
FEDE






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I DIECI COMANDAMENTI
8° Comandamento:
NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA
Oggi gran parte degli Stati hanno la distinzione chiara fra i tre poteri che regolano la vita di una nazione: legislativo (che definisce le leggi), esecutivo (che attua le leggi), e giudiziario (che giudica il rispetto delle leggi). Gli Ebrei non conoscevano questa distinzione: il processo – se così si può definire – e la punizione dei malfattori venivano eseguite alla porta della città da parte dagli anziani del popolo o dal re.
Si comprende così quale importanza avesse il testimone: la sua parola era praticamente l'unico mezzo per appurare la verità. Un testimone bugiardo, che però nessuno poteva contraddire, significava la perdita dell'onore e della proprietà, e spesso anche della vita, per l'accusato. Non di rado perciò incontriamo nei Salmi la preghiera: "Rendimi giustizia, o Dio". A chi avesse perduto in tribunale, anche se aveva ragione, soltanto Dio poteva ancora venire in aiuto.
Difendere la convivenza tra gli uomini
Lo scopo dell'ottavo comandamento è la difesa della convivenza degli uomini. L'ottavo comandamento proibisce di falsare la verità nella relazione con gli altri, e questo deriva dal fatto che Dio vuole la verità. È contro l'ottavo comandamento anche la menzogna comune, in quanto non favorisce ma anzi impedisce la convivenza civile, ponendo gli uni contro gli altri. Non per nulla Gesù disse: "Il vostro linguaggio sia sì se sì, no se no; il di più viene dal maligno" (Mt 5,37). Il principio fondamentale è dunque questo: "al cristiano non soltanto è vietata la falsità in tribunale, ma anche nei confronti di una persona che abbia diritto alla verità e che alla verità si appella per ritrovare fiducia" (cfr. Otto Hermann Pesch, I dieci comadamenti, Queriniana).
Verità e amore
Quando la verità non genera fiducia e pace, ma confusione e turbamento, anche se è certamente vero quello che noi diciamo, non si può dire tutto ciò che è vero. Oggi molti pensano che sia cosa giustissima dire in faccia a una persona cosa si pensa di lei, cosa si accetta o si critica, senza badare al modo con cui lo si dice... La cortesia è una virtù dimenticata. Per la Bibbia invece è da preferire la cortesia, cioè la cura e l'attenzione per la sensibilità dell'altro: l'uomo cortese non è colui che tace, ma colui che sa aspettare il momento giusto per intervenire. Allora anche lui dirà la verità, ma in un modo che edifichi e non che distrugga, che infonda coraggio e non che lasci senza speranza.
Le critiche vanno fatte, tant'è che anche Gesù invita alla correzione fraterna, ma con tatto e avendo cura di rispettare l'altra persona. Per questo le critiche vanno sempre fatte direttamente alla persona interessata, non davanti agli altri ma in privato, e al momento opportuno. Le critiche devono essere rispettose e costruttive: si critica l'errore, l'atteggiamento e non la persona, si critica per costruire e non per distruggere. Quando si critica una proposta, occorre sempre pensare a un'alternativa da proporre, perché come dicevano i nostri saggi "non si lascia la casa vecchia senza aver pronta quella nuova, altrimenti si rimane per strada".
Ipocrisia
Qualcuno potrebbe pensare che mentre si aspetta il momento opportuno, nel frattempo ci si ponga di fronte all'altro con un atteggiamento falso, è l'ipocrisia, cioè il comportarsi in un modo diverso da quello che si è, il dire cose diverse da quelle che si pensano, solo per adulare qualcuno. La cortesia però non ha nulla a che fare con l'ipocrisia. L'ipocrisia finge, il cortese usa riguardo. L'ipocrisia tace all'interessato quello che realmente pensa, ma lo dice agli altri; il cortese, invece, tace con gli altri e quando è giunto il momento dice la verità direttamente all'interessato.
Pettegolezzo e maldicenze
Tutti siamo pronti a criticare le pettegole di turno, ma quasi nessuno ammette di essere pettegolo. Noi diciamo sempre la verità, e ci facciamo scudo dietro di essa. Sicuramente però è capitato a tutti di criticare qualcuno con gli amici, di parlare male di un amico alle sue spalle: l'ottavo comandamento ci insegna a benedire sempre l'altro, a dirne bene, a diffondere fiducia e stima verso di lui. Se dobbiamo dirne male, lo diciamo a lui, non agli altri.
Magari ciò che diciamo è vero, non stiamo inventando niente, però sembra quasi che il fine sia quello di ci compiacerci di una sofferenza o di una sconfitta capitata all'altro. E questo non è né un gesto di amore né un servizio alla verità. Quando le calunnie sono gravi e pubbliche, e distruggono la reputazione di una persona al punto che nessuno è più disposto a fidarsi di lei si parla di diffamazione.
Verità e carità
Ci sono occasioni in cui è difficile capire se dire la verità è bene o male. Un conto è la verità che fa male all'orgoglio: al di là dell'umiliazione, assolutamente umana, la verità in questo caso ci fa bene, ci corregge, ci fa un servizio perché ci sprona a migliorare.
Diversa invece è questa situazione: a un ammalato si deve sempre dire la verità? Se c'è una speranza di guarigione, dicendo tutta la verità l'ammalato potrebbe anche deprimersi, spaventarsi, e perdere la volontà di vivere, mentre tutti sappiamo quanto siano importanti la speranza e la forza di volontà nel processo di guarigione. D'altra parte però è giusto che l'uomo si prepari con consapevolezza alla propria morte, e non è giusto tenerlo all'oscuro della sua situazione. E allora, cosa fare? Chiaramente non c'è una risposta che vale per tutti i singoli casi. Bisogna valutare caso per caso, tenendo presente che il primato spetta alla carità e non alla verità in sé stessa, anche se ciò non significa che il "fine giustifica il mezzo".
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I Dieci Comandamenti

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