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TEOLOGIA






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LA STORICITÀ DI GESÙ
8. La morte salvifica di Gesù sulla croce
I dati
IL FATTO – La vita di Gesù si è conclusa in un arco di tempo estremamente breve con una morte atroce. Infatti, dopo appena due anni/due anni e mezzo di predicazione, egli è stato condannato a morte con il supplizio della crocifissione a Gerusalemme, capitale religiosa della Giudea, sotto il procuratore romano Ponzio Pilato, che detenne tale incarico dal 26 al 36 d.C. (o all’inizio del 37).
LE FONTI – Il fatto è assolutamente certo. Della morte di Gesù non parlano solo i quattro Vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento, ma anche fonti non cristiane. Ne parla lo storico ebreo Giuseppe Flavio (circa 37-97 d.C.) nella sua opera Antichità giudaiche (18,3,1, n. 64) e lo storico romano Tacito nei suoi Annales, scritti attorno al 115 d.C. (XV,44).
UNA IPOTESI MOLTO ACCREDITATA – Della morte di Gesù non conosciamo la data precisa. Sappiamo solo che avvenne nel pomeriggio di un venerdì, vigilia della Pasqua ebraica. In quale anno e in quale giorno? Non possiamo dirlo con certezza. Circa l’anno, poiché è assai probabile che Gesù abbia iniziato la sua predicazione all’inizio del 28 e che il suo ministero sia durato poco più di due anni, la data più verosimile della sua morte è l’anno 30. Circa il giorno, gli evangelisti non sono concordi. I Sinottici dicono che Gesù celebrò la cena pasquale giovedì sera. Ora la legge ebraica fissava per questo pasto la sera del 14 Nisan. La morte di Gesù sarebbe quindi avvenuta il giorno dopo, verso le tre del 15 Nisan. Invece, Giovanni afferma che Gesù fu crocifisso il giorno in cui gli ebrei, di sera, celebravano la cena pasquale, dunque il 14 Nisan. Quali delle due date – il 14 o il 15 Nisan – è da preferire? Gli esegeti sono incerti; i più si orientano per il 14 Nisan. Poiché tra il 28 e il 34 d.C. il 14 Nisan è caduto di venerdì solo sue volte, e precisamente nell’anno 30 (7 aprile) e nell’anno 33 (3 aprile), e poiché l’anno 33 sarebbe troppo tardivo, guardando alla durata ministero pubblico di Gesù, la data più probabile della morte di Gesù è il 7 aprile dell’anno 30.
L'approfondimento dei dati
La morte di Gesù non è avvenuta per caso o per un insieme di circostanze avverse e sfortunate. Gesù stesso ha previsto e preannunciato che sarebbe stato ucciso a Gerusalemme e, dinanzi alla consapevolezza che quanto faceva o diceva lo avrebbe portato alla morte, è andato avanti nel suo cammino con grande decisione, compiendo gesti che agli occhi degli avversari erano provocatori.
I PREANNUNCI DELLA PASSIONE – Dalle fonti dei vangeli sappiamo che Gesù ha più volte parlato della sua prossima morte. Il vangelo di Marco – che è il più primitivo e probabilmente si rifà a un testo scritto prima del 37 d.C. – afferma che per tre volte Gesù ha annunciato la sua morte per mano delle supreme autorità del popolo ebraico e dei pagani come evento voluto da Dio (Mc 8,31-33; 9,30-32; 10,32-34; cfr. Mt 16,21-23; 17,22-23; 20,17-29; Lc 9,22; 9,43b-45; 18,31-34; Gv 7,1). Gli avversari che lo avrebbero messo a morte erano i membri del Sinedrio di Gerusalemme: gli “anziani” rappresentavano il patriziato di Gerusalemme ed erano seguaci della tendenza sacerdotale sadducea; i “sommi sacerdoti”, o capi dei sacerdoti, erano i titolari delle più alte cariche sacerdotali e nel Sinedrio rappresentavano il gruppo nel quale veniva scelto il “sommo sacerdote”, che doveva presiederlo; essi, di tendenza sadducea, erano la forza politica dominante in Gerusalemme. Gli “scribi” erano i dottori della Legge e nel Sinedrio rappresentavano prevalentemente il partito dei farisei.
LA DECISIONE DI GESÚ – Dinanzi alla prospettiva del fallimento della sua missione, Gesù non si è tirato indietro. Egli ha proseguito nel suo cammino, pur essendo pienamente consapevole che esso portava alla morte. Non fugge dinanzi ai pericoli che potrebbero essergli fatali, attacca frontalmente scribi e farisei nel loro modo di interpretare la Legge; non si cura della grave insidia che potrebbe tendergli Erode Antipa, dopo che costui aveva già fatto decapitare Giovanni Battista (cfr. Lc 13,31-33). Una volta giunto a Gerusalemme, Gesù compie gesti provocatori che lo mettono contro la potente classe dominante della città. Anzitutto entra in Gerusalemme come Messia (di pace) e la folla lo esalta come tale, mettendo in allarme i capi dei sacerdoti sadducei, timorosi per la reazione dei romani. Inoltre, caccia i mercanti dal Tempio, una “azione simbolica che condanna in modo dimostrativo il vecchio ordine cultuale”.
L'interpretazione dei dati
Gesù dunque sa che questo suo comportamento lo conduce alla morte, e tuttavia va avanti con estrema decisione. Perché?
INTERPRETAZIONI INSUFFICIENTI – A prima vista sembrerebbe che Gesù abbia il gusto della sfida, della lotta, al punto che quanto più questa rischia di diventare mortale per lui, tanto più egli si sente attirato a combattere per la purezza della religione ebraica. E tuttavia non c’è in Gesù il gusto della lotta e tanto meno il gusto della sfida. Egli non è contro nessuno: né contro gli scribi, i farisei e i capi dei sacerdoti, né contro la Legge e il Tempio, né contro gli occupanti romani, ai quali riconosce persino il diritto di riscuotere il tributo (cfr. Mc 12,17). La sua missione è quella di predicare il regno di Dio e la conversione di Israele, di portare a compimento la Legge ebraica, di manifestare il perdono di Dio per i peccatori.
UNA CONVINZIONE PROFONDA – Il motivo profondo di questo comportamento, che può apparire strano, è la convinzione di Gesù che nella sua vita e nella sua morte si attui un disegno di Dio: che cioè attraverso le orribili vicende di cui sono protagonisti responsabili e attori colpevoli gli uomini – i quali nella loro libertà umana e sotto l’impulso delle loro passioni, lo calunniano, lo odiano, gli tendono insidie mortali e infine lo uccidono – si compia la volontà di Dio su di lui. Non che Dio voglia il male che i suoi nemici commettono a suo danno – perché gli uomini non sono marionette nelle sue mani – ma perché si serve anche del male commesso liberamente dagli uomini per realizzare la loro salvezza. E così Gesù ritiene di rivelare il volto vero di Dio che offre incondizionatamente la salvezza a tutti.
UNA PREZIOSA ANTICIPAZIONE - Gesù non solo ha assunto attivamente il proprio destino, ma ha dato alla sua morte il senso di “espiazione” (cfr. Is 53,10) e di “riscatto” per i peccati degli uomini (cfr. Mc 10,45). Lo ha fatto, in particolare, alla vigilia della sua morte, nella cena d’addio, parlando del suo sangue come del “sangue dell’alleanza versato per molti” (Mc 14,24). E’ come se Gesù dicesse:
“Se ci deve essere un crocifisso in nome di Dio, se può accadere che la mente umana concepisca che Dio voglia un crocifisso,quel crocifisso sono io. Ma il Dio nel nome del quale voi lo impiantate sulla terra, sarà tutto vostro perché il mio non fa crocifissi; nemmeno quando ci sono da difendere le opere buone. Rimetti la spada nel fodero e riattacca l’orecchio. Il mio Dio non fa crocifissi; li fa solo quel Dio prodotto dall’ambiguità incredula con la quale voi avete coltivato una immagine che adesso non si riconosce nel suo gesto unilaterale della liberazione dal male; che adesso desidera, per difendere le proprie opere buone, di pagare ogni prezzo, fosse anche quello di infliggere il male e di riprodurre la prevaricazione, la schiavitù e la soppressione. Questo sia il vostro Dio, quello in nome del quale viene elevata la pubblica condanna e la pubblica eliminazione di Gesù. Sia il vostro, in modo che tutti gli uomini imparino quale Dio pianta delle croci sulla terra. Il vostro, giacché il mio – è questo il segreto di quel “sia fatta la tua volontà” – piuttosto che fare un piccolo crocifisso, piuttosto che crocifiggere qualcuno seppure nel nome del buon diritto di Dio, mi comanda di farmi crocifiggere” (P. Sequeri, Non ultima è la morte, Glossa, 2006, pp. 139-140)
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