
FEDE






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I DIECI COMANDAMENTI
3° Comandamento:
RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE
Come giorno festivo, gli Ebrei osservavano il
sabato, e questo giorno veniva dedicato interamente al culto del Signore, astenendosi
da qualsiasi lavoro. Per i cristiani il giorno di festa è
la domenica: Gesù è risorto "il primo giorno
dopo il sabato". La domenica, giorno in cui si celebra l'Eucaristia,
è dunque per i cristiani il primo giorno della settimana. Nella comunità cristiana delle origini
non era molto chiaro quale fosse il giorno da dedicare al Signore:
i cristiani di origine ebraica continuavano ad osservare il sabato,
quelli provenienti dai popoli pagani consideravano giorno di culto
e di riposo i giorni che nei loro ambienti erano ritenuti tali dalla
tradizione e dalla consuetudine.
Fu l'imperatore Costantino, nel secolo IV, che
dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dell'impero
Romano e stabilì la domenica quale giorno di culto e di riposo:
da allora i cristiani riferirono con naturalezza la terza delle
Dieci Parole della Legge alla domenica cristiana e alla celebrazione dell'Eucaristia. Nel libro del Deuteronomio 5,12-15 si
dice che il sabato va osservato perché ricorda la liberazione
dalla schiavitù d'Egitto, ossia dallo sfruttamento da parte
degli Egiziani del lavoro compiuto dagli Ebrei. Celebrare il sabato
per ii fedele ebreo significa proclamare che la vita davanti a Dio
è una vita umana, liberata.
Osservare il riposo dal lavoro
Perché si deve riposare un giorno la settimana?
Per essere e per sentirci più uomini e non macchine, né
schiavi, né bestie. Il lavoro è fatto per l'uomo e
non l'uomo per il lavoro. Se gli uomini sapessero riposare come
vuole Dio, ci sarebbero anche meno malattie nervose e stress. Il
riposo domenicale offre l'occasione per meditare le letture ascoltate
in chiesa durante la Messa, per stare più tempo in famiglia,
per vivere la carità. Ma basta andare a Messa
perché sia davvero il giorno del Signore, il giorno a Lui
dedicato?
La domenica è giorno di festa
La Messa è certamente il polmone della domenica, il culmine
e la fonte di tutte le attività che ne fanno il preludio
e l'assaggio della domenica senza tramonto. È necessario
fare di tutto affinché questo non sia vero solo nelle prediche
e nei documenti, ma nella vita. A questo scopo è necessario sottrarre
al più presto la messa dalla categoria del precetto e del
dovere, per riportarla al suo significato vero: il dono del Signore
Gesù ai suoi discepoli. «Questo è il mio corpo
che è dato per voi, questo è il mio sangue versato
per voi», dice Gesù. Non: «Questo mi dovete
portare come sacrificio». Purtroppo, con la storia del precetto,
è stato capovolto tutto. I cristiani offrono la messa a Dio
come i pagani offrivano il vitello a Giove, per mettersi in regola
davanti a lui, per evitare le sue ire, per assicurarsi favori, per
suffragare i defunti. Ora, cosa succede con un obbligo? Che fatalmente
lo si dà con il cuore al minimo, alla sbrigativa, con la
sensazione di avere fatto un favore. Questo significa ammazzare
la Messa.
Per essere veramente culmine e fonte del giorno
del Signore la Messa deve tornare a essere l'incontro gioioso delle
sorelle e dei fratelli con il loro Signore che, come ai discepoli
di Emmaus, con la sua parola fa ardere il loro cuore e con il suo
corpo ridona loro la carica per ripartire verso Gerusalemme. I cristiani
devono sentire, anche come sensazione, che alla domenica vanno a
ricevere un dono. Perché a ricevere un dono si va con il
cuore aperto, pronti a ricambiare.
La Messa dovrà quanto prima tornare a
essere il momento celebrativo in cui i discepoli di Gesù
che hanno messo in opera segni di carità, di gratuità,
di festa, di segnali di domenica senza tramonto, si ritrovano intorno
al loro Signore per ricevere con gioia illuminazione, conforto ed
energie nuove. Senza questo rinnovamento, si assisterà, nonostante le prediche
e le reprimende, a una crescente fuga dalla messa soprattutto da
parte di coloro che ormai non sentono più il richiamo del
dovere, ma, per cultura e mentalità, accettano soltanto ciò
di cui sono convinti, e da cui traggono effettivo giovamento.
Riconoscere la Signoria di Dio sul tempo
La Domenica è nata come giorno in cui
fare memoria della risurrezione di Gesù, avvenuta appunto
"il primo giorno dopo il sabato" come riferiscono i vangeli.
I cristiani avvertirono subito che tale giorno doveva essere festeggiato
settimanalmente: lo chiamarono "domenica" ossia "giorno
del Signore" (dal latino "dominus dei") e intendevano dire "del Signore risorto". La domenica di Pasqua ha dato origine a tutte
le domeniche. Quale collegamento c'è oggi tra la festa della
domenica e la celebrazione della Messa? Ossia, perché andare
a Messa la domenica è un "precetto"? Diciamo subito
che tutti giorni sono adatti a celebrare la Messa. Ma il migliore
di tutti è la domenica in quanto ricorda la Pasqua di Gesù
e la Messa – appunto – rende presente questa Pasqua, rendendo presente
Gesù stesso. Ecco un episodio emblematico accaduto nell'Africa
settentrionale nel 304. Nella città di Abitinia, nonostante
il divieto dell'imperatore, un gruppo di cristiani si era radunato
in una casa per celebrare la Messa. Sorpresi e incarcerati, furono
condannati: erano 44 persone. Al giudice che chiedeva loro per quale
motivo avessero violato la legge dell'imperatore, riposero: "Perché
la domenica noi non possiamo restare senza la Messa".
Recuperare la gioia della vita
Gli antichi cristiani dicevano che la domenica
"è un giorno che noi dobbiamo trascorrere nella gioia".
Per questo la domenica, pregando, non digiunavano né si inginocchiavano.
La domenica è giorno di festa e per questo la Chiesa la definisce
"giorno della comunità e della famiglia". Che festa
sarebbe, infatti, senza qualcuno con cui condividere il tempo e
la gioia? Se la domenica fosse solo il giorno in cui ci si alza
tardi, si infila una vecchia tuta e si passa tutto il pomeriggio
davanti alla tv a fare zapping, ci sarebbe ben poco di festa. C'è
festa solo nell'incontrarsi con gli altri. Per questo la Chiesa invita a recuperare le diverse
espressioni della gioia domenicale: gli incontri attorno alla mensa,
le passeggiate dei genitori coi figli, e sul piano parrocchiale
qualche pellegrinaggio o qualche festa in oratorio. Tutto questo,
ha detto il cardinale Colombo, "può incrementare la
gioia dello spirito e lo stare insieme dei membri della stessa famiglia
e della stessa comunità".
Vivere la carità
Se qualcuno, pensando alla domenica, dicesse:
"ecco una giornata tutta per me", dimostrerebbe di averne
smarrito il senso cristiano. La domenica ricorda e attualizza il
più grande atto di carità compiuto dal Signore Gesù,
la sua morte e risurrezione. Il significato cristiano della domenica,
allora, è autenticamente compreso da chi si mostra attento
alla tristezza, alla solitudine e alla sofferenza dell'altro. Ascoltare
con calma il figlio, conversare a cuore aperto con i propri genitori,
passare del tempo con i nonni, andare a trovare un amico, confortare
un ammalato, scrivere una lettera a chi è lontano da casa,
collaborare a una buona iniziativa, visitare il cimitero pregando
per i morti... tutto questo è vivere la domenica in modo cristiano.
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I Dieci Comandamenti

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