
BENEDETTO XVI





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IL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI
Il pontificato a 40 anni dal Concilio
Nell'importante discorso alla Curia romana del 2005 Benedetto XVI ha affermato: «il Vaticano II non fu una Costituente, fermiamoci ai testi senza andare oltre giustificando ogni estrosità in nome dello spirito conciliare».

Papa Benedetto XVI |
IL VATICANO II NON È ROTTURA COL PASSATO – Il Concilio Vaticano II non rappresenta una «rottura con il passato» della Chiesa e chi ha voluto far prevalere questa idea ha causato confusione, mentre l'interpretazione del «rinnovamento nella continuità» ha invece portato buoni frutti. Si tratta di una presa di posizione netta all'interno di un discorso inaspettato e impegnativo che Benedetto XVI ha pronunciato in occasione degli auguri natalizi alla Curia romana. Con queste parole ha fatto riferimento al Concilio, con parole che vorrebbero sancire la fine di due interpretazioni opposte: quella progressista, che richiamandosi allo «spirito del Concilio» ne ha travisato i testi giustificando qualsiasi spinta in avanti, ma anche quella dei lefebvriani, che di fatto considerano il Vaticano II una rottura della tradizione.
LA SPINTA PROGRESSISTA – Benedetto XVI ha cominciato dai progressisti, spiegando che l'interpretazione della discontinuità «rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio» ma «il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili». Non nei testi, dunque, ma negli slanci in avanti al di là dei testi sarebbe il «vero spirito del Concilio». Un modo, questo, con il quale «si concede spazio ad ogni estrosità». Non è difficile scorgere qui una critica alla scuola bolognese di Giuseppe Alberigo, fondata negli anni sessanta da Giuseppe Dossetti e che asseriva che gli elementi prioritari del Concilio Vaticano II non fossero i testi che esso ha prodotto quanto lo "spirito" del Concilio, incommensurabilmente superiore alla "lettera" dei suoi documenti. Però «in questo modo – ha spiegato Papa Ratzinger – il Concilio viene considerato come una specie di Costituente». Ma i padri conciliari non avevano un tale mandato. A questa «ermeneutica della discontinuità» Benedetto XVI oppone quella della «riforma»: la tradizione immutabile rimane tale ma può essere presentata in modo nuovo e più adeguato al momento presente.
LA SPINTA TRADIZIONALISTA – Ratzinger è poi passato ai tradizionalisti, spiegando che una «discontinuità» conciliare c'è stata su aspetti più contingenti, come la riflessione sul rapporto scienza e fede, e il modello di Stato dell'epoca moderna. C'è stata un'evoluzione rispetto a questi temi perché è cambiato il contesto storico. Benedetto XVI si è soffermato particolarmente sulla libertà religiosa, uno degli argomenti più contestati da parte dei tradizionalisti di monsignor Lefebvre, rimasti ancorati all'idea dello Stato confessionale. Ratzinger riconosce che anche su questo possono esserci fraintendimenti: «Se la libertà di religione viene considerata come espressione dell'incapacità dell'uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l'uomo è capace di conoscere la verità di Dio». Ma «una cosa completamente diversa è il considerare la libertà di religione come necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall'esterno, ma deve essere fatta propria dall'uomo solo mediante il processo di convincimento». Quest'ultima era ed è, per Benedetto XVI, l'interpretazione corretta del decreto sulla libertà religiosa voluto dal Vaticano II: un principio essenziale dello Stato moderno, «in piena sintonia con l'insegnamento di Gesù, come anche con la Chiesa dei martiri». I primi cristiani pregavano per l'imperatore ma si rifiutavano di adorarlo respingendo «con ciò la religione di Stato». I martiri, ha concluso il Papa, sono morti «per la loro fede in Gesù Cristo» e «per la libertà di coscienza e di professione della propria fede». Una fede che va proposta e mai imposta.
IL DOCUMENTO
Il testo integrale del discorso alla Curia di Roma (dal sito vaticano)
IL COMMENTO DEL CARD. BIFFI – «È una stravagante ermeneutica quella serpeggiata all'indomani del Vaticano II basata su una lettura discriminatoria dei testi, giungendo ad insinuare che la vera dottrina del Concilio non è quella effettivamente votata ma quella che avrebbe dovuto essere approvata se i padri fossero stati più coraggiosi. Con tale esegesi quello che viene continuamente addotto è un concilio virtuale che ha un posto non nella storia della Chiesa, bensì nella storia dell'immaginazione ecclesiastica».
(Commento raccolto da Avvenire del 17/12/2006) |

L'Esortazione post-sinodale "Sacramentum Caritatis"
«Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive?»
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«L’esortazione è un importante contributo all’applicazione del Concilio. Non intende mettere in ombra la riforma liturgica di Paolo VI, ma riequilibrare il rito nelle sue dimensioni fondamentali, quella orizzontale dell’assemblea eucaristica con quella verticale, derivata dal suo significato divino più profondo». Così il cardinale Scola ha sintetizzato il significato del più lungo documento pubblicato fino ad oggi da Benedetto XVI, l’esortazione Sacramentum caritatis, che con alcune significative novità dottrinali e intende rilanciare la liturgia cattolica a partire dalla centralità dell’eucaristia. Si tratta di un’evidente correzione di rotta, frutto del lavoro del sinodo ma anche di cinquant’anni di riflessione dello stesso Ratzinger. L’ottica del documento è quella che Benedetto XVI aveva spiegato alla Curia alla vigilia del Natale 2005: interpretare il Concilio come una riforma nella continuità della tradizione, non come una rottura totale col passato. In questo senso si colloca la decisione di pubblicare un Motu proprio, atteso nei giorni precedenti la Pasqua, con il quale sarà liberalizzato l’uso dell’antico messale preconciliare di San Pio V, celebrato nella Chiesa cattolica latina fino al 1969 e mai dichiarato decaduto. In questo modo, la vecchia messa tornerà ad avere piena cittadinanza, così come ce l'hanno altri riti cattolici, quali ad esempio quelli bizantino, mozarabico o siro-antiocheno, e i vescovi non potranno più rifiutare di concederla, come spesso oggi accade.
È noto da tempo il pensiero di Papa Ratzinger al riguardo: in materia liturgica si è verificata una vera e propria rottura con il passato e la riforma seguita al Vaticano II non soltanto è andata ben oltre la lettera del Concilio stesso, ma è stata ed è tutt'oggi applicata male in molti Paesi, dove esistono numerosi abusi liturgici che finiscono per ridurre la Messa ad uno show. Così, si tollera ormai quasi di tutto sull'altare, ma si chiudono le porte a quei fedeli che, anche a causa di questi abusi, sono rimasti attaccati o hanno riscoperto l'antico rito. «Purtroppo da noi – aveva affermato qualche anno fa il cardinale Ratzinger nel libro intervista Il Sale della terra – c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata». Il futuro Benedetto XVI aveva anche aggiunto: «Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi – aveva affermato Ratzinger – nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive?».

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In materia liturgica si è spesso andati oltre le disposizioni del Concilio, e oggi si arriva a tollerare quasi di tutto sull'altare, ma si chiudono le porte a quei fedeli che, anche a causa di questi abusi, sono rimasti attaccati o hanno riscoperto l'antico rito. Secondo Benedetto XVI siamo sicuramente su una strada sbagliata. (Foto tratta dal sito dell'associazione "Una Vox") |
IL DOCUMENTO
Il testo integrale della esortazione apostolica "Sacramentum Caritatis" di Benedetto XVI (dal sito vaticano)
COERENZA TRA FEDE E POLITICA – "Politici e legislatori cattolici consapevoli della loro grave responsabilità sociale" non devono votare leggi che vanno contro "la natura umana". Il Papa richiama dunque i cattolici alla coerenza, dando "pubblica testimonianza della propria fede" anche in Parlamento e chiedendo di sostenere "valori fondamentali come il rispetto e la difesa della vita umana", della "famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna". "Valori non negoziabili". Soprattutto quando è il momento di prendere "decisioni in proposito di valori fondamentali" e per "la promozione del bene comune in tutte le sue forme". Inoltre, ha aggiunto il Papa, i vescovi sono "tenuti a richiamare costantemente" i valori non negoziabili dato che "ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato".
NON AMMETTERE ALLA COMUNIONE I DIVORZIATI RISPOSATI – Benedetto XVI ha ribadito che la prassi della Chiesa è di "non ammettere" ai sacramenti i divorziati risposati a causa "del loro stato e la loro condizione di vita" che "oggettivamente contraddicono quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa che é significata ed attuata nell'eucarestia". Lo spinoso e delicato problema pastorale è stato ancora una volta affrontato nel testo: quella dei divorziati risposati è "una vera piaga dell'odierno contesto sociale che intacca in misura crescente gli stessi ambienti cattolici. I pastori per amore di verità sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti". Nonostante la situazione personale i divorziati risposati "continuano ad appartenere alla Chiesa che li segue con speciale attenzione nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l'ascolto della Parola di Dio, l'adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l'impegno educativo verso i figli".
PRESERVARE LA DOMENICA, L'UOMO NON IDOLATRI IL LAVORO – Preservate la domenica: "il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro". "Ci auguriamo vivamente" che la domenica, giorno del Signore, giorno del "riposo dal lavoro", resti "riconosciuto come tale anche dalla società civile, così che sia possibile essere liberi dalle attività lavorative, senza venire per questo penalizzati". "Il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione dell'uomo e per lo sviluppo della società, e per questo occorre che esso sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto dell'umana dignità e al servizio del bene comune. Al tempo stesso è indispensabile che l'uomo non si lasci asservire dal lavoro che non lo idolatri, pretendendo di trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita. È nel giorno consacrato a Dio che l'uomo comprende il senso della sua esistenza ed anche dell'attività lavorativa".
L'IMPORTANZA DEL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE – La cultura dominante "tende a cancellare il senso del peccato" favorendo "un atteggiamento superficiale che porta a dimenticare la necessità di essere in grazia di Dio per accostarsi degnamente alla comunione sacramentale". "Perdere la coscienza del peccato comporta sempre anche una certa superficialità nell'intendere l'amore stesso di Dio". Per questo motivo viene esortata "tra i fedeli la confessione frequente" e "si deve fare attenzione a che i confessionali nelle nostre chiese siano ben visibili ed espressivi del significato di questo Sacramento".
PIU' LATINO E CANTO GREGORIANO IN CHIESA – I futuri preti si preparino "a comprendere e celebrare la messa in latino" a "utilizzare i testi latini e a eseguire il canto gregoriano". I fedeli, invece,"siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia". Servirebbe "ad esprimere meglio l'unità e l'universalità della Chiesa" in sintonia con le direttive del Concilio Vaticano II. Durante la messa non tutti i canti sono uguali: "In liturgia non possiamo dire che un canto vale l'altro". Per questo occorre "evitare la generica improvvisazione o l'introduzione di generi musicali non rispettosi del senso della liturgia". In quanto elemento liturgico il canto "deve integrarsi nella forma propria della celebrazione". Va da sé che il canto gregoriano dovrebbe essere "adeguatamente valorizzato".
L'OMELIA – Nel documento si spiega che l’omelia non deve essere «generica o astratta», e che bisogna evitare eccessi al momento della processione all’offertorio e allo scambio del segno di pace. Ratzinger ribadisce inoltre l’importanza della devozione e dell’adorazione eucaristica, sottolineando «l’importanza dell’inginocchiarsi» di fronte all’ostia consacrata e invita a un’adeguata catechesi al riguardo.

L'OPINIONE
René Girard: "Sarebbe ridicolo proibire la messa in latino"
di RENÉ GIRARD
testo raccolto da Leonetta Bentivoglio
(tratto da "La Repubblica" del 3 luglio 2007)
La notizia del probabile ripristino della Messa in latino voluta dal Papa non mi ha sorpreso affatto: già da tempo si diceva che Ratzinger, dimostratosi da sempre grande estimatore del latino, avrebbe modificato il presente stato delle cose, ristabilendo un certo grado di libertà nella celebrazione delle Messe. Io ho sempre trovato che ci fosse qualcosa di assurdo e di ridicolo, oltre che di totalitario dal punto di vista della Chiesa, nel proibire che la Messa fosse celebrata in latino, in opposizione a un rituale utilizzato per un numero straordinario di anni. C'è stato un momento in cui, per volontà del clero progressista, era molto difficile ricevere il permesso per fare Messe in latino, in particolare qui in America, dove io vivo. Ma tutto questo, negli ultimi anni, aveva iniziato a cambiare: ora ci sono parti della Messa che possono essere dette sempre in latino, per lo meno quando non si tratta di Messe obbligate, come quelle della domenica.
Da un punto di vista personale, preferisco decisamente la Messa in latino. È una questione d'abitudine, e d'altra parte sia per i fedeli francesi, sia a maggior ragione per quelli italiani, il latino non ha mai posto il minimo problema di traduzione. Inoltre ho sempre rimpianto che alcune parti della Messa, come l'inizio, "Introibo ad altare Dei", cioè "Io salirò alla casa del Signore", in America siano state completamente soppresse. C'è qualcosa di profondamente bello ed evocativo nella lingua delle origini del rito, e in Francia scrittori cattolici come Françoise Mauriac e Jacques Maritain hanno sempre espresso molta nostalgia per le formule di rito pronunciate in latino. In qualche modo facevano una loro propaganda a favore delle modalità originarie del rituale.
Il cambiamento, negli anni Sessanta, avvenne ovviamente nell'illusione di stimolare la comunicazione: si pensava di promuovere la Messa, di diffonderla, di renderla più accessibile a tutti. Ora la questione non è cercare di capire se quel mutamento abbia funzionato o meno nel raccogliere altri fedeli, ma di comprendere che è necessario lasciare la libertà di agire come si crede, in un ambito del genere. L´idea che bisogna proibire la Messa fatta o detta in un certo modo non solo non ha alcun senso, ma secondo me è addirittura controproducente per la Chiesa. Io credo che questo sia stato capito bene da Benedetto XVI, il quale cerca giustamente di smorzare al massimo certi conflitti insensati. Se si fanno delle regole assolute si può star certi che si verificherà un conflitto. Se invece non s'impone una normativa rigida non ci saranno scontri perché non ci saranno discussioni: semplicemente non ne parlerà nessuno. La Messa è una di quella materie che non dovrebbe essere resa oggetto di regolamenti amministrativi.
Il Papa, oggi, agisce in modo molto calmo, dimostrando sapienza e consapevolezza nel placare le passioni che nascono da querelles insignificanti e che fanno il gioco dei non credenti, ai quali piace vedere i cattolici agitarsi su soggetti minuscoli, che distraggono da problematiche tanto più importanti. Insomma, bisogna lasciare libertà alle persone. E se ci sarà libertà riguardo a certi temi, diminuiranno i problemi. Penso che questa sia un atteggiamento generale del Papa: evitare al massimo le controversie favorendo la libertà delle scelte. Lui sa che meno se ne parla e meglio funzioneranno le cose. In questo modo d'agire vedo una forte e chiara volontà politica, nel senso migliore del termine. Un problema non molto significativo lo diventa se la Chiesa cerca di controllare tutto con regolamentazioni fanaticamente minuziose, e adottando, anche sui minimi particolari, atteggiamenti totalitari. È un po' la stessa cosa che succede nelle amministrazioni o in certe università. Ci si polarizza su dettagli insignificanti facendoli diventare montagne enormi, e sviando l´attenzione dal cuore delle cose. Per fortuna il Papa attuale mostra di capire che è importante rinunciare a tutto questo. Faccio un esempio: c'è molta agitazione, negli Stati Uniti, sulla posizione che deve avere il prete da una parte o dall´altra dell´altare. Basta dire: fate quello che volete per svuotare il problema, che nell´assenza del dibattito perde qualsiasi rilevanza.
Non bisogna affatto considerare il ripristino della Messa in latino come una prova del tradizionalismo del Papa. Il suo conservatorismo è una forzatura, un grottesco luogo comune. Che cosa ha fatto di conservatore Ratzinger da quando è divenuto Papa? Nulla.
Finora ha dato solo prova di lucidità, saggezza ed elasticità mentale, alleggerendo molte delle problematiche che affliggono la Chiesa. Vorrei infine segnalare un´altra prospettiva a conforto della mia predilezione per la Messa in latino. Sappiamo che la nozione di rituale implica l´assenza di cambiamento. Bisogna pensare al lato buono e creativo delle abitudini. Se per esempio si fa un lavoro molto intellettuale, ci piace, o ci è addirittura necessario, avere una routine che non cambia, perché ciò favorisce la concentrazione e l´approfondimento. Il rituale, che si compie come un automatismo, può essere preziosamente liberatorio, affrancandoci dalle preoccupazioni dominanti. La nozione di rituale è insomma inscindibile dalla continuità, perché se si cambia di continuo si finirà per distruggere il rituale stesso. |

Sì al dialogo, ma senza rinunciare alla identità cattolica
Parlando degli apostoli Simone il Cananeo e Giuda Taddeo Benedetto XVI nella catechesi di mercoledì 11/10/2006 si è soffermato sul confronto con le altre fedi e culture

Record di fedeli alle udienze generali: in Piazza San Pietro ben 50mila persone: si conferma così il trend iniziato con l’elezione |
Bisogna continuare nella via del dialogo, ma «conservare l'identità della nostra fede». Benedetto XVI, durante la tradizionale catechesi dell'udienza del mercoledì in piazza San Pietro, parla della necessità per i cristiani di «evidenziare» con forza «le linee maestre e irrinunciabili» della loro identità. L'occasione per l'intervento papale, attualissimo in un momento in cui si dibatte della debolezza dell'Occidente e si discute del rapporto con l'identità forte dell'islam, è la presentazione delle figure di due apostoli, Simone il Cananeo e Giuda Taddeo (quest'ultimo da non confondere con Giuda Iscariota, il traditore di Gesù). «A Giuda Taddeo – ha detto il Papa – è stata attribuita la paternità di una delle lettere del Nuovo testamento» dette «cattoliche» in quanto indirizzate non a una determinata Chiesa locale, ma a una cerchia molto ampia di destinatari. «Preoccupazione centrale di questo scritto – ha continuato Benedetto XVI – è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all'interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni”, così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali». L'apostolo li «paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino”. Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno”». Una citazione forte.
«Oggi – aggiunge il Papa – noi non siamo forse più abituati a usare un linguaggio così polemico, che tuttavia ci dice una cosa importante. In mezzo a tutte le tentazioni che ci sono, con tutte le correnti della vita moderna, dobbiamo conservare l'identità della nostra fede». Certo, aggiunge il Pontefice, citando la strada iniziata da Giovanni XXIII, «la via dell'indulgenza e del dialogo, che il Concilio Vaticano II ha felicemente intrapreso, va sicuramente proseguita con ferma costanza. Ma questa via del dialogo – spiega Papa Ratzinger – così necessaria, non deve far dimenticare il dovere di ripensare e di evidenziare sempre con altrettanta forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana. D'altra parte, occorre avere ben presente che questa nostra identità richiede forza, chiarezza e coraggio davanti alle contraddizioni del mondo in cui viviamo».
Le catechesi delle udienze del mercoledì
Si tratta di un mistero di comunione quello che lega Dio e gli uomini: un mistero che si svela nel corso della storia e di cui è segno la Chiesa. Questo è il cuore delle catechesi tenute da Benedetto XVI nel corso delle udienze generali del mercoledì. Il tema principale è quello dell’esperienza degli Apostoli. Il Papa ha aperto le catechesi del suo pontificato affrontando l'importante tema della ecclesiologia, affermando che “la Chiesa cominciò a costituirsi quando alcuni pescatori di Galilea incontrarono Gesù, si lasciarono conquistare dal suo sguardo, dalla sua voce, dal suo invito caldo e forte: ‘Seguitemi, vi farò pescatori di uomini!’”:
«Nelle catechesi che oggi comincio vorrei mostrare come proprio la luce di quel Volto si rifletta sul volto della Chiesa, nonostante i limiti e le ombre della nostra umanità fragile e peccatrice. Dopo Maria, riflesso puro della luce di Cristo, sono gli Apostoli, con la loro parola e la loro testimonianza, a consegnarci la verità di Cristo. La loro missione non è tuttavia isolata, ma si colloca dentro un mistero di comunione, che coinvolge l'intero Popolo di Dio e si realizza a tappe, dall'antica alla nuova Alleanza».
Gesù “costituisce i Dodici perché siano con lui testimoni e annunciatori dell’avvento del Regno di Dio”, ha spiegato il Santo Padre, che nell’arco di un anno ha tracciato il profilo dei 12 Apostoli illustrando i loro tratti, facendoci conoscere le loro personalità e le singole caratteristiche che hanno contraddistinto la loro missione. Benedetto XVI si è però soffermato anzitutto sulla comunione che è insita nella Chiesa. Nel suo mistero, ha precisato il Papa nell’udienza generale del 29 marzo di un anno fa, si rispecchia in qualche misura la stessa comunione trinitaria, il mistero di Dio stesso:
«La “comunione” è veramente la buona novella, il rimedio donatoci dal Signore contro la solitudine che oggi minaccia tutti, il dono prezioso che ci fa sentire accolti e amati in Dio, nell’unità del suo Popolo radunato nel nome della Trinità (…) La Chiesa si rivela così, nonostante tutte le fragilità umane che appartengono alla sua fisionomia storica, una meravigliosa creazione d’amore, fatta per rendere Cristo vicino a ogni uomo e a ogni donna che voglia veramente incontrarlo, fino alla fine dei tempi».
E se nel suo andare a ritroso lungo i secoli, nelle sue catechesi, Benedetto XVI, ha illustrato ai fedeli le radici del cristianesimo chiarendo il messaggio lasciatoci dai testimoni del passato, ha anche offerto questo grande insegnamento:
«E nella Chiesa il Signore rimane sempre contemporaneo con noi. La Scrittura non è una cosa del passato. Il Signore non parla nel passato ma parla nel presente, parla oggi con noi, ci dà luce, ci mostra la strada della vita, ci dà comunione e così ci prepara e ci apre alla pace».
“Far capire il disegno originario di Gesù”, far “comprendere l’essenziale della Chiesa che permane nel variare dei tempi”: questa l’intenzione del Papa nelle udienze generali, per spiegare meglio “il perché del nostro essere Chiesa e come dobbiamo impegnarci a viverlo”, soprattutto di fronte a difficoltà ed incertezze:
«C’è sempre il pericolo, nelle vicende del mondo e anche nelle debolezze della Chiesa, di perdere la fede, e così anche di perdere l’amore e la fraternità. E’ quindi un preciso dovere di chi crede alla Chiesa dell'amore e vuol vivere in essa, riconoscere anche questo pericolo e accettare che non è possibile poi la comunione con chi si è allontanato dalla dottrina della salvezza».
Nel proseguire le sue catechesi sulla storia della Chiesa, dopo aver presentato i Dodici, Benedetto XVI ne ha cominciato, nel marzo di quest’anno, un nuovo ciclo: quelle sui Padri della Chiesa, coloro che nei primi secoli hanno dato vita alla letteratura cristiana e che in trattati, opere esegetiche e filosofiche hanno permesso di comprendere meglio il Vangelo.
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BENEDETTO XVI

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