
APPROFONDIMENTI




 

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VITA UMANA
La verità sui volontari dei Centri di aiuto alla
vita
Un libro “laico” sui Cav
di ANDREA BERNINI
(da "Il Foglio", 23 novembre 2005)
"I volontari del Centro di aiuto
alla vita non fanno propaganda demografica. Non ci pensano nemmeno
che sia meglio avere figli piuttosto che non averne; non è
detto che debbano professare un generico e retorico culto della
vita, che è molto dubbio e comunque discutibile se sia un
bene", ha scritto ti Claudio Magris nella prefazione di un
libretto di testimonianze: le "Vite salvate" (cosi si
intitola il libro a cura di Gianni Mussini, edizioni Interlinea,
10 euro), i bambini nati e poi cresciuti con l'aiuto dei volontari
del Cav. "I volontari semplicemente cercano di aiutare i figli
che già ci sono e i genitori che non vogliono perderli; rispettare
i viventi, coloro che – per grazia o disgrazia – vengono messi al
mondo senza averlo chiesto e hanno diritto, come tutti, alla solidarietà
di tutti. Non l'astratto incensamento alla vita, ma il concreto
rispetto e amore del fratello vivente muove la straordinaria, generosa,
illuminata opera del Cav. Magris ascoltava a volte le telefonate
della moglie, Marisa Madieri (il Cav di Trieste ora porta il suo
nome), che discuteva ogni piccolo caso di disperazione, che cercava
aiuti e ne dava "con estrema discrezione e sempre nell'assoluto
rispetto della loro libertà e dei loro desideri". Una
"lucida e spavalda carità", una cosa quasi normale
che non si veste di crocifissi e baschi neri, che non spaventa né
colpevolizza ma si mette accanto, quando serve e quando c'è
qualcuno che lo chiede. Donne che si fanno carico di altre donne.
Che provano a offrire una possibilità, o anche solo una carezza.
Laura Boiocchi fa la casalinga, ha un figlio e per lui ha dovuto
lasciare la carriera, non stava bene e aveva bisogno di lei. Un
compagno di scuola del bambino le ha raccontato un giorno che cosa
faceva il suo papa, "aiuta le donne che non hanno nessuno che
le ascolta", è stato cosi che Laura ha cominciato. Voleva
dare una mano, le sembrava una cosa bella, giusta. All'inizio nella
segreteria di un Cav di Pavia, poi le hanno chiesto di cominciare
a fare anche i colloqui. "Mi tremavano le gambe la prima volta",
poi è andata bene, è riuscita persine a calmare una
ragazzina bionda che piangeva, a farla uscire con un mezzo sorriso,
un segreto in meno e un numero di telefono stretto in mano. Hanno
uno sportello, un piccolo ufficio nel day hospital di un policlinico.
Stanno lì, tre volte la settimana, e aspettano. "Siamo
a disposizione di chi ci cerca", spiega Laura. Le cercano le
donne che vanno a prenotare l'interruzione di gravidanza, e magari
nella sala d'attesa sfogliano nervosamente l'opuscolo del Cav, vedono
quelle facce sorridenti e si lasciano per un attimo cullare dal
dubbio che potrebbero, poi, sorridere anche loro. "A volte
sono le anestesiste che accompagnano qui le ragazze – dice Laura
– perché le vedono con le lacrime agli occhi o anche solo
sperdute". A loro Laura dice: non hai una cosa in meno, ma
una in più.
Un assegno di 160 euro
Una ragazza del Camerun, al quarto anno di Medicina
in Italia, viveva in collegio e aveva già prenotato l'aborto:
il suo fidanzato studiava Economia e commercio, non si sentiva pronto;
suo padre, in Camerun, voleva che abortisse, "devi laurearti
e poi sposarti questa non ci voleva", lei era completamente
sola, e se avesse tenuto il bambino avrebbe dovuto lasciare il collegio.
All'ottava settimana di gravidanza ha fatto l'ecografia e si è
messa a piangere. "Poi è arrivata qui, ho dovuto aspettare
mezz'ora prima che si calmasse, prima che riuscisse a parlare".
Il fidanzato le aveva detto: se lo tieni io non lo riconosco. Niente
soldi niente casa niente di niente. "Le ho detto che avremmo
trovato una soluzione, che se lei quel bambino lo voleva avremmo
superato qualunque ostacolo". Quel bambino nascerà i
primi giorni di gennaio, per due mesi lei starà ospite da
un'amica, poi avrà un posto nella Casa di accoglienza di
Belgioioso. Il Cav le ha dato l'assegno del progetto Gemma, 160
euro al mese, le ha dato un po' di amiche e i soldi necessari per
le visite, le darà sostegno per aiutarla a crescere il bambino.
"Non occorre la fede, preziosissima ma in questo caso non necessaria,
basta la virtù laica della chiarezza e della logica razionale
per sapere che ogni essere umano, in ogni fase anche debolissima
della sua esistenza, ha diritto alla sopravvivenza e a vivere nella
dignità", ha scritto Magris. Non occorre la fede, e
Laura non chiede mai alle donne che si presentano allo sportello:
sei credente? "Non lo chiedo perché non c'entra nulla,
non è importante, è importante che io possa rispondere
alle loro domande, accogliere le loro storie". C'è chi
non accetta un secondo colloquio, c'è chi scappa via subito,
c'è chi piangendo dice "Se l'avessi saputo prima",
e magari pensa a quell'altra volta, quella in cui era tanto giovane
e tanto sventata. C'è chi è già stata li, poi
ha abortito e adesso ritorna, per una seconda volta. "Se noi
spaventassimo e colpevolizzassimo le donne, come vorrebbero le nostre
caricature, perché dovrebbero tornare? E perché dovrebbero,
in cosi tante, cambiare idea e provare a farcela?", dice Laura.
A volte non sanno nemmeno cosa è successo alle ragazze che
hanno chiesto consiglio e poi sono uscite da li. Alessandro Assanelli,
però, professore di chimica e volontario da trent'anni, se
le ricorda tutte. "Ho parlato con mille mamme, avevano già
in mano il certificato d'aborto, e so che almeno ottocentocinquanta
hanno accettato la gravidanza, hanno detto si alla vita, in nome
della loro libertà". La libertà di non abortire,
se non si vuole. "Basta guardare le facce delle ragazze che
decidono di tenere il loro bambino: sono trasformate dalla gioia",
ed è per questo, dice Assanelli, che lui si sente ancora
di più in dovere di abbracciare le altre, quelle che non
ce l'hanno fatta, quelle che hanno dovuto abortire. "Guai a
giudicarle – dice – guai a voltar loro le spalle". Una ragazza
ha scritto una lettera: "L'unico aiuto che ebbi fu un certificato
di interruzione di gravidanza e la certezza che avrei dovuto recarmi
da sola in ospedale a uccidere mio figlio. Questa non è libertà.
Non conoscevo allora la presenza e l'opera dei Centri di aiuto alla
vita, ne avrei avuto bisogno e sono certa che se mi fosse stata
offerta questa opportunità l'avrei accettata con gioia e
ora avrei accanto a me anche quella bambina per la quale mai si
è spento il ricordo e il rimpianto. Antonella".
Padri che cambiano numero di telefono
Condivisione. Dicono che è questo quello
che fanno i volontari per la vita. Condivisione quieta e attenta,
aiuto vero e materiale: i soldi, la casa, il lavoro. Tutto quello
che possono. Hanno aiutato una ragazza ad andare all'estero, perché
il compagno in Italia l'avrebbe trovata e fatta abortire a calci:
lui non sa dove sia lei adesso, e non lo deve sapere. Un'altra era
sieropositiva, l'ha scoperto quando è rimasta incinta, contagiata
dal fidanzato che non le aveva detto nulla e che voleva solo che
abortisse in fretta. Il Cav l'ha aiutata a tirare fuori la forza
che credeva di non avere, un volontario è andato a casa sua,
una sera d'estate, ha affrontato quell'uomo che la menava e lei
poi è andata da un avvocato, l'ha diffidato dal fare mai
più del male a lei e al bambino, che nascerà sano.
Cose così, storie terribili e storie normali, di donne che
arrivano e dicono: "Non posso tenerlo, abbiamo appena cambiato
la macchina", ma poi negli anni continuano a telefonare alle
volontarie, e molte di loro sono più volte madrine. Donne
che decidono di non abortire non perché hanno paura della
morte (e non per la favola brutta e falsa dei feti abortiti mostrati
per scoraggiare), ma perché amano la vita. Una donna di quarantuno
anni stava con un ragazzo più giovane, ventotto anni, non
pensava più alla maternità, ma è rimasta incinta.
Lui le ha detto che poteva anche scordarsi il suo numero di cellulare
se teneva quel figlio, quello sbaglio. Lui aveva tutta la vita davanti
per fare figli, lei no. Ma nemmeno il padre voleva che lo tenesse,
non le ha parlato per un mese, e invece adesso l'accompagna a ogni
ecografia, orgoglioso. Era agosto e il centro Cav era chiuso, ma
la telefonata è stata trasferita al cellulare di una volontaria.
"Ho fatto quasi tutto per telefono – racconta Laura – le ho
consigliato per prima cosa di spostare l'aborto di un paio di settimane,
perché per fortuna era ancora molto indietro. E l'ho ascoltata
mentre mi diceva che stava male, che se non abortiva perdeva il
fidanzato e se abortiva perdeva un figlio". Il fidanzato ha
perfino cambiato residenza, lei ha cambiato vita: il bambino nascerà
a marzo. "Mai nessuna si è pentita di non avere abortito",
dice Alessandro Assanelli. Questi volontari (questi fanatici, dicono
in tanti) spesso si tolgono i soldi dalle tasche senza dirlo a nessuno
perché quella mamma deve fare un'altra ecografia, o perché
il bimbo ha l'otite. Un'ostetrica ha aperto la cascina dei suoi
genitori, in campagna, alle ragazze madri, e a poco a poco ha costruito
tante casette intorno: dice che è quella la festa, la festa
della vita che nasce.
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