| 
PREGHIERA






|
COMBATTIMENTO SPIRITUALE
Il peccato
IL PECCATO – In ebraico, il verbo "peccare" significa "mancare l'obiettivo", "sbagliare bersaglio". Quale bersaglio? Quello della felicità e della realizzazione di sé stessi. Non si tratta pertanto di un'infrazione a un codice divino, ma di una deviazione volontaria di percorso. L'uomo che tradisce sua moglie traduce volontariamente, sbagliando, il termine "adulterio" con "felicità". Per questo, l'apostolo Giovanni nella sua prima lettera scrive: «Se diciamo: "siamo senza peccato", inganniamo noi stessi, e la verità di Dio non è in noi» (1 Gv 1,8). Il peccato è dunque la grande malattia che impedisce all'umanità di trovare la gioia vera, e questo avviene perché «blocca l'individuo su una qualsiasi creatura fatta assurgere ad assoluto, e in primo luogo la creatura che è egli stesso; la creatura perde la propria trasparenza; offuscata dal peccato, non lascia più trasparire Dio, come dovrebbe fare». (Jean-Marie Aubert)
OFFENDERE DIO – Se peccare significa ingannarsi sulla vera felicità e se la felicità sappiamo che risiede in Dio stesso in quanto l'uomo è fatto per l'infinito e solo Dio può colmare questa sua sete di infinito, il peccato risulta in definitiva anche un'offesa fatta a Dio. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica: «II peccato è un'offesa fatta a Dio: "Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto" (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l'amore Dio per noi e allontana da esso i nostri cuori» (n. 1850). «II ventre è il loro dio», denunciava l'apostolo Paolo duemila anni fa (Fil 3,19). Oggi potrebbe aggiungere: il sesso è il loro dio; i loro depositi in banca sono il loro dio; il loro successo professionale è il loro dio; il loro potere è il loro dio, ecc. Alla base di ogni peccato c'è in fin dei conti un'idolatria: noi scegliamo di considerare come dio ciò che non lo è, cerchiamo in una cosa finita il soddisfacimento di quei bisogni che però solo Dio può soddisfare. Noi possiamo fare due scelte di vita: deciderci per una vita con Dio oppure rifiutare Dio. La prima scelta, che come ci dice Gesù è una via più stretta, ci porta nella direzione della santità; la seconda scelta, che è una via più larga, ci porta alla perdizione.
CONVERSIONE A DIO – La parola "conversione" significa "cambiar direzione". Quale direzione? Quella della propria vita. Convertirsi significa dunque decidersi per una vita in cui mettiamo Dio al primo posto e intendiamo seguire un cammino di santità. La santità, infatti, non è un qualcosa che deve essere raggiunto da poche persone consacrate. Il Concilio Vaticano II invita tutti i fedeli, anche i laici, a vivere una vita di santità. La santità infatti altro non è che la perfezione dell'amore, che può essere raggiunta solo quando si è in comunione con Dio e con la Santa Chiesa. La conversione però non è mai un qualcosa che ha un inizio e un termine: la conversione è un lungo cammino che ci deve tenere impegnati per tutta la vita, fino all'incontro finale con Dio, quando raggiungeremo il termine della vita e potremo finalmente sprofondarci nell'amore delle braccia del Padre. Il cammino per raggiungere la santità è graduale e non privo di difficoltà. Se il cammino verso la perversione e la cattiveria è fatto di continui atti malvagi che ci portano a diventare duri di cuore, egoisti e cattivi, il cammino verso la santità la virtù è fatto di tanti atti virtuosi.
LA PERDIZIONE ETERNA – Uno delle scelte più pericolose per la nostra vita è quella della ostilità a Dio, del rifiuto della sua Legge, del rifiutarsi di essere creature a lui dipendenti. Si tratta di una scelta apprentemente più comoda e facile, frutto di un atteggiamento di superbia, ma che ha delle tragiche conseguenze già su questa stessa vita terrena perché ci fa vivere incuranti di ciò che la nostra coscienza ci dice. La coscienza, infatti, voce di Dio impressa nella nostra anima che ci indica il bene da fare e il male da evitare. Infatti la coscienza, dopo che abbiamo compiuto il bene, ci approva mentre se al contrario abbiamo compiuto il male ci disapprova e si fa sentire "come un cane che abbaia" (S. Caterina da Siena) per indicarci che siamo sulla via sbagliata. "Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro" (Gaudium et spes, 16). Se però abbiamo deciso di percorrere questa via di perdizione, Dio ci viene ancosa a cercare, come ci viene raffigurato dalla parabola del Padre Misericordioso, e questo lo fa perché pvuole salvarci. Il mezzo più comune è quello del rimorso della coscienza. In tal caso noi ci troviamo davanti a due possibilità:
• ascoltare la coscienza che ci rimorde, riconoscendo di avere sbagliato e ritornando sulla retta via
• soffocare la coscienza perché ne siamo infastiditi e perché vogliamo proseguire sulla nostra via del male che soddisfa la nostra fame di mondo: proseguendo e perseverando su questa strada si può arriva a fare il male senza più provare alcun rimorso. Ciò avviene perché Dio ci ha progressivamente abbandonato alla nostra decisione e rispetta la nostra libertà. Rifiutare Dio e rifiutare la sua Legge comporta dunque il soffocamento della coscienza, e questo fatto è molto pericoloso perché porta all'indurimento del cuore, all'impenitenza finale e infine alla perdizione eterna.
IL LIMITE DELLA MISERICORDIA DI DIO – Alla misericordia di Dio non sono mai di ostacolo i peccati commessi, anche i più gravi, ma è di ostacolo insormontabile la libera volontà dell'uomo di continuare a commetterli, di rimanere in una condizione peccaminosa e di non cambiare vita. Nel Cristianesimo il perdono del Padre avviene a condizione che ci si impegni a cambiare, infatti l'annuncio della misericordia evangelica si basa sulla parola «convertitevi!», non «andate avanti». Infatti l'atteggiamento di chi lascia correre non è quello di chi è misericordioso e di chi vuol salvare, ma di chi si dichiara estraneo, indifferente e disinteressato. Dio invece si dà da fare per la nostra salvezza fino ad arrivare al dramma del Calvario perché le aberrazioni umane finiscano e gli sbandati ritornino sulla retta via.
IL PECCATO È SCHIAVITÙ – Gesù ha parlato espressamente nel Vangelo che chi fa il male diventa poi schiavo del peccato. Molti invece ritengono che il peccato è un esercizio della libertà umana (si tratta della teoria del libertinismo, ossia del fare ciò che si vuole purché non si incappi nelle leggi civili). La libertà umana è fondata sulla libera volontà dell'uomo di autodeterminarsi liberamente di fronte alla via del bene e alla via del male. La volontà è però una tendenza al bene e se noi non la esercitiamo nel scegliere il bene rischiamo che perda la sua facoltà di scegliere il bene. Noi, scegliendo di fare il bene, anche quando costa, ci realizziamo sempre come persone veramente libere perché capaci di dominare le passioni e di disporre di sé stessi, mentre nel caso contrario si finisce nel soccombere al dictat delle passioni.
IL SENSO DI COLPA – Il senso di colpa non è sempre l'esito del peccato ma può essere anche la conseguenza di una educazione sbagliata. I sensi di colpa patiti da adulti si radicano infatti sulle sensazioni incresciose dell'infanzia e si amplificano a causa degli errori coscienti, commessi da adulti. Spesso si insinua in modo subdolo dentro un individuo, per poi scoppiare all'improvviso sicché al malcapitato non rimane che scegliere tra la continua vergogna, la ricerca di giustificazioni o il perdono a sé stesso e a chi ha contribuito a instillare in lui il terribile senso di colpa.
• La vergogna. Molti si sentono rodere lo stomaco da continue sensazioni di indegnità, e qualsiasi azione compiano sono sempre propensi ad accusarsi di aver sbagliato, eppure, nello stesso tempo, non sopportano di confessare ciò a sé stessi. La vergogna li ghermisce all'improvviso, segnando la loro vita con un continuo e implacabile sottofondo amaro.
• La coonestazione. Queste persone si arrampicano sugli specchi per convincersi o per convincere gli altri, che un determinato errore da loro commesso era in realtà un'azione pulita e ineccepibile. Si tratta di individui che patiscono profondi sensi di colpa e cercano di alleviarli tentando di autoconvincersi di non aver mai sbagliato.
• Il perdono. Solamente il perdono può trasformare i sensi di colpa in fattori di maturazione e di benessere. Si inizia con il perdonare a sé stessi, si prosegue con il perdonare agli altri che sono stati disattenti verso di noi, e si termina con il perdonare a coloro che hanno mostrato Dio non come un Padre misericordioso ma come offeso, vendicativo, punitore, arrabbiato e stampando questa falsa immagine truculenta nel nostro sottofondo emotivo. Se la vergogna e la coonestazione confermano i sensi di colpa, soltanto il perdono (in particolar modo tramite il Sacramento della Riconciliazione o Confessione) li allevia, li svigorisce e, alla fine, li scioglie.
|
Combattimento spirituale

|