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ABORTO

Aborto e femminismo

Riduciamo gli aborti a zero, scrive Ritanna Armeni, e ripensiamo il femminismo

da "Il Foglio" del 7/3/2006

Ritanna Armeni
LA COLPA DELLE DONNE
Ponte delle Grazie – 2005

C'è un aspetto terribile, nella riflessione sull'aborto e su ogni sua dolorosa implicazione, che forse soltanto il libro di Ritanna Armeni ha saputo raccontare, e bene: lo stordimento dei medici di fronte alla morte. La ribellione di quelli che hanno praticato, per convinzione, per missione, tutte le interruzioni di gravidanza che venivano loro richieste, hanno visto ogni faccia sofferente, hanno ascoltato ogni tremenda motivazione (e anche ogni spaventosa leggerezza), hanno difeso il diritto alla maternità consapevole, continuano a pensare che sia un obbligo morale aiutare le donne in difficoltà, non sono turbati da convinzioni religiose. A un certo punto però esplodono, diventano obiettori. Si chiama burn out. "Ho smesso di fare aborti perché non ne potevo più. Ho smesso perché stavo scoppiando. Di interruzioni di gravidanza ne avevo fatte – ho calcolato – migliaia e migliaia. E sono stata otto anni in analisi. Non ero un'obiettrice – ha raccontato un medico a Ritanna Armeni – Da me veniva la donna incinta perché il marito non stava attento e non voleva usare niente... ma da me veniva anche quella che voleva abortire perché aveva prenotato la crociera... ero arrivata a un punto in cui non riuscivo più a entrare in sala parto, non riuscivo più a veder nascere un bambino. Non riuscivo più neppure a guardare un'ecografia perché ero presa dal panico, dall'angoscia. Mi sono accorta di vivere contro me stessa".

Non solo i cattolici, ha scritto Ritanna Armeni, editorialista di Liberazione, da sempre di sinistra e impegnata nelle battaglie femminili, ma quelli che "sono più colpiti di altri dall'atteggiamento delle donne che ricorrono più volte all'interruzione di gravidanza o si presentano per un nuovo aborto a pochi mesi dal precedente. O non sopportano di trovarsi di fronte a un aborto terapeutico e di veder morire dei feti che dopo qualche settimana sarebbero stati autonomi". È una riflessione complessa senza paura di usare la parola "morte", a venticinque anni dalla legge 194 e dopo il referendum sulla fecondazione assistita, un'inchiesta accurata che parte da una posizione non ovvia: "Sarebbe bene, sarebbe nell'interesse di tutti e soprattutto delle donne, che l'aborto si eliminasse del tutto e che, nell'impossibilità di una totale eliminazione, si riducesse a soglie minime". Non c'è niente di ovvio quando ci si chiede come ridurre ancora le interruzioni di gravidanza, e quando si tirano in ballo gli uomini e l'eccesso di ricerca di sicurezza e di programmazione ("le donne non accettano ciò che contrasta con il loro percorso di vita"): la Armeni, che pure è contraria alla presenza nei consultori dei volontari del Movimento per la Vita, teme le colpevolizzazioni cattoliche e le ingerenze vaticane, considera la 194 sotto attacco, guarda un po' più avanti e chiede uno sforzo sincero a un femminismo stanco. "Il femminismo, che pure ha molto seminato nella esistenza delle donne italiane, sembra avere esaurito una spinta: quella spinta che portava a interrogarsi collettivamente sulla propria esistenza e identità... è come se quel grande movimento... oggi non fosse più capace di nuove sintesi collettive". Mentre c'è una difesa della vita, scrive la Armeni, che ha acquistato grande forza e non riguarda solo i cattolici, gli ossessi, i preti.

Quali risposte dare? Contraccezione, maggiore informazione, aiuti alle donne e alla famiglia, pillola del giorno dopo. Ma non solo questo, ché non potrà mai bastare. Ritanna Armeni ha colto la responsabilità solitaria che la legge 194 (nonostante il calo considerevole degli aborti in questi anni), a poco a poco ha creato nelle donne, lasciandole smarrite di fronte alla scelta che avrebbe invece dovuto renderle libere.

 

 

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