
TEOLOGIA






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ESCATOLOGIA
I NOVISSIMI – L'inferno
Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola «inferno».
di STEFANO DE FIORES
(da "Famiglia Cristiana" del 15/8/2004)

"E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco" (Apocalisse 20,15) |
UNA REALTÀ COMPLESSA – Non è facile parlare dell'inferno, perché riguarda l'aldilà trascendente ed eterno. Siamo costretti a ricorrere ai simboli, come fa lo stesso Gesù che sottolinea la perdita o lontananza da Dio («Via, lontano da me» Mt 25,41), e preannuncia anche un tormento concreto, descritto con simbolismo contrastante: «fornace ardente» e «fuoco eterno», «tenebre esteriori», «pianto e strider di denti» (Mt 13,42; 10,28). Il Catechismo della Chiesa Cattolica ribadisce che «la pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio» e che l'insegnamento sull'inferno costituisce «un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare della propria libertà in vista del proprio destino eterno» (nn. 1935-36). La teologia a sua volta precisa che quanto la Scrittura dice dell'inferno «è da leggere, secondo il carattere escatologico del discorso, non come un reportage anticipatone... bensì come svelamento della situazione nella quale l'uomo è veramente» (K. Rahner). Cioè, l'inferno è un invito pressante agli esseri umani perché regolino la propria vita e compiano le proprie scelte con estrema serietà, poiché si trovano «di fronte alla reale possibilità della rovina eterna» (J. Ratzinger).
LA RIVELAZIONE DI FATIMA – Andare oltre, specificando il numero dei dannati e il tipo di pena, non è possibile per la teologia, perché i Vangeli si rifiutano di rispondere a queste domande, né è consentito supplire con altre informazioni. Non sono pertanto da prendere in considerazione quei teologi per i quali l'inferno è vuoto, né quelli che lo vedono pieno zeppo di dannati. La rivelazione non entra in queste determinazioni. E neppure la Madonna di Fatima. Infatti, bisogna superare l'impressione che Maria a Fatima voglia completare i dati della rivelazione mostrando l'inferno ai tre pastorelli durante l'apparizione del 13 luglio 1917. Ecco la descrizione trasmessa da Lucia: «La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell'incendio, portate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti simili al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione che mettevano orrore e facevano tremare dalla paura. I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri. Questa visione durò un momento. E grazie alla nostra buona Madre del Cielo, che prima ci aveva prevenuti con la promessa di portarci in Cielo (nella prima apparizione), altrimenti credo che saremmo morti di spavento e di terrore».
L'IMPORTANZA DELLA SALVEZZA DELL'ANIMA – Con questa visione, la Madonna non dà nuove informazioni sull'inferno come in un filmato a colori, ma si propone di scuotere le coscienze per provocarle alla salvezza. «Avete visto l'inferno», spiega Maria ai pastorelli, «dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato.
Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace». Con la visione dell'inferno la Madonna pone la questione fondamentale della salvezza dei peccatori. A Dio e a Maria preme che gli uomini siano salvati, cioè non camminino con ostinazione sulla via dell'offesa di Dio preparandosi il fallimento per l'eternità. Il rimedio non è la semplice osservanza dei comandamenti, ma una forma di spiritualità che sintonizza con il Cuore immacolato, docile allo Spirito d'amore e orientato alla meditazione dei misteri di Cristo. In pratica la salvezza consiste nell'identificazione di ogni cristiano con il cuore di Maria per compiere la volontà del Dio della nuova alleanza.
COME DIRLO AI BAMBINI
Per molti ma non per tutti
di DON TONINO LASCONI
(da "Popotus" di "Avvenire" del 24/11/2005)
Caro don Tonino, sono Lina, ho 11 anni e abito in un paesino in provincia di Modena. Ti sembrerà una cosa stupida ma io non credo nell'inferno perché è impossibile che un uomo così giusto e buono come nostro Signore mandi degli uomini, anche se hanno fatto delle cose molto brutte, all'inferno. Spero che tu mi risponda nel tuo spazio di Popotus che io leggo sempre con molto piacere. Tanti saluti. Lina
Cara Lina, la cosa che tu dici non è affatto stupida. L'hanno pensata e detta (la pensano e la dicono) tanti prima di te, anche tra coloro che noi, gente comune, riteniamo grandi cervelloni. Eppure Gesù è stato chiaro: il suo Regno non è per tutti. lo credo a Gesù. Cerco di spiegarti perché. Prima di tutto, l'Inferno, come il Paradiso, non è un luogo, che ne so?, una specie di grande buco nero pieno di fuoco. Noi ce lo dobbiamo rappresentare così, perché abbiamo bisogno di dare un'immagine alle cose che non vediamo, come l'amore (un cuore trafitto, una rosa....), la pace (una colomba).
L'Inferno è la separazione eterna da Dio. È vedere in modo chiarissimo, ogni istante e per sempre, che Dio è la felicità e la gioia e tu volutamente e liberamente ti sei voluto allontanare da lui. Pensa a uno che sta nel deserto. Muore di sete. Un beduino passa con il suo cammello e gli lascia una borraccia d'acqua. Lui la prende e la scaraventa lontano. Poi gli vengono meno le forze e non ce la fa più ad andare a prenderla. Mentre muore di sete, vede la borraccia che poteva salvarlo e lui non l'ha voluta. Ecco! Moltiplica tutto all'infinito dell'infinito e puoi immaginare cosa è l'Inferno. Vedi Dio che è tutto e tu l'ha respinto, rimanendo niente. «Ma Gesù è giusto e buono!», dici tu. Certo. Lina, i tuoi genitori sono giusti e buoni? «Sicuramente!». Se ti dicono: «Studia!», e tu non studi, poi vieni bocciata, smettono di essere giusti e buoni? No di certo.
Dio ci ha creati a sua immagine, cioè intelligenti, liberi e capaci di amare. Se ci obbligasse a fare il bene, cancellerebbe in noi la sua immagine. Non può farlo, perché Dio non è uno che ci ripensa. Poi, Lina, riflettiamo un po'. Se Gesù desse la stessa gioia e felicità a chi ammazza e a chi è stato ammazzato, a chi fa violenza e a chi ha ricevuto violenza, a chi inganna e a chi è stato ingannato, ti starebbe bene? Allora sì che non sarebbe né buono né giusto. |
I DOCUMENTI DELLA CHIESA SULL'INFERNO
La Lumen Gentium del Concilio Vaticano II
48. Siccome poi non conosciamo il giorno né l'ora, bisogna che, seguendo l'avvertimento del Signore, vegliamo assiduamente, per meritare, finito il corso irrepetibile della nostra vita terrena (cfr. Eb 9,27), di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati (cfr. Mt 25,31-46), e non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri (cfr. Mt 25,26), di andare al fuoco eterno (cfr Mt 25,41), nelle tenebre esteriori dove «ci sarà pianto estridore dei denti» (Mt 22,13 e 25,30). Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo «davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno il salario della sua vita mortale, secondo quel che avrà fatto di bene o di male» (2 Cor 5,10), e alla fine del mondo «usciranno dalla tomba, chi ha operato il bene a risurrezione di vita, e chi ha operato il male a risurrezione di condanna» (Gv 5,29, cfr Mt 25,46). Stimando quindi che «le sofferenze dei tempo presente non sono adeguate alla gloria futura che si dovrà manifestare in noi» (Rm 8,18; cfr 2 Tm 2,11-12), forti nella fede aspettiamo «la beata speranza e la manifestazione gloriosa del nostro grande Iddio e Salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13) «il quale trasformerà allora il nostro misero corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso» (Fil 3,21), e verrà «per essere glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che avranno creduto».
Il Catechismo della Chiesa Cattolica
1033. Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: «Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna» (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola «inferno».
1034. Gesù parla ripetutamente della «geenna», del «fuoco inestinguibile», che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. Gesù annunzia con parole severe: «Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente» (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!»(Mt 25,41).
1035. La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, «il fuoco eterno». La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.
1036. Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via checonduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,13-14).
«Siccome non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti».
1037. Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole «che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2 Pt 3,9):
«Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti».
Il magistero di Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI, nel corso della omelia tenuta nel corso della visita pastorale alla parrocchia romana di Santa Felicita e Figli Martiri il 25 marzo 2007, ha commentato il passo evangelico della donna adultera (Gv 8,1-11). In questo episodio-chiave del Vangelo di Giovanni, il Santo Padre ha espresso in chiare lettere l'esistenza e l'eternità dell'inferno. Usando un linguaggio semplificato, Benedetto XVI ha riassunto brevemente tutti i punti della sua lunga riflessione di teologo su un argomento davvero scottante. Ecco le sue parole:
«Gesù non intavola con i suoi interlocutori una discussione teorica: non gli interessa vincere una disputa a proposito di un’interpretazione della legge mosaica, ma il suo obbiettivo è salvare un’anima e rivelare che la salvezza si trova solo nell’amore di Dio. Per questo è venuto sulla terra, per questo morirà in croce ed il Padre lo risusciterà il terzo giorno. È venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l’inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore. Anche in questo episodio, dunque, comprendiamo che il vero nostro nemico è l’attaccamento al peccato, che può condurci al fallimento della nostra esistenza. Gesù congeda la donna adultera con questa consegna: "Va e d’ora in poi non peccare più". Le concede il perdono affinché "d’ora in poi" non pecchi più. In un episodio analogo, quello della peccatrice pentita che troviamo nel Vangelo di Luca (7,36-50) Egli accoglie e rimanda in pace una donna che si è pentita. Qui, invece, l’adultera riceve il perdono in mondo incondizionato. In entrambi i casi – per la peccatrice pentita e per l’adultera – il messaggio é unico. In un caso si sottolinea che non c’è perdono senza pentimento; qui si pone in evidenza che solo il perdono divino e il suo amore ricevuto con cuore aperto e sincero ci danno la forza di resistere al male e di "non peccare più". L’atteggiamento di Gesù diviene in tal modo un modello da seguire per ogni comunità, chiamata a fare dell’amore e del perdono il cuore pulsante della sua vita».
Tutte le volte che nelle sue opere il teologo Ratzinger tratta dell'inferno osserva che è un «articolo di fede» che la teologia moderna tende a «eliminare» perché «ostico» alla nostra «coscienza odierna». Nel volume Introduzione al cristianesimo (Queriniana, 1969), questi concetti erano così proposti, nel capitolo sulla «discesa agli inferi»: «ultima solitudine», «abisso del nostro estremo abbandono», «soltanto la chiusura in se stessi voluta di proposito è ora l'inferno». In quello stesso volume si chiarisce che l' inferno non è un luogo ma una condizione: «Quello stato spaventoso e sinistro che il teologo chiama inferno».
Nel libro intervista Dio e il mondo (San Paolo, 2001), il teologo Ratzinger invita a non «risolvere» il «simbolismo biblico» del «mondo superiore e mondo inferiore» in una «visione ingenua» e in un «fisicismo che non aiuta a cogliere l'essenziale». Dunque niente bolgie dantesche e fiamme e ghiacci. Dell'inferno come «grande mare di fuoco» parla anche il «segreto di Fatima», che a suo tempo il cardinale Ratzinger qualificò come «visione privata» esposta in un «linguaggio immaginifico e simbolico» che va «correttamente» interpretato. Liberandolo cioè dal «fisicismo».
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L'INFERNO NELLA VISIONE DEI SANTI E DEI MISTICI
L'Inferno è un luogo in cui vi sono demoni (che sono puri spiriti) e le anime dei dannati che non hanno ancora i corpi. Le rappresentazioni sensibili dell'inferno non vanno pertanto prese alla lettera, ma vanno colte nel loro significato spirituale più profondo: si tratta di un luogo di morte spirituale e di totale separazione da Dio. Se in Dio troviamo la verità, l'amore, la comunione e la gioia, all'inferno troviamo la menzogna, l'odio, la separazione e la sofferenza. Si tratta di una condizione esistenziale tremenda, scelta dagli uomini che muoiono impenitenti e scelta a suo tempo in maniera irreversibile dai demoni (cioé dagli angeli ribelli a Dio).
Santa Teresa d'Avila, dottore della Chiesa
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Un giorno, mentre mi trovavo orazione, fui ad un tratto trasportata tutta intera all'Inferno senza sapere come. Compresi che Dio mi voleva far vedere il luogo che i demoni mi avevano preparato e che io mi ero meritata coi miei peccahissimo, ma vivessi anche molti anni mi seti. Fu una visione che durò pocmbra di non poter affatto dimenticare. L'ingresso mi pareva un cunicolo molto lungo e stretto, simile ad un forno assai basso, buio e angusto, il suolo tutto una melma puzzolente piena di rettili schifosi. In fondo nel muro c'è una cavità scavata a mò di nicchia e in essa mi sentii rinchiudere strettamente, e quello che allora soffrii superò ogni immaginazione né mi sembra possibile darne solo un'idea perché sono cose che non si sanno descrivere, basti sapere che questo che ho detto di fronte alla realtà mi sembra cosa piacevole. Sentivo nell'anima un fuoco che non so descrivere mentre dolori intollerabili mi straziavano il corpo: nella mia vita ne ho sofferti moltissimi, anzi, dei più gravi che secondo i medici si possono soffrire sulla terra poiché i miei nervi si erano tutti rattrappiti sino a rendermi storpia senza dire di molti altri di diverso genere causatimi in parte dal demonio. Tuttavia non sono nemmeno da paragonarsi a quelli di allora, specialmente al pensiero che a quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione, ma anche questo era un nulla dinnanzi all'agonia dell'anima. Era una oppressione, un'angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come esprimere. Dire che si soffrono continue agonie di morte è poco, perché almeno in morte pare che la vita ci venga strappata da altri mentre qui è la stessa anima che si fa a brani da sé stessa. No, non so trovare espressioni né per dire di quel fuoco interiore né per far capire la disperazione che metteva il corpo coi suoi orribili tormenti. Non vedevo chi me li facesse soffrire ma mi sentivo ardere e dilacerare benché il supplizio peggiore fosse il fuoco e la disperazione interiore. Era un luogo pestilenziale nel quale non vi era speranza di conforto né spazio per sedersi o distendersi, rinserrata com'ero in quel buco praticato nella muraglia. Orribili a vedersi, le pareti mi gravavano addosso e mi pareva di soffocare. Non vi era luce ma fittissime tenebre, eppure quanto poteva dar pena si vedeva ugualmente nonostante l'assenza di luce, cosa che non riuscivo a comprendere. Per allora Dio non volle mostrarmi di più ma in un altra visione vidi supplizi spaventosissimi tra cui i castighi di alcuni vizi in particolare. A vederli parevano assai più terribili ma non mi facevano paura perché non li sperimentavo, mentre nella visione di cui parlo il Signore mi volle far sentire in spirito quelle pene ed d'afflizioni come se li soffrissi nel corpo. Non so come questo sia avvenuto. Fu certo per la grande bontà del Signore che ha voluto farmi vedere con i miei occhi da dove la sua misericordia mi ha liberata. Sentire parlare dell'Inferno è niente, vero è che io l'ho meditato poche volte perché la via del timore non è fatta per me ma è certo che quanto si medita sui tormenti dell'Inferno, su quello che i demoni fan soffrire o che si legge nei libri non ha nulla a che fare con la realtà perché totalmente diverso come un ritratto e l'oggetto ritrattato. Il nostro fuoco, paragonato a quello di laggiù, è cosa assai lieve. Rimasi spaventatissima, e lo sono tutt'ora mentre scrivo, benché siano passati già quasi sei anni, tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore nel luogo stesso dove sono. Mi accade intanto che, quando sono in qualche contraddizione o infermità, basta che mi ricordi di quella visione che mi sembrino da nulla queste sofferenze persuadendomi che ce ne lamentiamo senza motivo. Questa fu una delle più grandi grazie che Dio mi abbia fatto perché mi ha giovato moltissimo non meno per non temere le contraddizioni delle pene della vita che per incoraggiarmi a sopportarle ringraziando il Signore di avermi liberato da mali così terribili ed eterni come mi pare di dover credere.
Suor Lucia di Fatima (visione del 1917)
La Madonna aprì di nuovo le mani come nei due mesi passati. Il riflesso parve penetrare la terra e vedemmo come un grande mare di fuoco e immersi in questo mare di fuoco i demoni e le anime come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana, che ondeggiavano nell'incendio sollevate dalle fiamme che da loro stesse insieme a nuvole di fumo, e ricadevano da tutte le parti, simili al cadere delle faville nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e riluttante di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di brace. «Avete visto l'inferno» disse la Madonna «dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se farete quello che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace».
Suor Josefa Menendez (visione del 1922)
dal libro "Invito all'amore"
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Nella notte da mercoledì a giovedì 16 marzo 1922 verso le 10 cominciai a udire come nei giorni scorsi un rumore confuso di grida e di catene. Mi alzaii, mi vestii e tremante di paura mi misi in ginocchio vicino al letto. Il rumore si avvicinava. Uscii dal dormitorio e, non sapendo che fare, mi recai nella cella della nostra beata madre, poi ritornai al dormitorio. Lo stesso rumore mi circondava. Ad un tratto vidi il demonio di fronte a me che gridava: «Incatenatele i piedi, legatele le mani!». Improvvisamente non vidi più dove stavo, e sentii che mi legavano strettamente e mi trascinavano via. Altre voci ruggivano: «Non sono i piedi che bisogna legarle, ma il cuore!». Il demonio rispondeva: «No, quello non mi appartiene». Allora fui trascinata per una lunga strada che si addentrava nell'oscurità. Cominciai a udire da ogni parte grida orribili. Nelle pareti di questo angusto corridoio le une di fronte alle altre si aprivano delle nicchie da cui usciva del fumo senza fiamme e un fetore intollerabile. Di là delle voci proferivano bestemmie e parole impure. Alcune di quelle voci maledicevano i loro corpi, altre i loro genitori, altre si rimproveravano di non aver approfittato dell'occasione della luce per abbandonare il male. Era una confusione di grida piene di rabbia e di disperazione. Fui trascinata lungo questo cunicolo interminabile, poi mi si diede un colpo violento che mi sprofondò piegata in due in una di quelle nicchie. Mi trovai come schiacciata fra assi incendiate e trafitta da parte a parte da aghi scottanti. Accanto a me c'erano delle anime che mi maledicevano e mi bestemmiavano. Fu ciò che mi fece soffrire più di ogni altra cosa, ma quello che supera ogni tormento era l'angoscia dell'anima di sentirsi separata da Dio. Mi sembra di aver trascorso lunghi anni in quell'inferno e tuttavia non vi sono rimasta che sei o sette ore. Ad un tratto sono stata violentemente strappata di là e mi sono trovata in un luogo oscuro dove il demonio, dopo avermi battuta, è scomparso e mi ha lasciato libera. Non posso esprimere ciò che ho provato nell'anima quando mi sono accorta di essere viva e di poter ancora amare Dio. Per evitare questo inferno, quantunque abbia una grande paura di soffrire, non so che cosa sarei pronta a sopportare. Vedo chiaramente che tutti i patimenti terreni sono nulla a paragone del dolore di non poter più amare poiché laggiù non si respira che odio e sete della perdita delle anime. |
TUTTI GLI ERRORI TEROLGICI PIÙ DIFFUSI
L'errore teologico dell'inferno vuoto
L'affermazione secondo la quale l'inferno è vuoto è una affermazione formalmente eretica, dal momento che nega una verità di fede: l'esistenza di Satana è infatti una verità di fede dal momento che sappiamo per rivelazione divina che nell'inferno c'è Satana assieme a tutti gli angeli ribelli, inoltre sappiamo per fede divina e per insegnamento della Chiesa che anche gli uomini possono andare all'inferno se muoiono in peccato mortale rifiutando la divina misericordia.
Il teologo tedesco Hans U. von Balthasar nel suo volume Sperare per tutti. Breve discorso sull'inferno. Apocatastasi (Jaca Book, 1997), spesso citato a sostegno di questa ipotesi, non ha mai dichiarato esplicitamente che l'inferno è vuoto, ma ha solo auspicato che, per quanto riguarda gli uomini, tutti si salvino per potere della divina misericordia. In realtà – come diceva Paolo VI – l'inferno non è una mancanza della divina misericordia, ma il rifiuto della divina misericordia, quindi si dannano eternamente coloro i quali fino all'ultimo istante della sua vita avranno resistito alla divina misericordia, morendo in stato di peccato mortale. Questo è l'insegnamento ufficiale della Chiesa cattolica.
Mentre la Chiesa, per ispirazione dello Spirito Santo, può pronunciarsi sulla santità delle persone e stabilire, dopo determinate procedure, che alcune persone sono in Paradiso (i santi, i beati, i venerabili), senza una speciale rivelazione divina noi non possiamo sapere nulla riguardo a persone umane che si trovino all'inferno. (cfr. Giovanni Paolo II, Udienza generale, 28 luglio 1999)
La posizione di von Balthasar presenta una debolezza e alcuni pericoli. Oltre al fatto che contiene anche talune espressioni irriguardose nei confronti della fede tradizionale della Chiesa, chiamando "infernisti" coloro i quali credono che all'inferno ci siano gli uomini, egli essendo un teologo esperto non ha mai formulato apertamente affermazioni che potrebbero portarlo fuori dalla dottrina, ma le sue affermazioni sono state molto pericolose perché prese da teologi meno preparati o da catechisti non attenti al magistero della Chiesa, hanno finito per generare malintesi tra i fedeli come quella appunto della affermazione eretica dell'inferno vuoto.
Inoltre è sbagliato limitarsi a sperare affinché tutti si salvino, ma bisogna piuttosto pregare e sacrificare la propria vita affinchè tutti si salvino, come espresso dalla Madonna a Fatima: "molte anime si perdono perché non c'è nessuno che prega e che si sacrifica per loro".
Infine questo testo presenta un errore formale, ripreso anche recentemente da altri teologi di grido, che contrasta formalmente con l'insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica. L'errore è l'affermazione che Cristo il venerdì santo sia sceso agli inferi ed abbia riscattato l'inferno. Tale frase è un errore che contrasta con il magistero attuale della Chiesa: il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 633 afferma invece esplicitamente che Cristo non è sceso nell'inferno dei dannati ma nel limbo dei padri, dove le anime dei padri che erano morti prima della redenzione e meritevoli della redenzione, aspettavano la redenzione:
Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati [Cf Concilio di Roma (745): Denz. -Schönm., 587] né per distruggere l'inferno della dannazione, [Cf Benedetto XII, Opuscolo Cum dudum: Denz. -Schönm., 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam: ibid., 1077] ma per liberare i giusti che l'avevano preceduto [Cf Concilio di Toledo IV (625): Denz.-Schönm., 485; cf anche Mt 27,52-53].
I cattolici non sono tenuti a seguire l'opinione di teologi bensì il magistero della Chiesa. In passato, come anche oggi, ci sono moltissimi teologi che hanno commesso errori gravi. Non è sui teologi o sui singoli vescovi che Cristo ha fondato la Chiesa bensì sul Papa e sui vescovi uniti con lui, e solo in questa condizione Cristo dà la grazia dell'infallibilità nell'insegnamento. Nella Chiesa non esistono dunque gli "esperti" intesi secondo il senso che la loro cattedra è infallibile, ma il lavoro dei teologi deve, pertanto, svolgersi in comunione con il Magistero vivo della Chiesa e sotto la sua autorità.
L'inferno è eterno
La dottrina della apocatastasi, di cui il maggior sostenitore fu Origene, è infatti rigettata come eretica dalla Chiesa Cattolica nel Concilio di Costantinopoli del 553. Tale dottrina sostiene la provvisorietà delle pene infernali in attesa di una restaurazione finale per cui anche gli angeli e gli uomini dannati verrebbero restituiti al loro stato primitivo di felicità. Secondo questa dottrina alla fine dei tempi avverrà la redenzione universale e tutte le creature saranno reintegrate nella pienezza del divino, inclusi satana e gli altri angeli ribelli.
Non si deve pregare per satana!
Oggi è possibile imbattersi in taluni teologi che scrivono che nella storia della Chiesa ci sono anime buone che pregano e continuano a pregare per il diavolo. Attribuire la qualifica di "buone" a queste anime è fare una affermazione assolutamente inaccettabile perché non si attiene alla dottrina della Chiesa. Le anime che pregano per il demonio sono infatti anime prive di discernimento, dal momento che il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma esplicitamente che la scelta degli angeli, così come quella del demonio e degli altri angeli ribelli, è irrevocabile e pertanto non vi è alcuna possibilità che questi si convertano. Nella storia della Chiesa, della liturgia, della pietà popolare e della vita dei santi non risulta esserci nessuna preghiera per il demonio. Questo appunto perché satana è inconvertibile.
Il dibattito sulla figura di Giuda

Cimabue - Il bacio di Giuda |
Giuda, il disciepolo che tradì Gesù e poi terminò la propria vita impiccandosi, si salvò o si dannò eternamente? Dai Vangeli non emerge nulla che ci permetta di rispondere in maniera certa a questa risposta. Giuda, infatti, nonostante la gravità di quanto aveva compiuto, potrebbe essersi salvato nell'ultimo istante prima della morte se si fosse pentito. In proposito conosciamo quanto fossero dure le parole pronunciate da Cristo nei suoi confronti: «Guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito!» (Mt 26,24). Il mistero sulla sua sorte eterna rimane fitto, anche se nel Vangelo si parla di pentimento quando “si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani” (Mt 27,3-4). Ma, come ha brillantemente sottolineato Papa Benedetto XVI nel corso di una sua catechesi, "il suo pentimento è degenerato in disperazione e così è divenuto autodistruzione" proprio perché non confidò nella misericordia divina.
In questi anni è però invalsa una pericolosa quanto impropria rivalutazione della figura di Giuda, che rientra in un orientamento volto a cercare una giustificazione alla tesi dell'inferno vuoto. Noi invece sappiamo come chi rifiuta esplicitamente la misericordia divina si autocondanni eternamente. Nei Vangeli non risulta che Giuda si sia mai affidato alla misericordia di Dio, anzi, negli Atti degli Postoli viene descritto con i termini propri della morte dell'empio, per il quale Dio ha fatto di tutto per dare la salvezza.
In un articolo pubblicato dal quotidiano La Repubblica (5 aprile 2007, p.44), il noto biblista Gianfranco Ravasi sembrerebbe propendere per una interpretazione della salvezza di Giuda prima della morte, e nel far questo cita un brano che mette in bocca a Santa Caterina da Genova, una mistica del 1400 che scrisse un celebre trattato sul Purgatorio. In una visione avrebbe chiesto a Gesù se Giuda si fosse salvato o meno. La risposta, riportata da Ravasi, sarebbe «Se tu sapessi che cosa io ho fatto per Giuda...» dimostrando così che Giuda fosse stato riassorbito dall'amore redentore di Cristo. Questa frase però non risulta presente in alcuna opera di Santa Caterina da Genova. Piuttosto, risulta ampiamente documentata questa risposta: «Sapessi quanto mi è costato...».
Gesù non ha dunque svelato alla mistica genovese il destino eterno di Giuda, ma ha semplicemente rivelato come ogni anima, anche quella del più grande peccatore, è costata a Gesù i patimenti della sua Passione redentiva, per cui anche per Giuda Gesù Cristo ha vissuto l'agonia nel Getzemani. Questa risposta non svala nulla riguardo alla sorte di Giuda perché il vero problema di fondo per quanto riguarda Giuda è se egli, prima della morte, si sia affidato o meno alla divina misericordia: come scriveva Papa Paolo VI nel suo Credo del Popolo di Dio, si danna colui che avrà resistito fino alla fine alla divina misericordia. Sulla sorte di Giuda rimane dunque un velo che ci impedisce di sapere perché un uomo può giocarsi la sua salvezza nell'istante ultimo della propria vita. Fino a quell'attimo supremo la nostra esistenza è presa in un drammatico confronto tra la disperazione e l'affidamento alla divina misericordia. E soltanto Dio può veramente conoscere il cuore di ogni uomo. Compreso quello di Giuda.
Quale peccato porta all'inferno?
L'errore della opzione preferenziale.
Il peccato dei singoli uomini è un atto contro la legge di Dio: può essere un pensiero, una parola, una azione o una omissione. Solo gli uomini possono peccare dato che il peccato presuppone che l'individuo debba essere cosciente di violare la legge di Dio. Non solo: chi pecca deve essere libero, non sotto violenza. Il peccato è dunque una operazione cosciente e voluta contro Dio, contro il fratello o contro la società.
Non tutti i peccati sono uguali. La distinzione classica vede due categorie di peccati: quelli che recidono il rapporto con Dio ma non lo recidono sono detti peccati veniali, mentre quelli che spezzano il legame di amicizia stabilita con Dio nel battesimo e l'unione con Dio nato dalla grazia sono detti peccati mortali. L'insegnamento costante della Chiesa sostiene che basta un unico peccato mortale perché si possa andare all'inferno. Perché si compia il peccato mortale occorre che si verifichino pienamente e contemporaneamente 3 condizioni (in caso contrario si parla solo di peccato veniale):
- materia grave
- piena avvertenza
- deliberato consenso
L'OPZIONE FONDAMENTALE – Oggi si fanno nuove distinzioni in questo settore di dottrina morale confondendo il concetto fondamentale di peccato introducendo la cosiddetta opzione fondamentale, ossia il peccato come stato e orientamento di fondo della vita al male e di indurimento del cuore a Dio. Il magistero ecclesiastico ha però sempre riprovato le tesi di questi autori, negando che il peccato mortale sia solo il frutto di un atto che coinvolge la persona umana nella sua totalità. I teologi che difendono queste ipotesi infatti dimostrano di essere influenzati da un lato da un processo di secolarizzazione e, da un altro lato, da un’erronea antropologia che mortifica la dignità e la libertà dell’uomo, negando che tale libertà sia in grado di compiere scelte decisive del destino della persona. È dunque importante ricordare come anche un singolo atto può escludere dalla visione beatifica di Dio.
Su questa recente distinzione Giovanni Paolo II prese una chiara posizione nella enciclica Veritatis Splendor, ma già Papa Luciani si espresse al proposito con chiare parole: «Si parla troppo, mi sembra, di opzione fondamentale. Un piccolo brano con errori – si dice – non può venir condannato se il resto del libro è buono, o una sequenza di film non si giudica separatamente per stralcio, ma solo dopo aver visto tutto il film. Partendo da questo presupposto il giudizio morale non andrebbe posto subito su questa o quella azione singola ma più tardi, sul complesso di tutta la vita. In questo modo alcuni credono di non dover confessare i singoli atti cattivi. Essi – dicono – vanno considerati solo come parantesi di una vita che complessivamente ci sembra buona. Ma questo è un ragionamento pericoloso. Come in una vita cattiva ci sono veri atti buoni, così in una vita buona ci sono veri atti cattivi, che bisogna umilmente riconoscere e cercare di giustificarli col pretesto della vita buona. Anche di questa vita, del resto, il giudizio se sia veramente buona spetta soltanto a Dio. Lo stesso San Paolo scriveva: "io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!" (cf. 1Cor 4,3-4)».
Sempre basandosi sulla opzione fondamentale, al posto della distinzione bipolare peccato veniale e peccato mortale, alcuni tentano di introdurre la traide peccato mortale, grave e mortale per cui il peccato mortale sarebbe soltanto un atto per il quale l'uomo orienta tutta la sua esistenza nel mondo nel senso contrario o inconciliabile all'amore di Dio. Con questa nuova distinzione succede che molti si accostano a ricevere l'eucaristia senza premettere la confessione. Saranno magari peccati gravi, si pensa, ma non mortali. D'altra parte nel prendere gli anticoncezionali o nel sottomettersi alla interruzione di gravidanza, si pensa che siano atti che non intendessero affatto andare contro Dio, quindi ci si sente tranquilli. Si tratta però di posizioni estremamente pericolose.
Per commettere peccato, infatti, basta sapere che una tale azione è proibita da Dio, e non occorre commetterla quasi per sfida a Dio. Molti peccati gravi si commettono per un fine in sé onesto: una ragazza madre, per esempio, abortisce per conservare il proprio onore. Il suo scopo è buono e non vorrebbe né offendere Dio né fare del male alla propria creatura. Sa però che Dio proibisce di uccidere, e tale consapevolezza potrà magari attenuare la gravità dell'atto, si potrà in qualche caso arrivare alla buona fede costatando una coscienza non rettamente formata o l'ignoranza, ma in sé quel peccato è e resterà grave. Bisogna dunque restare al bipolarismo tradizionale: peccati veniali e peccati gravi. Fra gli scrittori di mistica e ascetica si sottolinerà come è difficile tracciare un confine netto tra un peccato mortale e un peccato veniale, tanto sono numerose e differenti le circostanze di ambiente, di formazione e di psiche. Chi abitualmente si sforza di stare unito a Dio, di solito non si determina di punto in bianco a commettere un peccato grave.
L'IMPORTANZA DELL'AFFIDAMENTO ALLA DIVINA MISERICORDIA – La dottrina sul peccato mortale formulata dal Concilio di Trento non è stata mai soppressa dal Concilio Vaticano II, che ne ha cambiato semmai l'applicazione pastorale, per cui oggi si è portati maggiormente a sottolineare la misericordia di Dio nei confronti dell'uomo peccatore piuttosto che a scorgere il peccato dapertutto, come si era portati a fare impropriamente in passato. Non per questo però la Chiesa ha mai eliminato né sottovalutato la gravità di un atto contrario ai comandamenti della legge di Dio, soprattutto in un epoca come la nostra nella quale vi è un grave offuscamento o affievolimento del senso del peccato, frutto molto spesso della negazione di Dio e di ogni riferimento al trascendente in nome dell'aspirazione all'autonomia personale. (cfr. Giovanni Paolo II Reconciliatio et paenitentia) Se è vero che è dunque sufficiente un solo peccato mortale perché si vada all'inferno, è però altrettanto vero che basta l'affidamento alla divina misericordia perché possiamo salvarci.
A. G. |
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Escatologia

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