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VITA UMANA
L'aborto nel Magistero della Chiesa
“Nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l'aborto procurato è l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita” (“Evangelium Vitae”).
Di pari passo con i progressi della scienza, il Magistero della Chiesa Cattolica ha fatto sentire sempre più forte la sua voce in difesa della vita. Dal Concilio Vaticano II ad oggi possiamo infatti attingere da una vasta produzione relativa all’interruzione volontaria di gravidanza, a partire dalla Costituzione Pastorale del Concilio Vaticano II “Gaudium et Spes” sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.
Datato 7 dicembre 1965, il testo rimarcava come la rapida evoluzione che ha visto protagonista la società, fosse avvenuta in maniera totalmente disorganizzata, al punto di lasciare l’uomo in preda a forti contraddizioni. Se da una parte infatti egli continuava a sperimentare i suoi limiti, dall’altra veniva sedotto dalla potenza acquisita dalle sue scoperte e conoscenze. Una potenza che però non è sempre riuscito a trasformare in un vantaggio. “Mai come oggi – si legge nella Costituzione – gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica”. I valori tradizionali erano messi in discussione da questo nuovo scenario a cui non sempre riuscivano ad adattarsi, mentre cresceva la convinzione che l’umanità dovesse rafforzare il suo dominio sul creato. “Stando così le cose, il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell'odio. Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli”.
Alla luce di tutto ciò il Concilio Vaticano II si era prefissato il compito di esprimere “un giudizio su quei valori che sono attualmente più stimati, nel tentativo di ricondurli alla loro divina sorgente”. A partire dalla difesa della dignità umana e dal rispetto della persona. La Costituzione Pastorale definiva infatti l’aborto, alla stregua dell’infanticidio, un “delitto abominevole”, avendo Dio affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita”: un compito che essi devono adempiere in modo degno. Tramite la possibilità di procreare, il Creatore ha voluto rendere gli esseri umani parte della sua opera. “I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono alla santificazione dei genitori. Risponderanno, infatti, ai benefici ricevuti dai genitori con affetto riconoscente, con pietà filiale e fiducia; e li assisteranno, come si conviene a figli, nelle avversità della vita e nella solitudine della vecchiaia”.
Tre anni dopo, il 25 luglio del 1968, Papa Paolo VI ha ripreso le tematiche espresse dal Concilio, riconsiderando i problemi legati all’atto di donare la vita, conseguentemente ai mutamenti della società. L’Enciclica “Humanae Vitae”, si apriva infatti con il timore che le autorità vigenti potessero rispondere al troppo rapido sviluppo demografico con l’uso misure drastiche. La diversa considerazione dell’uomo e soprattutto della donna, unita ai progressi compiuti nel dominare le forze naturali, avevano fatto sorgere alcuni interrogativi in merito ad una possibile revisione delle norme etiche. Papa Montini scrisse: “Il problema della natalità va considerato al di là delle prospettive parziali, siano di ordine biologico o psicologico, demografico o sociologico, alla luce di una visione integrale dell’uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna”. Nel dare alla luce una nuova vita, i coniugi non sono liberi di procedere secondo il proprio arbitrio, ma devono riconoscersi quali ministri del disegno di Dio. L’Enciclica ha quindi ulteriormente ribadito l’illiceità di qualsivoglia metodo di sterilizzazione, temporaneo o non, e riaffermato con forza “la condanna dell’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, anche se in virtù di ragioni terapeutiche”.
Il 9 dicembre 1972, Papa Paolo VI si trovò nuovamente a parlare di interruzione di gravidanza di fronte all’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, i quali avevano deciso di dedicare a questo tema il proprio Convegno Nazionale. “Nell’atto dell’aborto - affermò il Pontefice – viene offesa la dignità della persona umana, non solo nella innocente vittima dell’uccisione, ma nella madre stessa che volontariamente a ciò si adoperi, ed in quanti - medici od infermieri - cooperino all’interventi”. Nei primi anni ’70 il clima generale tendeva a trovare giustificazioni all’aborto in nome della libertà sessuale o dell’emancipazione femminile. Nell’incontro il Santo Padre sentì dunque il bisogno di ribadire che non vi era alcun motivo, di natura medica, eugenica, sociale, economica o morale, che potesse legittimare la “diretta deliberata disposizione sopra una vita umana innocente”.
La decisione in merito alla vita di un altro essere umano, non può infatti essere legata a mere questioni riguardanti la libertà delle donne. “La vera emancipazione femminile – spiegò il Pontefice - non sta in una formalistica o materialistica eguaglianza con l’altro sesso, ma nel riconoscimento di ciò che la personalità femminile ha di essenzialmente specifico, la vocazione della donna ad essere madre. In tale vocazione, infatti, è implicito, è destinato a concretarsi il primo e più fondamentale dei rapporti costitutivi di personalità: il rapporto tra quel singolo nuovo essere umano e quella singola donna, come sua propria madre”. Paolo VI esortò dunque i giuristi a difendere il valore della vita umana, la cui giurisdizione non riguarda esclusivamente la Chiesa Cattolica, ma l’intera comunità globale.
“Il pluralismo etico non può essere rivendicato come la conseguenza naturale del pluralismo ideologico” sottolineava due anni più tardi la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella “Dichiarazione sull’Aborto Procurato” datata 28 giugno 1974. All’epoca il tema era al centro di numerose discussioni, nelle quali ci si appellava alla libertà di opinione, nel tentativo di far passare la decisione di abortire come strettamente legata alla sfera privata. “Non ci si può non stupire – si legge nella Dichiarazione – nel vedere crescere, da una parte, la netta protesta contro la pena di morte, contro ogni forma di guerra, e, dall’altra, la rivendicazione di rendere libero l’aborto, sia interamente, sia su indicazioni sempre più larghe”.
Il documento sottolineava inoltre come in quel periodo le autorità di numerosi paesi fossero pressate da diversi movimenti al fine di legalizzare l’aborto. Per la dottrina è da sempre inammissibile una distinzione della persona umana basata sui diversi periodi della sua esistenza. Il diritto alla vita è insito nell’uomo, “fin dalla fecondazione, con la quale è già iniziata l’avventura di una vita umana”. La dichiarazione ha inoltre tenuto conto di quei gravi motivi che possono spingere a prendere una così importante decisione, come ad esempio il pericolo di vita per la madre o le difficoltà sociali. “Ma nessuno di questi motivi può conferire oggettivamente il diritto di disporre della vita altrui anche se in fase iniziale. La vita, infatti, è un bene troppo fondamentale perché possa essere posta a confronto con certi inconvenienti, benché gravissimi”.
Ritornando poi a questioni puramente giuridiche, il testo ha evidenziato come in ogni codice di qualsiasi Paese venga punito l’omicidio, al contrario dell’interruzione volontaria di gravidanza, consentita in alcuni stati e spesso rimasta impunita negli altri perché troppo frequente. “La legislazione umana può rinunciare a punire, ma non può rendere onesto quel che sarebbe contrario al diritto naturale, perché tale opposizione basta a far sì che una legge non sia più legge”. Questa dovrebbe invece promuovere una riforma della società e delle condizioni di vita in tutti gli ambienti affinché mettere al mondo un figlio sia reso sempre possibile. “Non si può mai approvare l’aborto, ma è necessario, anzitutto, combatterne le cause”.
Il 22 novembre 1981, Papa Giovanni Paolo II scrisse un’Esortazione apostolica sui compiti della famiglia cristiana, dopo l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi tenutasi a Roma nel 1980 sul tema «I compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi».
“La dottrina della Chiesa si colloca oggi in una situazione sociale e culturale, che la rende al tempo stesso più difficile da comprendere ed insostituibile per promuovere il vero bene dell'uomo e della donna”. Così affermava il Pontefice nella “Familiaris Consortio”, evidenziando come il progresso tecnico-scientifico persuada l’uomo del suo dominio sulla natura e contemporaneamente lo spinga nell’angoscia più profonda riguardo al suo futuro. Il che conduce a diversi tipi di reazioni: alcuni iniziano a dubitare sulla liceità o meno di chiamare altri alla vita; altri, ritenendo di essere gli unici destinatari dei vantaggi della tecnica, escludono gli altri, ai quali vengono imposti mezzi contraccettivi; ed altri ancora, preoccupati della sola ricchezza materiale, rifiutano di voler dare alla luce una nuova vita. Questo quadro ha portato alla nascita di una mentalità contro la vita, cui “solo l’amore di Dio può porre rimedio”. La Chiesa si pone quindi lo scopo di aiutare la famiglia, uno dei beni più preziosi dell’umanità. Se da una parte vi era all’epoca l’insorgere di una coscienza più viva della libertà personale ed una maggiore attenzione alla qualità del matrimonio, alla promozione della dignità della donna, alla procreazione responsabile ed alla educazione dei figli, dall’altra “non mancavano preoccupanti segni di degradazione di alcuni valori fondamentali, come una errata concezione teorica e pratica dell'indipendenza dei coniugi fra di loro; le gravi ambiguità circa il rapporto di autorità fra genitori e figli; le difficoltà concrete, che la famiglia spesso sperimenta nella trasmissione dei valori; il numero crescente dei divorzi; la piaga dell'aborto; il ricorso sempre più frequente alla sterilizzazione; l'instaurarsi di una vera e propria mentalità contraccettiva”. Per porre rimedio a questa situazione Papa Wojtyla identificò 4 compiti cui la famiglia deve adempiere: la formazione di una comunità di persone; il servizio alla vita; la partecipazione allo sviluppo della società; la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa.
All’interno della precedente Esortazione apostolica, Giovanni Paolo II impegnò la Santa Sede alla formulazione di una Carta dei Diritti della Famiglia. Una promessa mantenuta il 22 ottobre 1983. Il documento non poteva astenersi dal difendere la vita. Nell’articolo n. 4 si legge infatti che “La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto dal momento del concepimento”. A questo punto, il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha aggiunto poi che l'aborto è una diretta violazione del diritto fondamentale alla vita dell'essere umano; il rispetto per la dignità dell'essere umano esclude ogni manipolazione sperimentale o sfruttamento dell'embrione umano; tutti gli interventi sul patrimonio genetico della persona umana, i quali non mirino a correggere le anomalie, costituiscono una violazione del diritto all'integrità fisica e contrastano il bene della famiglia; i figli, sia prima che dopo la nascita, hanno diritto ad una speciale protezione e assistenza, come l'hanno pure le madri sia durante la gravidanza sia, per un ragionevole periodo dopo il parto; tutti i figli, sia nati nel matrimonio che fuori di esso, godono dello stesso diritto alla protezione sociale, in vista del loro integrale sviluppo personale; gli orfani o i fanciulli privi dell'assistenza dei loro genitori o tutori devono ricevere particolare protezione da parte della società.
Sempre firmata da Papa Giovanni Paolo II, l’Istruzione “Donum Vitae” sul “Rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione” viene pubblicata il 22 febbraio 1987. Il documento sanciva che la “trasmissione della vita umana è affidata dalla natura a un atto razionale e cosciente e, come tale, soggetto alle leggi di Dio”. Le scienze non devono quindi considerare l’uomo come una mera creatura biologica, ma soprattutto non devono pretendere di poter decidere circa la vita umana. “Ciò che è tecnicamente possibile non è per ciò reso moralmente ammissibile”. L’istruzione ha inoltre riaffermato che dal momento in cui l’ovulo viene fecondato è nata una nuova vita che come tale va rispettata “perché l’uomo è sulla terra l’unica creatura che Dio ha voluto per se stesso”.
Il testo si è poi interrogato su alcuni argomenti correlati all’aborto, come ad esempio la diagnosi prenatale. Essa è lecita nel solo caso in cui la sicurezza dell’embrione e di sua madre vengono garantiti. In nessun caso dovrà costituire una discriminante per la venuta al mondo del feto e nessuna autorità civile o sanitaria può suggerire, in presenza di malformazioni del nascituro, l’interruzione della gravidanza. Per quanto riguarda invece gli interventi terapeutici intrauterini e la sperimentazione, i primi sono accettati a patto che rispettino la vita e l’integrità dell’embrione, mentre “nessuna finalità, anche in se stessa nobile, come la previsione di una utilità per la scienza, per altri esseri umani o per la società, può in alcun modo giustificare la sperimentazione sugli embrioni o feti umani vivi, viabili e non, nel seno materno o fuori di esso”.
La “Donum Vitae” ha altresì individuato alcuni diritti fondamentali tra cui: il diritto alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano dal momento del concepimento alla morte; i diritti della famiglia e del matrimonio come istituzione e, in questo ambito, il diritto per il figlio a essere concepito, messo al mondo ed educato dai propri genitori. Il documento si conclude ribadendo il suo fine ultimo, ossia “rivolgere un nuovo accorato invito a tutti coloro che, in ragione del loro ruolo e del loro impegno, possono esercitare un influsso positivo perché, nella famiglia e nella società, sia accordato il dovuto rispetto alla vita e all'amore: ai responsabili della formazione delle coscienze e dell'opinione pubblica, ai cultori della scienza e ai professionisti della medicina, ai giuristi e agli uomini politici”.
Sempre nel 1987, l’Enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” pubblicata nel XX anniversario della “Populorum Progressio” di Papa Paolo VI, considerava la contingente situazione del pianeta, facendo riferimento anche ai problemi riguardanti la crescita demografica nel Sud del globo. “Appare molto allarmante costatare in molti Paesi il lancio di campagne sistematiche contro la natalità per iniziativa dei loro governi, in contrasto non solo con l'identità culturale e religiosa degli stessi Paesi, ma anche con la natura del vero sviluppo”. Tali campagne sono spesso discriminanti in relazione agli aiuti economici. Una assoluta mancanza di rispetto che finisce sempre più spesso col generare razzismo o favorire “l’applicazione di certe forme, egualmente razzistiche, di eugenismo”.
"Occorre tornare a considerare la famiglia come il santuario della vita” esortava poi nel 1991 l’Enciclica “Centesimus Annus”, nel centenario della “Rerum Novarum”. Riprendendo la denuncia delle campagne contro la natalità fatta dalla “Sollicitudo Rei Socialis”, questo nuovo testo indicava nella famiglia il luogo in cui la vita, esposta a molteplici attacchi da parte della società moderna, può essere accolta e protetta. “Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita”.
Ad affermare con forza “il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, ed il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario”, è soprattutto l’Enciclica “Evangelium Vitae”, del 25 marzo 1995. Papa Giovanni Paolo II fondava infatti sul riconoscimento di tale diritto la convivenza umana e la comunità politica. Facendo riferimento alla “Rerum Novarum”, il Papa ha poi paragonato le minacce alla vita con il rispetto dei diritti umani: “Quello della Chiesa è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani”. L’enciclica si proponeva dunque di riaffermare il valore della vita umana e condannare i delitti che la colpiscono nel momento in cui è più vulnerabile, proprio all'interno e ad opera di quella “famiglia che costitutivamente dovrebbe invece essere il santuario della vita”.
La Chiesa si è trovata inoltre a rispondere alle accuse di favorire le interruzioni volontarie di gravidanza perché da sempre contraria a qualsiasi tipo di contraccezione. “Un'obiezione speciosa” per Papa Wojtyla, che spiegò come contraccezione ed aborto, dal punto di vista morale, sono mali specificamente diversi, ma spesso in intima relazione, “come frutti di una medesima pianta”. “La vita che potrebbe scaturire dall'incontro sessuale diventa così il nemico da evitare assolutamente e l'aborto l'unica possibile risposta risolutiva di fronte ad una contraccezione fallita”. Citando poi il discorso fatto in occasione dell'VIII Giornata Mondiale della Gioventù, Giovanni Paolo II ha sottolineato come le minacce alla vita fossero sempre più programmate in maniera scientifica e sistematica. “Le possiamo riscontrare in complessive valutazioni di ordine culturale e morale, a iniziare da quella mentalità che, esasperando e persino deformando il concetto di soggettività, riconosce come titolare di diritti solo chi si presenta con piena o almeno incipiente autonomia ed esce da condizioni di totale dipendenza dagli altri”.
Ciò che poi connota l’aborto, rispetto agli altri delitti contro la vita, e il tentativo di mitigarne la drammaticità, trincerandosi dietro termini come “interruzione volontaria della gravidanza”. “Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l'aborto procurato è l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”.
Il Pontefice ha concluso l’Enciclica rivolgendosi a quelle donne già sottopostesi all’aborto. “La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s'è trattato d'una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s'è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità e, se ancora non l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento”.
Anche all’interno del “Catechismo della Chiesa Cattolica”, approvato in forma definitiva da Giovanni Paolo II nel 1997, non è stato tralasciato il tema dell’aborto. “La vita umana – si legge – deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona”. Il documento punisce inoltre con la scomunica chi prende parte a questo delitto latae sententiae.
Rilevante per il tema delle interruzioni volontarie della gravidanza è stato anche il discorso del Pontificio Consiglio della Famiglia sui Temi di Riflessione e Dialogo in preparazione al III Incontro Mondiale del Santo Padre con le famiglie in occasione del Giubileo delle Famiglie del 14 ottobre 2000. “I figli vengono solo per prendere?” si chiedeva il documento. Ciò che infatti la nostra società dovrebbe capire secondo il Consiglio Pontificio è che un figlio significa innanzitutto un dono, del quale i genitori non possono disporre a proprio piacimento. Non un oggetto di proprietà quindi ma un regalo tramite il quale Dio chiama i coniugi a suoi collabori. Tutto ciò che è relativo alla dignità della persona umana si deve applicare anche al bambino non ancora nato e per tanto l’aborto non può non essere considerato un vero e proprio omicidio. “Chi viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa immaginare”.
Sempre a firma del Pontificio Consiglio per la Famiglia è la Riflessione a proposito delle nuove risoluzioni del Parlamento Europeo in favore dell’aborto del 2002. Per il Consiglio le “Raccomandazioni” dell’Assemblea dell’Ue, anche se prive di forza legale, possono creare confusione nell’opinione pubblica. “Questo equivale ad una sentenza e ad un'esecuzione capitale di una persona umana innocente, anche se l'orrore di quella iniquità è doppiamente coperto con formulazioni ambigue come "l'interruzione volontaria della gravidanza", e con il sistematico e tragico artificio, profeticamente denunciato dal Santo Padre Giovanni Paolo II, di far passare il delitto come un diritto". Ambiguo anche il termine “aborto sicuro”, il cui riferimento alla sicurezza riguarda esclusivamente la madre, “i cui diritti prevalgono su quelli del concepito, come se questo fosse una sua appendice od una sua proprietà”.
Il testo è chiuso da un’amara e sconsolata considerazione. “È un momento buio, triste per questa grande Europa, prima così ancorata alle più salde tradizioni, consapevole delle proprie radici cristiane, aperta ai diritti di Dio e degli uomini, aperta alla famiglia, al dono della vita, ai figli; l'Europa che oggi soffre l'inverno demografico, ammalata nello spirito in alcuni settori dei Parlamenti che dovrebbero avere come stella polare la priorità della persona umana in vista del bene comune e del rispetto dei suoi diritti a partire da quelli dei più deboli”.
Tratto da: "Erode: la strage degli innocenti continua" (Agenzia Fides, 28/12/2005).
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