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VITA UMANA

L'aborto, la morte e le bugie

Le donne libere devono essere anche forti; e le donne forti non cercano di celare le decisioni più importanti dietro un eufemismo.

di NAOMI WOLF
(da "Il Foglio", 6/10/2005)

Ho abortito quando ero una single e mia figlia aveva due anni. Lo rifarei. Ma ricordi che nella mitologia greca quando veniva ucciso un parente eri perseguitato dalle furie? Ecco, per mesi è stato come se delle furie di bambini mi perseguitassero”. Queste non sono le parole di un’adolescente di strette vedute residente in qualche zona di letargo culturale dell’America. Sono le parole di una cardiologa quarantenne, che ha fatto l’università a Cornell, che abita in città e che vota per il partito democratico; la chiamerò Claire. Claire è esattamente il tipo di persona per la quale il diritto all’autodeterminazione della donna sull’aborto è una convinzione irremovibile.

E tuttavia, le sue parole sono quelle a cui il movimento pro choice (per la libertà
di scelta, ndr) non presta ascolto. Nel migliore dei casi, il femminismo difende il suo fondamento morale con la fedeltà al movimento. Ma, incassando un colpo etico e politico, ha lasciato il dibattito su quel che è giusto e quel che è sbagliato ai nemici dell’aborto. L’aver abbandonato quello che gli americani hanno da sempre, e giustamente, richiesto ai loro movimenti – un nucleo centrale etico – si sta dimostrando fatale per il movimento.

Gli effetti di questo abbandono possono essere misurati in due modi. In primo luogo con la perdita di solidità politica. Rifiutandoci di considerare l’aborto sotto la luce della morale perdiamo, infatti, milioni di americani che vogliono sostenere il diritto legale all’aborto ma che, cionondimeno, vogliono condannarlo come un’iniquità morale. E le loro ipotesi etiche vengono lasciate al movimento pro life (per il diritto alla vita, ndr). Così corriamo il pericolo di perdere qualcosa di più importante dei voti: corriamo il pericolo di perdere la nostra anima. Attaccandoci a una retorica sull’aborto in cui non c’è né vita né morte, intrappoliamo le nostre idee in una serie di auto illusioni, frottole e false congetture. E rischiamo di diventare proprio quello che i nostri critici ci accusano di essere: uomini e donne insensibili, egoisti casualmente distruttivi che condividono una visione deprezzata della vita umana.

In questa mia riflessione intendo sostenere la necessità di un radicale cambiamento nella retorica del movimento pro choice: argomentando che dobbiamo inserire la difesa del diritto all’aborto in una cornice morale che riconosca la morte di un feto come una vera morte; che nella decisione di abortire entrano in gioco aspetti legati al senso di colpa, di giudizio e di responsabilità; che capire il femminismo significa far capire a donne e uomini che le responsabilità sono inseparabili dai diritti e che dobbiamo essere sufficientemente forti da riconoscere che l’elevata percentuale di aborti in questo Paese – quasi un quarto delle gravidanze – può essere interpretata solamente e giustamente come il dottor Henry Foster (responsabile del dipartimento della Sanità) ha avuto il coraggio di dire: “un fallimento”.

Qualsiasi dubbio sul fatto che l’attuale retorica pro choice porta al disastro dovrebbe essere dissipato dalla recente defezione della donna simbolo che è stata Jane Roe (con il caso Roe – pseudonimo di Norma McCorvey – la Corte suprema americana ammise la legalità dell’aborto, ndr). Che è successo a Norma McCorvey? Giudicando dalla caratterizzazione fatta su di lei dai media d’élite e da alcune femministe importanti impegnate nel movimento pro choice, niente di importante. Il suo ripensamento sull’aborto è stato rapidamente liquidato affermando che aveva a che fare con motivazioni infantili di insicurezza, instabilità e bisogno di attenzione, e che non aveva niente a che vedere con la vera forza morale.

Per quanto mi riguarda, il primo comandamento del vero femminismo è: se sei in dubbio, ascolta le donne. Norma McCorvey avrebbe dovuto essere considerata come una lezione obiettiva per il movimento pro choice, un richiamo per tutti noi a ricercare la nostra anima e assumere un atteggiamento diverso e più umile su come ci muoveremo in futuro. Perché Norma McCorvey è l’esempio della donna americana qualunque: è l’anello mancante della catena del dibattito sull’aborto, la donna della quale trascuriamo le argomentazioni perché rifiutiamo di usare una retorica morale più austera e onesta. Quel che la McCorvey e altri americani vogliono, e meritano, è un movimento per la difesa del diritto all’aborto che sia pronto a piangere pubblicamente il male, tutto il male necessario, che è l’aborto. Dobbiamo avere un movimento che agisce con responsabilità morale e senza eufemismi.

Con la retorica pro choice che usiamo ora, invece, incorriamo in tre conseguenze distruttive: due di carattere etico, una di carattere strategico: indurimento di cuore, menzogna e fallimento politico. A fronte della Costituzione che intesta i diritti alla persona, il dibattito sull’aborto si è concentrato sullo statuto giuridico di persona o meno del feto, giungendo a negargli, in larga misura, questa identità. Inevitabilmente tale posizione ha sviluppato, con il passar degli anni, un lessico della deumanizzazione.

Come siamo arrivati a questo punto? All’inizio degli anni Settanta, in un clima in cui le donne rischiavano di venire definite dei meri contenitori mentre si riconosceva, a loro spese, una “personalità” del feto, il femminismo della seconda generazione sostenne la depersonalizzazione del feto. Ma, dite quello che volete, la gravidanza confonde l’idea filosofica occidentale dell’essere autonomo: la donna incinta è, invero, sia una persona con il suo corpo, sia un contenitore. Invece di vedere entrambi gli esseri vivi e interdipendenti, vedendo la vita nella vita, e riconoscendo che la donna, a volte, deve scegliere la sua vita rispetto a quella del feto, le femministe della seconda generazione hanno reagito alla deumanizzazione delle donne deumanizzando le creature che portano dentro. Tuttavia, ciò ha lasciato un’eredità amara. Perché, quando difendiamo il diritto all’aborto svuotato dalle sue implicazioni morali, finiamo col coltivare l’indurimento del nostro cuore.

L’avvertimento pro life secondo cui la pratica dell’aborto può offuscare il rispetto per la vita non è fondato; ma la retorica sulla libertà di scelta può, invece, contribuire al mantenimento della lugubre situazione attuale, dove la cultura sembra vedere sempre più i bambini non come creature a cui i genitori dedicano la vita ma come equipaggiamenti per la promozione della qualità della vita dei genitori. Quel che Norma McCorvey vuole proporre è che i sostenitori del diritto all’aborto affrontino, e lo facciano sul serio, la realtà di quel che avviene: “avete mai visto un’interruzione di gravidanza nel secondo trimestre? – chiede la McCorvey – è un bambino; ha un viso e un corpo, e lo mettono in un congelatore e in un piccolo contenitore”. Beh, è così e si fa così. Il movimento pro choice tratta spesso con disprezzo la pratica dei sostenitori pro life di sbattere in faccia i loro grafici fastidiosi. Insultiamo i loro cartelli che raffigurano una scena ingrandita del feto dopo l’aborto; siamo disgustati dalle loro spillette che raffigurano il piccolo piede d’oro di un bambino di dieci settimane; guardiamo con pietà e orrore chi brandisce un feto di formaldeide, e siamo svelti nel dire che sta mentendo.

Ma le immagini non sono polemiche in quanto tali: sono fatti biologici. Lo sappiamo. Come possiamo sostenere la viltà e la ripugnanza dei sostenitori del pro life che brandiscano immagini vili e ripugnanti, se le immagini sono reali? Insistere che la verità è di cattivo gusto è il massimo dell’ipocrisia. Inoltre, se sosteniamo che è offensivo per le donne mostrare certe immagini, affermiamo implicitamente che le donne sono troppo deboli per affrontare la realtà. Questa opinione non merita di essere femminista. Le donne libere devono essere anche forti; e le donne forti, si presume, non cercano di celare le loro decisioni più importanti dietro un eufemismo. Altre bugie non sono bugie per gli altri, lo sono per noi stesse.

Una dottoressa di una clinica per l’interruzione di gravidanza ha dichiarato al New York Times che l’unica ragione per cui una donna abortisce è che non vuole compromettere la possibilità di essere una buona madre. Mentre ciò può ben essere vero per molte donne povere e della classe lavoratrice, l’élite, che utilizza un linguaggio pro choice senza ambiguità, dovrebbe sapere bene quanto spesso sia falsa quella affermazione. Tutti gli aborti possono essere collocati all’interno di un diagramma che va dalla totale assenza di alternative, alla piena responsabilità morale. La dottoressa e molte altre attiviste pro choice cercano di collocare tutte le donne allo stesso posto, all’estremo finale di quel diagramma, e non è così. Molte donne, comprese quelle della classe media, abortiscono perché, come ha detto una donna, “hanno la nozione di ciò che è una buona madre e sentono di non poter essere quel tipo di madre in quella fase della loro vita”. In molti casi, si tratta di una posizione moralmente difendibile ma non è l’unica. Altri aborti occupano posizioni nel diagramma che sono molto più colpevoli. Per non giudicare altri uomini e donne senza giudicare me stessa, so che l’affermazione è falsa dalla mia esperienza.

Una volta, mentre ero in Europa, ho scelto di prendere la pillola del giorno dopo. Se quel che mi passava per la testa avesse riguardato principalmente il benessere dell’eventuale bambino, quella pillola non sarebbe mai stata ingoiata. No, nella mia testa c’erano due scompartimenti: io e il mio bambino, e il primo ha avuto la meglio. E quel che desideravo assomigliava a qualcosa del genere: intensità nel rapporto col padre, desiderio di continuare a sviluppare la mia persona prima di diventare un “vero” genitore, desiderio di incontrare il mio eventuale compagno di vita senza l’ingombro di un figlio, resistenza a dover abbreviare la mia permanenza in Europa. Ho scelto me stessa rispetto a un eventuale bambino, perché ero assorbita da me stessa.

Ma essere una migliore madre? dulce et decorum est…? Sono stupidaggini. La libertà significa che le donne devono essere libere di scegliere se stesse o di scegliere in modo egoistico. Ma non dobbiamo mentire a noi stesse su quello che stiamo facendo. Dobbiamo guardare con chiarezza quel che significa e non camuffare l’interesse per noi stesse con il sacrificio. Usando una retorica amorale ci indeboliamo politicamente perché perdiamo il baricentro della nostra posizione. Ma immaginate come si ribellerebbe l’opinione pubblica a un presidente che intraprendesse una guerra sostenendo che i nostri figli sono carne da cannone. Cordoglio e rispetto sono i toni adeguati per tutte le discussioni sulla scelta di mettere a repentaglio o distruggere una manifestazione della vita.

L’aborto deve essere legale e ogni tanto è addirittura necessario. A volte, la madre deve essere in grado di decidere che il feto, in tutta la sua umanità, deve morire. Ma non è mai giusto o necessario minimizzare il valore delle vite coinvolte o del sacrificio che avviene nel lasciarle andare via. Soltanto se sosteniamo il diritto all’aborto in un quadro di coscienza individuale, espiazione e responsabilità potremmo correggere l’assurdità logica ed etica della nostra posizione, e consolidare la forza del baricentro. Molti altri, ovviamente, si sono già confrontati con questo argomento: Camille Paglia, che ha criticato “il sofisma involuto” di alcune espressioni del movimento pro choice; Roger Rosenblatt, che ci ha invitato a permettere l’aborto ma scoraggiandolo; Laurence Tribe, che ha notato che mettiamo in ombra il feto per far progredire la causa a favore delle libertà di scelta.

Ma questa riflessione deve ancora trovare spazio sulla tavola del femminismo principale. E non possiamo aspettare ancora molto. Le trasformazioni storiche – l’imminente disponibilità di medicinali a buon prezzo per abortire chimicamente, l’ascesa del diritto religioso, la defezione di Norma McCorvey – ci chiedono di utilizzare un linguaggio per la difesa del diritto all’aborto che sia complessivamente più pregnante. Nel momento in cui mi colloco nelle retrovie, come posso essere sicura che una retorica più onesta e morale sull’aborto consolidi e non faccia affondare il diritto all’aborto? Guardate cosa dicono gli americani. In un recente sondaggio di Newsweek è stato chiesto loro se sostengono o meno il diritto all’aborto utilizzando una improbabile formulazione che diceva: “è una questione tra la donna, il suo medico, la sua famiglia, la sua coscienza e Dio”. Un significativo 72 per cento di coloro che hanno risposto ha definito la formulazione piuttosto giusta. Ma ci si potrebbe chiedere, come posso far quadrare il riconoscimento dell’umanità del feto, e la gravità morale insita nella sua distruzione, con una posizione pro choice? La risposta può essere trovata nel contesto di un paradigma abbandonato dalla sinistra e mal utilizzato dalla destra: il paradigma del peccato e della redenzione.

Noi della sinistra mostriamo fastidio di fronte alla parola peccato. Troppo spesso siamo ignoranti della religione e non comprendiamo il mondo. Ma in tutte le grandi tradizioni religiose il riconoscimento del peccato, e quindi la richiesta di ammenda, porta la compassione di Dio e la redenzione. In molte fedi, la giustizia è legata, come lo è nell’ebraismo medievale e nel buddismo, alla redenzione. Dallo Yom Kippur al mercoledì delle Ceneri all’idea induista del karma, il sapersi confrontare con le proprie colpe è il primo passo per creare e ricevere più luce. Ma come si può convivere con la consapevolezza che l’aborto è un male ed essere ancora favorevoli alla libertà di scelta?

Io credo solo attraverso azioni di redenzione, o quel che la tradizione mistica ebraica chiama tikkun o espiazione. Se crediamo che l’aborto uccide e rimaniamo pro choice, dovremmo provare a usare sempre i contraccettivi; se una donna abortisce dovrebbe impegnarsi a diffondere la cultura della contraccezione, od offrire posti di lavoro o altre scelte alle donne, oppure potrebbe fare offerte ai programmi che forniscono assistenza prenatale alle donne povere; se si è madre o padre, è bene ricordare il figlio abortito ogni volta che si è tentati di non essere affettuosi. E così via: tikkun. Ma quando si insiste a strappare dalle persone il senso del peccato, esse reagiscono allontanandosi integralmente da noi per abbracciare una rigida moralità: da qui nasce l’ascesa della destra religiosa.

Ora: cercate di immagine un’effettiva uguaglianza fra i generi. Anzi, cercate di immaginare un’America governata dalle donne, dato che una vera democrazia in questo Paese dovrebbe riflettere il nostro vantaggio in termini elettorali di 54 a 46. Immaginate una tale democrazia, in cui le donne sono apprezzate; un mondo che accetta la sessualità umana e ne è responsabile; in cui non c’è sesso con la coercizione senza incorrere in severe pene detentive; in cui c’è disponibilità di contraccettivi sicuri in ogni ambulatorio pubblico; in cui c’è parità economica per le donne e un sussidio garantito per ogni bambino che nasce; in cui ogni giovane donna americana conosce e comprende il suo desiderio naturale alla maternità e lo considera un tesoro da tenere caro e da condividere responsabilmente, quando arriva il momento giusto, alle sue condizioni. In un mondo come questo, in cui l’idea di genere intesa come ostacolo diventasse un artificio polveroso, probabilmente useremmo un linguaggio molto diverso su ciò che, in quel caso, sarebbe il raro e drammatico evento dell’aborto. Quel linguaggio presumibilmente inviterebbe al rispetto e alla responsabilità, al dolore e al lutto. In quel mondo potremmo ben descrivere con le parole oneste della vita chi non è nato e chi non nascerà mai. E in quel modo, le femministe passionali potrebbero ben fare veglie a luce di candela intorno agli ambulatori dove si praticano gli aborti, spalla a spalla con i dottori che vi lavorano, commemorando e salutando i morti.

Lasciare il dibattito su quel che è giusto e quel che è sbagliato al movimento per la vita sarà fatale per tutte noi. Si può accettare sia che l’aborto è un male sia la necessità della libertà di scelta solo attraverso un percorso spirituale.

 

Naomi Wolf è la figlia del poeta Leonard Wolf. Il libro che le ha dato notorietà internazionale si intitola Il mito della bellezza, ma in un altro suo libro famoso, Promiscuità (Mondadori, 1997), ha affrontato il tema della sessualità adolescenziale femminile. Naomi Wolf è la più nota rappresentante, insieme a Susan Faludi, della terza ondata del femminismo americano, impegnato da tempo a riflettere sulle conquiste ottenute, ma anche sulle sconfitte subite dal movimento delle donne.

 

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