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FEDE






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DOTTRINA SOCIALE
Le encicliche sociali
1. Rerum novarum (Leone XIII, 1891)
L'enciclica Rerum novarum rappresenta la magna charta dell'insegnamento sociale della Chiesa cattolica. Con il passare degli anni, i frutti di questa enciclica sono diventati abbondanti e numerosi, sia nel campo del magistero sociale della Chiesa sia in quello dell'azione sociale dei cattolici. La portata innovativa della Rerum novarum la si può comprendere pienamente solo se si considerano i diffìcili rapporti della Chiesa con il giovane Stato italiano, che aveva portato la Chiesa ad assumere un atteggiamento di "cittadella assediata", sfociato nel famoso non expedit (per i cattolici non è opportuno partecipare alla vita politica né come eletti né come elettori). Il contesto storico dell'enciclica è segnato dalla crescente diffusione delle ideologie del liberalismo e del marxismo. Lo sviluppo di un'economia di tipo capitalistico, i numerosi problemi sociali sorti all'indomani della rivoluzione industriale, le drammatiche condizioni di vita degli operai e lo sfruttamento del lavoro minorile spingono la Chiesa ad intervenire contro le false ideologie e i falsi rimedi, ma, nel contempo, la invitano a riconsiderare il suo rapporto con la società moderna . L'enciclica, dopo aver ricondotto la questione sociale alla questione operaia, invita a superare quelle dottrine, come il liberalismo e il socialismo, che si presentano ingiuste nella sostanza e nocive nelle conseguenze, in quanto impostano in maniera errata i rapporti fra lo Stato, la famiglia e la proprietà. Per far fronte ai drammi della questione sociale, occorre affermare il diritto di proprietà, il giusto salario, l'intervento dello Stato nell'economia, le associazioni professionali di proprietari e operai (corporazioni o sindacati). Alla base della riflessione di Leone XIII vi è la "legge naturale", inscritta in ogni coscienza come impronta di Dio e costituita da principi morali universali, da cui discendono le norme del diritto naturale da rispettare e valorizzare.
2. Quadragesimo anno (Pio XI, 1931)
La grande crisi economica del '29 (con la smentita dell'ideologia liberale classica) e il totalitarismo ateo marxista-leninista in Unione Sovietica (con la sua crescente influenza anche all'estero) sono due tra i fatti più rilevanti dei primi decenni del secolo. Il mutato quadro economico e politico che si registra su scala internazionale comporta una ridefinizione della questione sociale. Essa non si identifica più con la questione operaia o comunque con i rapporti tra le diverse classi sociali, ma diviene un problema più vasto e complesso, che comprende i modelli economico-politici. Pio XI, al fine di superare il divorzio fra economia e morale, offre una serie di puntualizzazioni teoriche sulla vita economica e sociale e, in particolare, sollecita l'introduzione di migliori e più umane condizioni di lavoro e la necessità che i poteri pubblici intervengano (entro certi limiti) a orientare e dirigere il corso dell'economia.
3. Mater et magistra (Giovanni XXIII, 1961)
La questione sociale si apre alla dimensione intemazionale ed al rapporto tra popoli ricchi e popoli poveri. La Chiesa si fa portavoce di una concezione forte della convivenza sociale, basata sul fondamentale principio «che i singoli esseri umani sono e devono essere il fondamento, il fine e i soggetti di tutte le istituzioni in cui si esprime e si attua la vita sociale» (n. 203). Alla luce di tale principio si possono leggere e valutare le nuove situazioni proprie del mondo sviluppato: crescita economica senza precedenti, maggiore interdipendenza tra gli uomini, ruolo accresciuto delle parti sociali, nuove linee di demarcazione tra povertà e ricchezza.
4. Pacem in terris (Giovanni XXIII, 1963)
L'enciclica presenta elementi di indubbia novità, introducendo una sorta di "nuovo corso" del magistero pontificio. Anzitutto la novità è da cogliere nella scelta del tema, la pace, che suggerisce un'ottica diversa secondo cui considerare i diversi problemi della convivenza sociale. Inoltre la Pacem in terris è indirizzata, oltre che al clero e ai fedeli, a "tutti gli uomini di buona volontà" e distingue le "false dottrine filosofiche" dai "movimenti storici" derivati da esse. Nel complesso queste sottolineature comportano un diverso modo di intendere l'insegnamento sociale, che non si limita ad evidenziare i principi obiettivi della giustizia sociale, ma individua ed incoraggia le forze morali storicamente capaci di rendere presenti la giustizia e la pace. In ogni caso, le esigenze insite nella stessa natura umana sono esplicitate mediante l'appello ad evidenze etiche sulle quali è possibile il consenso di tutti gli uomini di buona volontà.
5. Populorum progressio (Paolo VI, 1967)
Lo scopo che questa enciclica si propone non è dottrinale ma di mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale per uno sviluppo umano "integrale" e "solidale", e per questo si distanzia nettamente dai moduli caratteristici del magistero sociale preconciliare. In effetti, l'intento dell'enciclica non è di offrire modelli né di proporre soluzioni prestabilite al problema dello sviluppo dei popoli bensì di offrire orientamenti e motivazioni affinché tale sviluppo sia vero, plenario, integrale e solidale. La novità della questione sociale è appunto la sua dimensione universale o mondiale: «Oggi, il fatto di maggior rilievo [...] è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale» (n. 3).
6. Sollicitudo rei socialis (Giovanni Paolo II, 1987)
L'enciclica è molto ricca di temi, di spunti di riflessione, di richiami sia alla Populorum Progressio di Paolo VI, che ad altri documenti della dottrina sociale della Chiesa; ma segue un filo di discorso lineare, logico e dottrinalmente robusto, che soggiace a tutta la trattazione dell'argomento principale: cioè l'allargamento del concetto e del progetto di "sviluppo dei popoli" su dimensioni sempre più marcatamente mondiali. Il documento si inserisce nel quadro della situazione socioeconomica, culturale e politica del mondo, quale si delinea a un ventennio dalla Populorum Progressio, riprendendo l'idea dello sviluppo per affermare che, se è entrato in crisi, se non addirittura fallito, il progetto che negli anni Sessanta suscitava tanto interesse e persino entusiasmo, in gran parte è dovuto al fatto che si aveva un concetto troppo riduttivo dello sviluppo, considerato quasi esclusivamente nei suoi elementi socioeconomici, senza sufficiente attenzione ai fattori culturali e spirituali che ne sono motivi e componenti essenziali, come Paolo VI aveva chiaramente ammonito. Secondo l'enciclica, in ordine allo sviluppo a livello mondiale, deve formarsi una solidarietà della stessa estensione e profondità, che stringa tra loro tutti i popoli della comunità mondiale e i popoli che si trovano vicini o affini a raggio regionale: in ogni caso con un intento di aiuto ai popoli più poveri e in via di sviluppo. Questi non devono essere privati della loro identità e cultura, ma nello stesso tempo devono essere incoraggiati a impegnarsi attivamente nella loro liberazione dalla condizione di sottosviluppo e di ritardo sulla via del progresso economico e socioculturale, vincendo lo stato di passività e di fatalismo nel quale a volte si trovano. La solidarietà è fondata, da una parte, sull'interdipendenza tra tutti i popoli; d'altra parte la solidarietà è una virtù apparentata con la carità, che ne è l'ispiratrice e la generatrice. L'enciclica dunque si colloca nettamente sul piano dell'etica sociale e anzi del messaggio evangelico, sebbene faccia riferimento a molti problemi economico-sociali aperti e agitati nel mondo d'oggi.
7. Centesimus annus (Giovanni Paolo II, 1991)
Il messaggio di questo documento, scritto nel centenario della Rerum novarum di Leone XIII, è sintetizzato nella sua parte finale: «Negli ultimi cento anni la Chiesa ha ripetutamente manifestato il suo pensiero, seguendo da vicino la continua evoluzione della questione sociale (...). Suo unico scopo è stata la cura e responsabilità per l'uomo, a lei affidato da Cristo stesso (...). Ne consegue che la Chiesa non può abbandonare l'uomo (...). È solo questa l'aspirazione che presiede alla dottrina sociale della Chiesa» (n. 53). Dopo aver dedicato particolare attenzione agli avvenimenti dell'anno 1989, l'enciclica tratta gli argomenti della proprietà privata, dell'universale destinazione dei beni, dello Stato e della cultura. Segue il capitolo conclusivo intitolato «L'uomo è la via della Chiesa», nel quale, tra l'altro, si afferma che «la dottrina sociale ha di per sé il valore di uno strumento di evangelizzazione: in quanto tale, annuncia Dio e il mistero di salvezza in Cristo a ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l'uomo a se stesso. In questa luce, l'enciclica si occupa dei diritti umani di ciascuno e, in particolare, del "proletariato", della famiglia e dell'educazione, dei doveri dello stato, dell'ordinamento della società nazionale e internazionale, della vita economica, della cultura, della guerra e della pace, del rispetto alla vita dal momento del concepimento fino alla morte» (n. 54). Nella consapevolezza che «la Chiesa non ha modelli da proporre» (n. 43), ma offre all'impegno di tutti un orientamento ideale indispensabile per un umanesimo culturale ed economico rispettoso della totalità dell'uomo, l'enciclica sviluppa in modo organico i problemi derivanti dai nuovi profili della questione sociale entro le coordinate di un nuovo, complesso e differenziato scenario europeo e planetario. In particolare sono parecchi gli elementi di novità su cui l'enciclica attua un'approfondita riflessione. Innanzitutto viene apprezzata la moderna economia d'impresa che si avvale del libero mercato e dove il fattore decisivo della produzione non è più la terra e il capitale, ma l'uomo con la sua capacità di conoscenza e di organizzazione solidale (n. 32). Viene riconosciuta la giusta funzione del profitto, come indicatore non esclusivo del buon andamento dell'azienda (n. 35). Viene accolto apertamente e positivamente il sistema democratico, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità di eleggere e controllare i governanti (n. 46). Viene ritenuta indegna dell'uomo, e quindi da condannare, una democrazia senza valori che vede l'uomo solo come produttore e consumatore, che privilegia l'avere sull'essere, che erige il profitto ad unico motivo dell'agire economico, che sopprime le stesse fonti della vita (con l'aborto e gli interventi di ingegneria genetica), che fa violenza agli equilibri ecologici naturali, umani e familiari. Piuttosto articolata appare la risposta alla domanda se il capitalismo, risultato vincente, sia da proporre anche ai paesi del terzo mondo come via di progresso economico e civile. Se per «capitalismo» si intende un sistema di «economia libera» e cioè un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale dell'impresa, del mercato, della proprietà privata, della libera creatività nel settore economico, allora la risposta è senz'altro positiva. Se invece per «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore economico non è inquadrata in un contesto giuridico che ponga l'economia al servizio della libertà umana, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa (n. 42).
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