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La teologia della liberazione

 

Osservazioni preliminari

La teologia della liberazione è un fenomeno straordinariamente complesso: va dalle posizioni più radicalmente marxiste a quelle che pongono il luogo appropriato della necessaria responsabilità del cristiano verso i poveri e gli oppressi nel contesto di una corretta teologia ecclesiale, come hanno fatto i documenti del Celam (la Conferenza Episcopale Latino-americana), da Medellin a Puebla. In queste note il concetto di "teologia della liberazione" viene preso in considerazione nella accezione più ristretta, quella che comprende solo quei teologi che in qualche maniera hanno fatto propria l'opzione fondamentale marxista. Anche in questo campo, tuttavia, esistono nei particolari molte differenze.

Analizzando il fenomeno della teologia della liberazione diventa manifesto un pericolo fondamentale per la fede della Chiesa:

  • non esiste un errore che non contenga anche un nucleo di verità;
  • un errore è tanto più pericoloso quanto maggiore è la proporzione di nucleo di verità recepita;
  • l'errore non potrebbe appropriarsi di quella parte di verità se questa fosse sufficientemente vissuta e testimoniata lì dove è il suo posto, cioè nella fede della Chiesa;
  • accanto alla dimostrazione dell'errore e del pericolo della teologia della liberazione bisogna sempre affiancare la domanda: quale verità si nasconde nell'errore e come recuperarla pienamente?

La teologia della liberazione è un fenomeno universale sotto tre punti di vista:

  1. questa teologia non intende affatto costituire un nuovo trattato teologico a fianco degli altri già esistenti (come, ad esempio, elaborare nuovi aspetti dell'etica sociale), ma si concepisce come una nuova ermeneutica (interpretazione) della fede cristiana, una nuova forma di comprensione e di realizzazione del cristianesimo nella sua totalità. Di conseguenza, cambia tutte le forme della vita ecclesiale: la costituzione ecclesiastica, la liturgia, la catechesi, le opzioni morali;
  2. la teologia della liberazione ha sicuramente il suo centro di gravità nell'America Latina, ma non è affatto un fenomeno latinoamericano. Non è pensabile senza la determinante influenza di teologi europei e nordamericani; ma esiste anche in India, nello Sri Lanka, nelle Filippine, a Taiwan e in Africa (anche se qui è in primo piano la ricerca di una "teologia africana");
  3. la teologia della liberazione supera i confini confessionali e cerca di creare una nuova universalità, nella quale le separazioni classiche delle chiese debbano perdere la loro importanza.


1. Il concetto della teologia della liberazione e i presupposti della sua genesi

La teologia della liberazione pretende di dare una nuova interpretazione globale del cristianesimo: spiega il cristianesimo come una prassi di liberazione e pretende di porsi essa stessa come un guida a tale prassi. Ma siccome secondo questa teologia ogni realtà è politica, anche la liberazione è un concetto politico e la guida alla liberazione deve essere una guida all'azione politica. Quali sono i presupposti che hanno reso possibile la teologia della liberazione?

Dopo il Concilio Vaticano II si produsse una situazione teologica nuova:

  • si creò l'opinione che la tradizione teologica esistente fino ad allora non fosse più accettabile e che di conseguenza si dovesse cercare, a partire dalla Scrittura e dai segni dei tempi, orientamenti teologici e spirituali totalmente nuovi;
  • l'idea di apertura al mondo e di impegno nel mondo si trasformò spesso in una fede ingenua nelle scienze, una fede che accolse le scienze umane come un nuovo vangelo, senza volerne riconoscere i limiti ed i problemi propri. La psicologia, la sociologia e l'interpretazione marxista della storia furono considerate come scientificamente sicure e quindi come istanze non più contestabili del pensiero cristiano;
  • la critica della tradizione da parte della esegesi evangelica moderna, specialmente di Rudolf Bultmann e della sua scuola, divenne una istanza teologica inamovibile che sbarrò la strada alle forme fino allora valide della teologia, incoraggiando così anche nuove costruzioni.

La situazione teologica così mutata coincise con una situazione della storia spirituale anch'essa modificata. Alla fine della fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, fase che coincise all'incirca con il termine del Concilio, si produsse nel mondo occidentale un sensibile vuoto di significato al quale la filosofia esistenzialista ancora in voga non era in grado di dare alcuna risposta. In questa situazione le differenti forme del neomarxismo si trasformarono in un impulso morale e allo stesso tempo in una promessa di significato che appariva quasi irresistibile alla gioventù universitaria. Il marxismo, con gli accenti religiosi di Bloch e le filosofie provviste di rigore "scientifico" di Adorno, Horkheimer, Habermas e Marcuse, offrirono modelli di azione con i quali si credette di poter rispondere alla sfida della miseria nel mondo e, allo stesso tempo, di poter attualizzare il senso corretto del messaggio biblico.

La sfida morale della povertà e dell'oppressione non si poteva più ignorare nel momento in cui l'Europa e l'America del Nord avevano raggiunto un'opulenza fino allora sconosciuta. Questa sfida esigeva evidentemente nuove risposte che non potevano essere trovate nella tradizione esistente sino a quel momento. La situazione teologica e filosofica mutata invitava espressamente a cercare la risposta in un cristianesimo che si lasciasse guidare dai modelli di speranza, in apparenza fondati "scientificamente", delle filosofie marxiste.


2. La struttura fondamentale della teologia della liberazione

Tale risposta si presenta del tutto diversa nelle forme particolari di teologia della liberazione, teologia della rivoluzione, teologia politica, ecc. Non può quindi essere rappresentata globalmente. Esistono tuttavia alcuni concetti fondamentali che si ripetono continuamente nelle diverse variazioni ed esprimono intenzioni di fondo comuni. Prima di analizzarli, però, è opportuno fare una osservazione sugli elementi strutturali portanti della teologia della liberazione.

L'esegesi di Bultmann e della sua scuola, separando il "Gesù storico" dal "Cristo della fede", metteva in discussione la credibilità storica dei Vangeli: il Cristo della tradizione ecclesiale e il Gesù storico presentato dalla scienza appartengono a due mondi differenti. Di conseguenza, il nucleo della fede (la cristologia) rimase aperto a nuove interpretazioni e, nello stesso tempo, veniva sconfessato il Magistero della Chiesa, perché considerato legato a una teoria "scientifica" insostenibile. Inoltre, Bultmann fu importante per lo sviluppo di una seconda parola chiave: l'ermeneutica. Una comprensione reale dei testi storici non si dà attraverso una semplice interpretazione storica, ma ogni interpretazione storica include certe decisioni preliminari. L'ermeneutica ha il compito di "attualizzare" la Scrittura in connessione con i dati della storia.

A questo punto entra in gioco un secondo elemento: il nuovo clima filosofico degli anni Sessanta. L'analisi marxista della storia e della società fu considerata come l'unica a carattere "scientifico". Ciò significa che il mondo viene interpretato secondo lo schema della lotta di classe e che l'unica scelta possibile è quella tra capitalismo e marxismo. Significa, inoltre, che tutta la realtà politica deve essere giudicata politicamente. Il concetto biblico del "povero" offre il punto di partenza per la confusione tra l'immagine biblica della storia e la dialettica marxista; questo concetto viene interpretato con l'idea del proletariato in senso marxista e giustifica così il marxismo come ermeneutica legittima per comprendere la Bibbia.

Secondo tale comprensione, dal momento che esistono solo due opzioni – il marxismo e il capitalismo – contraddire questa interpretazione della Bibbia non è altro che espressione dello sforzo della classe dominante per conservare il proprio potere. Un teologo della liberazione afferma: "La lotta di classe è un dato di fatto e la neutralità su questo punto è assolutamente impossibile". Da questo punto di vista si rende impossibile anche l'intervento del Magistero ecclesiale: nel caso in cui si oppone a questa interpretazione del cristianesimo non fa altro che dimostrare di essere dalla parte dei ricchi e dei dominatori e contro i poveri e i sofferenti, vale a dire contro Gesù stesso.

Per quanto riguarda le istanze interpretative, i concetti decisivi sono:

  • popolo
  • comunità
  • sperienza
  • storia

Se fino ad ora la Chiesa – nella sua totalità – era stata l'istanza ermeneutica fondamentale, oggi lo è la "comunità". Il vissuto e le esperienze della comunità determinano la comprensione delle Scritture e la loro interpretazione. Si può così affermare – apparentemente in modo rigorosamente "scientifico" – che la figura di Gesù presentata nei Vangeli costituisce una sintesi di avvenimenti e interpretazioni dell'esperienza di comunità particolari, dove tuttavia l'interpretazione è molto più importante dell'avvenimento stesso, che in sé non è più determinabile. In tal modo, la comunità "interpreta" con la sua "esperienza" gli avvenimenti e trova la sua "prassi".

Anche il concetto di "popolo" viene recepito non più nella accentuazione conciliare di "popolo di Dio", ma nella rilettura marxista. Le esperienze del "popolo" spiegano le Scritture. "Popolo" diventa così un concetto opposto a quello di "gerarchia" e in antitesi a tutte le istituzioni indicate come forze dell'opposizione. È "popolo" chi partecipa alla "lotta di classe"; la "Iglesia popular" si pone in opposizione con la Chiesa gerarchica.

Da ultimo, il concetto di "storia" diventa istanza ermeneutica decisiva. L'opinione che la Bibbia ragioni in termini esclusivamente di storia della salvezza permette la fusione dell'orizzonte biblico con l'idea marxista della storia che procede dialetticamente come portatrice di salvezza: la storia è l'autentica rivelazione.


3. Concetti fondamentali della teologia della liberazione

Siamo di fronte a una nuova interpretazione del cristianesimo e dei suoi concetti fondamentali. Possiamo fare qualche esempio a partire dalla fede, speranza e carità.

Rispetto alla fede, un teologo sudamericano afferma: "L'esperienza che Gesù ha di Dio è radicalmente storica. La sua fede si converte in fedeltà". Si sostituisce perciò la fede con la "fedeltà alla storia". Qui si produce quella fusione tra Dio e storia che dà la possibilità di conservare per Gesù la formula di Calcedonia (vero Dio, vero uomo, una persona in due nature), anche se con un significato completamente mutato: "Gesù è Dio", ma "il Dio vero è solo quello che si rivela storicamente e scandalosamente in Gesù e nei poveri che continuano la sua presenza. Solo chi mantiene unite queste due affermazioni è ortodosso".

La speranza viene interpretata come "fiducia nel futuro" e come lavoro per il futuro; con ciò la si subordina di nuovo al predominio della storia delle classi.

La carità consiste nella "opzione per i poveri", cioè coincide con l'opzione per la lotta di classe. Di fronte al "falso universalismo", la parzialità e il carattere di parte dell'opzione cristiana viene sottolineata con forza: l'annuncio del "regno di Dio" e il discorso della montagna sarebbe in realtà la scelta da parte di Dio a favore dei poveri.

Sottolineiamo anche l'interpretazione del tutto deviante della morte e della risurrezione che viene offerta da uno dei leader delle teologie della liberazione. Egli stabilisce, contro le concezioni "universalistiche", che la risurrezione è – in primo luogo – una speranza per coloro che sono crocifissi, i quali costituiscono la maggioranza degli uomini.


Una conclusione

Se si cerca di trarre un giudizio globale, bisogna dire che quando uno cerca di comprendere le opzioni fondamentali della teologia della liberazione, non può negare che l'insieme contenga una logica quasi inoppugnabile. Con le premesse della critica biblica e dell'ermeneutica fondata sull'esperienza da un lato, e dell'analisi marxista della storia dall'altro, si è riusciti a creare una visione di insieme del cristianesimo che sembra rispondere tanto alle esigenze della scienza quanto alle "sfide morali dei nostri tempi". E pertanto si impone agli uomini in forma immediata il compito di fare del cristianesimo uno strumento della trasformazione concreta del mondo, il che sembrerebbe unirlo a tutte le forze progressiste della nostra epoca.

Si può quindi comprendere come questa nuova interpretazione del cristianesimo attragga sempre più teologi, sacerdoti e religiosi, specialmente sullo sfondo dei problemi del terzo mondo. Sottrarsi ad essa deve necessariamente apparire ai loro occhi come un'evasione dalla realtà, come una rinuncia alla ragione e alla morale. D'altro canto, se si pensa quanto sia radicale l'interpretazione del cristianesimo che ne deriva, diviene tanto più urgente il problema di che cosa si possa e si debba fare di fronte ad essa. Solo se noi riusciremo a rendere visibile la logica della fede in una maniera altrettanto cogente e a presentarla nell'esperienza vissuta come logica della realtà, cioè come forza reale di una risposta migliore, noi supereremo questa crisi.

Proprio perché le cose stanno in questo modo (cioè proprio perché pensiero ed esperienza, riflessione ed azione sono in egual misura sollecitate), tutta la Chiesa è qui interpellata. La sola teologia non basta, il solo magistero non basta: poiché il fenomeno "teologia della liberazione" segnala una carenza di conversione nella Chiesa, una carenza in essa di radicalità della fede, soltanto un di più in conversione e in fede renderanno possibili e risveglieranno quelle intuizioni teologiche e quelle decisioni dei pastori che corrispondono alla gravità del problema.

 

I DOCUMENTI

Congregazione per la Dottrina della Fede:
LIBERTATIS NUNTIUS. Istruzione su alcuni aspetti della "Teologia della Liberazione" (6 agosto 1984)
LIBERTATIS COSCENTIA. Istruzione su libertà cristiana e liberazione (22 marzo 1986)

Questi due documenti, che devono essere letti l’uno alla luce dell’altro, hanno contribuito a precisare l’autentico significato evangelico di alcuni concetti fondamentali della Teologia della liberazione che venivano arbitrariamente presentati secondo un’ottica ideologica o classista riprese dell'ideologia marxista. Nel 1985, commentando alla Radio Vaticana l'istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Libertatis nuntio, Carlo Maria Martini ha messo in guardia dalle «idolatrie storiche» affermando: «Una lettura cosiddetta "marxista" della Scrittura risulta un vicolo cieco e non rende ragione né alla critica storica e letteraria né all'intelligenza della fede». Il cardinale si augura che il documento abbia ampia diffusione, perché bisogna saper distinguere l'anelito alla libertà, alla giustizia e alla liberazione «dagli impulsi negativi che si frammettono, separare cioè il buon grano dalla zizzania, evitando di strappare con la zizzania il grano buono».


Congregazione per la Dottrina della Fede (14 marzo 2007):
NOTIFICAZIONE sulle opere di P. Jon Sobrino S.I.

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato una Notificazione su alcune opere del padre Jon Sobrino, della Compagnia di Gesù. Il padre gesuita è nato 68 anni fa in Spagna e da 50 anni vive in Salvador. La Notificazione afferma che “diverse proposizioni possono nuocere ai fedeli, a causa della loro erroneità o pericolosità”: tra queste il concetto di Chiesa dei poveri e di opzione esclusiva a loro favore, la negazione del valore normativo delle affermazioni del Nuovo Testamento e dei grandi Concili della Chiesa antica mettendo in dubbio punti cruciali della fede, come la divinità di Gesù Cristo, l’Incarnazione del Figlio di Dio, la relazione di Gesù con il Regno di Dio, la sua autocoscienza ed il valore salvifico della sua morte. Le opere in questione sono due: “Jesucristo liberador. Lectura històrico-teològica de Jesùs de Nazaret (Jesucristo)” e “La fe en Jesucristo. Ensayo desde las vìctimas (La fe)”.

LE TESI CONTESTATE – Questi sono i principali punti oggetto del dissenso. Padre Sobrino afferma che “la Chiesa dei poveri” è il luogo ecclesiale per interpretare Cristo e per configurare “fondamentalmente” la cristologia. Si risponde: la Chiesa deve certo prestare attenzione e amore, in senso privilegiato, ma non esclusivo, ai poveri; però il luogo teologico fondamentale per la conoscenza della dottrina della Chiesa è la fede apostolica secondo la Vivente Tradizione della Chiesa. Padre Sobrino sostiene che le formule dogmatiche dei Concili sono “limitate e pericolose”. Si nota: esse sono limitate quanto al loro contenuto; non dicono tutto, né possono dirlo. Però, per il carisma del Magistero ecclesiastico, esprimono realmente verità cristiane e non sono “pericolose” ai fini della reale conoscenza ecclesiale della Parola. Si osserva che i “difetti” metodologici nei due scritti di padre Sobrino sono all’origine di alcuni suoi errori su Cristo.

Dal punto di vista contenutistico, due sono gli errori circa la divinità di Gesù Cristo e la Incarnazione del Figlio di Dio. Primo: contrariamente alla dottrina cattolica, padre Sobrino scrive che nel Nuovo Testamento la divinità di Gesù Cristo è presente solo “in germe”; non ritiene con la “dovuta chiarezza” che in passi dello stesso Nuovo Testamento è affermata la divinità di Gesù in senso stretto e che, perciò, lo sviluppo dogmatico è in una chiara continuità con il Nuovo Testamento. Quanto all’Incarnazione del Figlio di Dio, padre Sobrino “stabilisce una distinzione fra il Figlio e Gesù, che suggerisce al lettore la presenza di due soggetti /due individui/ in Cristo: il Figlio assume la realtà di Gesù; il Figlio sperimenta l’umanità, la vita, il destino e la morte di Gesù. Non risulta con chiarezza che il Figlio è Gesù e Gesù è il Figlio”. Secondo: contrariamente alla errata nota teologia dell’homo assumptus in cui l’Autore appare collocarsi, la Fede cattolica afferma l’unità della persona di Gesù in due nature, quella divina e quella umana (Concili di Efeso e soprattutto di Calcedonia). Gesù di Nazaret è vero perfetto Dio e vero perfetto uomo. L’unità della persona di Cristo “in due nature” fondo in Gesù la cosiddetta comunicatio idiomatum, ossia “la possibilità di riferire le proprietà della divinità all’umanità e viceversa”. Solo sulla base di questa possibilità, Maria è “genitrice di Dio”, Madre di Dio (Concilio di Efeso).

In seguito a questa visione cristologica errata, sempre secondo la Notificazione, seguono tre ulteriori errori: la relazione di Gesù con il Regno di Dio, la autocoscienza di Gesù e il valore salvifico della sua morte. Primo: padre Sobrino “afferma certamente l’esistenza di una relazione speciale fra Gesù Cristo (mediador) ed il Regno di Dio (mediación), in quanto Gesù è il mediatore definitivo, ultimo ed escatologico del Regno”. Però “Gesù e il Regno vengono distinti in modo tale che il vincolo fra essi risulta privato del suo contenuto peculiare e della sua peculiarità”. Nota la Congregazione: in un certo modo il Regno di Dio si identifica con Gesù; esso infatti è presente e si compie in Lui. Inoltre, data la divinità di Cristo, la sua mediazione salvifica è singolare, unica, cioè a Lui solo propria, e assoluta e universale (Dichiarazione Dominus Jesus). Secondo: padre Sobrino afferma che Gesù di Nazaret è un “credente come ognuno di noi”. Si osserva: ciò non salva la particolare relazione filiale di Gesù con il Padre; essendo Gesù Figlio di Dio fatto uomo, Egli ha, fin dal primo istante della sua esistenza, una visione diretta e immediata del Padre, una visione beatifica. Terzo: padre Sobrino della morte di Cristo enfatizza il valore di esemplarità e non ne afferma sufficientemente, chiaramente il valore di efficacia salvifica. Ora, si rileva nella Notificazione, la morte di Gesù di Nazaret ha certo un valore esemplare, ma non solo esemplare; essendo Dio fatto uomo ha pure un singolare, particolare valore salvifico: è causa di salvezza per tutti gli uomini. Gesù, lo ripetiamo, è vero Dio e vero uomo.

 

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