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ABORTO

La pillola RU 486

 

Cos'è la pillola RU 486


La pillola RU486

È una pillola che provoca l'aborto senza la necessità di un intervento chirurgico, quindi per via farmacologica. La pillola agisce entro il 49esimo giorno di gravidanza e provoca l'espulsione dell'embrione già annidato nell'utero.

La RU-486 (Mifepristone) è un «anti-ormone» che imita il progesterone, l'ormone che permette di sostenere la crescita dell'ovulo fecondato, segnalando all'utero di diventare ricettivo. Il mifepristone si connette ai ricettori del progesterone ma impedisce che parta il messaggio che questo trasferirebbe naturalmente. In questo modo l'embrione viene staccato dalle pareti dell'utero e muore per mancanza di sostanze nutritive e di ossigeno (per questo si usa dire che «muore di fame»). Il mifepristone va assunto però entro le sette settimane dal concepimento, perché oltre quel limite il progesterone è troppo alto e il farmaco non ha più effetto.

Per poter garantire l'efficacia e l'espulsione dell'embrione (che con la sola RU-486 varia tra il 60 e l'80% dei casi) è necessario per la donna assumere a distanza di due giorni anche una dose di prostaglandine, che provocano forti contrazioni anche molto dolorose. In questo modo l'efficacia sale al 95%.

 

Il libro-inchiesta: "La favola dell'aborto facile"

Della pillola abortiva si può morire: questa è la tesi del libro che invita a diffidare di un abortivo erroneamente ritenuto facile e indolore.

articoli ripresi da "Il Giornale" del 7/6/2006
e da "Il Foglio" del 13/6/2006

La favola dell'aborto facile

Assuntina Morresi
Eugenia Roccella

LA FAVOLA
DELL'ABORTO FACILE

Miti e realtà della pillola RU486
Franco Angeli – 2006

Riportiamo alcuni stralci del libro «La favola dell’aborto facile», editore "Franco Angeli", scritto da Assuntina Moresi (docente universitaria) e da Eugenia Roccella (giornalista). Il primo brano è tratto dal capitolo «Holly e le altre» incentrato sulle donne morte dopo aver assunto la Ru486. Della pillola abortiva si può morire: questa è la tesi del libro che invita a diffidare di un abortivo erroneamente ritenuto facile e indolore. Le controindicazioni ci sono e sono tante, come il male atroce patito da chi ha poi perso la vita per la Ru486 oltre ai danni psicologici da essa creati.

Per capire quale sia il grado di attendibilità di quella presunta minore invasività della Ru486 rispetto al metodo Karman, questo è sicuramente il testo più aggiornato e ricco di informazioni (di particolare interesse, perché si tratta di notizie mai prima diffuse, la descrizione delle sperimentazioni selvagge nel Terzo mondo, in India in particolare, dove la Ru486 è chiamata “pillola incubo”). Qualche altro elemento degno di considerazione arriva anche dalla cronaca di queste settimane. Una donna che aveva intrapreso la procedura abortiva con la Ru486 a Siena, dove è in corso una delle sperimentazioni italiane, il 23 maggio 2006 è stata ricoverata al Policlinico Gemelli di Roma a causa di un’emorragia che ha richiesto d’urgenza il raschiamento. La vicenda dà ragione a chi, come i Comitati Scienza&Vita di Siena e di Livorno-Pisa, sostengono che “la pratica di dimettere la donna dopo poche ore di osservazione (ad aborto non ancora avvenuto), porterebbe a una serie di minacce serie per la salute della donna”. Al contrario di quanto sostengono i suoi sostenitori, quindi, “il percorso dell’aborto chimico è assai più lungo, disagiato e incerto di quello chirurgico”, come scrivono Morresi e Roccella, che portano mille prove del fatto che il dolore fisico e psicologico provocato dalla Ru486 è assai più grave rispetto al Karman. Quel metodo “veloce” e “meno invasivo” può aver bisogno di due settimane per concludersi, periodo durante il quale sarà sempre necessario prevedere la possibilità di complicazioni (anche serie, come è capitato alla donna senese).

Nel loro libro, Morresi e Roccella evidenziano che la casa produttrice del principio attivo della Ru486, solo da pochissimo risulta aver avviato la procedura di mutuo riconoscimento del farmaco presso l’Emea (l’ente europeo), sulla base della registrazione avvenuta in Francia nel 1986. Ma, si legge nella “Favola dell’aborto facile”, sarebbe “veramente assurdo che per registrare il farmaco si presentasse ancora e sempre la stessa documentazione di vent’anni fa, chiedendo all’Emea di valutare, in virtù del mutuo riconoscimento, dati vecchi. Nel frattempo, molte cose sono accadute: pesano le tredici donne morte (dati accertati a oggi solo in occidente, ndr), pesano anni di uso della pillola e di esperienza femminile, pesano gli eventi avversi, le denunce, il pressappochismo di alcuni test clinici, le statistiche sulla mortalità, i sospetti sulle infezioni”. Oggi lo stesso “padre” scientifico della pillola abortiva, il francese Beaulieu, dice che essa va necessariamente accompagnata da antibiotici, per evitare complicazioni infettive. Ecco perché dai medici, più che appelli pro Ru486, sarebbe logico aspettarsi attenzione per quanto di nuovo emerge a suo carico.


Di RU486 si può morire

Al momento in cui questo libro va in stampa, le morti accertate per aborto medico sono 13. Di almeno altre due morti si è parlato sui mezzi di comunicazione dei Paesi in cui sono avvenute, ma in notizie a margine, a cui non è stato dato risalto né seguito, e col passare dei mesi se ne sono perse le tracce. Non essendo sicure delle fonti, abbiamo preferito escludere questi casi. Le morti che abbiamo preso in considerazione sono avvenute in Europa e Usa, Paesi democratici, dotati di una stampa libera, di un'opinione pubblica reattiva e di un'organizzazione dei poteri pubblici che dovrebbe essere trasparente; in altri Paesi, come India e Cina, si possono indovinare numeri molto più elevati di incidenti e di decessi, ma non si può contare su dati ufficiali o fonti certe.

Trovare notizie in merito è difficilissimo, e sarebbe stato praticamente impossibile senza Internet. Questo è uno degli aspetti più oscuri e inquietanti della vicenda della Ru486. Le morti erano tutte annunciate: basta leggere il libro di Dumble, Klein e Raymond, del 1991, o le interviste a Donna Harrison, rilasciate quando ancora si sapeva di una sola donna deceduta dopo avere praticato un aborto chimico. «Lei ha fatto riferimento al tasso di emorragie, l'incidenza di emorragie pesanti. C'è anche un alto tasso di incidenza di infezioni. C'è un'incidenza elevata di aborti incompleti, che possono richiedere chirurgia d'urgenza. Sono veramente preoccupata del fatto che le donne di questo paese scopriranno, dopo cinque o dieci anni dall'approvazione, di aver aperto un vaso di Pandora di complicazioni e danni». È uno stralcio di un colloquio radiofonico del 19 settembre 1996 con Donna Harrison, uno dei firmatari della petizione presentata nell'agosto 2002, che chiede il ritiro della pillola abortiva dal mercato.

Chi aveva avuto sotto gli occhi le sperimentazioni effettuate nei vari Paesi, anche quelle organizzate sotto la benedizione dell'Oms, si era reso subito conto, dati alla mano, che i rischi erano tanti: emorragie, infezioni, complicazioni cardiache, e anche un possibile abbassamento delle difese immunitarie. Ma raramente governi, istituzioni, stampa e televisioni hanno dato spontaneamente notizie sulle morti, e quando lo hanno fatto, come vedremo – ad esempio per il primo caso francese – hanno sempre accompagnato la notizia con altre informazioni che tendevano a descrivere l'evento come eccezionale, legato alle condizioni particolari della donna: era lei, la paziente, la vera «colpevole», lei che non era adatta all'aborto chimico, non l'inverso. Di Nadine Walkowiak, la donna morta in Francia, si è sempre sottolineato come fosse alla undicesima o tredicesima gravidanza, e per di più fumatrice; senza specificare che il numero delle gravidanze e l'essere o no fumatori non costituiva fino ad allora una controindicazione, e che comunque i medici non se ne erano preoccupati. Di Brenda Vise, morta per gravidanza extrauterina non diagnosticata, per la quale la Ru486 non è efficace ma della quale maschera i sintomi, si è sottolineato che, appunto, era morta per gravidanza extrauterina e non per l'aborto chimico. Ma sarebbe stato più corretto spiegare che i sintomi che lamentava, soprattutto dolori addominali, sarebbero stati sufficienti a far subodorare la gravidanza pericolosa se non avesse preso la pillola abortiva, e comunque che, se avesse abortito chirurgicamente, i medici si sarebbero accorti che l'utero era vuoto, e lei si sarebbe salvata.

Tutte le altre morti sono state portate alla luce a una a una, con fatica, essenzialmente grazie all'ostinazione dei familiari. Persone che non si sono rassegnate all'idea di una casuale fatalità, ma hanno voluto andare fino in fondo alla faccenda, innanzitutto cercando di rendere pubblico il fatto. Va anche sottolineato che, nel caso delle due donne più giovani, i genitori erano all'oscuro della gravidanza e dell'aborto in corso, e che le ragazze si sono trovate a scegliere una procedura pubblicizzata come assolutamente sicura, senza ricevere alcuna avvertenza reale sui rischi effettivi che si potevano correre. I movimenti pro life sono stati la principale cassa di risonanza delle denunce, e se questo va senz'altro ascritto a loro merito, bisogna prendere atto che ha contribuito anche a confondere i termini della questione. La battaglia contro la Ru486 è schiacciata sull'infinita polemica tra pro choice e pro life, a discapito di una corretta informazione scientifica, distorta nonostante l'evidenza dei fatti e utilizzata spesso come arma impropria dai sostenitori dell'aborto medico.

Non soltanto le morti sono nascoste, mimetizzate, rubricate spesso non come decessi per aborto chimico, ma per i più vari motivi clinici. Sono anche le notizie su queste morti, che vanno cercate a una a una. Si parte dai siti e dai blog pro life, o da quelli di gruppi femministi radicali, e si cerca conferma nelle pagine dei giornali, potendola avere chiaramente solo da quelli disponibili in rete (grazie al Web, notizie a volte relegate in trafiletti di cronaca locale hanno varcato gli oceani). È raro che la grande stampa internazionale si occupi dell'oscura morte di una donna in seguito a un aborto, come se morire in questo modo non facesse notizia: si tratta del famoso cane che morde l'uomo, di qualcosa di assolutamente normale, non di uno scandalo, un evento significativo a cui dare risalto. Così abbiamo dovuto condurre una ricerca incrociata e certosina, mettendo in moto tutti i contatti internazionali che avevamo, trovandone nuovi, scrivendo a perfetti sconosciuti (medici indiani, associazioni australiane, disperati genitori americani; femministe inglesi, gruppi cristiani svedesi) chiedendo di fornirci notizie. Abbiamo dovuto trovare l'accesso a giornali sconosciuti, difficilmente rintracciabili nelle nostre biblioteche – come nel caso dell'India – trovandoci spesso di fronte a testi intraducibili, e con probabilità di venirne a capo veramente remote. È per questo che vogliamo raccontare questi casi così come li abbiamo scoperti, con le loro storie di ordinaria tragicità, i loro nomi mai sentiti prima, che ormai si sono fissati nella nostra memoria.

 

La storia lunga vent’anni di un farmaco mitizzato

La Francia, come si sa, è stata la patria, più dal punto di vista politico che da quello scientifico, della pillola abortiva Ru486; il governo e la maggioranza dei medici l’hanno promossa, ed oggi circa il 38 per cento delle donne che abortiscono la scelgono. Però sul sito francese dei Centri per l’interruzione della gravidanza si può leggere che “il metodo medico è spesso scelto per il suo aspetto più naturale, per evitare uno degli elementi della tecnica chirurgica (anestesia, manovra strumentale). A priori, sarebbe preferito dall’80 per cento delle donne nella necessità di interrompere una gravidanza. Ma lo svolgimento ed il seguito non sono sempre così semplici da gestire. A distanza dall’interruzione di gravidanza (Ivg), soltanto il 53 per cento delle donne che hanno avuto un aborto medico farebbe nuovamente questa scelta se dovesse ricorrere ad una nuova Ivg: invocano l’aspetto stressante, doloroso o sgradevole del metodo, il desiderio di non vedere il prodotto d’espulsione, il desiderio di evitare il dolore e le perdite di sangue prolungate”.

In Italia, nel caso la Ru486 sia commercializzata, la legge 194 costituirebbe un ostacolo, in quanto prevede che l’aborto sia praticato esclusivamente nelle strutture sanitarie pubbliche; ed è impossibile, con il metodo chimico, garantire che la fase espulsiva si verifichi sempre e comunque in ospedale. Se si dovesse applicare la legge in modo fedele, la durata dei ricoveri per l’interruzione di gravidanza oscillerebbe tra i 3 e i 15 giorni: troppo per qualunque sistema sanitario. La convenienza della Ru486 deriva proprio dalla riduzione delle degenze, e dall’alleggerimento del peso logistico ed economico degli aborti sulle strutture pubbliche. In realtà l’aborto con la pillola è sempre, almeno per una certa percentuale di pazienti, un aborto “casalingo”. In Francia, però, è stato necessario modificare la vecchia legge Veil, quella del 1975, per legittimare l’aborto a domicilio; la modifica legislativa è stata fatta nel 2001 (estendendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza da 12 a 14 settimane), e le linee guida della nuova legge sono state emanate nel 2004. Secondo i nuovi regolamenti francesi, nel caso l’aborto avvenga a casa si deve poter raggiungere un ospedale al massimo in un’ora di macchina, ed è necessario poter contare su un accompagnatore. Ma soprattutto la donna si sottopone a una valutazione psicosociale che include sia un esame delle condizioni ambientali (per esempio disponibilità continua di un telefono e pulizia dell’ambiente in cui avverrà l’aborto) che psicocomportamentali: deve essere in grado di comprendere e seguire attentamente il protocollo, specie in caso di complicazioni, e deve essere pronta ad accettare forti dolori, perdite di sangue prolungate e il rischio di fallimento. In quanto ai criteri per l’esclusione, vanno valutati: “Livello cognitivo insufficiente, analfabetismo, barriere linguistiche; vulnerabilità emozionale o psichica, scarsa resistenza al dolore; problemi o antecedenti psichiatrici, in particolare psicosi, utilizzo di farmaci; mancanza di disciplina, di responsabilizzazione sulla propria salute; mancanza di disponibilità per ragioni professionali, figli piccoli, viaggi”. Deve essere inoltre considerata la situazione in cui vive la donna, se c’è isolamento relazionale oltre che fisico, se la donna è sola con bambini piccoli […]

Si raccomanda di far capire l’importanza della visita finale di controllo per la verifica del completo svuotamento dell’utero, e sono sempre prescritti analgesici. Queste chiare regole, a rigor di logica, dovrebbero valere per chiunque assuma la Ru486, se l’aborto non avviene in ospedale in ogni sua fase. È evidente che se il medico non è in grado di verificare l’avvenuta espulsione dell’embrione entro le ore di permanenza nella struttura sanitaria pubblica, e si lascia che la donna torni a casa, si tratta nei fatti di un aborto a domicilio. […]

In Italia, diversamente da altri paesi, sono soprattutto medici coloro che guidano il movimento d’opinione pro Ru486. Non solo: la pillola abortiva sembra avere un merito davvero miracoloso, aver convertito alcuni medici obiettori. I toni con cui la stampa pubblicizza queste conversioni sono trionfalmente acritici. Sulla Repubblica, il dottor Salvatore Garzarelli, dell’Ospedale San Paolo di Savona, dichiara che vuole sperimentare il farmaco, e proclama: “Aiutare le donne è un mio dovere”. Nessuno chiede all’intervistato perché il semplice fatto che l’aborto sia effettuato con una tecnica diversa faccia crollare all’improvviso le sue obiezioni “di coscienza”. Com’è che solo adesso il dottor Garzarelli avverte l’impellente bisogno di “alleviare la tristezza infinita” di una donna che ricorre all’interruzione di gravidanza? La verità è che la classe medica vede, nella Ru486, la propria liberazione (non quella delle donne) dalla “tristezza infinita” degli aborti. Con la nuova tecnica non si compromettono carriere, non si impegna la struttura sanitaria, non si immobilizza la sala operatoria, non si candida il proprio reparto a farsi carico della massa di interventi abortivi. […]

Si conferma quello che i movimenti delle donne hanno spesso sospettato, cioè che l’obiezione è stata in molti casi una risposta di comodo, dovuta a scelte di opportunità più che di coscienza. Il problema etico, con la Ru486, rimane inalterato. Quello che cambia è il coinvolgimento della struttura sanitaria, il grado di impegno dei singoli operatori e dei reparti di ostetricia e ginecologia […]. È per questo che una parte della classe medica si affanna a ripeterci che l’aborto chimico è facile, e che bisogna assolutamente introdurlo per il bene delle donne […]. C’è dunque una nuova ripartizione di responsabilità tra le donne e i medici sull’aborto, grazie alla Ru486: ma è una distribuzione che penalizza fortemente le donne, considerando che sono loro a essere già gravate dal peso psicologico e morale della scelta, e dal peso fisico di un intervento sul proprio corpo. È giusto che tutti, persino i medici, si lavino completamente le mani dal problema aborto? Soprattutto, è giusto che si mascheri la concreta questione delle responsabilità dietro al mito dell’aborto indolore, facile e sicuro?

 

IL DIBATTITO SULLA STAMPA

 

Scontro di vitalità – Principali articoli pubblicati su Il Foglio su aborto, RU 486, fecondazione assistita.
Gli articoli, per capire cos'è la pillola abortiva – Tratto da StranaU.
Speciale "AV Vita" sulla pillola RU486 – Tutto quello che c'è da sapere.
RU 486, effetti collaterali killer – Uno studio di The Annals of Pharmacotherapy denuncia la grave sottovalutazione delle patologie provocate dalla pillola abortiva da parte dell'Ente federale che in America è preposto al controllo dei farmaci

 

La Ru486 è il metodo abortivo più rischioso

Lo dice la più importante rivista medica americana

da "Il Foglio" del 6/12/2005

È la più dura bordata alla leggenda diffusa da vecchi e nuovi piazzisti della pillola abortiva Ru486, secondo i quali essa sarebbe il sistema meno invasivo e più sicuro (più dell'aspirazione col metodo Karman, per intendersi) per la salute delle donne che interrompono la gravidanza.

Ad attaccare in modo circostanziato quella versione dei fatti è l'editoriale dell'ultimo numero del New England Journal of Medicine. Per chi non la conoscesse, si tratta della rivista che occupa il vertice assoluto per esperienza (è stata fondata nel 1781 dalla Massachusetts Medical Society) e per prestigio tra i periodici medici internazionali. Il NEJM, che ha cadenza settimanale, è soprattutto molto attento ai problemi di politica sanitaria. È il professor Michael Greene (professore di ostetricia, ginecologia e medicina riproduttiva alla Harvard Medical School di Boston e firma importante della rivista), a mettere in fila i fatti concreti che, con buona pace dei piazzisti di cui sopra, rovesciano totalmente il giudizio di maggiore sicurezza della Ru486.

L'articolo di Greene prende le mosse dai recenti allarmi della Food and Drug statunitense, costretta a modificare per due volte in otto mesi i foglietti illustrativi della pillola abortiva, dopo che quattro ragazze che l'avevano usata sono morte in California in meno di due anni, tutte per il rarissimo shock tossico da Clostridium Sordellii (un'altra ragazza, canadese, era morta nello stesso modo nel 2001). Si trattava, scrive Greene, di "donne giovani e in buona salute", e questo rende ancora più inspiegabili le circostanze delle loro morti. Che erano state semplicemente precedute da forti crampi addominali, del tutto prevedibili nell'aborto con la Ru486, e senza che nemmeno una linea di febbre segnalasse lo shock settico in atto.

Ma la parte forse più importante del ragionamento del dottor Greene è quella che, con tutto il peso della testata su cui appare, afferma che le percentuali di mortalità legate all'aborto chimico con Ru486 sono dieci volte più alte di quelle connesse all'aborto effettuato con aspirazione o raschiamento. Tutte le statistiche che fino a oggi equiparavano le percentuali di mortalità, scrive Greene, in realtà mettevano a confronto cose inconfrontabili. L'aborto chirurgico si effettua (parliamo dell'America) fino alla ventunesima settimana di gestazione e oltre. L'aborto chimico, invece, è per definizione efficace solo entro l'ottava settimana di gestazione. Ma allora, scrive il New England Journal of Medicine, per avere termini comparabili riguardo i rischi dei due metodi dobbiamo confrontare le morti che intervengono entro le prime otto settimane. È così facendo che il maggior rischio a carico della Ru486 appare evidente.

Scrive Greene: "Il tasso globale di mortalità da aborto negli Stati Uniti è all'incirca di un caso ogni centomila. Questo tasso globale in realta 'mescola' tutte le procedure usate negli Stati Uniti a tutte le età gestazionali (le fasi della gravidanza, ndr)", mentre, scorporandole, "il tasso di mortalità aumenta esponenzialmente da 0,1 casi su centomila entro le otto settimane di gestazione a 8,9 su centomila a ventuno o più settimane di gestazione". Il mifepristone (nome scientifico della Ru486) è approvato per l'interruzione di gravidanze arrivate a circa sette settimane. Allora, spiega Greene, è chiaro che "la comparazione appropriata è con il rischio di 0,1 casi su centomila aborti chirurgici eseguiti entro le prime otto settimane". Ed emerge così quel rischio dieci volte superiore che smentisce tutti coloro che fanno della Ru486 una inopinata bandiera di attenzione per la salute della donna.

Le conclusioni del New England Journal of Medicine sono preoccupate. Secondo Greene "le pazienti dovrebbero essere informate del rischio prima di acconsentire alla procedura e dovrebbero vigilare sui sintomi dopo" mentre chi "la somministra deve essere avvertito della potenziale complicazione e non deve sentirsi rassicurato per l'assenza di febbre". Per quanto riguarda il legislatore, che pure "deve tener conto di queste rare complicazioni in prospettiva", la rivista invita a "non reagire esageratamente precludendo prematura- La Ru486 è il metodo abortivo più rischioso, lo dice la più importante rivista medica americana mente l'unica opzione medica (non chirurgica, ndr) approvata per interrompere la gravidanza". Il dottor Greene, insomma, non è nemmeno contrario alla Ru486, ma ne indica onestamente e chiaramente i rischi, rari ma terribili. Non altrettanto si può dire dei medici alla Silvio Viale, troppo impegnati a promuovere la Ru486 per dar credito agli allarmi della Fda, e che, siamo sicuri, riuscirà ad accusare anche il NEJM di intesa col nemico. Le raccomandazioni della Fda, pur riportate con gran risalto dal liberal New York Times, non hanno del resto trovato alcuno spazio sui giornali italiani, a parte pochissime eccezioni. Buffa contraddizione, per tutte le illuministiche testate che si richiamano a ogni pié sospinto all'autorevolezza della scienza. Chissà come la metteranno con il dottor Greene. (nic.til.)

 

Fecondazione assistita e pillola abortiva, luoghi comuni e fatti

tratto da "Il Foglio" del 24/05/2006

Roma. La ministra della Famiglia, Rosy Bindi, dice che “sbaglia” chi pensa che “non va toccata” la legge 40 sulla fecondazione assistita. La sua collega alla Salute, Livia Turco, dopo aver giustamente ribadito che la sperimentazione sulla pillola abortiva Ru486 continuerà “rispettando le indicazioni della legge 194” e senza nessuna modalità “selvaggia”, si dichiara per un’interruzione di gravidanza, “con metodiche meno invasive e dolorose”, dando così a intendere di ritenere meno invasiva e dolorosa la Ru486.

Le ministre non hanno avuto tempo e modo di spiegare su quali dati si basano i loro convincimenti. Non sappiamo, cioè, se la Bindi condivida l’animus delle referendarie irriducibili Vittoria Franco e Katia Zanotti (rispettivamente senatrice e deputata dell’Ulivo) che, nel ripresentare pari pari una vecchia proposta di legge (azzerata dai risultati del referendum di un anno fa), rispiattellano la storia di una legge 40 che renderebbe “inaccessibili e inefficaci le tecniche per le donne e per le coppie con problemi di fertilità”, e parlano di “dati di riduzione delle nascite e di incremento del turismo procreativo”. Che le cose non stiano così non lo diciamo noi, ma l’Istituto superiore di Sanità.

Dal confronto tra il 2003 (pre legge 40) e 2004 (legge 40 operante per due terzi dell’anno) non solo non risulta un calo delle nascite con tecniche di fecondazione assistita, ma addirittura un incremento (si è passati da 5.253 a 5.416 nati). Merito delle metodiche sempre più perfezionate e dei progressi nel congelamento degli ovociti, mentre aumentano le richieste i centri italiani e il numero stesso dei centri (alla faccia del turismo procreativo). Certo, per un’eterologa o per la diagnosi preimpianto con selezione degli embrioni (o per un utero in affitto o per un figlio fuori tempo massimo) si va a Barcellona o a Kiev. Ma il senso della legge 40, ribadito dai risultati referendari, è proprio quello di privilegiare un diritto (la conoscenza della propria origine) rispetto a un desiderio (un figlio a ogni costo), e di proteggere l’essere umano allo stato embrionale dalla facoltà-arbitrio di crearlo per poi distruggerlo, in nome di un inesistente “diritto al figlio sano”. Riassumendo: si può essere contrari alla logica della legge 40, e può esserlo (a sorpresa, in verità) anche il ministro Bindi, ma non sulla base del fatto che “non funziona”, perché funziona benissimo.

L’altra leggenda difficile da sfatare è quella della Ru486 come metodo meno invasivo per abortire. Quanto l’assunto sia menzognero anche solo dal punto di vista sanitario (la procedura chimica comporta fino a tre-quattro settimane di sanguinamento e di dolori, prima di concludersi) lo spiegano bene Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella in “La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486” (edito da Franco Angeli, sarà in libreria ai primi di giugno). Ma è stupefacente che a quel luogo comune si possa dar credito dopo la certezza che almeno dodici donne sono morte nel mondo occidentale, nel giro di pochi anni, per aver usato la Ru486; dopo la pubblicazione di un repertorio di più di seicento gravi “effetti avversi” collazionato dagli Annals of Pharmacotherapy; dopo il convegno (su iniziativa della Food and drug administration staunitense ad Atlanta, due settimane fa) che ha messo in luce i terribili pericoli, le modalità dolorosissime, i fallimenti della Ru486; dopo che anche il suo inventore, Étienne-Émile Baulieu, ha dovuto ammettere che le procedure approvate dall’Oms per l’uso della Ru486 possono essere letali; dopo che le ricerche di Ralph Miech, farmacologo molecolare della Brown University di Rhode Island, lo hanno portato a concludere, come lui stesso ha raccontato all’Avvenire, “che il mifepristone, contenuto nella pillola Ru486, inibisce l’azione del sistema immunitario e favorisce la diffusione di tossine letali, catapultando alcune donne che la assumono in uno choc tossico che le uccide”; dopo che, a dicembre, il New England Journal of Medicine ha denunciato una percentuale di mortalità con l’aborto chimico dieci volte più alta a confronto di quella attribuibile al metodo chirurgico (ma i nuovi dati la portano al quattordici per cento in più). Basta?

 

LETTERA DI DUE GENITORI PER LA FIGLIA MORTA DI RU486

Nessuno ha saputo salvare Holly, 17 anni.
Ritirate quella pillola

Monty e Helen Patterson – tratto da "Il Foglio" del 17/11/2005

Quando Holly Patterson si è sentita male, i genitori erano all'oscuro del fatto che si fosse rivolta all'Ippf per abortire. Secondo le leggi della California, una minorenne (Holly aveva allora 17 anni) non può partecipare a una gita scolastica senza il consenso dei genitori, ma può abortire in perfetta solitudine, senza comunicarlo a chi è responsabile per lei. Holly aveva scelto (o le era stato suggerito) l'aborto chimico. Forse avrà pensato che fosse più facile, come si sente dire; soprattutto avrà pensato che così poteva tornare a casa subito. Nella sua stanza, da sola, ha ingerito la seconda pillola, il misoprostol, e subito dopo sono cominciati i dolori. La sua agonia si è conclusa in clinica, dietro una tenda che la isolava, mentre la famiglia, impotente e sconvolta, ancora faticava a capire quello che stava succedendo. I genitori di Holly, però, non si sono rassegnati, e non solo hanno iniziato una dura lotta per mettere fuori legge la RU486, ma il 6 novembre 2003 hanno scritto una lettera aperta ai media, in cui raccontano la loro storia e denunciano la pericolosità dell'aborto chimico.

Gentili signori e signore, il rapporto dell'Alameda County Coroner ha ratificato la verità che già sapevamo. Holly è morta a causa di un aborto chimico provocato dalla RU486. Non esistono rimedi veloci o pillole magiche per interrompere una gravidanza. La nostra famiglia, gli amici, la nostra comunità è profondamente addolorata, e per sempre segnata dalla morte, tragica ed evitabile, di Holly (…). Holly era una ragazza forte, intelligente, in buona salute, che è rimasta vittima di un processo che l'ha perduta, a cominciare dall'uomo di 24 anni che ha avuto con lei rapporti non protetti, l'ha messa incinta, e ha collaborato a mantenere segreti la sua gravidanza e il suo aborto. In questa cospirazione del silenzio, la sicurezza di Holly è stata affidata alla pillola approvata dalla Fda e somministrata dalla Ippf al pronto soccorso del Valley Care Medical Center, dove le hanno dato antidolorifici, mandandola a casa. Sabato e domenica Holly si è lamentata di dolori gravi e di crampi, permettendoci di confortarla ma senza dirci cosa realmente era accaduto. Il 7 settembre 2003 alle 17 ha ceduto allo shock settico ed è morta. Holly non era una ragazza sola, disamata, senza protezione o appoggio; aveva una grande famiglia disposta ad aiutarla, nella sua breve vita e nella sua tragica morte.

Adesso possiamo ricordarla e dividere la memoria dei suoi scintillanti occhi azzurri, del suo sorriso coinvolgente, della sua determinazione e della sua grazia gentile, che sollecitava il nostro naturale istinto di proteggerla e amarla, ma non riusciremo più a dimenticare i suoi ultimi momenti, quando era troppo debole per parlare e poteva appena stringerci la mano, in risposta ai nostri incoraggiamenti (…). Come genitori, non possiamo permettere che la morte orribile della nostra bellissima Holly avvenga invano. La Fda ha fallito nella sua missione di assicurare che la RU486 sia un farmaco abortivo sicuro (…) La RU486 non dovrebbe nemmeno costituire un'occasione di divisione tra "Pro Choice" e "Pro Life", tra chi è per la vita e chi è per la scelta: il primo problema dovrebbe essere la salute e il benessere dei nostri figli e delle giovani donne.

L'arroganza dell'America e la superbia della Francia sono facce della stessa medaglia. Il presidente francese ha dimenticato di dire e fare quello che può salvare le periferie speriamo che tutti i genitori imparino dalla tremenda morte di Holly e dalla nostra perdita. Secondo i laboratori Danco, che distribuiscono la pillola abortiva, la RU486 fallisce nel 7/8 per cento dei casi. Più di un anno fa la Fda ha ricevuto 400 rapporti su reazioni negative al farmaco, inclusi numerosi decessi. Holly dunque è soltanto un'altra vittima, sottoposta a un inaccettabile rischio, grazie a un farmaco che ha significativi tassi di fallimento. Chiediamo che il commissario della Fda Mark Mc Clellan e il segretario della Human Services Tommy Thompson tolgano immediatamente la RU486 dal mercato, e che si svolga un'inchiesta esauriente, prima che altri genitori soffrano e altre donne muoiano. Oltre ai pericoli connessi al farmaco, crediamo che le strutture sanitarie non siano pienamente preparate a valutare e trattare i pazienti in situazioni di emergenza dovute a complicanze da pillola abortiva. Holly è stata due volte in ospedale ed è morta 20 minuti prima dell'appuntamento con i medici previsto dalla Ippf.

Abbiamo perso nostra figlia, Holly, ma crediamo di poter almeno aiutare ad evitare che terribili tragedie come la nostra colpiscano altre famiglie. La memoria e lo splendore di Holly vive nei nostri cuori, tra i familiari e gli amici, e nel nostro impegno.

 

MEGLIO L'OSPEDALE DI QUELL'INFERNO

Ombre e dolore sulla kill pill
(e gli effetti collaterali si moltiplicano)

La RU486, la pillola abortiva, sembra avere un merito: aver convertito alcuni medici obiettori. Su Repubblica di ieri, il dottor Salvatore Garzarelli dell'ospedale San Paolo di Savona, che ha chiesto alla Asl di sperimentare il farmaco, proclama: "Aiutare le donne è un mio dovere". Nessuno chiede all'intervistato perché il semplice fatto che l'aborto sia effettuato con una tecnica diversa faccia crollare all'improvviso le sue obiezioni "di coscienza". La verità è che la classe medica vede, nella RU486, la propria liberazione (non quella delle donne) dalla "tristezza infinita" degli aborti. Con la nuova tecnica non si compromettono carriere, non si impegna la struttura sanitaria, non si immobilizza la sala operatoria, non si candida il proprio reparto a farsi carico della massa di interventi abortivi. Il coro è univoco: la RU486 è sicura, semplice, rivoluzionaria per la salute delle donne.

Eppure, dietro la "kill pill" si addensano ambiguità irrisolte. Poco si sa, in Italia, delle quattro giovani donne morte in meno di due anni in California, tutte per shock settico dovuto a infezione da Clostridium Sordellii contratta immediatamente dopo la somministrazione della pillola abortiva. Lo ha confermato lo scorso quattro novembre la Food and Drug Administration (Fda). Perché solo in California? Adesso anche la Fda è costretta a chiederselo, ma la risposta non c'è. È forte il dubbio che queste morti siano state diagnosticate solamente laddove cercate, e quanto è successo in California dovrebbe far riflettere i medici travolti da improvvisa passione per una tecnica abortiva che, dati alla mano, appare meno sicura per la salute delle donne delle attuali procedure disponibili, e consente enormi profitti a pochi produttori farmaceutici.

Vediamo con ordine i fatti americani. Nel settembre 2000 la Fda permette l'aborto chimico, autorizzando l'uso del Mifepristone. Si scatenano proteste e contestazioni, che vengono formalizzate nel 2002 con una durissima petizione in cui la Fda è accusata di aver seguito un protocollo accelerato, destinato solo a farmaci salvavita per la cura dell'Aids, del cancro e della lebbra, e di aver sottovalutato gravi complicanze, alcune della quali letali, sopravvenute durante la sperimentazione.

Nel settembre del 2003 muore a San Francisco Holly Patterson, 18 anni: uno shock settico immediatamente successivo all'aborto chimico, con una dolorosissima agonia di alcune ore. I genitori iniziano un'azione legale per l'accertamento delle cause di morte, e delle effettive responsabilità del farmaco abortivo. Nel 2004 la battaglia dei Patterson ottiene un primo, notevole risultato: cambiano le avvertenze sul foglietto illustrativo.

La Fda comunica che "le nuove informazioni ricordano agli operatori della salute che infezioni batteriche serie e sepsi possono avvenire senza i segni usuali dell'infezione, come febbre e debolezza". È del 19 luglio 2005 la seconda comunicazione della Fda, dopo ulteriori monitoraggi sul farmaco: "La Fda è consapevole che negli Usa quattro donne sono morte di sepsi (grave malattia causata da infezione del sangue) dopo un aborto medico con Mifeprex e misoprostol.

La sepsi è un noto rischio legato a ogni tipo di aborto. I sintomi in questi casi non sono stati quelli usuali della sepsi. Non sappiamo se è l'uso del Mifeprex o misoprostol a causare queste morti. I pazienti dovrebbero contattare immediatamente un operatore professionale della salute se hanno assunto queste medicine e sviluppato dolore allo stomaco o disagio, debolezza, nausea, vomito o diarrea, con o senza febbre, per più di 24 ore dopo aver ingerito misoprostol".

Pochi giorni dopo, il 26 luglio, appare l'anteprima on line di un articolo del "The Annals of Pharmacotherapy" a firma Ralph Miech, Professore di Farmacologia Molecolare, Fisiologia e Biotecnologie della Brown Medical School. Sostiene che fin dal 1992 alcuni studi suggeriscono che il Mifepristone potrebbe predisporre ad infezioni dovute a contaminazioni batteriche, suscettibili di progredire in shock settici. È un'ipotesi che merita di essere verificata, soprattutto dopo la conferma recente della Fda che a causare i quattro decessi da shock settico sono state infezioni riconducibili allo stesso batterio, e senza febbre. I più recenti studi a carico di singoli gruppi di ricerca nazionali insieme alle sperimentazioni portate avanti dall'Oms, evidenziano come la RU486 non sia affatto il metodo più sicuro e meno doloroso per interrompere una gravidanza, e anzi sia necessario un rigoroso follow-up da parte dei medici.

Soprattutto parlano le donne che lo hanno fatto, e che hanno riversato sulla Danco centinaia di segnalazioni spontanee: perdite di sangue molto abbondanti e di maggior durata rispetto a quelle registrate per aborto chirurgico, maggior frequenza di dolori uterini, vomito e diarrea, ma anche febbre e esantema. In uno studio della Oms pubblicato nel luglio 2004 si fa presente che circa il 10 per cento delle donne sottoposte a sperimentazione si è sottoposta a ulteriori visite di controllo rispetto a quelle programmate, e di queste il 15 per cento è dovuta poi ricorrere al ricovero ospedaliero, soprattutto per trattamenti di gravi emorragie, che hanno compreso anche trasfusioni. Il 70 per cento delle donne oggetto della sperimentazione ha dichiarato che, nel caso di un ulteriore aborto medico, sceglierebbe l'ospedale.

La grande maggioranza delle donne che ha assunto la pillola abortiva, insomma, lo rifarebbe solo se garantita dalla permanenza in una struttura sanitaria, come peraltro richiede la 194.

Assuntina Morresi, Eugenia Roccella – Il Foglio, 17 novembre 2005

 

ASCESA E RAPIDISSIMO DECLINO DI UN GINECOLOGO MILITANTE

I radicali lo mollano, i comunisti non lo amano.
Qualcuno salvi il soldato Viale

di EUGENIA ROCCELLA,
(da "Il Foglio" del 239/2006)

Roma. Un anno fa il suo nome campeggiava sulle prime pagine dei grandi quotidiani nazionali, oggi è regolarmente confinato nella cronaca di Torino della Stampa. L’umiliante slittamento è la sintesi dell’ascesa e della caduta del dottor Silvio Viale, ginecologo, militante radicale, campione della battaglia sulla pillola abortiva Ru486. Celebrato fino a ieri come eroe della lotta di liberazione delle donne, medico coraggioso che aveva osato sfidare le gerarchie ecclesiastiche fiancheggiate dal bieco ministro della Salute Francesco Storace, e oggi indagato, abbandonato, difeso a malapena dai compagni della Rosa nel pugno. A noi che in tempi non sospetti lo abbiamo attaccato, ripugna cadere nel codardo oltraggio, perciò lanciamo un appello: salvate il soldato Viale, non lo lasciate nella sua postazione, all’ospedale Sant’Anna, a combattere da solo. Dall’epoca dei trionfi, in cui il newcomer Viale si candidava a segretario dei Radicali contro Capezzone, le cose sono mutate.

La Ru486 non è più considerata la pillola magica che fa interrompere la gravidanza in un attimo e senza dolore, ma un metodo che ha fortuna solo laddove i governi o la classe medica lo sponsorizzano, che ha effetti collaterali pesanti, dura almeno quindici giorni, e ha già provocato, nel mondo occidentale, almeno tredici morti accertate. Soprattutto si comincia a capire che aborto chimico è sinonimo di aborto a domicilio, con tutte le perplessità che questo suscita. Il primo a capirlo è stato proprio Storace, che un anno fa interruppe la sperimentazione appena avviata imponendo il ricovero obbligatorio di tre giorni, per evitareche le donne potessero espellere l’embrione fuori dall’ospedale, senza le garanzie sanitarie previste dalla legge 194. Negli ultimi mesi la consapevolezza del rischio implicito nell’aborto domestico ha folgorato anche Vincenzo Chieppa, consigliere regionale del Pdci in Piemonte, che ha chiesto di rimuovere dalla sperimentazione il dottor Viale. Chieppa è a favore della Ru486 ma contro il medico che ne è il simbolo, considerato ormai un ostacolo alla diffusione della pillola abortiva: “Appare fuor di dubbio che la gestione operativa della sperimentazione è stata da parte di qualcuno utilizzata per finalità di parte, per visibilità personale e politica, facendone oggetto di continua polemica pubblica”, si legge nell’interpellanza presentata dal consigliere comunista. Il quale non imputa al ginecologo radicale soltanto un eccesso di presenzialismo, ma anche una certa leggerezza professionale, che avrebbe inficiato i risultati della sperimentazione torinese.

Se un quarto delle pazienti ha abortito a casa, è perché Viale ha consentito che uscissero prematuramente dall’ospedale, infischiandosene dell’obbligo di ricovero. Chieppa sembra beatamente ignorare di essere sulle esatte posizioni dell’ex ministro Storace, attaccato allora con violenza da mezza sinistra, e in particolare da alcune compagne di partito dell’ineffabile consigliere. Qualcuno le spieghi che la colpa non è tanto di Viale, quanto del metodo chimico, che rende impossibile prevedere il momento dell’espulsione (può avvenire nei giorni immediatamente successivi all’assunzione del primo farmaco, o anche un mese dopo). Anche mantenendo l’obbligo dei tre giorni di ricovero, una certa percentuale di donne sarebbe in ogni caso costretta ad abortire a casa.

La sperimentazione, comunque, si avvia ad essere sospesa, spegnendo gli ultimi entusiasmi. Le prese di distanza non si contano: i politici piemontesi tacciono, o esprimono le loro riserve, come l’assessore regionale alla Sanità Mario Valpreda, che fino al mese scorso parlava di semplici violazioni procedurali. Lontani i tempi in cui Mercedes Bresso o Barbara Pollastrini difendevanoViale a spada tratta, e il povero ginecologo viene degradato, dai giornalisti della Stampa, a “sperimentatore solitario”. Lui, e solo lui, è l’incauto responsabile del disastro in cui è finita la sperimentazione, e ci si stupisce di come “sia stato dato tanto spazio al suo spirito di iniziativa” (pag. 44 della Stampa del 17 settembre). No, Viale abbia almeno l’onore delle armi. Non è stato nemmeno fatto deputato dagli amici radicali, ed ora è esposto a tutte le intemperie giudiziarie. La Pollastrini accorra, la Bresso parli, Laura Cima, Elettra Deiana escano dal silenzio. Non può finire così, con il naufragio inglorioso di una sperimentazione aperta con il centrodestra e chiusa dal centrosinistra.

 

La Chiesa ha colpe nella educazione sessuale?

Ti pareva che non si finiva sull'educazione sessuale. E la (dis)educazione sessuale ha, come si sa, un unico grande obiettivo formativo: il preservativo. E, ovviamente, è colpa della Chiesa che ne vieta l'uso. Ma vorrei sottoporle un problema di logica (oltre che di ipocrisia). Secondo i sostenitori del libero palloncino in libero stato, le duecentomila donne che in Francia (il laicissimo paese dove ai preti è vietato entrare in scuola con la tonaca) ogni anno abortiscono (disobbedendo in modo grave all'insegnamento della Chiesa – non uccidere) lo farebbero perché non se la sentono di disobbedire al parroco che ha detto loro "quella cosa lì mai!". Le sembra logico? Secondo costoro chi si reca in farmacia con la ricetta della pillola Ru486 mai entrerebbe in quella stessa farmacia per chiedere una confezione di condom ("Ho letto sul catechismo che non è lecito"). Le sembra possibile? Secondo i fautori della distribuzione gratuita di preservativi nelle scuole i confucian-maoisti cinesi, gli animisti africani, i musulmani del più o meno medio o estremo oriente, i buddisti indiani, tutta gente sulla quale sono state scaricate tonnellate di preservativi gratuiti, non li userebbero in ossequio al Papa di Roma. Le sembra credibile? Secondo gli occidentalissimi oppositori delle radici giudaico-cristiane dell'Europa, un continente dove la pratica religiosa raggiunge vette di poco superiori al dieci per cento, il restante novanta per cento di secolarizzatissimi cittadini europei, che se ne frega di qualsiasi cosa dica il Papa (tranne quando parla di pace), su questo non transigerebbe: "Karol ha detto che non si usa". Le sembra plausibile? E questi sarebbero gli eredi del pensiero razionale, quelli che "io penso con la mia testa, non mi faccio indottrinare". Che pena.

da La posta dei lettori, Il Foglio – 29/9/2005

 

VITA UMANA

 

 

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