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IL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI

Il caso dell'Università "La Sapienza"

Alla Sapienza di Roma 67 docenti non vogliono ascoltare la lezione di Ratzinger.

 

La prima uscita di Benedetto XVI in programma per il 2008 prevede la visita all’università “La Sapienza” di Roma, in occasione della inaugurazione dell’Anno accademico il 17 gennaio. Si tratta della risposta ad un invito rivolto al Papa dalla stessa Università ed accolto con interesse da gran parte della comunità universitaria. Nonostante ciò, non manca qualche contestazione di tono censorio sollevata da un gruppo di docenti dell'ateneo contrari al fatto che il Papa tenga una lectio all'università. La protesta si concretizza presto in un appello firmato da 67 docenti dall’ateneo e indirizzato al rettore Renato Guarini, nel quale si definisce “sconcertante” l’invito del Pontefice a tenere una lezione nell'università che, peraltro, proprio da un Papa è stata fondata: Bonifacio VIII nel 1303. E, intanto, gruppi di studenti annunciano sit-in anti-Papa nella città universitaria.

Il rettore dell'università, il prof. Renato Guarini, intervistato dalla Radio Vaticana, dichiara che la comunità accademica è pronta ad accogliere il Papa in quanto "messaggero di pace, ma soprattutto uomo di grande cultura rd ex-professore di profondo pensiero filosofico", mettendo l’accento sull’importanza del dialogo tra fede e ragione, tratto distintivo del Pontificato di Benedetto XVI. La protesta, inoltre, appare decisamente minoritaria, considerato il fatto che l'università contra la presenza di oltre 4500.

I firmatari dell’appello contro la visita del Papa fanno riferimento ad un discorso su Galileo dell’allora cardinale Ratzinger, del 1990, attribuendo al Papa il pensiero di un filosofo, peraltro agnostico, citato dal cardinale: il filosofo della scienza Feyerabend. Subito si ripensa ad un analogo episodio accaduto poco tempo prima, a Ratisbona. Un ennesimo equivoco, non si sa bene fino a che punto in buona o in malafede, di una citazione fatta dal Papa.

Il Papa, commentando il processo di Galileo, sosteneva che in un certo senso la posizione del cardinale Bellarmino, cioè della Chiesa, era più razionale, più ragionevole di quella di Galileo, che come tutte le scoperte, le rotture, si poneva in qualche modo in contrasto con l’opinione media ragionevole del suo tempo. Lo scopo del Papa era riprendere questo episodio per dimostrare quanto i giudizi, in base al principio di razionalità, di ragionevolezza, possano essere anche fallaci, come appunto fu il giudizio di Bellarmino sul conto di Galileo.

Martedì 15 gennaio arriva di pomeriggio il comunicato della Sala Stampa vaticana: “A seguito delle ben note vicende di questi giorni in rapporto alla visita di Benedetto XVI all’Università La Sapienza, si è ritenuto opportuno soprassedere all’evento. Il Santo Padre invierà, tuttavia, il previsto intervento”. La notizia fa subito il giro del mondo, ed è accolta con cori festanti dagli studenti dei collettivi e dai docenti firmatari dell'appello. Sconcerto e rammarico giungono pressoché dall’unanimità del mondo politico e intellettuale italiano, a partire dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il Capo dello Stato considera “inammissibili” le “manifestazioni di intolleranza e preannunci offensivi che hanno determinato un clima incompatibile con le ragioni di un libero e sereno confronto”.

Dal canto suo, il cardinale vicario Camillo Ruini sottolinea in un comunicato che la vicenda “colpisce dolorosamente” tutta la città di Roma e invita inoltre i fedeli romani a riunirsi in Piazza San Pietro, in occasione dell’Angelus della domenica successiva, quale “gesto di affetto e serenità” nei confronti del Papa. I vescovi italiani ricordano, in una nota, che la visita del Santo Padre era la cordiale risposta a un invito espresso dal rettore dell’ateneo, “ma reso inefficace dalla violenza ideologica e rissosa di pochi”. Per la FUCI, la Federazione Universitari Cattolici Italiani, quanto successo a “La Sapienza” rappresenta un “grave e illegittimo atto di intolleranza che macchia la coscienza profonda dell’università italiana”. Numerosi sono gli attestati di solidarietà al Papa che giungono dai diversi movimenti ecclesiali italiani.

Il prof. Giorgio Israel, del dipartimento di Matematica de La Sapienza, ribadisce che si tratta di "una posizione che mira a rifiutare il dialogo tra scienza e fede, un’operazione ideologica soprattutto proveniente da ambienti del post-comunismo, orfani della vecchia ideologia, e che l’hanno sostituita con il laicismo". La polemica montata dai firmatari dell'appello "No al Papa" hanno peraltro riproposto un cliché “Ratzinger contro Galileo” che non trova posto nell'opera del pontefice. "Chi conosca un minimo gli scritti di Benedetto XVI o dell’allora cardinale Ratzinger – prosegue Israel – può rendersi conto che, al contrario, la posizione costante e coerente di questo Papa sta nel rivalutare il razionalismo di Galileo addirittura contro delle tendenze relativistiche e scettiche presenti nella scienza contemporanea. Ora, questa è un’opinione che uno può discutere. Se i docenti di fisica fossero state persone tolleranti, avrebbero potuto intervenire sul merito della questione. Quello che invece è stato fatto, è di montare una operazione, anche questa mediatica, basata su un falso plateale, e cioè di presentare un particolare discorso del Papa, per giunta tenuto la prima volta alla “Sapienza”, come un attacco a Galileo. Già questo non è degno di un professore universitario, di un insegnante, che dovrebbe trasmettere ai propri allievi il rigore, la serietà nello studio dei testi".

La reazione dei cattolici non si fa attendere. 200 mila sono i presenti all'Angelus della domenica seguente, rispondendo così all'appello lanciato dal cardinale Ruini. “Solidarietà”: questa la parola che ha spinto decine di migliaia di persone a lasciare la propria casa, da tutta Italia, per radunarsi in Piazza San Pietro, col desiderio di ascoltare dal vivo quella parola negata giorni addietro all’Università “La Sapienza” di Roma. Numerosi maxischermi sono stati allestiti in varie piazze d'Italia per permettere a chi non poteva recarsi a Roma di assistere all'evento. E quella parola sulla vicenda non si è fatta attendere (qui è possibile visualizzare il video).

“Desidero anzitutto salutare i giovani universitari – che sono tanti, grazie per la presenza! – i professori e voi tutti che siete venuti oggi così numerosi in Piazza San Pietro per partecipare alla preghiera dell’Angelus e per esprimermi la vostra solidarietà. Conosco bene questo Ateneo, lo stimo e sono affezionato agli studenti che lo frequentano: ogni anno in più occasioni molti di essi vengono ad incontrarmi in Vaticano, insieme ai colleghi delle altre Università. Purtroppo, com’è noto, il clima che si era creato ha reso inopportuna la mia presenza alla cerimonia. Ho soprasseduto mio malgrado, ma ho voluto comunque inviare il testo da me preparato per l’occasione. All’ambiente universitario, che per lunghi anni è stato il mio mondo, mi legano l’amore per la ricerca della verità, per il confronto, per il dialogo franco e rispettoso delle reciproche posizioni. Come professore, per così dire, emerito che ha incontrato tanti studenti nella sua vita, vi incoraggio tutti, cari universitari, ad essere sempre rispettosi delle opinioni altrui e a ricercare, con spirito libero e responsabile, la verità e il bene”.

 


La sintesi dell'allocuzione del Papa

Osservatore Romano sul caso La Sapienza di Roma
L'Osservatore Romano con il testo integrale del discorso

Il testo del Pontefice, consegnato all'Università il giorno in cui il Papa avrebbe dovuto farvi visita, è stato letto da un professore nell’Aula Magna della Sapienza durante l’inaugurazione del 705.mo Anno accademico, ed è stato applaudito a lungo da tutti i presenti in piedi. Un allocuzione intensa, un inno alla libertà e alla responsabilità della ragione che non deve chiudersi al grande messaggio che viene dalla fede.

Un appello a non stancarsi di cercare la verità: ma – si chiede Benedetto XVI – che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Suo compito invece è mantenere desta la sensibilità per la verità. Così cita Socrate: sull’interrogarsi di questo filosofo greco nasce il primo germe dell’università. È la brama di conoscenza propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. Così i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi in quell’interrogarsi socratico, in quella ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Il Pontefice invita a non perdere il coraggio della verità, a non distogliersi dalla ricerca della verità ma a restare in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

La verità non è mai soltanto teorica. E citando Agostino ricorda che il semplice sapere rende tristi. Infatti chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo – specifica – è anche il senso dell’interrogarsi socratico: "Qual è quel bene che ci rende veri?" La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Si ricorda poi il merito storico di san Tommaso d’Aquino che di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico mise in luce l’autonomia della filosofia dalla teologia e quindi il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Il Papa afferma che filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro senza confusione e senza separazione. Senza confusione vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Nello stesso tempo non ci deve essere separazione: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero di colui che pensa in modo isolato, al di fuori della storia, ma si inserisce nel grande dialogo della sapienza storica senza chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Certo varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica.

Il Papa ricorda con gratitudine le conquiste dell’umanità nell’ambito della conoscenza e dei diritti umani. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato. Il pericolo del mondo occidentale è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità piegato davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità.

Cita il filosofo tedesco Jürgen Habermas che parla in ambito politico della sensibilità per la verità che viene spesso soffocata dagli interessi particolari. Il messaggio cristiano vuole sempre essere un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi. Per questo invita a non confinare nella sfera privata la fede col suo messaggio rivolto alla ragione. Se infatti la ragione sollecita della sua presunta purezza diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce e non diventa più grande, ma più piccola. Così, la nostra cultura europea se si preoccupa solo della sua laicità, si distacca dalle radici delle quali vive e non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Infine torna a chiedersi Benedetto XVI: "Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università?" Semplicemente questo: invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

(fonte consultata: Radiogiornale vaticano)

 

L'Osservatore Romano, 16 gennaio 2008

Quando Ratzinger difese Galileo alla Sapienza

di GIORGIO ISRAEL
(*Professore ordinario di Matematiche Università di Roma La Sapienza)

È sorprendente che quanti hanno scelto come motto la celebre frase attribuita a Voltaire — «mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso» — si oppongano a che il Papa tenga un discorso all'università di Roma La Sapienza. È tanto più sorprendente in quanto le università italiane sono ormai un luogo aperto ad ogni tipo di intervento ed è inspiegabile che al Papa soltanto sia riservato un divieto d'ingresso. Che cosa di tanto grave ha spinto a mettere da parte la tolleranza volterriana? Lo ha spiegato Marcello Cini nella lettera dello scorso novembre in cui ha condannato l'invito fatto dal rettore Renato Guarini a Benedetto XVI. Quel che gli appare «pericoloso» è che il Papa tenti di aprire un discorso tra fede e ragione, di ristabilire una relazione fra le tradizioni giudaico-cristiana ed ellenistica, di non volere che scienza e fede siano separate da un'impenetrabile parete stagna. Per Cini questo programma è intollerabile perché sarebbe in realtà dettato dall'intento perverso, che Benedetto XVI coltiverebbe fin da quando era «capo del Sant'Uffizio», di «mettere in riga la scienza» e ricondurla entro «la pseudo-razionalità dei dogmi della religione ». Inoltre, secondo Cini, egli avrebbe anche prodotto l'effetto nefasto di suscitare veementi reazioni nel mondo islamico. Dubitiamo però che Cini chiederebbe a un rappresentante religioso musulmano di pronunziare un mea culpa per la persecuzione di Averroè prima di mettere piede alla Sapienza. Siamo anzi certi che lo accoglierebbe a braccia aperte in nome dei principi del dialogo e della tolleranza.

L'opposizione alla visita del Papa non è quindi motivata da un principio astratto e tradizionale di laicità. L'opposizione è di carattere ideologico e ha come bersaglio specifico Benedetto XVI in quanto si permette di parlare di scienza e dei rapporti tra scienza e fede, anziché limitarsi a parlare di fede.

Anche la lettera contro la visita firmata da un gruppo di fisici è ispirata da un sentimento di fastidio per la persona stessa del Papa, presentato come un ostinato nemico di Galileo. Essi gli rimproverano di aver ripreso — in una conferenza tenuta proprio alla Sapienza il 15 febbraio 1990 (cfr J. Ratzinger, Wendezeit für Europa? Diagnosen und Prognosen zur Lage von Kirche und Welt, Einsiedeln-Freiburg, Johannes Verlag, 1991, pp. 59 e 71) — una frase del filosofo della scienza Paul Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto». Non si sono preoccupati però di leggere per intero e attentamente quel discorso. Esso aveva come tema la crisi di fiducia nella scienza in sé stessa e ne dava come esempio il mutare di atteggiamento sul caso Galileo.

Se nel Settecento Galileo è l'emblema dell'oscurantismo medioevale della Chiesa, nel Novecento l'atteggiamento cambia e si sottolinea come Galileo non avesse fornito prove convincenti del sistema eliocentrico, fino all'affermazione di Feyerabend — definito dall'allora cardinale Ratzinger come un «filosofo agnostico-scettico» — e a quella di Carl Friedrich von Weizsäcker che addirittura stabilisce una linea diretta tra Galileo e la bomba atomica. Queste citazioni non venivano usate dal cardinale Ratzinger per cercare rivalse e imbastire giustificazioni: «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità». Esse piuttosto venivano addotte come prova di quanto «il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica».

In altri termini, il discorso del 1990 può ben essere considerato, per chi lo legga con un minimo di attenzione, come una difesa della razionalità galileiana contro lo scetticismo e il relativismo della cultura postmoderna. Del resto chi conosca un minimo i recenti interventi del Papa sull'argomento sa bene come egli consideri con «ammirazione» la celebre affermazione i Galileo che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico.

Come è potuto accadere che dei docenti universitari siano incorsi in un simile infortunio? Un docente dovrebbe considerare come una sconfitta professionale l'aver trasmesso un simile modello di lettura disattenta, superficiale e omissiva che conduce a un vero e proprio travisamento. Ma temo che qui il rigore intellettuale interessi poco e che l'intenzione sia quella di menar fendenti ad ogni costo. Né c'entra la laicità, categoria estranea ai comportamenti di alcuni dei firmatari, che non hanno mai speso una sola parola contro l'integralismo islamico o contro la negazione della Shoah. Come ha detto bene Giuseppe Caldarola, emerge qui «una parte di cultura laica che non ha argomenti e demonizza, non discute come la vera cultura laica, ma crea mostri». Pertanto, ripetiamo con lui che «la minaccia contro il Papa è un evento drammatico, culturalmente e civilmente».

 

L'Osservatore Romano, 17 gennaio 2008

La paura della verità

di GIAN MARIA VIAN

Quello che era inimmaginabile è accaduto: la visita di Benedetto XVI alla Sapienza in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico non si terrà. La notizia ha scosso l'Italia e ha poi cominciato a fare il giro del mondo, mentre cresce la marea delle reazioni, sincere o strumentali: incredule, addolorate, indignate, enfatiche, in alcuni casi persino più o meno soddisfatte. L'ondata decrescerà, naturalmente, ma resta il fatto grave che il Papa ha dovuto rinunciare a recarsi nella prima università di Roma, la città di cui è vescovo, nell'ateneo più grande del Paese del quale è primate. Perché si è arrivati a tanto? La risposta è semplice: a causa dell'intolleranza, radicalmente antidemocratica, di pochi, anzi di pochissimi.

E ora, come nella favola dell'apprendista stregone, tra quanti, a diversi livelli, hanno lasciato, in modo irresponsabile, che montasse questa opposizione preconcetta e ottusa — che va distinta da possibili dissensi, ovviamente legittimi quando siano espressi in modi civili e con metodi democratici — alla visita papale, vi è addirittura chi si preoccupa e rammarica. Dopo aver osservato nei giorni precedenti un silenzio pressoché totale. E la gravità del fatto, senza precedenti nella storia della Repubblica italiana, è confermata dalla lettera al Papa del capo dello Stato, un gesto sincero e nobile che attenua in parte l'incidente.

L'intenzione di Benedetto XVI era evidente: dimostrare interesse e simpatia nei confronti della più vasta comunità accademica italiana, da decenni afflitta da molteplici problemi e che vive in questi ultimi tempi la crisi più ampia delle istituzioni universitarie, in Italia e più in generale nel contesto europeo. Per dire la sua sul ruolo dell'università, certo, ma con una chiarezza ragionevole e desiderosa di confronto che si accompagna
a una mitezza fuori del comune. Da teologo e pastore quale è sempre stato. Senza dimenticare la statura intellettuale e accademica, di respiro davvero internazionale, in genere riconosciutagli anche dai suoi avversari.

Per di più in una istituzione laica e autonoma la cui storia secolare è profondamente intrecciata a quella del papato — sin dalla fondazione nel 1303 da parte di Bonifacio VIII, e con benemerenze culturali indubbie — e dove i successori di Pietro si sono di conseguenza sentiti quasi come a casa propria, come sottolineò il 15 marzo 1964 durante la sua visita Paolo VI, antico studente nell'ateneo romano, e come mostrò il 19 aprile 1991 Giovanni Paolo II, quel giorno ospite dell'antico studium urbis.

In continuità con i suoi predecessori, Benedetto XVI avrebbe voluto tornare in un luogo dov'era già stato da cardinale il 15 febbraio 1990 per sostenere la necessità di una dialettica positiva tra fede e ragione, ma ha dovuto rinunciare. Già Paolo VI, avvertendo l'atteggiamento oppositorio fondato su luoghi comuni e toni polemici di quanti mantengono occhi chiusi e animo ostile, volle rassicurarli: il Papa — disse — non forzerà il loro raziocinio chiuso, non scardinerà alcuna porta e starà fuori a bussare, come il «testimone» descritto dall'Apocalisse (3, 20), dicendo a chi non apre: studia, capisci te stesso, leggi nella tua anima, guarda l'esperienza autentica che il nostro tempo sta vivendo proprio nella negazione dei valori religiosi e delle verità trascendenti, e troverai, in così diffuso tormento, un numero ingente di paurose rovine; a cominciare dalla più ampia e desolata: la disperazione, l'assurdo, l'arido nulla.

Ora anche Benedetto XVI bussa senza stancarsi alla porta di ogni essere umano, fiducioso che la ragione non vorrà c hiudersi alla fede, all'incontro con Cristo. Davvero c'è qualcuno che onestamente può considerare questo atteggiamento oscurantista, prevaricatore, nemico della scienza? Chi può davvero temere quest'uomo mite e ragionevole, questo pastore che appena eletto alla sede di Roma ha dichiarato di avere assunto il suo ministero nella consapevolezza di non essere solo? E il Papa non è solo: tutta la Chiesa oggi prega per lui, come pregava per Pietro a Gerusalemme, e sono moltissimi anche i non cattolici e i non cristiani che gli sono vicini. Senza paura di confrontarsi con la verità.

 

L'Osservatore Romano, 6 febbraio 2008

Copia e incolla da Wikipedia:
67 docenti per un errore

I 1.479 firmatari dell'appello di solidarietà coi 67 docenti de La Sapienza che con la loro lettera hanno, di fatto, impedito a Benedetto XVI di parlare in università, hanno scritto: «Noi firmatari affermiamo che ci saremmo comportati come i 67 in nome della libertà della ricerca e della scienza» (ne dà notizia il Corriere della sera del 5 febbraio). Forse i 1.479 non sanno che, «in nome della libertà della ricerca e della scienza», hanno preso per buono un falso, cogliendo un'affermazione senza verificarne l'affidabilità.

Nella lettera dei 67 si legge: «Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: "All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano. In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato».

Se prima di affrettarsi a sottoscrivere la solidarietà ai 67 qualcuno dei 1.479 avesse verificato tale affermazione, avrebbe scoperto che chi ha scritto la lettera ha tratto la citazione del discorso di Ratzinger dalla voce Papa Benedetto XVI di Wikipedia, la nota enciclopedia della rete che viene redatta dai lettori che navigano in rete e che nessun uomo di scienza utilizzerebbe come fonte esclusiva delle sue ricerche, se non verificandone accuratamente l'attendibilità.

Che Wikipedia sia con tutta probabilità la fonte da cui è tratta la citazione lo testimonia il fatto che nella lettera dei 67 si fa riferimento a una conferenza del cardinale Ratzinger del 15 marzo 1990 a Parma. La conferenza ci fu, ma si svolse a Roma, all'Università «La Sapienza», esattamente in quella data.

Il testo di quella conferenza è contenuto in un libro, pubblicato nel 1992 dalle Edizioni San Paolo col titolo Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti. A piè di pagina c'è la seguente «Avvertenza» dell'Autore: «La prima stesura di questo contributo fu presentata il 16 dicembre 1989 a Rieti – ancora sotto la viva impressione degli eventi appena verificatisi nell'Europa orientale – come tentativo di un'iniziale riflessione sulle cause e le conseguenze di quanto accaduto. La versione qui riportata è quella utilizzata per una conferenza all'Università "La Sapienza" di Roma, lo scorso 15 febbraio 1990. In occasione della celebrazione del millequattrocentesimo anniversario del terzo concilio di Toledo ho presentato a Madrid, il 24 febbraio 1990, un'ulteriore stesura, modificata in relazione alla specifica circostanza».

Ora, la cosa sorprendente è che chi ha preso la citazione di Feyerabend non può non avere letto la continuazione di quel brano, contenuta in Wikipedia, dove ci si può rendere ben conto che il senso della frase di Ratzinger è esattamente il contrario di quello che i 67 professori hanno preteso di attribuire al Papa.

Ciascuno è libero di giudicare se questo modo di usare la ragione sia corretto o non piuttosto un atto di slealtà: il rischio di piegare la ragione davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, è esattamente ciò da cui il Papa avrebbe messo in guardia il corpo docente de La Sapienza, se avesse potuto parlare. Ognuno giudichi chi ha difeso davvero la ragione.

[Ndr: la versione originale del paragrafo in questione di Wikipedia, prima della sua modifica, era la seguente: “Il 15 marzo 1990 Ratinger, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, riprese un'affermazione di Paul Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto»[21], aggiungendo però : «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande.Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica»; mostrando quindi di criticare le idee di Feyerabend su Galileo, sul cui processo Giovanni Paolo II aveva chiesto ufficialmente scusa per l'errore della Chiesa”].

 

La rassegna stampa sul caso (dal sito di Comunione e Liberazione)
Il testo integrale dell'allocuzione di Benedetto XVI (dal sito del Vaticano)

 

BENEDETTO XVI

 

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