|

GIOVANNI PAOLO II





|
IL PONTIFICATO DI GIOVANNI PAOLO II
Messaggero di pace
In definitiva la pace si riduce al rispetto dei diritti
inviolabili dell'uomo, mentre la guerra nasce dalla violazione di
questi diritti
di RITA SALERNO

La sequenza del veemente appello per la
pace lanciato dal Papa a margine dell'Angelus
di domenica 16 marzo 2003, alla vigilia dell'attacco anglo-americano
all'Iraq
La pace è, con l'aspirazione all'unità
dei cristiani, il caposaldo di tutto il pontificato di Karol Wojtyla.
È impossibile non riconoscere il contributo considerevole
dato da Giovanni Paolo II alla pace nel mondo. Specie negli ultimi
scampoli del tormentato secolo ventesimo e agli albori del terzo
millennio cristiano. In questo, il suo magistero riprende e aggiorna,
con accenti inediti, alla luce del nuovo scenario internazionale,
l'eredità dei predecessori. Il «Mai più la guerra!»
di Paolo VI e la Pacem
in terris di Giovanni XXIII s'intrecciano nella predicazione
di Giovanni Paolo II, che trae spunto anche dalla condanna della
guerra già contenuta nel Concilio Ecumenico Vaticano II.
Originale è, in questo senso, la richiesta di perdono per
il peccato commesso dai cristiani con la guerra.
Nella prima enciclica del suo pontificato, la
Redemptor
hominis, del 4 marzo 1979, il Papa individua nel rispetto
dei diritti umani l'unico cammino per assicurare la pace tra i popoli.
«In definitiva – scrive il Pontefice – la pace si
riduce al rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo – opera di
giustizia è la pace –, mentre la guerra nasce dalla violazione
di questi diritti».
Questo legame tra giustizia e pace costituirà
il punto nodale degli innumerevoli interventi pontifici per la realizzazione
della pace nel mondo, sia in ambito locale e regionale, sia in prospettiva
mondiale. Un magistero ricchissimo, quello di Giovanni Paolo
II, a cominciare dai suoi messaggi per la Giornata mondiale della
Pace, che si celebra ogni anno il 1° gennaio. Altrettanti moniti
a una pacifica convivenza tra i popoli, altrettanti richiami al
dovere della pace. Pagine di un sillabario sulla concordia da sfogliare
con attenzione, dove è chiaro l'intento pedagogico, come
nel messaggio del 1979 (Per
giungere alla pace, educare alla pace) e in quello del
2004 (Un
impegno sempre attuale: educare alla pace).
Se è vero che la Giornata mondiale della
Pace è diventata una risorsa per tutta l'umanità,
anno dopo anno, per merito del Papa, non meno importante per la
causa della pacifica convivenza tra i popoli è la tradizionale
udienza riservata al corpo diplomatico presso la Santa Sede nei
primi giorni di gennaio. Occasione privilegiata che Giovanni Paolo
II ha sempre sfruttato per uno sguardo a tutto campo sulla situazione
internazionale e per dare un personale contributo alla concordia
tra le nazioni. Nei suoi discorsi è possibile leggere in
filigrana l'ansia del Pastore della Chiesa universale per la promozione
della pace, della giustizia e della solidarietà nella comunità
internazionale.
Parole, ma anche fatti concreti accompagnano
gli anni del pontificato wojtyliano, come provano i viaggi a popoli
in guerra o visite in zone sconvolte dal terrorismo, le iniziative
collaterali (incluso il coinvolgimento nell'azione di pace degli
episcopati e delle religioni) e la dottrina del dovere da parte
della comunità internazionale di fermare le guerre disarmando
l'aggressore.
Ma non di solo magistero è intessuta la
trama della pace nella mente del Papa. Per favorire una
nuova era di concordia, Giovanni Paolo II si è speso interamente,
compiendo viaggi internazionali, incontrando capi di Stato e di
Governo, uomini di cultura ed esponenti di spicco della società
civile, non lesinando messaggi perfino ai Parlamenti nazionali.
Dalla guerra delle isole Falkland al conflitto in Bosnia, dalla
guerra del Golfo alla crisi Usa-lraq, dall'area mediorientale alle
regioni dei Grandi Laghi in Africa: non c'è area infuocata
del pianeta che non abbia ricevuto attenzione dal Papa. In questo
disegno rientrano a pieno titolo le tre giornate mondiali di preghiera
e di digiuno per la pace nel mondo, nel 1986, nel 1993 e poi nel
2002.Tre tappe essenziali nel pontificato, scandite dalla preghiera,
dal pellegrinaggio e dal digiuno, in cui per la prima volta le parole
e i gesti di tutte le tradizioni religiose si fondono in un'unica
invocazione di pace. Ed è Giovanni Paolo II a chiudere l'assemblea:
«Mai come ora nella storia dell'umanità è diventato
a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente
religioso e il grande bene della pace. Ripeto umilmente qui la mia
convinzione: la pace porta il nome di Gesù Cristo.
Ma, nello stesso tempo e nello stesso spirito, sono pronto a riconoscere
che i cattolici non sono sempre stati fedeli a questa affermazione
di fede». E ai leaders mondiali il Papa
rivolge un appello: «Chiediamo pure a essi di riconoscere
le loro responsabilità e di porre in atto le strategie della
pace con coraggio e lungimiranza».
Non meno consistente è l'opera di pacificazione
promossa nei Balcani. Quando la gravissima crisi politica scoppiata
nel cuore dell'Europa assume i connotati di una guerra a sfondo
etnico, Giovanni Paolo II interviene con vigore per richiamare il
rispetto dei diritti di ogni persona e di ogni comunità nazionale.
Nello spazio di poco meno di un anno, dal 30 gennaio 1991 al 13
gennaio del 1992, il Successore di Pietro leva la sua voce per ben
37 volte durante la prima fase della crisi jugoslava. Alla preghiera
dell'Angelus di domenica 21 luglio 1991, dal Palazzo apostolico
di Castel Gandolfo, afferma: «Uno scontro armato di più
ampie proporzioni tra questi due popoli sarebbe, infatti, una inutile
catastrofe per la Jugoslavia, che potrebbe avere gravi ripercussioni
in Europa».
Quando lo spettro del conflitto si allarga anche
al Kosovo, Giovanni Paolo II fa di tutto per richiamare le parti
alla ragione. In seguito, ricevendo una delegazione di Premi Nobel
per la pace il 22 aprile 1999, dichiara: «Come potremmo non
rinnovare un vigoroso appello per la fine dei conflitti etnici nei
Balcani e dello scontro armato, per il ritorno del dialogo e del
rispetto per la dignità di tutte le persone e di tutte le
comunità, nel nome dei diritti umani fondamentali!».
Un'azione che si fa insistente in occasione della
crisi irachena. Il Papa segue l'evolversi della situazione con attenzione
e l'opera di mediazione si fa pressante attraverso l'invio di suoi
rappresentanti personali, i cardinali Etchegaray a Baghdad e Laghi
a Washington, e intensificando i colloqui con i maggiori leaders
europei. Interventi ripetuti e appassionati, come nelle riflessioni
domenicali, che hanno messo in evidenza l'estraneità dell'aspetto
religioso dal conflitto, specialmente all'opinione pubblica araba
o di fede islamica.
Fonte: Giovanni Paolo II: Uomo di Dio tra gli
uomini, supplemento al N.4/2005 de Il Segno
IL LIBRO PER APPROFONDIRE
Dio non vuole la guerra in Iraq
|

R. Caniato - A. M. Valli
DIO NON VUOLE LA GUERRA IN IRAQ
Intervista con Slamon Warduni Vescovo di Baghdad
Edizioni Medusa
|
È l'appello di un uomo di fronte ai venti di guerra che minacciano di sconvolgere gli equilibri tra l'Occidente e i Paesi mediorientali. Slamon Warduni, vescovo di Baghdad, spiega in questa intervista chi cerca la pace e chi vuole la guerra, qual è il vero stato del dialogo tra cristianesimo e Islam, in un Paese, l'Iraq – sottoposto a un embargo che "non solo è un'autentica guerra, ma è la peggiore con cui siamo chiamati a confrontarci – in cui i cristiani sono il 3% della popolazione eppure Aziz, un cattolico di rito caldeo, è il vicepremier. Accanto ai ritratti insoliti di Bush e Saddam, Slamon Warduni mette in campo l'argomento petrolio, quello della sopravvivenza a rischio dei cristiani in Iraq, la questione che "forte" non sempre – non ora – è sinonimo di "buono"... Sullo sfondo, i pronunciamenti del Papa, delle comunità cristiane di Baghdad e dei vescovi americani, e la cronologia dell'ultimo secolo di vita in Iraq. |
|
IL PONTIFICATO

|