Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486. Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio. La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri. Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. È lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. È oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica. Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.
La moratoria si può fare. Eccome.Non è stato uno scatto di umore etico, è una prospettiva realistica editoriale di GIULIANO FERRARA
Quaranta anni fa, comunque la si pensi dell’anno 1967 + 1, accadde qualcosa. Roba forte, importante, ambigua, liberatoria e anche asservente, che percorse il mondo intero e fece costume, cultura, legge e politica anche e soprattutto nell’occidente divenuto postmoderno. Nel frattempo molte cose sono cambiate, non solo le ecografie che permettono di vedere quel che si faceva finta di non vedere, anche la mentalità è cambiata, è cambiata in notevole misura la percezione di sé, degli altri, del significato di una società libera. Cinque milioni di pellegrini della vita e dell’amore, tutti a Roma nella prossima estate, ratificherebbero questo cambiamento e lo renderebbero cristallino, leggibile anche a quei ciechi o miopi che fanno finta di niente e continuano a trastullarsi con l’idea che l’uomo è tanto geneticamente simile alla scimmia da potersi comportare molto peggio di una qualunque scimmia. C’è anche la parola d’ordine che mobiliterebbe i popoli occidentali, i giovani, i vecchi, le donne, i cattolici bambini e alla fine anche quelli adulti, e molti laici: la moratoria dell’aborto nel mondo. E se vogliamo qualcosa di simile, per contrappasso, alla famosa intimazione di Russell: “Fate l’amore, non la guerra”, potremmo scegliere: “Fate l’amore, non l’aborto”. Ma che cosa significa la moratoria, in termini di realismo politico? È molto semplice. Ai governi occidentali e a chi ci può stare nel resto della terra si chiede di sospendere ogni politica che incentivi la pratica eugenetica, in particolare quella fondata sull’aborto selettivo per sesso o per disabilità. E questo è un obiettivo degno dello stesso impegno messo nella lotta per sospendere l’esecuzione della pena di morte legale. Il secondo obiettivo è affermare la libertà di nascere come uno dei diritti fondamentali dell’uomo, inscrivendolo nella Dichiarazione universale in base alla quale furono costituite le Nazioni Unite. Sono due grandi mete intrecciate tra loro, il no all’eugenetica e la libertà di nascere, che possono essere indicate come un programma civile, politico, etico e umanitario schiettamente indipendente da ogni valutazione confessionale. Il manifesto della moratoria potrebbe essere preparato da un comitato internazionale, che comprenda uomini come il francese Didier Sicard o l’italiano Carlo Casini o il bioeticista americano Leon Kass o il filosofo anglosassone Roger Scruton o l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Mary Ann Glendon, e insieme con loro donne e leader dei movimenti laici e cristiani che intorno a questa piattaforma possano creativamente riconoscersi, come hanno fatto a Roma e a Madrid. Ma se eludesse una certa sua vaghezza, per fare un esempio, anche un italiano come Giuliano Amato dovrebbe potersi ritrovare nella cosa. Ed è certo, che a studiare bene tutta la faccenda, si renderebbero disponibili alla riflessione comune e all’azione personalità ed energie del fronte progressista e femminista, quello serio e intellettualmente reponsabile, quello che sa che i diritti dell’uomo o sono universalio sono una pagliacciata pseudoumanitaria. Quello che ha individuato nella medicalizzazione eugenetica della maternità una nuova forma di oppressione delle donne. Fossero vivi Norberto Bobbio e Pier Paolo Pasolini, ovviamente firmerebbero, carta canta: chi dei loro presunti eredi etico-culturali avrà il coraggio di farsi avanti? Naturalmente un paragrafo della dichiarazione di principio, sulla quale impegnare i governi e le lobby internazionaliste, dovrebbe essere dedicato, e non sarebbe un comma minore ma la condizione del tutto, al fatto che la moratoria esclude ogni forma di colpevolizzazione, men che meno di persecuzione penale, delle donne che si trovano di fronte alla “scelta” della maternità. Le politiche pubbliche, la cultura e lo spirito del tempo sono in discussione, non la coscienza dei singoli.
Che cosa è concretamente la moratoriaeditoriale di GIULIANO FERRARA 1. La moratoria parte dalla constatazione di ciò a cui si è ridotto l’aborto di massa in tutto il mondo moderno nel corso degli ultimi decenni. Un fenomeno mostruoso per quantità genocida: oltre un miliardo di aborti, una media annua di circa cinquanta milioni di aborti. Un fenomeno aberrante per qualità sessista ed eugenetica a sfondo razzista: nella sola Asia mancano all’appello duecento milioni di bambine escluse dalla vita perché considerate inutili, è in corso una progressiva eliminazione di milioni di persone caratterizzate da potenziali disabilità, per di più solo probabilisticamente accertate. Il sesso femminile è la prima vittima anche in senso statistico dell’aborto di massa. I guru scientisti come un James Watson, spregiatore delle razze deboli, o un Umberto Veronesi, sostengono questa decimazione, questa pulizia etnica sistematica, e affermano che è privilegio della scienza moderna servire la loro concezione di umanità e di salute ed escludere dal mondo l’infelicità presunta di vite sanitariamente imperfette. Ma ciascuno sa che la scelta di fare tutto questo è prescientifica, risale alla concezione pagana e precristiana dell’uomo, alla Rupe Tarpea, su su fino ai miti del neopaganesimo nazionalsocialista, con lo sperimentalismo transumano del dottor Joseph Mengele, e dell’utopismo socialdemocratico del “mondo nuovo”, quando una parte dell’occidente sviluppato pensò che gli esseri umani dovessero essere trattati geneticamente come vacche o cavalli. Il medioevo cristiano inventò la ruota dei conventi per ospitare i figli non desiderati, i tempi moderni si condannano all’uso della ghigliottina chirurgica o dell’avvelenamento in pancia attraverso la Ru486. È un progresso, questo? E’ una manifestazione dello spirito di accoglienza, di rispetto dell’altro, di riconoscimento del prossimo e di fiducia nel futuro? La nostra risposta è univoca: no. Al contrario, è la manifestazione di una moderna forma di riduzione della persona in schiavitù mascherata da esercizio di un diritto civile evocato in modo blasfemo e sofistico come procreazione responsabile. E la moratoria è da questo punto di vista la scelta di rendere chiaro, di formalizzare filosoficamente e giuridicamente, e anche eticamente, questa risposta: no all’aborto. 2. Come si può realizzare la moratoria? In modo molto semplice. È l’uovo di Colombo. L’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre del 1948 a Parigi e base di legittimazione delle Nazioni Unite da giusto sessant’anni, recita così: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”. Occorre che i governi nazionali votino un emendamento significativo alla Dichiarazione: dopo la prima virgola, inserire “dal concepimento fino alla morte naturale”. Il nuovo testo dell’articolo 3 sarebbe dunque ipso facto un testo di moratoria delle politiche pubbliche incentivanti ogni forma di ingiustificato maltrattamento schiavistico e asservimento dell’essere umano, anche concepito, e reciterebbe così: “Ogni individuo ha diritto alla vita, dal concepimento fino alla morte naturale, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”. 3. Come si giustifica questo mutamento della nozione filosofica e giuridica di ciò che è un individuo, realizzata mediante il riconoscimento della sua esistenza prenatale e dell’implicito diritto di nascere? Con lo stesso spirito di umanità, di libertà, di eguaglianza, di fraternità, e oggi di sorellanza, dunque con la stessa laica religiosità che spinse i padri fondatori delle democrazie liberali moderne, e le donne che le hanno legittimate e nutrite con il loro specifico pensiero e con le loro lotte di liberazione, prima a stilare e poi a far vivere i principi non negoziabili delle diverse dichiarazioni dei diritti e d’indipendenza che diedero vita alla modernità. In quell’emendamento si riconoscerebbe il nucleo fondante di un nuovo illuminismo e razionalismo di radici laiche e giudeo-cristiane fondato insieme sull’imperativo categorico della morale kantiana e sugli imperativi dell’antropologia e della pastorale giudeo-cristiana di tutti i tempi, basate sulla santificazione della vita quotidiana e sul concetto di persona. 4. A questo punto sarebbero programmaticamente eliminate le politiche pubbliche antinataliste che utilizzano la soppressione violenta degli esseri umani concepita come strumento di pianificazione familiare e di utilitarismo eugenetico transumano, al coperto di una definizione manchevole del concetto di individuo nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ma resta il problema della carità, dell’amore, di cui la politica e la filosofia e il diritto e l’etica devono essere la dimensione più alta. Che cosa fare del rifiuto di maternità, che incombe sul soggetto femminile come un problema millenario? All’articolo 3 della Dichiarazione seguirebbe un articolo 3 bis, che potrebbe recitare così: “Il diritto alla vita del concepito deve essere sempre bilanciato con il diritto alla salute fisica e psichica della madre”. In questo spazio è possibile combattere la piaga dell’aborto clandestino, definire l’aborto rigorosamente come un’eccezione intitolata al diritto di autodifesa della gestante, privarlo dell’abusivo carattere di diritto all’autodeterminazione come potere nichilista e autolesionista di un soggetto femminile inventato dall’ideologia, inesistente nella vita umana. 5. La moratoria è dunque concreta e praticabile. La creatività di pensiero potrà contribuire a perfezionare e trasformare le soluzioni giuste. Ma il suo significato è evidente, razionale, laico, logico e insieme profondamente religioso, senza nessun vincolo di obbedienza confessionale. Le classi dirigenti italiana ed europea possono continuare a contare con compiacimento i numeri funerari della strage degli innocenti.
L’emendamento per il diritto di nascere(da "Il Foglio" del 8/1/2008) L’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre del 1948 a Parigi e principale fonte di legittimazione delle Nazioni Unite, recita che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”. Per rendere fattiva la moratoria contro l’aborto di massa, abbiamo proposto l’adozione di un emendamento: dopo la prima virgola, inserire “dal concepimento fino alla morte naturale”. Come ha spiegato il giurista americano Charles Lugosi, autore di “Respecting Human Life in 21st Century America”, sottotitolo “Estendere i diritti civili al non nato dal concepimento alla morte naturale”, è dalla fine della Seconda guerra mondiale che parlamenti, assemblee delle Nazioni Unite e organismi medico-bioetici discutono il riconoscimento del “diritto a nascere” nelle carte etico-costituzionali. In risposta ai crimini dei medici nazisti giudicati a Norimberga, la World Medical Association nel 1948 adottò un nuovo codice, la “Dichiarazione di Ginevra” che afferma: “Rispetterò la vita umana, a partire dal momento del concepimento”. La solenne proclamazione fu ribadita nel 1970 nella Dichiarazione di Oslo. Undici anni prima le Nazioni Unite avevano adottato una Dichiarazione di diritti: “Il nuovo nato ha bisogno di una speciale protezione, prima e dopo la nascita”. Un concetto ribadito nel 1990 e dalla Dichiarazione universale sul genoma e i diritti umani del 1997. L’articolo 6 dell’International covenant on civil and political rights, voluta dalle Nazioni Unite nel 1966, stabilisce che “ogni essere umano ha un inerente diritto alla vita”. L’American convention on human rights, siglata il 22 novembre 1969, stabilisce che è “persona” ogni essere umano che “ha diritto alla vita dal momento del concepimento e questo diritto deve essere protetto dalla legge”. Al Congresso americano, a partire dallo Hatch-Eagleton Human Life Amendment del 1983, sono stati discussi 330 progetti costituzionali per estendere al non nato il Quattordicesimo emendamento, il più radicale apporto alla Costituzione dopo il Bill of Rights che ha sancito la fine del suprematismo razziale. Emendamenti non per bandire l’aborto legale, quanto per riconoscere giuridicamente il concepito e bilanciare la cultura abortista in sede politico-legale. Secondo Lugosi, la sentenza del 1973 che ha liberalizzato l’aborto ha “privato il non nato della cittadinanza, definendolo ‘separato’ e ‘ineguale’”. Da qui l’idea di “personalità fetale”, adottata da Ronald Reagan nel 1988. Da oltre tre anni il nome di William Hurlbut rimbalza nei parlamenti americani e nei centri di ricerca, sulle copertine dei magazine e nelle aule di Capitol Hill. Insegna a Stanford, dove vive con la moglie e un figlio disabile. Dal 2001 ha fatto parte del Comitato di bioetica di Bush ed è protagonista di una delle più controverse ricerche sulle cellule staminali. Il suo metodo, che ha ricevuto il via libera dell’allora governatore del Massachusetts Mitt Romney, si chiama “trasferimento nucleare alterato” e non prevede la distruzione degli embrioni. “Un embrione è un’unità coerente lungo la traiettoria della forma umana” dice Hurlbut al Foglio. “Zigote, morula, embrione, feto, bambino, adulto. Per questo, in accordo con la moratoria contro l’aborto di massa, penso che una risoluta riaffermazione dell’inviolabilità della vita umana, dalla fertilizzazione alla morte naturale, sia oggi più che cruciale”. E, come dimostra la storia di questa battaglia in seno al diritto internazionale, è una sfida in corso da anni. “Nell’era della tecnologia biomedica, dal diritto a nascere passa l’intero futuro della civilizzazione. Non è degna quella società che costruisce le proprie fondamenta sulla creazione e poi la distruzione dell’essere umano. Per preservare la comunità dei vivi, dobbiamo affermare il valore della vita umana nascente in ogni circostanza”. Già consulente di Bush, direttore di The New Atlantis e pensatore laico fra i più stimati in campo bioetico, Eric Cohen ci spiega che sul “diritto a nascere” si fonda la vitalità di una democrazia. “Che tipo di persone siamo se trasformiamo la procreazione in una serie di test? Che tipo di persone diventiamo se strappiamo dalla vita coloro le cui ‘imperfezioni’ genetiche dovrebbero imporci maggiore amore? L’alternativa morale all’eugenetica, che è il giudicare i geneticamente diseguali come egualmenti degni di protezione, richiede una differente immaginazione morale, un egualitarismo radicale, la proposizione che tutti gli uomini sono creati uguali, anche chi è diseguale dalla nascita”. Come Cohen, il filosofo tedesco Robert Spaemann pensa che il riconoscimento positivo del concepito sia dirimente per il futuro della democrazia. “I diritti umani dipendono dal fatto che nessuno è autorizzato a definire il gruppo di coloro ai quali essi spettano. Tali diritti devono essere riconosciuti a ogni essere che nasce dall’uomo, fin dal primo momento della sua esistenza puramente naturale”. Lo scorso novembre, intanto, il Catholic Family and Human Rights Institute ha portato alle Nazioni Unite la battaglia per il riconoscimento legale del non nato.
La sequenzaI crimini dei medici nazisti. Il processo di Norimberga. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e quella dei medici a Ginevra. Così l’Onu ha risposto all’eugenetica riconoscendo il “diritto alla vita”. La Dichiarazione del 1948 fu la risposta del mondo libero all’eugenetica di GIULIO MEOTTI Crimini medici nazisti. Processo di Norimberga. Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo da parte delle Nazioni Unite. Dichiarazione di Ginevra della grande Onu laica, l’Associazione medica mondiale. E’ la sequenza che ha portato al manifesto giusnaturalista del 1948 e che abbiamo posto al centro della moratoria contro l’eugenetica con una revisione dell’articolo 3. Nel 1948, mentre dalle rovine materiali e morali della Seconda guerra mondiale emergeva il bisogno di riaffermare la dignità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili, nel Palais de Chaillot di Parigi veniva solennemente approvata dalle Nazioni Unite la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Nella volontà dei suoi autori, la carta era “la risposta agli atti di barbarie che avevano oltraggiato il genere umano”. Dichiararono la necessità di “riaffermare la fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità della persona umana...”. Fu la proclamazione di un principio non negoziabile, la risposta corale a un’Europa trasformata nel mattatoio del giudaismo e dell’umanesimo liberale e a quelle che il grande genetista francese Jerome Lejeune definì “le nuove forme di razzismo cronologico, sociologico, eugenetico”. L’assioma della “vita indegna di essere vissuta”. Nel 1947, la Commissione Onu dei diritti umani, che era ancora all’inizio del suo lavoro di elaborazione della Dichiarazione, riceve un lungo memorandum dell’American Anthropological Association, connivente con le politiche eugenetiche di sterilizzazione varate in molti stati americani, in cui si esternava preoccupazione su una carta di diritti concepita con una forte “ipoteca culturale” dell’occidente. Nonostante il peso del materialismo sovietico che ebbe un peso significativo nella formulazione definitiva, il risultato fu un manifesto antirelativista. Un grande giurista, Carl Becker, aveva chiesto all’America di restar fedele alle parole che scandiscono la Dichiarazione di indipendenza: “All men are created equal”. Mary Ann Glendon, neoambasciatrice americana presso la Santa Sede, investigando l’origine della Dichiarazione universale ha illustrato la chiarezza di pensiero che guidò Charles Malik, relatore di quella Magna Carta presso l’Assemblea Generale. Malik, filosofo libanese di confessione greco-ortodossa, seguì dal principio sino alla fine tutto iter di preparazione, prima come estensore poi come relatore del primo progetto sui diritti umani, dopo come presidente del Comitato per gli Affari sociali. Malik prospettò una questione pregiudiziale. Quando si tratta di diritti umani, si pone “l’interrogativo fondamentale: cos’è l’uomo?”. Malik disse: “Quando dissentiamo su cosa significhino i diritti umani, dissentiamo su cosa sia la natura umana”. Sempre Mary Ann Glendon ha spiegato che i Padri Fondatori di quella Dichiarazione, l’ex first lady Eleanor Roosevelt, il giurista dei “fondements anthropologiques” René Cassin, il cinese Peng-Chun Chang e Malik, “non erano omogenizzatori, ma universalisti che pensavano che la natura umana fosse per tutti la stessa”. Il diritto alla vita lo trassero dalla Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, l’uguaglianza radicale e giuridica da quella francese del 1789.
Il 14 luglio del 1949 sul New England Journal of Medicine uscì il saggio “Medical Science Under Dictatorship” del dottor Leo Alexander, teste al processo ai medici tedeschi che scrisse il Codice di Norimberga, la più grande carta medica e deontologica dopo la Seconda guerra mondiale: “I crimini sono iniziati con un sottile cambiamento nell’attitudine medica” scriveva Alexander. “Con l’accettazione dell’idea che c’è una vita indegna di essere vissuta”. Nel 1984 Alexander affermava: “E’ come la Il preambolo della Dichiarazione dell’Onu, qualificata da Paolo VI come “quanto c’è di più alto nella saggezza umana”, fu pensato come una risoluzione contro la filosofia emersa dal famoso Processo dei medici, che durò dal 21 novembre 1946 al 20 agosto 1947. Il preambolo riconosceva che “l’inerente dignità e i diritti eguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana è il fondamento della libertà, della giustizia e della pace”. Compreso il non nato. Soltanto vent’anni prima la Corte suprema degli Stati Uniti, nel caso Buck vs. Bell, aveva dato il via libera alla sterilizzazione di 70 mila esseri umani, giudicati “inadatti a riprodursi”. Quella Dichiarazione fu proposta al mondo nel 1948, nonostante tanta evidenza avesse da poco testimonito il contrario. Il Dna non era ancora stato svelato, ma il diritto internazionale sapeva quanto fosse importante porre l’essere umano sotto tutela giuridica. Nell’aula di Norimberga echeggiarono le descrizioni della simulazione della pressione atmosferica nelle camere stagne di Dachau, gli studi su un ormone che avrebbe dovuto “curare” l’omosessualità, il congelamento per studiare la rianimazione, l’inoculazione della malaria, gli aborti forzati, i torturati per “rendere potabile l’acqua del mare”, i test sull’efficacia del sulfanilammide a Ravensbrück, la sperimentazione su tessuti nervosi e muscolari, le prove sui vaccini antitifo a Buchenwald, le bruciature al fosforo e la collezione di crani di 112 ebrei destinati all’Università di Strasburgo. A Ginevra, un anno dopo il pronunciamento dell’Onu, l’Associazione medica mondiale, che raccoglie oltre nove milioni di medici in tutto il mondo, si consacrò al “massimo rispetto per la vita umana dal momento del concepimento: nemmeno sotto costrizione farò delle mie conoscenze mediche un uso contrario alle leggi dell’umanità”. Nel 1948 le Nazioni Unite proclamarono per la prima volta che l’uomo ha un insopprimibile “diritto alla vita”, fondamento di tutti gli altri in quanto inviolabile, garantito e protetto in ogni situazione, “poiché nessuna offesa contro il diritto alla vita, contro la dignità di ogni singola persona, è irrilevante”. Anche l’Europa si dotò di una carta che proteggeva il non nato. Il Consiglio d’Europa fu istituito nel 1949 col doppio obiettivo di difendere la democrazia e di tutelare i diritti umani dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1950, a Roma, gli stati membri adottarono la Convenzione Europea che all’articolo 2 afferma che “il diritto alla vita deve essere protetto dalla legge”. Il diritto alla vita è riconosciuto anche dall’articolo 6 Patto Internazionale sui diritti civili e politici, in cui si parla di “ogni essere umano”. Quindi dall’articolo 4 dell’African charter of human and people’s rights, dall’articolo 4 dell’American convention on human rights e dall’articolo 2 della European convention for the protection of human rights and fundamental freedoms. L’articolo 4 dell’American convention recita che “ognuno ha diritto che la propria vita venga rispettata, protetta dalla legge dal momento del concepimento”. L’articolo 3 della Dichiarazione del 1948, “ogni individuo ha diritto alla vita...”, fu sviluppata dalla Dichiarazione dei diritti del fanciullo, adottata dall’Onu nel 1959, secondo cui “il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di particolare protezione e cure speciali compresa un’adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita”. Questa stessa Dichiarazione sarà incorporata in seguito nel Preambolo della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. Il diritto di nascere è dunque il principio fondamentale del sistema di protezione internazionale dei diritti umani (ius cogens). A Norimberga, un fatto riconosciuto dalle Nazioni Unite che hanno adottato la Dichiarazione di Parigi, fu processata per la prima volta l’eugenetica tedesca. La Dichiarazione di Ginevra pronunciata un anno dopo gli storici processi e che fu la moderna versione del Giuramento di Ippocrate (“non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”), rinnovato attraverso la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, dalla Dichiarazione
Nel 1948 il diritto internazionale issò il “diritto alla vita” sui resti del positivismo del Novecento. In Germania erano state ideate “linee guida protettive” formali, compresa la creazione di una commissione di “giudici esperti”, il cui compito era valutare quali bambini invalidi possedessero i requisiti per il programma d’eutanasia. I medici di famiglia ricoveravano gli sfortunati infanti in cliniche mediche, dove venivano uccisi. La procedura era sistematica. Le leggi obbligavano ostetriche e dottori a denunciare alle autorità ogni bambino nato con difetti congeniti. Tali casi venivano esaminati dai giudici competenti, che stabilivano se i neonati erano qualificati per l’eutanasia. Chi superava l’esame veniva normalmente ucciso con un’overdose di una droga, di solito un sedativo chiamato Luminal. L’eufemismo scelto per designare questo omicidio era “trattamento”. Il filosofo libanese Malik subito dopo la fine dei lavori della Commissione (18 giugno 1948), scrisse un articolo sul bollettino ufficiale dell’Onu, in cui spiegava come i diritti umani sarebbero stati nuovamente calpestati in futuro. Fu una vibrante rivendicazione del giusnaturalismo contro l’eugenetica che si era mangiata due generazioni di esseri umani: “E’ chiaro che ciò che lo stato oggi garantisce, un giorno potrà essere negato senza violare alcuna legge”. Nel 1989 il diritto si pronunciò per la prima volta sull’inizio della vita umana e sulla sua protezione giuridica. Il genetista francese Jérôme Lejeune, che all’epoca insegnava alla Sorbona, volò a Maryville, nel Tennessee. Una donna chiedeva che le fossero affidati i sette embrioni generati in vitro con il marito, con il quale aveva in corso la causa di divorzio. L’uomo che aveva scoperto la trisomia 21, causa della sindrome di Down, disse che la democrazia a Norimberga aveva condannato, una volta per tutte, il ragionamento per cui un prigioniero non è un uomo, quindi si può farne ciò che si vuole. Lejeune convinse il magistrato a dare gli embrioni alla madre con la frase che ha segnato la fine della schiavitù razzista negli Stati Uniti: “A Man is a Man, is a Man”. Come nel grande manifesto delle Nazioni Unite.
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