non si è limitato a stendere una mano di intonaco sulle sue incrostazioni per occultarle ma ha intrapreso una lotta proprio per far esplodere quelle incrostazioni e per aprire un varco alla verità».

 

BENEDETTO XVI


 

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