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IL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI

La prima enciclica: «Deus caritas est» (2005)

Una enciclica per «riportare la parola Amore al suo spendore originario».

 

«DEUS CARITAS EST»

Deus Caritas Est

Deus caritas est

Il testo integrale dell'enciclica
(dal sito del Vaticano)

L'enciclica in formato PDF
(dal sito di "Avvenire")

Benedetto XVI presenta l'enciclica
(discorsi al Pontificio Consiglio "Cor Unum", 23 gennaio 2006)

Dio dimostra il suo amore per noi
Commento di Padre Cantalamessa

Lo speciale di "Avvenire"

Deus caritas est è il titolo latino della prima enciclica di Benedetto XVI (tradotto in italiano in Dio è amore) che affronta il tema dell’amore cristiano e della carità, pur non mancando nell’enciclica i riferimenti ai temi della giustizia e della pace, che tanto hanno impegnato il magistero di Giovanni Paolo II e che Benedetto XVI intende riprendere. Di per sé non si tratta di un tema "nuovo": già il suo predecessore Giovanni Paolo II incentrò proprio sull’amore divino l’udienza generale del 2 ottobre 1985, spiegando, nella catechesi, che proprio le parole dell’apostolo Giovanni scelte oggi da Ratzinger come frase iniziale della sua prima enciclica "costituiscono la definita chiave di volta della verità su Dio".

Il testo sarà reso noto nei prossimi giorni e verrà presentato nella Sala Stampa della Santa Sede. La data non è ancora stata resa nota, ma l’uscita dovrebbe essere comunque precedente al 23 gennaio, quando in Vaticano si apre un Convegno di due giorni organizzato dal Pontificio Consiglio Cor Unum proprio sui temi della carità, a cui è dedicata l’enciclica. Molto probabile che la data della presentazione sarà venerdì 20 gennaio e che verrà affidata a due capi dicastero. L'arcivescovo statunitense mons. William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che illustrerà la prima parte dedicata alla riflessione teologica sull’amore di Dio, con riferimenti ai concetti di "eros" e "agape". E l'arcivescovo tedesco mons. Paul Josef Cordes, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum (l’organismo voluto da Giovanni Paolo II per "aiutare i popoli che sono nell’indigenza", si occupa degli interventi caritativi gestiti in nome della Santa Sede) che presenterà la seconda parte (nell’esamina della quale ha avuto un ruolo decisivo), sulla dottrina sociale e le sue ricadute nella vita della società (anche nella politica) e nella vita stessa della Chiesa (in particolare attraverso l’azione delle "caritas").

L’enciclica, scritta nella prima versione a mano in tedesco da papa Ratzinger durante le vacanze estive in Val d’Aosta e a Castelgandolfo, è stata poi tradotta prima in latino e quindi in italiano e in inglese. Si tratta di una enciclica  "programmatica" – come solitamente sono le prime encicliche e come fu per Giovanni Paolo II Redemptor hominis – ma soltanto nel senso che mostra come Benedetto XVI intende tracciare le linee fondamentali del suo pontificato, per il quale considera l’impegno ad attenersi alla sostanza dell’insegnamento cristiano.

L’enciclica si suddivide dunque in due parti, la prima dedicata all’"unità dell’amore, della creazione e della storia della salvezza", la seconda parte sulla caritas come "esercizio dell’amore da parte della Chiesa". Dunque, anche se la parola latina "caritas" ha diverse interpretazioni e traduzioni possibili è sull'amore e sulla sua centralità nel messaggio e nella vita cristiana che Benedetto XVI ha voluto porre l’accento e insiste sul concetto di "amore-caritas" legato all’attività degli organismi caritativi laici e cattolici. Il binomio "amore-caritas" – osserva il papa – sarà sempre necessario "anche nella società più giusta". Poi rileva che questa attività deve essere sganciata e indipendente dai partiti o dalle ideologie, poiché non è un mezzo per cambiare il mondo, piuttosto, invece, la realizzazione "qua e ora dell’amore di cui l’uomo ha sempre bisogno".

Nella sua analisi Benedetto XVI si premura a mettere in guardia l’umanità dai rischi che si corrono quando si dissociano le due dimensioni dell’amore: "l’eros e l’agape". Senza l’agape, vale a dire "l’amore fondato nella fede e da essa plasmato", l’eros finisce per essere "degradato a puro sesso". Diventa così "merce", una cosa "che si può vendere e comprare". E anche "l’uomo stesso diventa merce". Mentre – dice il papa nella sua prima enciclica – se uniti, eros e agape trovano una sintesi perfetta, una unità di concezione dell’amore di donare all’altro e di ricerca dell’altro. Dove non c’è dono di sé non può esserci amore. Il papa insiste sul fatto che se si radicalizzasse questa opposizione tra amore che si dona, agape, e amore di concupiscenza, eros, l’aspetto caratteristico del cristianesimo verrebbe meno, disgiunto dai contesti fondamentali della vita. Tanto più queste due dimensioni dell’amore entrano nella giusta unità, tanto più si realizza la vera essenza dell’amore. Anche in quest’ottica - sottolinea Benedetto XVI il "matrimonio basato su un amore esclusivo diventa la rappresentazione di Dio col suo popolo e viceversa".

L’agape, cioè l'eucaristia, il banchetto fraterno così definito presso i primi cristiani che è anche principio di condivisione. Nella sua traduzione moderna si tratta del concetto di solidarietà coniugato al messaggio cristiano. Benedetto XVI vuole quindi stabilire che non vi è nesso ideologico o politico per l’amore proposto da Cristo e inverato dal popolo di Dio nella storia, ma solo un principio di fede: ciò che conta è l’amore di Gesù verso gli uomini. Dalle pagine di Deus caritas est emerge dunque una importante riflessione sull’unità tra Dio e l’uomo, sull’unità nel matrimonio tra uomo e donna, sull’unità tra Dio e l’uomo nel sacramento dell’Eucarestia ma anche tra i cristiani che partecipano alla Mensa Eucaristica mangiando il Corpo e il Sangue di Cristo. In tal modo il pontefice tende a ricollocare la dottrina sociale della Chiesa in un ambito che è del tutto estraneo a motivazioni politiche ma che si nutre essenzialmente di ragioni spirituali.

 

L'ANALISI

L'enciclica vista da Alain Besançon, accademico di Francia

La prima enciclica di Benedetto XVI è piaciuta moltissimo ad Alain Besançon, accademico di Francia, da dieci anni membro dell’Académie des sciences morales et politiques.
«L’ho trovata formalmente perfetta. Il Papa ha conservato tutto il talento di cui ha dato prova come prefetto per la Congregazione della fede. Testo impeccabile per scienza, chiarezza, profondità e precisione. E notevolmente ben scritto. Su almeno tre punti Benedetto XVI torna all’antico: la parola amore, il sistema politico, la distinzione dall’umanitario. Della parola amore oggi facciamo l’uso più vario, sino a prostituirne il termine, col rischio di non riuscire più a pensare la cosa. L’enciclica di Benedetto XVI ha il merito di precisarne il senso, con una parola, eros, che giustifica la pratica omosessuale e persino il divorzio, se il matrimonio si fonda sull’amore e se l’amore poi finisce. Il Papa mostra che la parola eros non esaurisce il nuovo termine, amore, in cui entra anche il cristianesimo con il termine agape e filia. E soprattutto mostra che non è vero che il cristianesimo distrugge l’eros e la chiesa l’avvelena, come diceva Friedrich Nietzsche. Il cristianesimo semmai lo purifica, dando ad esso un’altra forma. L’agape, infatti, non è contrario all’eros, ma il suo complemento. È un elemento nuovo che porta l’eros alla perfezione. L’eros sospeso all’agape non perde la sua forza, ma si purifica. È una precisazione importante, come dire, è pericoloso tradurre il termine agape o il termine caritas nella parola amore, perché li si erotizza. Mentre il Papa ribadisce che si tratta di altro, di un altro significato.
"Deus caritas est" dimostra che Benedetto XVI non rimpiange il regime costantiniano in cui alla chiesa spettava porre la norma morale e allo stato legittimarla. Si tratta, naturalmente, di un regime morale, perché lo stato democratico oggi fa a meno della legittimazione da parte della chiesa, e la chiesa non ha il diritto di legittimare gli stati. Ma è un altro punto importante dell’enciclica, perché offre una garanzia di libertà e permette di mantenere la pace. Lo stato ha il compito di mantenere la giustizia, ma la chiesa da parte sua non deve prendere in mano la battaglia politica per realizzare una società più giusta. Le due sfere sono separate. E la chiesa ha solo il compito di educare le coscienze alla giustizia, di richiamarle al diritto naturale, in altri termini di supplire a quel che manca alla giustizia, vale a dire l’amore, di cui l’uomo ha sempre bisogno. Il Papa in realtà distingue tra la carità della chiesa e l’umanitario che la democrazia produce. La carità della chiesa non deve immischiarsi all’umanitario. E questa affermazione segna la restaurazione teologica dell’intelligenza cristiana. La chiesa per impatto del ’68 aveva perso la percezione della realtà. Adesso il suo ritorno alla realtà passa attraverso il ritorno alla teologia fondamentale, ma non per costruire una società reale. Le utopie reazionarie sono chiaramente evitate. Il Papa ha uno scopo più modesto: difendere la giustizia davanti allo stato, agire secondo il carisma proprio della chiesa».

(riduzione da "Il Foglio" del 1/2/2006)

 

 

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