| Carlo Caffarra
Torniamo a chiederci che cos'è l'amore
Il dramma dell'uomo moderno sta nella crisi delle sue relazioni
personali
L'alternativa posta nel titolo di questo
breve saggio indica l'alternativa fondamentale attinente alla
verità sull'uomo e al contempo sostiene la tesi che
l'insegnamento di Karol Wojtyla/Giovanni Paolo II sull'uomo
trova nel "principio personalista" la sua chiave
di volta. Cogliere la formulazione come alternativa non è
oggi facile, dal momento che la sinonimia individuo/persona
è un dato di fatto nel linguaggio comune. Risultato,
questa sinonimia, di una progressiva perdita del concetto
di persona quale era stato elaborato dal pensiero cristiano,
soprattutto nel grande e faticoso dibattito trinitario e cristologico.
Abbiamo già così formulato tutte le idee fondamentali
che vorrei sviluppare nella seguente riflessione. Sono le
seguenti. Esiste una distinzione inadeguata fra "individuo"
e "persona", ma nella modernità abbiamo assistito
a una progressiva riduzione dell'essere-persona all'essere
individuo. Questa riduzione costituisce la vera caduta dell'uomo
fuori dalla sua verità, e quindi, la radice ultima
dei problemi attuali. L'antropologia di Karol Wojtyla/Giovanni
Paolo II affronta questa caduta, per riportare l'uomo alla
verità del suo essere-persona. Nei primi anni del suo
pontificato, Giovanni Paolo II dedicò una lunga serie
di catechesi del mercoledì al tema dell'amore umano,
in ordine alla costruzione di un'antropologia adeguata, come
egli stesso la qualificò. Mi sembra che questa costruzione
si fondi su tre pilastri o affermazioni fondamentali sull'uomo.
La prima: l'uomo è a immagine e somiglianza di Dio.
È questa la verità originaria riguardante l'uomo:
una verità non proposta all'uomo, ma semplicemente
donata dall'atto e coll'atto creativo di Dio. E quindi è
una verità che la libertà dell'uomo non potrà
mai interamente distruggere. Vorrei fermarmi brevemente su
questa originaria verità antropologica. Con essa si
afferma che l'uomo non è semplicemente il momento di
un processo evolutivo, né il prodotto di un processo
storico. L'uomo, ogni uomo esiste in una verità dell'inizio
creata da Dio coll'uomo stesso, che lo pone al di sopra di
ogni altra realtà finita visibile. Ciò che sto
dicendo potrebbe essere espresso con questa proposizione,
vera anche se rimasta puramente ipotetica: ogni uomo, ne esistesse
anche uno solo, costituisce per Dio il senso totale del mondo
della creazione e della redenzione. Con ciò, in sostanza,
si vuol dire che la realtà più consistente di
tutte, nell'universo dell'essere creato e della storia, è
il rapporto di Dio con l'uomo in quanto persona. "Con
ciò Dio ha … scelto l'uomo come quella realtà
nella quale anche tutta la grazia della redenzione deve accadere,
rivelarsi e in un certo senso "giustificarsi". Ciò
significa: l'azione di grazia svolta da Dio non va mai contro
l'uomo, non passa mai sopra la testa dell'uomo e non lascia
mai da parte l'uomo". (Karol Krenn, L'antropologia di
Giovanni Paolo II e la teologia della Chiesa, in Il Nuovo
Aereopago 5/3 autunno 1986, pag. 80). Quando Giovanni Paolo
II parla di "persona umana" intende in primo luogo
questa costituzione ontologica dell'uomo (a immagine e somiglianza
di Dio) e questa sua centralità nella storia.
La seconda: l'uomo è comunione interpersonale.
Il significato di questa seconda affermazione sull'uomo, in
primo luogo non è etico (= l'uomo deve avere un rapporto
di comunione con gli altri), ma ontologico. Essa descrive
chi è l'uomo. Mi sembra che questo sia il momento più
originale nella costruzione dell'antropologia adeguata di
cui parlavo, compiuta da Karol Wojtyla/Giovanni Paolo II.
Per coglierne la verità, occorre tener conto che la
vocazione alla comunione interpersonale ontologicamente fondata,
è significata originariamente dalla sessualità
umana, dal fatto che la persona umana è uomo-donna.
"Significata" ha qui il senso forte che solitamente
ha nel vocabolario cristiano. Si tratta di un fatto fisico-biologico
che è portatore di una realtà personale; un
fatto fisico-biologico in cui dimora un senso attinente alla
verità della persona come tale. È un fatto (la
divaricazione sessuale) che dice nel suo linguaggio proprio
una verità essenziale sulla persona: il suo "non
essere-bene" che resti sola, il suo essere fatta in modo
tale da trovare nella comunione con le altre persone la pienezza
del suo essere (= il suo bene). Giovanni Paolo II parlerà,
usando questa volta un termine esplicitamente cristiano, di
un "sacramento originario o primordiale".
Ritrovando nella sessualità umana
il linguaggio della persona come soggetto in relazione con
le altre persone, Giovanni Paolo II ha imboccato la via della
soluzione teorico-pratica di un difficile problema antropologico,
e ha reso necessaria un'analisi metafisica dell'amore.
Il problema antropologico
La vicenda umana, il nostro esistere è
attraversato dalla necessità di comporre una triplice
divisione strutturale che diventa anche contrapposizione congiunturale:
la divisione corpo-spirito dentro l'uomo (a); la divisione
uomo-donna (b); la divisione individuo-società (c).
(a) Identificando il corpo come linguaggio
della persona, Giovanni Paolo II riprende, dal punto di vista
metafisico, la tesi di S. Tommaso, che di fatto non è
mai risultata vincente nel pensiero cristiano: la tesi dell'unità
sostanziale della persona che afferma che la persona umana
è spirito e corpo. E dal punto di vista fenomenologico
registra questa tesi tommasiana come vera chiave di volta
della sua visione del sociale umano.
(b) La divisione uomo-donna va risolta non
negando la diversità, non affermando semplicemente
la complementarietà in una sorta di cultura androgina,
ma costituendo una comunione nella reciprocità dei
due modi fondamentali di essere persone umane.
(c) La divisione individuo-società
va risolta nell'unificazione creata da un vero bene comune,
oggettivamente vero e soggettivamente vissuto come tale dai
suoi membri. Solo il bene comune può essere la base
adeguata di ogni con-vivere umano, ed esso non può
che essere la realizzazione della persona. Da ciascuna di
questa triplice risposta antropologica nasce una categoria
etica: quella di integrazione, quella di comunione, quella
di partecipazione. Non possiamo sviluppare questo versante
etico del discorso antropologico di Giovanni Paolo II.
La metafisica dell'amore
Questa dimensione della persona - il suo
essere/dover essere nella comunione interpersonale - pone
il problema della verità ultima dell'amore. La domanda
di fondo ancora una volta non è "Che cosa devo
fare per amare una persona?", ma è "Che cosa
è l'amore di una persona?". Karol Wojtyla/Giovanni
Paolo II ripropone la centralità della domanda sulla
verità dell'amore tanto cara alla tradizione agostiniana.
Volendo stringere al massimo la sua visione dell'amore in
rapporto alla (verità della) persona, mi sembra di
poterla riassumere in tre affermazioni. La prima: "Ciò
che la persona è, il suo vero essere in quanto persona,
si attualizza solo nell'amore. Poiché la persona in
quanto tale è il bene supremo del mondo finito, l'amore
è la risposta suprema al valore e il bene più
perfetto del mondo" (J. Seifert, Essere e persona, ed.
Vita e Pensiero, Milano 1989, pag. 381). Esiste un rapporto
inscindibile fra amore e persona: se non sai la verità
sull'amore non puoi sapere la verità sulla persona,
e reciprocamente. La seconda: l'unione fra le persone raggiunge
il suo vertice non attraverso il reciproco conoscersi, ma
attraverso il reciproco amarsi. La terza: il supremo auto-possesso
e la suprema autonomia della persona si manifestano in modo
supremo nel dono di se stessi all'altro. Giovanni Paolo II
ama ritornare spesso su questo paradosso della persona: è
se stessa massimamente nel dono di se stessa. La terza: la
libertà dell'uomo è la capacità di operare
la verità nell'amore. La costruzione di un'antropologia
adeguata quale sopra abbiamo appena schizzata, esige di porre
al suo centro il discorso sulla libertà. "Al centro",
ho detto: non "il centro". Su questo la filosofia
di Karol Wojtyla e il Magistero di Giovanni Paolo II è
esplicito. Cito un solo testo: "L'uomo è se stesso
attraverso la verità. La relazione con la verità
decide della sua umanità e costituisce la dignità
della sua persona" (Karol Wojtyla, Segno di contraddizione,
ed. Vita e Pensiero, Milano 1977, pag. 133). La verità
del proprio essere-persona è affidata alla libertà,
ma la libertà non è potere di determinare la
verità di se stesso. La persona è/deve essere
libera nella verità e vera nella sua libertà:
veramente libera e liberamente vera. L'amore è l'espressione
più alta della persona perché ne esprime al
massimo la verità nel massimo della libertà.
Individuo e persona: un incontro impossibile?
In questa seconda e più breve parte
della mia riflessione vorrei rispondere alla seguente domanda:
la curvatura individualista che in Occidente ha subito la
metafisica della persona, in che rapporto si pone coll'antropologia
adeguata di Karol Wojtyla/Giovanni Paolo II? La mia risposta
in sintesi è articolata nei seguenti due momenti: la
domanda da cui viene generata quella curvatura è una
domanda sensata; la risposta data ha tradito teoricamente
e praticamente quella domanda che trova risposta nell'arricchimento
del concetto di persona operato da Karol Wojtyla/Giovanni
Paolo II.
Il fatto di ciò che ho chiamato
"curvatura individualista" è qui dato per
verificato. Da quale esigenza nasceva e quindi quale domanda
poneva? Dall'esigenza di affermare l'originalità dell'uomo
nell'universo dell'essere, ponendo questa originalità
- in questo consiste la "curvatura individualista"
- nell'affermazione del primato della libertà intesa
come negazione di ogni appartenenza. Sono sempre più
convito che le cifre dell'antropologia della modernità
si ritrovano, alla fine, tutte nella negazione di un'originaria
appartenenza della persona a un Altro. Sradicamento della
libertà dalla verità e della verità dalla
libertà; sradicamento della persona dalle relazioni
originarie: compare la figura dell'individuo. E dell'individuo
diviso in se stesso e da ogni altro.
La domanda che poneva, quindi, era circa
la verità della persona come verità della sua
libertà. Qual è la risposta che il Magistero
di Giovanni Paolo II dà a questa domanda seria? e ancor
prima l'antropologia di Karol Wojtyla? È espressa mirabilmente
in un suo testo poetico: "Ora io devo trovare me stesso
in te, se devo trovare te in me stesso. Non comprendi che
in questo caso tu non sei del tutto libera? L'amore, infatti,
non lascia libertà di volere né a chi ama né
a chi è amato e, nello stesso tempo, l'amore è
una liberazione dalla libertà, perché la libertà
solo per sé sarebbe orribile" (cit. da T. Styczen,
Essere se stessi è trascendere se stessi, in Karol
Wojtyla, Persona e atto, Rusconi Libri, 1999, pag. 727).
Il vero dramma dell'uomo permane sempre
lo stesso: è quello dell'amore. E ciò di cui
l'uomo ha più bisogno è che gli si dica la verità
sull'amore.
Concludo. La riflessione molto schematica
che ho condotto sopra mostra quanto meno come il Magistero
di Giovanni Paolo II debba essere ancora profondamente assimilato
per dare una risposta vera all'uomo di oggi, naufrago nel
mare della pura possibilità senza più alcuna
necessità. E nel mare della possibilità "anche
la bussola" scrive Kierkegaard "è dialettica,
e non è possibile distinguere quando l'ago magnetico
devia e quando indica la direzione giusta". Ecco perché
oggi l'uomo si trova nel suo più grave pericolo: chiamare
il suo autoassassinio atto di autocreazione.
Carlo Caffarra
(arcivescovo della diocesi di Ferrara-Comacchio)
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