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GIOVANNI PAOLO II





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GIOVANNI PAOLO II
Non temete la verità!
Mancanza di rispetto per la vita umana
La professione medica soffre oggi fondamentalmente
di una crisi di identità: c'è il pericolo grave che
questa professione nata e cresciuta come impegno di servizio all'uomo
sofferente, dalle ideologie venga deviata e impiegata a danno della
vita umana. Là dove la professione medica viene chiamata
a sopprimere la vita concepita; là dove viene impiegata alla
eliminazione del morente; là dove si lascia indurre a intervenire
contro il disegno del Creatore nella vita della famiglia o si lascia
portare dalla tentazione della manipolazione della vita umana e
quando perde di vista la sua autentica finalizzazione verso l'uomo
più sfortunato e più malato, essa perde il suo ethos,
diventa a sua volta malata, smarrisce e offusca la propria dignità
e autonomia morale.1
Per un mistero che affonda le sue radici nella
complessità e nella fragilità del cuore umano, l'opzione
per il bene e per il male si avvale sovente di strumenti identici.
Tecnologie capaci di essere dirette al bene, sono contestualmente
capaci di operare un male immenso, ed arbitro della loro applicazione
e del loro uso è soltanto l'uomo. Vi sono inoltre numerosi
progetti nel campo della ricerca scientifica che attendono da tempo
un maggiore sostegno per essere portati avanti e sono invece accantonati
per mancanza di fondi. Laboratori, dai quali si attende una parola
di speranza per combattere malattie particolarmente diffuse nel nostro
tempo, sembrano languire, certamente non per difetto di uomini preparati,
ma perché i finanziamenti necessari vengono dirottati su
piste di distruzione, di guerra e di morte.
E come non alzare vibratamente la voce contro
chi, nell'ombra, ignobilmente, con fini perversi, cerca di corrompere
questa ricchezza stupenda con tremendi surrogati di valori traditi,
con mortali allettamenti che, in un'esistenza in preda di delusioni
e talora vuota di ideali, trovano facile esca? Come dimenticare
le ormai innumerevoli vittime della droga, offerta fin dai primi
anni dell'adolescenza, e diventata poi catena ferrea di una obbrobriosa
schiavitù? Come dimenticare le devastazioni morali, che un'industria
altrettanto ignobile, o una mentalità permissiva ed edonistica
che permea parte dell'editoria e degli strumenti di comunicazione
attraverso l'immagine, han prodotto nell'animo di tanta gioventù
con l'edonismo sfrenato, proposto a norma di vita? Come dimenticare
la manipolazione della personalità dell'uomo in formazione
mediante i mass media, gli indottrinamenti ideologici, la presentazione
parziale e distorta della verità, la pornografia?
Su tutti questi sintomi preoccupanti di regressione
morale si innesta il fattore della violenza, in tutti i suoi stadi,
che obbedisce unicamente a una logica di distruzione e di morte,
che potrebbe, Dio non voglia, paralizzare l'aspirazione comune all'ordinato
progresso, alla concordia costruttiva, alla pace operosa. A questi
giovani, che oggi non hanno paura di uccidere o di ferire altri
giovani, altri uomini, io rivolgo in ginocchio, come il mio predecessore
Paolo VI, il grido di speranza e l'invito che ho fatto echeggiare
a Drogheda: «Faccio appello ai giovani che possono essere
stati irretiti in organizzazioni impegnate nella violenza. Io vi
dico, con tutto l'amore che ho per voi, con tutta la fiducia che
ho nei giovani: non ascoltate le voci che parlano il linguaggio
dell'odio, della vendetta, della rappresaglia... Il vero coraggio
consiste nel lavorare per la pace. La vera forza consiste nell'unirvi
ai giovani e alle giovani della vostra generazione in ogni dove
per costruire una società giusta, umana e cristiana, mediante
le vie della pace. La violenza è la nemica della giustizia.
Solo la pace può condurre alla vera giustizia».
Non è possibile che la scienza faccia
tanto per salvare la vita, e poi si renda complice della sua distruzione. Non è possibile che mentre si lotta per il rispetto della
natura animale e vegetale, non si propugni con vigore lo stesso
rispetto anche per i primi stadi dell'esistenza dell'uomo, da Dio
posto a capo del creato. Sono contraddizioni troppo evidenti, per
nascondersi dietro l'affermazione di presunti diritti di libertà.
Urge a proposito, un dialogo costruttivo tra gli uomini di buona
volontà, al di là delle diverse collocazioni ideologiche.
Da una parte, mai come oggi la vita umana, grazie
al progresso economico e scientifico, è oggetto di attenzioni
e di cure; dall'altra, purtroppo, si registrano, accanto al persistente
scandalo della fame, che minaccia l'esistenza di milioni di esseri
umani, fenomeni preoccupanti quali la dilagante criminalità,
la piaga dell'alcool e la droga, la follia fratricida della guerra,
che causano numerose vittime, specie fra i giovani. Colpisce, in particolare, l'assuefazione ad una
cultura di morte che, presentandosi non di rado come civile conquista
di nuovi diritti, di fatto insidia con l'aborto la vita umana prima
ancora che venga alla luce o la spegne con l'eutanasia, prima del
suo naturale tramonto.
Su questo sfondo, in cui il senso e il gusto
della vita restano come offuscati, quasi non fanno più notizia
persine i casi di suicidio, non pochi dei quali avvengono tra i
giovani o addirittura tra adolescenti e bambini. Non sono queste,
espressioni inquietanti di un malessere profondo?
La religione dà alla nostra vita un senso
definitivo. E nient'altro, nessun progresso tecnico, scientifico,
da alla nostra vita una risposta definitiva. E così, senza
una tale risposta l'uomo rimane un elemento del mondo che anche
se sa manovrare il mondo, alla fine viene soffocato dal mondo. Ecco,
brevemente, qual è il senso della religione e specialmente
il senso della risposta cristiana, della risposta che è Cristo.
Cristo rivela all'uomo l'uomo stesso, non solamente rivela all'uomo
Dio, rivela all'uomo chi è l'uomo e quale è la sua
ultima e piena vocazione e destinazione.
Se il programma della pace nel mondo si esprime
nella formula «mai più Hiroshima», allora certamente
si esprime anche nella formula «mai più Oswiecim».
Così dunque lo sforzo che mira a costruire la pace nel mondo
deve compiersi a vari livelli. La pace non significa una stasi;
significa uno sforzo, uno sforzo enorme, in cui ognuno ha la propria
parte. Bisogna essere solidali con coloro i cui diritti sono violati.
Bisogna «voir-juger-agir».2
1 Visita
al Policlinico Gemelli, 28 giugno 1984
2 Al
Congresso Mondiale dei Medici Cattolici, 3 ottobre 1982 |
Non temete la verità!

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