
BENEDETTO XVI





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IL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI
Il motu proprio che unisce i fedeli
Il Concilio Vaticano II non rappresenta una «rottura con il passato» della Chiesa e chi ha voluto far prevalere questa idea ha causato solo confusione
di ANDREA TORNIELLI,
(da "Il Giornale" dell'8 luglio 2007)

Il testo integrale
(testo originale latino)
Il testo integrale
(traduzione italiana)
La lettera destinata ai vescovi
(dal sito del Vaticano)
"Motu proprio" è una locuzione latina (tradotta letteralmente significa di propria iniziativa) che indica un documento, una nomina o in generale una decisione presa di "propria iniziativa" da chi ne ha il potere o la facoltà. Per antonomasia si intende un documento (decisione) del Papa che non è stato proposto da alcun organismo della Curia Romana. Secondo il Codice di diritto canonico, infatti, il Pontefice è dotato di tutti i poteri per esercitare sovranità immediata su tutta la Chiesa universale, su ciascuna chiesa particolare (ad esempio le diocesi) e in materia di dottrina. |
Il messale preconciliare in latino, mai abolito né ufficialmente proibito, è stato liberalizzato da Benedetto XVI con la pubblicazione del Motu proprio «Summorum Pontificum cura». Un documento coraggioso che entrerà in vigore il prossimo 14 settembre, festa dell’esaltazione della Santa Croce: i fedeli attaccati al vecchio rito potranno rivolgersi direttamente ai parroci per chiedere la celebrazione dell’antica Messa nelle domeniche e nelle festività, triduo pasquale compreso. Papa Ratzinger ha accompagnato il documento con una lettera inviata ai vescovi nella quale spiega le ragioni del suo gesto.
Ecco le novità più rilevanti: nelle parrocchie in cui «esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica», il parroco è invitato ad accogliere volentieri le loro richieste. Il messale autorizzato è quello del 1962 e potrà essere usato nei «nei giorni feriali, nelle domeniche e nelle festività», ma anche per celebrare «esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi» e per i sacramenti, dal battesimo alla cresima, dal matrimonio all’unzione degli infermi. Le letture «possono» (non debbono) «essere proclamate anche nella lingua vernacola». I preti potranno usare il vecchio messale per le messe private (quelle fuori orario, alle quali però possono assistere fedeli) senza chiedere permesso a nessuno, così come potranno recitare il breviario secondo le antiche formule. Il vescovo interverrà nel caso sorgano difficoltà, ma è «vivamente invitato ad esaudire il desiderio» dei tradizionalisti e potrà istituire una «parrocchia personale» dedicata ai tradizionalisti. L’ultima istanza sarà la commissione «Ecclesia Dei», incaricata di vigilare sull’osservanza delle nuove disposizioni.
Nella lettera, Benedetto XVI risponde alle obiezioni preventive sollevate contro la sua decisione, spiegando che il nuovo messale «è e rimane la forma normale» di Messa. Quella antica sarà infatti una forma straordinaria dello stesso rito romano. Ratzinger ricorda poi che alcuni fedeli si sono riavvicinati all’antica liturgia «perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile». Parlando «per esperienza» diretta, il Papa ricorda di aver «visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa». Il Motu proprio intende dunque offrire «un regolamento giuridico più chiaro» e «liberare i vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come rispondere alle diverse situazioni». Quanto al timore di disordini e spaccature che la liberalizzazione potrebbe provocare, Benedetto XVI ritiene il rischio «non realmente fondato», dato che l’uso del vecchio messale «presuppone» una certa formazione liturgica e «un accesso alla lingua latina» oggi poco frequente. Il Papa riconosce che «non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine» dei fedeli tradizionalisti, ma chiede ai vescovi «carità e prudenza pastorale» auspicando che si celebri «con grande riverenza» anche la nuova Messa.
Ratzinger accenna poi alla necessità di fare tutti gli sforzi possibili per mantenere o ritrovare l’unità anche con questi fedeli e precisa che «ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi». Infine, l’invito ai vescovi a scrivere alla Santa Sede un resoconto a tre anni dall’entrata in vigore del Motu proprio, per valutare soluzioni alle eventuali difficoltà. Bernard Fellay, il superiore dei lefebvriani, ha espresso «viva gratitudine» a Benedetto XVI, non nascondendo però «le difficoltà che ancora sussistono» sui problemi dottrinali. Mentre preoccupazione è stata espressa dal cardinale Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux, che in un’intervista all’agenzia francese I-Media esprime la sua «paura che le motivazioni del Papa non siano ben comprese».
Benedetto XVI, con il Motu proprio, ha preso una decisione coraggiosa e per certi versi epocale, peraltro in linea con le posizioni che aveva espresso negli ultimi vent’anni su questa materia. Non si torna indietro, non si abolisce il Vaticano II. I timorosi che hanno paventato un tuffo nell’oscurità del passato – come se i cinque secoli durante i quali si è usato il rito di San Pio V fossero una triste parentesi da dimenticare – possono stare tranquilli. Non ci saranno, almeno in Italia, frotte di fedeli agguerriti a bussare alle parrocchie pretendendo le vecchie celebrazioni, e chi va a messa la domenica non si troverà improvvisamente di fronte a liturgie sconosciute e vetuste. Con una punta di ironia, lo stesso Ratzinger tranquillizza tutti spiegando che l’antico rito «presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina» che «non si trovano tanto di frequente». A nessuno sarà imposto o impedito alcunché, verrà soltanto impedito di impedire la celebrazione secondo il rito antico.
Perché, allora, questa decisione, se in fondo riguarda una minoranza di fedeli, peraltro in qualche caso anche portatori di nostalgiche posizioni socio-politiche in stile ancien régime? «Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura», spiega Benedetto XVI, e «si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa». Il messale antico non è stato mai proibito né mai abolito. Il Papa apre dunque la porta a tutti i tradizionalisti, compresi i fedeli lefebvriani, il cui mancato ritorno alla piena comunione, dopo questo documento, apparirebbe inspiegabile.
È comunque ben strano che chi invoca un giorno sì e l’altro pure maggiore democrazia nella Chiesa non tenga in alcun conto le richieste provenienti dal basso, dai gruppi di fedeli tradizionalisti. Così come è ben strano che chi quotidianamente combatte contro un certo potere clericale, lo invochi per affermare che i tradizionalisti non hanno il diritto alla celebrazione secondo il vecchio rito. Diciamola tutta: i veri «ispiratori» inconsapevoli del Motu proprio sono quei vescovi i quali negli ultimi anni, disattendendo la richiesta di Giovanni Paolo II che li aveva invitati ad essere generosi nell’autorizzare la vecchia messa, hanno opposto rifiuti e in diversi casi non hanno nemmeno voluto parlare con questi fedeli. Salvo poi concedere, magari, le chiese della diocesi ai «fratelli separati» dell’ortodossia o ai protestanti, incuranti però di quei fratelli «uniti» nella fede anche se portatori di una diversa sensibilità liturgica.
È stato detto che questa decisione papale mette a repentaglio l’unità della Chiesa. In realtà nella Chiesa le diversità, anche liturgiche, sono state sempre considerate una ricchezza e non si vede perché un rito cattolico usato da grandi santi debba essere oggi considerato alla stregua di una pericolosa bomba ad orologeria. Andrebbe poi ricordato che questa preoccupazione per l’unità liturgica non è stata quasi mai invocata quando si è trattato di intervenire di fronte a certi abusi del postconcilio. Si può dire messa con i burattini, si possono trasformare le liturgie in show, si può ballare e recitare il Padre Nostro con le melodie dei Beatles, si possono cambiare i testi, si può persino omettere parte del canone senza che qualcuno intervenga. Solo il messale di San Pio V romperebbe l’unità. Quello del Papa è, invece, un atto in linea con le direttive di Giovanni Paolo II, e l’offerta benevola di una maggiore libertà nell’uso del rito antico per favorire la riconciliazione non può che essere bene accolta anche da quanti, come chi scrive, non sono tradizionalisti e si sentono pienamente a loro agio con la nuova messa ben celebrata.
L'EDITORIALE DI CAMILLO RUINI
L'editoriale di Camillo Ruini sul quotidiano Avvenire dell'8 luglio 2007.
La messa precedente il Concilio.
Sollecitudine per l'unità della Chiesa.
Dieci giorni fa, al termine dell’incontro dedicato al Motu proprio sull’uso della liturgia romana anteriore al Concilio Vaticano II, Benedetto XVI ha voluto illustrare personalmente i motivi che lo hanno mosso a promulgare questo testo.
Come primo e principale di tali motivi il Papa ha indicato la sollecitudine per l’unità della Chiesa, unità che sussiste non solo nello spazio ma anche nel tempo e che non è compatibile con fratture e contrapposizioni tra le diverse fasi del suo sviluppo storico. Papa Benedetto ha ripreso cioè il contenuto centrale del suo discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia Romana nel quale, a 40 anni dal Concilio, ha proposto come chiave di interpretazione del Vaticano II non «l’ermeneutica della discontinuità e della rottura», bensì quella «della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa». Egli non fa valere così un suo personale punto di vista o una sua preferenza teologica, ma adempie il compito essenziale del successore di Pietro che, come dice il Concilio stesso (Lumen gentium, n.23), «è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli».
Allo stesso modo, nella lettera ai Vescovi con cui accompagna e mette nelle loro mani il Motu proprio, Papa Benedetto scrive che la ragione positiva che lo ha indotto a pubblicarlo è quella di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa: egli ricorda espressamente come, guardando alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si abbia «continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava maturando, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità». Da qui deriva per noi «un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente».
Solo ponendosi su questa lunghezza d’onda si può cogliere davvero il senso del Motu proprio e si può metterlo in pratica in maniera positiva e feconda. In realtà, come il Papa ha spiegato abbondantemente nella sua lettera, non è fondato il timore che venga intaccata l’autorità del Concilio e messa in dubbio la riforma liturgica, o che venga sconfessata l’opera di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Il Messale di Paolo VI rimane infatti la «forma normale» e «ordinaria» della liturgia eucaristica, mentre il Messale romano anteriore al Concilio può essere usato come «forma straordinaria»: non si tratta, precisa il Papa, di «due Riti», ma di un duplice uso dell’unico e medesimo Rito romano. Giovanni Paolo II, inoltre, già nel 1984 e poi nel 1988, aveva consentito l’uso del Messale anteriore al Concilio, per le medesime ragioni che muovono ora Benedetto XVI a fare un passo ulteriore in questa direzione.
Tale passo ulteriore non è del resto a senso unico. Esso richiede una volontà costruttiva, e una condivisione sincera dell’intenzione che ha guidato Benedetto XVI, non solo a quella larghissima maggioranza dei sacerdoti e dei fedeli che si trovano a proprio agio con la riforma liturgica seguita al Vaticano II, ma anche a coloro che rimangono profondamente attaccati alla forma precedente del Rito romano. In concreto, ai primi è richiesto di non indulgere nelle celebrazioni a quegli arbitri che purtroppo non sono mancati e che oscurano la ricchezza spirituale e la profondità teologica del Messale di Paolo VI. Ai secondi è richiesto di non escludere per principio la celebrazione secondo questo nuovo Messale, manifestando così concretamente la propria accoglienza del Concilio. In tal modo si eviterà il rischio che un Motu proprio emanato per unire maggiormente la comunità cristiana sia invece utilizzato per dividerla.
Nella sua lettera il Papa, rivolgendosi ai Vescovi, sottolinea che queste nuove norme «non diminuiscono in alcun modo» la loro autorità e responsabilità sulla liturgia e sulla pastorale dei propri fedeli: come insegna il Vaticano II (Sacrosanctum Concilium, n.22), ogni Vescovo è infatti «il moderatore della liturgia nella propria diocesi», in comunione con il Papa e sotto la sua autorità. Anche questo è un criterio di primaria importanza perché il Motu proprio possa portare quei frutti di bene per i quali è stato scritto. |
Il "Motu proprio" non ristabilirà alcuna formula antisemita
La precisazione della Segreteria di Stato Vaticana del 6 luglio 2007
La Lettera apostolica di Benedetto XVI in forma di Motu proprio pubblicata il 7 luglio sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970 non ristabilisce la formula dell’antica preghiera per il popolo ebraico. Alcuni mezzi di comunicazione hanno affermato erroneamente che il documento del Papa, intitolato Summorum Pontificum, sarà antisemita perché ristabilirà la preghiera del Venerdì Santo che diceva: "oremus et pro perfidis Judæis" ("preghiamo per i perfidi Giudei").
Il termine «perfidi» nel latino liturgico aveva originariamente il significato di «privo di fede», «miscredente», riferito a coloro che non volevano accettare la fede cristiana. Con l’introduzione dei messalini in lingua volgare, il «perfidi» latino si era trasformato nell’omonimo italiano. Lo stesso era avvenuto nelle altre lingue del mondo. Da una constatazione, il fatto che gli ebrei non credono in Cristo, si era dunque passati, soprattutto con le traduzioni, a una condanna morale. Subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, era stato l’ex rabbino capo di Roma Israel Eugenio Zolli, che convertitosi al cristianesimo aveva assunto il nome di battesimo di Pio XII, a chiedere al Papa di cancellare l’espressione. Pacelli rispose che il significato della parola latina non conteneva un giudizio morale, ma soltanto la constatazione che i giudei rifiutavano la fede cristiana. Ma rendendosi conto del problema, fece fare una pubblica precisazione sull’argomento dalla Sacra Congregazione dei Riti, resa nota il 10 giugno 1948, nella quale si spiegava che i «perfidis judaeis» erano soltanto i giudei «infedeli» e non perfidi.
L’espressione sarà abolita in modo definitivo da Giovanni XXIII nel 1959 con una lettera della S. Congregazione dei Riti del 19 marzo 1959. A partire da allora, la liturgia invitava a pregare "per i Giudei", eliminando ogni aggettivo. Lo stesso Giovanni XXIII ha sottolineato l’importanza di questa decisione il Venerdì Santo del 1963. Nella celebrazione, per errore, qualcuno lesse l’antico testo. Il Papa interruppe la liturgia e ordinò che le grandi invocazioni liturgiche ricominciassero dall’inizio seguendo il nuovo testo. Oggi la grande intercessione per la liturgia della Passione, il Venerdì Santo, in base al messale adottato nel 1969 ed entrato in vigore nel 1970 sotto Paolo VI, recita: "Preghiamo per gli ebrei" perché Dio "li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza". Il messale al quale fa riferimento la Lettera apostolica di Benedetto XVI è stato promulgato con il Motu proprio «Rubricarum Instructum» di Giovanni XXIII, il 23 giugno 1962, con il quale si approva il nuovo Codice delle Rubriche del Breviario e del Messale Romano, e quindi non contiene accenti antisemiti.
(fonte consultata: Andrea Tornielli, Il Giornale, 5/6/2007 - Agenzia Zenit, 6/7/2007)
COMUNICATO DELLA SEGRETERIA DI STATO VATICANA, 04.02.2008
Con riferimento alle disposizioni contenute nel Motu proprio "Summorum Pontificum", del 7 luglio 2007, circa la possibilità di usare l'ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio Vaticano II, pubblicata nel 1962 con l'autorità del beato Giovanni XXIII, il Santo Padre Benedetto XVI ha disposto che l'Oremus et pro Iudaeis della Liturgia del Venerdì Santo contenuto in detto Missale Romanum sia sostituito con il seguente testo:
Oremus et pro Iudaeis
Ut Deus et Dominus noster illuminet corda eorum, ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum.
Oremus. Flectamus genua. Levate.
Omnipotens sempiterne Deus, qui vis ut omnes homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Ecclesiam Tuam intrante omnis Israel salvus fiat. Per Christum Dominum nostrum. Amen.
[TRADUZIONE ITALIANA]
Preghiamo per gli Ebrei.
Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo.
Per Cristo Nostro Signore. Amen.
Tale testo dovrà essere utilizzato, a partire dal corrente anno, in tutte le Celebrazioni della Liturgia del Venerdì Santo con il citato Missale Romanum.
COMUNICATO DELLA SEGRETERIA DI STATO VATICANA, 04.04.2008
Dopo la pubblicazione del nuovo Oremus et pro Iudaeis per l’edizione del Missale Romanum del 1962, da alcuni settori del mondo ebraico è stato espresso dispiacere nel considerare che tale testo non risulterebbe in armonia con le dichiarazioni ed i pronunciamenti ufficiali della Santa Sede, riguardanti il popolo ebreo e la sua fede, che hanno segnato il progresso nelle relazioni di amicizia tra gli Ebrei e la Chiesa Cattolica in questi quarant’anni.
La Santa Sede assicura che la nuova formulazione dell’Oremus, con la quale sono state modificate alcune espressioni del Messale del 1962, non ha inteso, nel modo più assoluto, manifestare un cambio nell’atteggiamento che la Chiesa Cattolica ha sviluppato verso gli Ebrei, soprattutto a partire dalla dottrina del Concilio Vaticano II, in particolare nella Dichiarazione Nostra aetate, la quale, secondo le parole pronunciate dal Papa Benedetto XVI proprio nell’Udienza ai Rabbini Capo di Israele del 15 settembre 2005, ha segnato "una pietra miliare sulla via della riconciliazione dei cristiani verso il popolo ebraico". Il permanere dell’atteggiamento presente nella Dichiarazione Nostra aetate è evidenziato, del resto, dal fatto che l’Oremus per gli Ebrei contenuto nel Messale Romano del 1970 resta in pieno vigore, ed è la forma ordinaria della Preghiera dei Cattolici.
Il Documento conciliare, nel contesto di altre affermazioni – sulle Sacre Scritture (Dei Verbum, 14) e sulla Chiesa (Lumen gentium, 16) –, espone i principi fondamentali che hanno sostenuto e sostengono anche oggi le relazioni fraterne di stima, di dialogo, di amore, di solidarietà e di collaborazione fra Cattolici ed Ebrei. Proprio scrutando il mistero della Chiesa, la Nostra aetate ricorda il vincolo del tutto particolare con cui il Popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo e respinge ogni atteggiamento di disprezzo e di discriminazione verso gli Ebrei, ripudiando con fermezza qualunque forma di antisemitismo.
La Santa Sede auspica che le precisazioni contenute nel presente Comunicato contribuiscano a chiarire i malintesi, e ribadisce il fermo desiderio che i progressi verificatisi nella reciproca comprensione e stima tra Ebrei e Cristiani durante questi anni crescano ulteriormente. |
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BENEDETTO XVI

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