
FEDE






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DOTTRINA SOCIALE
Sintesi della dottrina sociale della Chiesa
L'UOMO AL CENTRO – La dottrina sociale della Chiesa pone l'uomo al vertice di ogni suo interesse. Ogni retta dottrina sociale deve interessarsi dell'uomo e tendere a procurarne il bene sia individuale che comunitario, ma per raggiungere questo fine bisogna che chi formula una dottrina sociale sappia chi è l'uomo e in che consiste la sua felicità. Una dottrina sociale che avesse un concetto errato o parziale dell'uomo non potrebbe che tornare a danno dell'uomo stesso. La nostra ragione ci dice parecchie cose sull'uomo, ma non non è in grado di rispondere con certezza alle domande fondamentali dell'uomo, come quello della propria origine e del proprio destino dopo la morte. A questa mancanza di certezza e di completezza della nostra ragione ci viene incontro la Parola di Dio che noi conosciamo per mezzo della Fede, la quale corregge ed illumina i lati incerti ed oscuri a cui la ragione non riesce a dare una risposta. Da ciò si deduce che la Chiesa non solo ha una sua dottrina sociale, ma che è l'unica a possedere la vera dottrina sociale perché, in grazia della Fede, è l'unica che conosce veramente l'uomo nella sua realtà e nel suo destino.
LA COMUNITÀ È PER L'UOMO – Il Diritto Naturale (da sempre riconosciuto e difeso dalla Chiesa) pone come fine ultimo di ogni legge sociale il bene dellla persona umana. La prima società naturale, costituita dalla unione matrimoniale tra un uomo e una donna, è la famiglia, la quale gode di tutti i diritti della Persona umana. Quando molte persone umane o famiglie si riuniscono in un territorio per raggiungere il bene di tutta la comunità (il cosiddetto "bene comune") nasce una società o comunità umana, nella quale, come è logico, vanno rispettati i diritti delle singole persone e delle famiglie che la compongono. Ma viene prima l'uomo o la comunità? La dottrina sociale della Chiesa risponde che viene prima l'uomo, perché la felicità del singolo uomo è il fine, mentre la comunità è solo un mezzo per aiutare l'uomo a raggiungere la sua personale felicità.
Il Potere pubblico ha perciò l'unico scopo di aiutare tutti i singoli uomini che formano la Comunità a raggiungere il loro fine personale, e ciò deve avvenire attuando sia il "Principio di Solidarietà" che il "Principio di Sussidiarietà".
• Il principio di solidarietà obbliga il Potere pubblico a porre tutte quelle condizioni concrete che rendano possibile a tutti gli uomini di realizzare la propria vocazione personale nel campo economico, culturale, religioso. Queste condizioni concrete, necessarie allo sviluppo dei singoli, sono dette bene comune, perché di fatto esse sono un bene comune a tutti gli uomini che fanno parte della comunità.
• Il principio di sussidiarietà obbliga il potere pubblico a non fare quel che i singoli uomini riescono a fare di loro iniziativa e ad intervenire solo quando i singoli uomini, per ragioni varie, non sono in grado di fare. Secondo la dottrina sociale della Chiesa sono i singoli uomini che, nell'ambito e favoriti dal bene comune, hanno il diritto di prendere le più varie iniziative economiche, culturali, assistenziali e religiose (come aprire scuole, gestire ospedali, produrre e commerciare beni di consumo, ecc.) mentre il pubblico potere ha solo il dovere «di stimolare, di orientare, di coordinare» l'opera dei privati, ed anche «di supplire e di integrare» (Mater et Magistra, n.39) con l'opera sua gli spazi di attività che i privati non hanno voluto o potuto coprire.
I BENI MATERIALI SONO PER L'UOMO – Nel mondo esiste una enorme quantità di beni materiali, e la dottrina sociale della Chiesa afferma che tutti questi beni sono stati creati da Dio per tutti gli uomini, nessuno escluso. Ogni uomo ha perciò il diritto di usare questi beni per sé con un solo limite: quello di non ledere lo stesso diritto che tutti gli altri uomini hanno al pari di lui. Negare forzatamente all'uomo il diritto di proprietà privata (come è avvenuto ed avviene nei regimi comunisti) è un'ingiustizia che va contro l'uomo, perché equivale a negargli ciò di cui ha bisogno per vivere e per raggiungere il proprio fine.
Tuttavia, dopo aver affermato il diritto di ogni uomo alla proprietà privata dei beni materiali, la dottrina sociale della Chiesa dichiara che, a questo riguardo, bisogna rispettare due condizioni:
• l'equità della distribuzione dei beni materiali tra tutti gli uomini. Da un punto di vista puramente teorico sarebbe auspicabile che i beni materiali venissero distribuiti in parti uguali tra tutti gli uomini. Gli uomini però, essendo liberi, non si comportano tutti in modo uguale ed è perciò inevitabile che ci siano uomini che possiedono di più e altri che possiedono di meno. La Chiesa accetta questa differenza, purché sia "equa", cioè non privi nessun uomo di ciò che è necessario per vivere e raggiungere il proprio fine.
In tal modo è accettabile che in una società vi siano persone che col proprio lavoro abbiano aumentato o conservato il proprio patrimonio, ed altre che lo abbiano visto diminuire purché non al di sotto delle proprie necessità. La distribuzione dei beni, anche se non uguale, è equa, cioè giusta, perché rispetta sia i diritti di chi, avendo lavorato, possiede di più, sia i diritti di chi, pur possedendo di meno, ha però il necessario per vivere e svilupparsi in modo degno dell'uomo. Non è invece equa, e perciò per la Chiesa è ingiusta e iniqua, l'attuale divisione dei beni materiali tra i vari Popoli del mondo, ove i Paesi ricchi (Europa, America del Nord, Giappone ed Australia) possiedono il quasi l'80% delle ricchezze pur costituendo solo il 28% della popolazione mondiale.
• la "funzione sociale" della proprietà privata, ossia chi possiede di più dia il superfluo verso chi non ha a sufficienza. Come viene affermato dalla enciclica Laborem Exercens «il diritto alla proprietà privata è subordinato al diritto dell'uso comune, alla destinazione universale dei beni», ossia il diritto alla proprietà privata non viene prima, ma dopo il diritto che tutti gli uomini hanno di possedere la propria parte di beni necessaria per vivere e svilupparsi umanamente. I modi con cui far rifluire la ricchezza eccedente i propri bisogni verso la comunità sono alcuni lasciati alla libera iniziativa dei singoli, altri resi obbligatori dalla legge dello Stato che impone di pagare le tasse percentualmente più alte a chi possiede di più: in tal modo si opera un riflusso di beni da chi ha più verso chi ha di meno, senza chiedere di più di quanto è richiesto per il bene comune o di quanto il cittadino può dare. Diversamente ucciderebbe l'iniziativa privata che è e resterà sempre la vera sorgente di ricchezza per tutta la comunità. Inoltre lo Stato deve impiegare con oculatezza e giustizia quanto ha prelevato con le tasse, senza sperperarlo o usarlo per scopi iniqui.
L'UOMO E IL LAVORO – Qualunque sia l'aspetto oggettivo del lavoro (manuale o intellettuale) esso trae la sua dignità dal fatto che chi lavora è una persona umana. Nel lavoro umano intervengono, come abbiamo visto, tre fattori essenziali: i beni materiali, l'uomo e il lavoro, legati tra loro da una precisa gerarchia di valori.
1. L'uomo vale più dei beni materiali
2. L'uomo vale più del suo lavoro.
3. Il lavoro vale più dei beni materiali
4. Il lavoro e beni materiali sono a servizio dell'uomo.
Due errori contrapposti sono quelli proprie del capitalismo rigido del secolo scorso, che considerava il lavoro umano come una merce e il lavoratore come semplice produttore di lavoro, e quello del comunismo che — benché coperto da un falso velo di giustizia sociale — relegava la persona umana all'ultimo posto, asservita a una ipotetica "dittatura del proletariato" i cui funesti risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti con tutte le ingiustizie e le relative reazioni violente che tanto dolore hanno arrecato all'umanità. Oggi nelle democrazie occidentali il pensiero cristiano sulla dignità dell'uomo e del lavoro è praticamente accettato da tutti con grande vantaggio della pace sociale.
PER APPROFONDIRE
Estratti dalla enciclica Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II.
I RICCHI SEMPRE PIU' RICCHI E I POVERI SEMPRE PIU' POVERI
La prima costatazione negativa da fare è la persistenza, e spesso l'allargamento del fossato tra l'area del cosiddetto Nord sviluppato e quella del Sud in via di sviluppo. Questa terminologia geografica è soltanto indicativa, perché non si può ignorare che le frontiere della ricchezza e della povertà attraversano al loro interno le stesse società sia sviluppate che in via di sviluppo. Difatti, come esistono diseguaglianze sociali fino a livelli di miseria nei Paesi ricchi, così, parallelamente, nei Paesi meno sviluppati si vedono non di rado manifestazioni di egoismo e ostentazioni di ricchezza, tanto sconcertanti quanto scandalose. All'abbondanza di beni e di servizi disponibili in alcune parti del mondo, soprattutto nel Nord sviluppato, corrisponde nel Sud un inammissibile ritardo, ed è proprio in questa fascia geo-politica che vive la maggior parte del genere umano.
L'ERRORE DEL COMUNISMO
Occorre rilevare che nel mondo d'oggi, tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa economica. Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il singolo individuo, ma anche per il bene comune. L'esperienza ci dimostra che la negazione di un tale diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa «eguaglianza» di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo spirito d'iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera eguaglianza, quanto un «livellamento in basso». Al posto dell'iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione all'apparato burocratico che, come unico organo «disponente» e «decisionale»-se non addirittura «possessore»-della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell'operaio-proletario dal capitalismo. Ciò provoca un senso di frustrazione o disperazione e predispone al disimpegno dalla vita nazionale, spingendo molti all'emigrazione e favorendo, altresì, una forma di emigrazione «psicologica». Una tale situazione ha le sue conseguenze anche dal punto di vista dei «diritti delle singole Nazioni». Infatti, accade spesso che una Nazione viene privata della sua soggettività, cioè della «sovranità» che le compete nel significato economico ed anche politico-sociale e in certo qual modo culturale, perché in una comunità nazionale tutte queste dimensioni della vita sono collegate tra di loro. Bisogna ribadire, inoltre, che nessun gruppo sociale, per esempio un partito, ha diritto di usurpare il ruolo di guida unica perché ciò comporta la distruzione della vera soggettività della società e delle persone-cittadini, come avviene in ogni totalitarismo. In questa situazione l'uomo e il popolo diventano «oggetto», nonostante tutte le dichiarazioni in contrario e le assicurazioni verbali.
IL GRAVE PROBLEMA DELLA DISOCCUPAZIONE
Altro indice, comune alla stragrande maggioranza delle Nazioni, è il fenomeno della disoccupazione e della sottoccupazione. Non c'è chi non si renda conto dell'attualità e della crescente gravità di un simile fenomeno nei Paesi industrializzati. Se esso appare allarmante nei Paesi in via di sviluppo, con il loro alto tasso di crescita demografica e la massa della popolazione giovanile, nei Paesi di grande sviluppo economico sembra che si contraggano le fonti di lavoro, e così le possibilità di occupazione, invece di crescere, diminuiscono. Anche questo fenomeno, con la sua serie di effetti negativi a livello individuale e sociale, dalla degradazione alla perdita del rispetto che ogni uomo o donna deve a se stesso, ci spinge a interrogarci seriamente sul tipo di sviluppo, che si è perseguito nel corso di questi venti anni.
COMUNISMO E CAPITALISMO
Trovandoci di fronte ad un insieme di fattori indubbiamente complessi, non è possibile giungere qui a un'analisi completa. Ma non si può passare sotto silenzio un fatto saliente del quadro politico, che caratterizza il periodo storico seguito al secondo conflitto mondiale ed è un fattore non trascurabile nell'andamento dello sviluppo dei popoli. Ci riferiamo all'esistenza di due blocchi contrapposti, designati comunemente con i nomi convenzionali di Est e Ovest' oppure di Oriente e Occidente. In Occidente esiste, infatti, un sistema che storicamente si ispira ai principi del capitalismo liberista, quale si sviluppò nel secolo scorso con l'industrializzazione; in Oriente c'è un sistema ispirato al collettivismo marxista, che nacque dall'interpretazione della condizione delle classi proletarie, alla luce di una peculiare lettura della storia. Ciascuna delle due ideologie, facendo riferimento a due visioni così diverse dell'uomo, della sua libertà e del suo ruolo sociale, ha proposto e promuove, sul piano economico, forme antitetiche di organizzazione del lavoro e di strutture della proprietà, specialmente per quanto riguarda i cosiddetti mezzi di produzione. Era inevitabile che la contrapposizione ideologica, sviluppando sistemi e centri antagonisti di potere, con proprie forme di propaganda e di indottrinamento, evolvesse in una crescente contrapposizione militare, dando origine a due blocchi di potenze armate, ciascuno diffidente e timoroso del prevalere dell'altro. A loro volta, le relazioni internazionali non potevano non risentire gli effetti di questa «logica dei blocchi» e delle rispettive «sfere di influenza». Nata dalla conclusione della seconda guerra mondiale, la tensione tra i due blocchi ha dominato tutto il quarantennio successivo, assumendo ora il carattere di «guerra fredda», ora di «guerre per procura» mediante la strumentalizzazione di conflitti locali, ora tenendo sospesi e angosciati gli animi con la minaccia di una guerra aperta e totale. Se al presente un tale pericolo sembra divenuto più remoto, pur senza essere del tutto scomparso, e se si è pervenuti ad un primo accordo sulla distruzione di un tipo di armamenti nucleari, l'esistenza e la contrapposizione dei blocchi non cessano di essere tuttora un fatto reale e preoccupante, che continua a condizionare il quadro mondiale. |
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