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PREGHIERA






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PAROLA DI DIO
Evangelizzare oggi
Evangelizzare non significa fare opera di settarismo o proselitismo ma testimoniare la verità nella carità
La Chiesa primitiva è una Chiesa che evangelizza con entusiasmo ed efficacia. Ma evangelizzare oggi è lo stesso che al tempo degli Atti degli apostoli? Sì e no. Sì, nel senso che identico è l'oggetto del messaggio e identici sono i bisogni del cuore umano, identica è la sorgente che è lo Spirito Santo e identici i grandi mezzi dell'annuncio e della testimonianza. No, nel senso che molte delle condizioni esterne dell'annuncio sono mutate, e occorre tenerne conto. Per questo si parla oggi di nuova evangelizzazione. È infatti facile confondere nella pratica la evangelizzazione o la missione con forme varie di proselitismo o comunque di propaganda di un'idea o di una dottrina. È anche frequente l'errore di non tener conto delle prospettive mutate, applicando ai contesti odierni forme di evangelizzazione non più attuali. Molti poi ritengono ancora che l'evangelizzazione e la missione riguardino anzitutto i preti e ben poco i laici cristiani.
Che cosa è dunque l'evangelizzazione? Essa designa un duplice aspetto: negativo e positivo. In negativo, evangelizzare è "salvare dal male": tirar fuori dal non senso, dalla frustrazione e dalla noia, dalla disperazione, dal disgusto della vita, dalla incapacità di amare, dalla paura del dolore e della morte. E dare risposta alle invocazioni più profonde di ogni coscienza umana. In positivo, evangelizzare è comunicare il "Vangelo", la buona notizia su Gesù: la buona notizia che Dio ci ama davvero, tutti e ciascuno, e che Gesù è morto e risorto per la nostra salvezza per liberarci dal peccato e dal male; la buona notizia del regno che viene in Gesù e che si realizza gradualmente nella nostra adesione a Lui, nel diventare con Lui un solo Corpo, nell'entrare nella vita della Trinità.
Evangelizzare non è soltanto comunicare verbalmente la buona notizia, ma comunicare vita, collaborare con lo Spirito del Risorto che attrae ogni uomo per farlo una cosa sola in Gesù col Padre. Tutti coloro che sono divenuti uno con Gesù e fanno unità nel suo Corpo, la Chiesa, sentono quell'anelito che ha fatto dire a Gesù dopo la sua risurrezione: «Predicate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). L'evangelizzare suppone dunque che si sia assimilata nel cuore la realtà del "Vangelo", la sua ricchezza, la sua gioia, la pienezza di orizzonti che esso apre, il senso della vita che esso ci fa scoprire al di là di tutte le delusioni e le sofferenze e al di là della morte. Si tratta di cogliere come il Signore, che è la nostra ricchezza ora e per sempre, desidera essere la ricchezza e la salvezza di tutti, riempiendo ciascuno di quella pienezza di senso che a me è stata concessa.
Chi pretende di "evangelizzare senza Vangelo", cioè di fare opera di proselitismo attirando alla Chiesa ma senza comunicare quegli orizzonti luminosi di senso e di vita che il Vangelo apre a ogni persona umana, rischia di cadere sotto la condanna di Gesù: «guai a voi che percorrete la terra e il mare per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi» (Mt 23,15).
Evangelizzare è dunque comunicare, irradiare qualcosa di quella "buona notizia" e di quell'esperienza del regno che riempie la nostra vita. Di ciò noi abbiamo il mandato esplicito da Gesù, che vuole far partecipe ogni creatura di questi orizzonti di salvezza. Ne abbiamo un dovere di solidarietà per non lasciare privi altri di quelle prospettive di senso che rispondono agli interrogativi più profondi dell'uomo. Ne abbiamo un mandato sacro da tutti coloro che sono morti o hanno subito la tortura per la libertà di questo messaggio in favore di ogni persona umana. Non possiamo perciò sottrarci a questo mandato senza rinnegare quella qualità di vita che il Vangelo del regno ci fa gustare: «Guai a me se non evangelizzo!» (1 Cor 9,16).
Quali sono i diversi livelli in cui il Vangelo è vissuto?
Guardando le cose dal punto di vista del soggetto che riceve l'annuncio evangelico è opportuno distinguere molteplici livelli di vita in cui la buona notizia si incarna nella persona e nel suo vissuto individuale e sociale. Ne indichiamo alcuni.
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Il Vangelo è vissuto anzitutto come dono "interiore"
che dà gioia, riempie la vita, fa gustare una
pace e una calma dello spirito che niente può turbare.
È il dono di quella vita libera dall'angoscia di cui
parla il discorso della montagna con le espressioni: «guardate
gli uccelli del cielo [...], osservate come crescono i gigli
del campo [...] cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (cf Mt
6,26-33).
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Dall'intimo del cuore il Vangelo irradia nella totalità
della propria "vita personale", come fonte di senso
e di valori per tutta la vita quotidiana. Le azioni
di ogni giorno appaiono ricche di significato, i gesti del rapporto
quotidiano acquistano verità e pienezza. Le pagine della
Scrittura danno luce sulle vicende della giornata, la preghiera
riempie il cuore di conforto e sostiene nel cammino, i sacramenti
danno il gusto di essere in Gesù e nella Chiesa.
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Si apre di qui lo spazio della vita di "carità"
come spinta ad amare come Gesù ha amato, con
particolare attenzione ai più poveri, e lo spazio della
vita della "comunità cristiana" come luogo
di significati e di valori che rischiarano il cammino della
vita e di gesti sacri (in particolare i "sacramenti")
che riempiono l'esistenza. Nasce la possibilità di intessere
rapporti autentici, di crescere nella comunione e nella vera
amicizia. Le singole relazioni umane ne vengono illuminate fino
alla costituzione di quell'alleanza in Cristo che è il
sacramento del matrimonio.
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Gli orizzonti della "vita sociale" appaiono
come orizzonti di un'azione per la giustizia e la solidarietà,
di dedizione ai più poveri, come spazio per un servizio
al bene comune nella vita professionale e civile e per l'irradiazione
di quei significati della vita che il Vangelo ha insegnato a
riconoscere.
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Gli orizzonti "al dì là della vita"
non vengono più emarginati come fonte di paura ma si
aprono a speranze che confortano nelle prove. Di qui
appare evidente che per comunicare il Vangelo occorre che esso
sia operante in noi a questi molteplici livelli, anche se sempre
in stato di acquisizione e di crescita. Non possiamo irradiare
se non ciò che in qualche modo lo Spirito ha messo dentro
di noi e fa crescere pur nelle resistenze del nostro cuore.
I diversi livelli qui evocati si compenetrano
e si richiamano a vicenda. Nelle diverse persone e storie individuali
può essere più evidente ora l'uno ora l'altro di essi.
Il Vangelo però è forza penetrante che tende a pervadere
l'intera esistenza.
Quali i diversi contesti o ambiti di comunicazione del Vangelo?
Dal momento che la realtà del Vangelo del regno abbraccia tanti aspetti dell'esistenza umana, da qui fino al compimento eterno, ne deriva che molti e molteplici sono i contesti o ambiti in cui tale realtà può essere comunicata. Si può partire dai più semplici e in apparenza quasi profani per giungere fino a quelli che coinvolgono in pieno nella vita della comunità cristiana e nel servizio delle istituzioni ecclesiastiche.
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Un contesto o ambito che possiamo ritenere primario
è quello del "senso della vita". La
vita vissuta secondo il Vangelo non appare più come assurda
o dominata dal caso, ma come ricca di senso e degna di esser
vissuta, anche nei suoi lati oscuri e dolorosi. L'irradiare
attorno a sé, con il proprio modo sereno e convinto di
fare le cose, che la vita ha un senso, che vivere non è
un'avventura assurda e cieca, che esistono valori per cui vivere,
che vale la pena essere onesti, giusti, sinceri, è un
primo grande servizio di evangelizzazione. Di esso la gente
ha un bisogno enorme. Oggi il dubbio se valga o no la pena di
vivere con un certo ordine o non sia piuttosto il caso di lasciarsi
vivere alla rinfusa e secondo le attrazioni del momento è
molto diffuso. Questa incertezza esistenziale, questo pessimismo
sulla vita è causa di disimpegno, frustrazione, noia,
ricerca continua di evasioni e di eccitazioni, al limite anche
disperazione. Quanto bene può fare oggi un cristiano
laico col suo solo credere a ciò che fa, nel campo familiare
e professionale! Quanto conforto nasce da questo primo semplice
modo di evangelizzare!
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Ciò vale in maniera particolare quando il contesto
è quello del dolore e della malattia. Il far
intendere, con la pace del cuore e la serenità nelle
prove, che le malattie e le disgrazie non sono la cosa più
brutta della vita; il far capire che non tutte le partite si
chiudono in questa vita, ma che c'è una speranza più
alta, è un grande atto di evangelizzazione. Ciò
non ha bisogno neppure di molte parole e argomenti: è
una persuasione che chi crede irradia col suo modo di guardare
e di parlare, di affrettarsi con calma e di rispondere con pazienza,
di sopportare il male e infondere speranza nel bene. Si giunge
così persino a far intrawedere non solo che la vita ha
comunque un significato, ma anche uno sbocco, che supera la
stessa oscurità della morte.
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Un altro contesto per la comunicazione del Vangelo
è quello della comunione. Si tratta di far comprendere
in pratica che non è necessario guardarsi da tutti come
nemici o possibili concorrenti, anzi ha senso ed è praticabile
un modo di vita solidale, in cui la fiducia degli uni negli
altri costruisca comunità autentiche, e una prassi di
solidarietà che porti a un interesse per ogni forma di
liberazione dell'uomo.
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Un quarto ambito è quello del superamento delle
inimicizie: non solo sono possibili amicizie sincere
senza sottintesi mercantilistici, ma ci è addirittura
dato di superare le situazioni di odio e di conflitto traendo
bene dal male e perdono dall'odio. Si vede di qui come questi
e simili ambiti sono esprimibili in termini semplicemente umani
e "laici", anche se sono resi possibili da quella
luce che in contesti più precisi diventa quella del Gesù
dei vangeli e in particolare del discorso della montagna, del
Cristo morto e risorto per la nostra salvezza, della Chiesa
come comunità di coloro che sono "in Cristo",
dell'istituzione ecclesiastica come riferimento normativo e
sicuro per coloro che cercano Dio con tutto il cuore.
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Un ambito molto importante per la comunicazione del
Vangelo è quello che il Papa ha ricordato nella sua lettera
Tertio millennio adveniente con le parole "sconfìggere
il male". «Cercando l'uomo tramite il Figlio,
Dio vuole indurlo ad abbandonare le vie del male, nelle quali
tende a inoltrarsi sempre di più. "Fargli abbandonare"
quelle vie vuol dire fargli capire che si trova su strade sbagliate;
vuol dire sconfiggere il male diffuso nella storia umana. Sconfiggere
il male: ecco la Redenzione» (n. 7). Gesù
manda i discepoli a guarire gli infermi, a risuscitare i morti,
a sanare i lebbrosi, a cacciare i demoni. Oggi v'è un
enorme bisogno di uomini e donne fortemente cristiani, dal cuore
grande, capaci di impegnarsi nel risanamento del cuore umano
e delle strutture ingiuste. Gesù indica il "cuore"
come causa di ogni malvagità (cf Mc 7,20-23).
Lo dice con chiarezza anche Pietro al mago Simone: «Il
tuo cuore non è retto davanti a Dio» (At
8,21). Il risanamento del cuore e il conseguente cambio delle
strutture di peccato in cui si sono accumulati e come solidificati
gli errori e i peccati dell'umanità è un atto
che manifesta la forza di quel Vangelo che ci insegna a rendere
bene per male, a trarre il bene dal male, a vincere il male
col bene. Di qui appare evidente che per «dare ragione
della speranza che è in noi» (1 Pt 3,15)
occorre che questa speranza davvero ci sia nel nostro cuore,
che il Vangelo ci illumini interiormente, che la visuale del
regno ci sia familiare e che tutto ciò appaia nel nostro
modo di parlare e di agire, semplice e onesto, concreto e fattivo,
non pettegolo né saccente, modesto e fiducioso, aperto
a ogni realtà umana e rispettoso di tutti. È così
che l'evangelizzazione supera il rischio del "proselitismo".
Mentre esso è l'espressione di un gruppo chiuso che cerca
semplicemente di allargare il numero degli adepti, l'evangelizzazione
è l'espansione spontanea e lieta di quel senso della
vita che ci è stato dato di trovare come dono dall'alto.
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Sacra Scrittura

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