Totus Tuus link

APPROFONDIMENTI

Vita umana
Bioetica
Temi culturali
Chiesa & mondo
Amore & affettività
Interviste

 

ABORTO

Donne liberate dalla pillola, libere solo di assomigliare ai maschi

L'ingiustizia non si verifica soltanto quando soggetti uguali vengono trattati in modo diverso, ma anche quando soggetti diversi vengono trattati in modo uguale.

di EUGENIA RONCELLA
da "Il Foglio" del 21/06/2005

Che inutile spreco, gli sforzi delle storiche che negli ultimi decenni hanno fatto affiorare dal silenzio tanti nomi di donne. A che serve conoscere la lunga storia delle lotte femminili, ripescare i nomi delle militanti, delle teoriche, delle scrittrici, delle eroine eccentriche che violavano i limiti imposti al proprio sesso, pagando fino in fondo il prezzo della trasgressione? Un solo nome basta imprimersi nella memoria: Gregory Pincus, inventore della pillola antifecondativa. È lui il vero paladino del femminismo, è a lui che dobbiamo la nostra attuale libertà di donne.

È stata la pillola, infatti, a rendere le donne occidentali davvero libere, e dovremmo saperlo, perché ci è stato mille volte ripetuto; adesso anche da uno studio della London School of Economics. Da quanto sembra di capire, il criterio adottato in questo caso per giudicare il livello di libertà è quello della possibilità di studiare, lavorare e fare carriera. Per ottenere i migliori risultati bisogna perseguire l'assoluta uguaglianza; e l'emancipazione perfetta si raggiunge rimandando, meglio ancora eliminando, la maternità. La coordinatrice della ricerca tira le conclusioni affermando che "l'obiettivo del governo Blair di portare il congedo pagato a 12 mesi difficilmente aiuterà la causa delle donne", perché ogni facilitazione in questo campo si rivela a doppio taglio. Se vogliamo inserirci in un mondo del lavoro storicamente strutturato a misura d'uomo, il sistema migliore è ridurre al minimo la differenza di genere, farla notare il meno possibile, e appiattirci devotamente sul modello maschile.

Libere di non avere figli, soprattutto da giovani; di assomigliare agli uomini che possono telefonare e dire all'ultimo momento "Non torno per cena", che indicono le riunioni di lavoro all'ora in cui i bambini escono di scuola, che hanno una moglie che si occupa della casa e della famiglia e dunque non hanno la mente affollata di retropensieri (c'è il latte in frigo? Ho preso l'appuntamento col dottore? Posso mandare un'amica a ritirare la pagella?). Libere di manipolare il corpo quanto più è possibile, per comprimere e controllare la capacità di generare, vista come il più temibile rivelatore di differenza. Libere di negare la propria storia di donne, e di rinunciare a cambiare il mondo intorno a noi: molto più facile cambiare noi stesse, intervenendo sulle modalità del concepimento e della nascita.

L'ingiustizia, ha scritto Janne Matlary, non si verifica soltanto quando soggetti uguali vengono trattati in modo diverso, ma anche quando soggetti diversi vengono trattati in modo uguale. La libertà che viene proposta alle donne è spesso ingiusta, modellata sul corpo "libero" dei maschi, come se non fosse pensabile una libertà che include il ricorrere ciclico delle mestruazioni, la casualità governabile della generazione, un corpo capace di diventare due. Come se non fosse possibile trasferire l'esperienza etica della cura anche agli uomini, come se la procreazione non fosse una ricchezza sociale e pubblica, oltre che un'emozione privata. Il modello maschile, per l'emancipazionismo, è la meta sospirata da raggiungere, e insieme il limite per ogni immaginazione, esistenziale e politologica: oltre non si può andare, nemmeno col pensiero.


Dal diritto al dovere di non riprodursi

Se poi si allarga la visione, e si considera cosa accade a livello internazionale, si comprende meglio quanto considerare la pianificazione delle nascite il cuore della libertà femminile sia rischioso. L'enfasi posta dalle Nazioni Unite, a Pechino, sul legame necessario tra empowerment delle donne e controllo della fertilità, ha portato a una sorta di ossessione antimaterna. I cosiddetti "diritti riproduttivi" si traducono, nei fatti, nel dovere di non riprodursi, fortemente promosso da agenzie come l'Unfpa (il Fondo dell'Onu per la popolazione) e da organizzazioni come l'Ippf (Federazione Internazionale per la Pianificazione Familiare). I proclami ideologici sul "consenso informato" e sull'autodeterminazione femminile, mascherano una politica pesantemente orientata al controllo demografico verticale, e saldamente gestita dai governi. Va ricordato che la sterilizzazione femminile è al primo posto nel mondo tra i metodi anticoncezionali, a grandissima distanza dalla pillola.

Inoltre, analizzando i risultati, la necessità del rapporto tra contraccezione e libertà femminile, nei paesi terzi, appare un assioma non verificato: non sembra affatto che nelle zone in cui l'incremento di natalità scende e la diffusione dei metodi contraccettivi sale, ci sia un parallelo e conseguente sviluppo della libertà delle donne. La maternità, in occidente come in oriente, continua ad essere un elemento di intollerabile anarchia, un potere che va strappato all' inaffidabilità femminile. Meglio medicalizzarlo, artificializzarlo, programmarlo, negarlo. Il governo della fecondità, che credevamo finalmente nelle nostre mani, tende a sfuggirci, a trasformarsi in controllo sul corpo femminile, e in nuove, più sofisticate, forme di esproprio.

 

 

APPROFONDIMENTI

 

eXTReMe Tracker