
TEOLOGIA






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ESCATOLOGIA
I NOVISSIMI – Il Giudizio
«Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte nel corpo in base a ciò che ha fatto, sia in bene che in male». (2 Corinzi 5,10)

Particolare del "Giudizio Universale" di Michelangelo |
IL GIUDIZIO – «Ogni uomo dovrà comparire due volte davanti al suo Signore (...) La prima volta, subito dopo la morte. È il giudizio particolare durante il quale l'uomo subirà da Dio il severissimo esame di tutto ciò che avrà operato, detto e pensato nel corso della vita. La seconda volta, per il giudizio universale. In un giorno e in un luogo stabiliti da Dio tutti gli uomini saranno riuniti dinanzi al tribunale divino, affinché, alla presenza degli uomini di tutti i secoli, ciascuno conosca ciò che è stato stabilito e giudicato per lui. La sentenza così pronunciata sarà per gli empi una parte non minima delle loro pene e dei loro supplizi; i giusti invece trarranno da essa grande gaudio, poiché a tutti sarà manifestata quale fu la vita di ciascuno» (Catechismo Romano, 89).
IL GIUDIZIO PARTICOLARE – Il giudizio particolare si effettua nell'istante stesso della morte: è fino all'ultimo istante della vita che l'uomo può decidere del suo destino eterno. Qualsiasi tentativo di dilazionare questo momento del giudizio e la sua irreformabile sentenza, quasi che ci fosse la possibilità di una conversione anche dopo che l'anima si è separata dal corpo, è contrario agli insegnameri della fede. Come si legge nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II «siccome poi non conosciamo il giorno né l'ora, bisogna che, seguendo l'avvertimento del Signore, vegliamo assiduamente, per meritare, finito il corso irrepetibile della nostra vita terrena, di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati , e non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove "ci sarà pianto e stridore dei denti" (Mt 22,13 e 25,30). Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo "davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno il salario della sua vita mortale, secondo quel che avrà fatto di bene o di male"» (2 Cor 5,10).
IL GIUDIZIO È IL MANIFESTARSI DELLA VERITÁ – L'uomo con la sua morte entrerà immediatamente nella pura realtà e verità e occuperà da quel momento in poi il posto che gli compete secondo verità. La mascherata della vita e il rifugiarsi dietro a posizioni di comodo e finzioni saranno ormai realtà del passato non più praticabili: l'uomo sarà quello che è in verità. È in questa caduta delle maschere che si verifica con la morte che consiste il giudizio. È esclusivamente nel potere di Dio giudicare quale sia l'ultimo orientamento nell'insieme delle scelte che hanno edificato un'intera vita; se nonostante tutti gli errori vi sia ancora un'ultima ricerca, un'ultima disponibilità, oppure se l'ostinato rifiuto sia definitivo e irrevocabile. È Dio che conosce le ombrature della nostra libertà meglio di quanto le conosciamo noi stessi, ed è pure lui che conosce la chiamata e le potenzialità dell'uomo. Egli stesso, essendo la verità che conosce l'insufficienza dell'uomo, è diventato la sua salvezza. (cf. Joseph Ratzinger, Escatologia. Morte e vita eterna)
IL GIUDIZIO UNIVERSALE – Prima del giudizio finale risorgeranno tutti i morti, sia i giusti come gli ingiusti: questo evento, che manifesta la potenza di Dio creatore, si realizzerà quando Cristo «verrà nella gloria con tutti i suoi angeli... E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra... E se ne andranno questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt 25,31-33.46). Il giudizio finale non muterà la sentenza sul destino eterno di ognuno stabilita in modo definitivo nel giudizio particolare. Tuttavia in quel momento solenne «davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1040). Ogni menzogna sarà bandita, ogni segreto svelato e ognuno apparirà qual è davanti a Cristo, ai suoi angeli e a tutti gli altri uomini. Il Padre «per mezzo del suo Figlio Gesù pronuncerà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l'opera della creazione e di tutta l'economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la Provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1040). La zizzania sarà finalmente separata dal buon grano. Il bene e il male, la verità e la menzogna, la virtù e il vizio, la fede e l'incredulità verranno giudicati e valutati per quello che sono. Tutto il bene sarà premiato e tutto il male sarà punito con una sentenza immutabile ed eterna.
VINCERÀ L'AMORE – Sarebbe però sbagliato considerare Cristo come un giudice impietoso che condanna, in quanto egli stesso è pura salvezza e chi aderisce a lui si trova già nella zona della salvezza e della grazia. La perdizione pertanto esiste già laddove l'uomo è rimasto lontano da lui e nasce dal restar chiusi in sé stessi. In ciò consiste la novità dell'interpretazione liberatrice del giudizio, la quale caratterizza la fede cristiana: la Verità che giudica l'uomo ha preso essa stessa l'iniziativa di salvarlo Pertanto l'uomo diviene in ultimo giudice di se medesimo: Cristo non condanna; è soltanto l'uomo stesso che può porre un limite alla propria salvezza. Questa verità di fede da una parte sollecita alla conversione continua e ispira il santo timore di Dio stimolando all'impegno per vivere il vangelo e prodigandosi per il regno di Dio. Ma nel medesimo tempo apre il cuore alla speranza, perché alla fine il male sarà definitivamente sconfitto e verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e della vittoria definitiva dell'amore.
LA GERUSALEMME CELESTE – «Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1042). Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l'umanità e il mondo come una «nuova creazione», è definito con l'espressione «i nuovi cieli e una terra nuova» (2 Pt 3,13). In questo nuovo universo, chiamato anche «Gerusalemme celeste» (Ap 21,15), non ci sarà più il male con le sue nefaste conseguenze e Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini: «Egli tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Tutta la creazione materiale e spirituale parteciperà alla gloria di Cristo risorto nella comunione di amore della Santissima Trinità. Tutti gli uomini salvati, di ogni razza, lingua, popolo e nazione formeranno la Famiglia di Dio: «La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1045). Tutta l'umanità redenta parteciperà alla gioia infinita di Dio e l'universo materiale parteciperà anch'esso della gloria della risurrezione. La creazione non sarà distrutta ma rinnovata e trasformata, senza però quella deformazione del peccato che caratterizza invece la nostra attuale realtà.
PER APPROFONDIRE
Come sarà il tempo nell'aldilà?
Non è del tutto esatto affermare che nell'aldilà non ci sarà più il tempo. Ci sarà un tempo che è però diverso da quello che viviamo ora qui su questa Terra. Solo Dio è fuori dal tempo in quanto possiede sé stesso nell'istante eterno, e tutte le cose del passato, del presente e del futuro sono davanti a lui come un istante presente. Il tempo che noi conosciamo ora è una proprietà della materia, e pertanto non è un qualcosa di assoluto bensì, come afferma anche il grande Einstein, è relativo alla dimensione di questo mondo materiale. Quando noi, dopo la morte, ci troveremo al di fuori da questa dimensione di mondo materiale ci sarà un altro tempo, diverso dal nostro. I filosofi medievali distinguevano questo concetto distinguendo tra tempus (tempo relativo) ed aevum (tempo assoluto). Nell'aldilà infatti ci sarà un tempo in cui le anime saranno in purgatorio, un tempo in cui saremo senza corpo e un tempo, in seguito al giudizio universale, in cui avremo il corpo glorioso.
Dov'è l'anima di una persona in coma?
Per rispondere a questo interrogativo occorre distinguare tra l'anima quando è unita al corpo da quando è staccata dal corpo. In quelle persone che vivono stati di sonno profondo o di coma l'anima continua ad essere unita al corpo ma essa risulta così essere condizionata dalla situazione fisica in cui si trova a vivere il corpo e pertanto noi in quei momenti non ne siamo consapevoli. La consapevolezza che l'anima ha di sé stessa è infatti legata alla condizione del corpo. Questo accade perché noi esseri umani non siamo angeli, che sono puri spiriti, ma siamo spiriti incarnati e pertanto il corpo condiziona le molteplici attività della nostra anima (l'intelligenza, la conoscenza, la volontà e anche l'autocoscienza). In un'ottica cristiana l'anima forma una unità sostanziale con il corpo costituendo così la persona umana. Non è dunque corretto giustapporre l'anima al corpo perché l'anima compenetra il corpo ed è da questi condizionata. Nello stato di coma profondo non è che viene a mancare l'anima, ma le sua molteplici attività tra cui quella della autocoscienza perché per sviluppare queste attività necessita del corpo.
Quando invece l'anima si stacca dal corpo, essa può comunque sussistere anche senza il corpo. Nel momento della morte l'anima si stacca dal corpo e – una volta staccata dal copro – può continuare a sussistere e può sviluppare le sue facoltà anche senza il copro. L'anima incarnata nel corpo non può sviluppare le sue attività senza il corpo, ma l'anima staccata dal copro può sviluppare tranquillamente le sue attività senza il copro e nell'istante stesso della morte è in grado di conoscere il suo destino eterno, di godere eternamente Dio fino a quando non avremo il corpo riunito all'anima nella risurrezione dei morti. |
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