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VITA UMANA

L'alba dell'«io»

Cosa prova un feto? Quali capacitá ha di rendersi conto della realtá prima ancora di venire al mondo? Le ricerche di Bellieni sulle reazioni al dolore dei bambini prematuri e i risultati di alcune sue terapie hanno sbalordito molti studiosi.

 

Bellieni - L'alba dell'io

Carlo Valerio Bellieni
L'ALBA DELL'IO
Dolore, desideri, sogno, memoria del feto
Società Editrice Fiorentina – 2005

La moderna ricerca ha gettato luce su queste domande: il feto ha una vita carica di sensazioni. 23 settimane di gestazione, fino a poco tempo fa i feti non erano considerati vitali. Non ce la facevano a sopravvivere fuori dal ventre materno. Oggi queste creature, venti centimetri, tre etti e mezzo di peso, affrontano talvolta la vita nei reparti per prematuri. Ma chi lo tutela?

Carlo Valerio Bellieni, neonatologo, insegna Terapia Neonatale alla Scuola di Specializzazione in pediatria dell'Universitá di Siena, membro della European Society of Pediatric Research, del Direttivo Nazionale del gruppo di Studio sul Dolore della Societá Italiana di Neonatologia e del Comitè Scientifique des Journèes Francophones de Rècherche en Nèonatologie. Da anni è impegnato nella ricerca nel campo della neurofisiologia e della sensorialitá feto-neonatale. I suoi studi sono apparsi sulle maggiori riviste internazionali di neonatologia, televisioni e periodici italiani e stranieri hanno riportato le sue ricerche. Fa parte del direttivo del Gruppo di studio su dolore e analgesia della Società italiana di neonatologia. Esperto di elettroencefalografia neonatale, da anni studia dolore e stress del feto e del neonato. I suoi studi hanno portato interessanti risultati nel campo della cura personalizzata dei più piccoli tra i neonati, andando ad individuare le fonti di stress, ad interpretare il linguaggio, a trovare soluzioni nel campo della lotta al dolore di questo «mini bambino».

Il blog di Carlo Bellieni:
http://carlobellieni.splinder.com/

 

"Dolori e desideri del feto"

Trascrizione dell'intervento di Carlo Valerio Bellieni andato in onda a "Radio Maria" il 3/7/2005

Buonasera a tutti. Quello che stasera cercherò di farvi conoscere sono degli argomenti così censurati e così poco noti al pubblico che c'è da stupirsi. Infatti la letteratura medica è davvero piena di tutte quelle cose che andrò ora aspiegarvi, e ci si domanda come mai tutto ciò non sia diventato un patrimonio comune. Oggigiorno l'utero materno è ancora purtroppo assimilato ad una sorta di cassaforte dentro la quale non si sa né cosa c'è né cosa avviene. Io sono un neonatologo. Il neonatologo è quel medico che cura i feti, perché i bambini che nascono prematuramente dall'utero della madre (vuoi per malattie vuoi per altri motivi) in realtà sono feti. I feti non sono dunque un qualcosa di strano come noi spesso ci immaginiamo, quelle cose con un testone grosso e delle braccine piccole come vengono ritratti in alcune fotografie. I feti altro non sono che dei piccoli bambini che noi curiamo. A volte pesano un kilo, altre volte pesano ancor meno, e che nascono dopo 23 settimane di gravidanza: considerate che normalmente la gravidanza dura 40 settimane. Prima della 23a settimana non abbiamo sufficienti strumenti per farli vivere, ma da quell'epoca in poi noi siamo in grado di operare affinché questi piccoli bambini possano sopravvivere. Quello che si capisce senza ombra di dubbio è che il feto che ci troviamo tra le mani è un nostro paziente. Questa cosa è così evidente a tutte le persone del reparto, indipendentemente dalla posizione ideologica di appartenenza, che è un fatto di per sé incontrovertibile. In un'epoca così blindata dalle ideologie, pensare che ci si debba arrendere alla realtà è una cosa assai strana. Il problema di oggi non è più quello di salvare un'idea astratta di religione o di etica, ma quella di salvare il reale. Dire che il bambino è un bambino sembra la cosa più ovvia del mondo, ma purtroppo non lo è per via di una serie di confusioni alimentate da considerazioni espresse in assoluta cattiva fede, o espresse da persone che non sanno quello che dicono e che purtroppo finiscono per entrare nella mentalità comune delle persone.

Il fatto che noi neonatologi ci troviamo a dover salvare e rianimare questi piccoli feti è una cosa strana. Ma è ancora più strano per me ripensare agli anni trascorsi nella mia vita e vedere come molte cose sono cambiate. Sono state scoperte delle evidenze cliniche che mi hanno portato ad essere invitato nelle più grandi università del mondo, ad essere catalogato nell'Index philosophicus per i lavori di bioetica che ho fatto, ad aver ottenuto la patente di inventore per aver realizzato particolari macchinari, ad aver scritto libri. Sono tutte cose che mai mi sarei aspettato di raggiungere, e che devo solo al fatto di aver aperto gli occhi dinnanzi alla realtà. Questa cosa è successa quasi per caso. Dovete infatti sapere che fare questo lavoro è molto stressante, perché capita di vedere morire molti di questi piccoli bambini, o di vederli stare molto male. Molte volte poi le cure non ottenevano i risultati sperati, e ci si trovava a doversi confrontare col dolore dei genitori. La voglia di abbandonare questo tipo di lavoro, andando in un altro reparto, era una tentazione sempre presente. Un mio amico a questo punto mi ha fatto riflettere dicendo: «chi ti credi di essere per voler conoscere qual è il bene o il male per una persona?» Dentro questa sofferenza, in una maniera che magari noi adesso non capiamo, passa sempre un destino buono, magari quello che tu possa diventare un grande medico. Questo ha provocato in me un cambiamento.

Questi bambini così piccoli e rinchiusi dentro una incubatrice di solito hanno pochissimi contatti con l'ambiente e per chi li cura risulta difficile non considerarli come un qualcosa di routine, da nutrire e da controllare facendo dei prelievi del sangue. A questo punto io ho cominciato ad accarezzare questi bambini e ho notato che questi smettevano di piangere o, se invece erano intubati per via della respirazione, smettevano di fare smorfie di dolore. Io mi sono stupito: noi li trattavamo come se non fossero ancora dei bambini, ma già loro si comportano da bambini. Dovete sapere che fino alla fine degli anni '80 ai neonati che subivano degli interventi chirurgici non venivano somministrati analgesici perché si ipotizzava che non sentissero dolore perché si riteneva che non avessero svoluppata la capacità di percepire il dolore. Io allora io ho voluto dimostrare in maniera scientifica che questi piccoli bambini potevano percepire dolore. Devo dire che a me di fare ricerca scientifica fino a quel momento non mi era mai importato nulla. Con uno studio effettuato su centinaia di bambini abbiamo scoperto un sistema semplicissimo ed efficace di analgesia, che ormai è andato su tutte le riviste più importanti del mondo di pediatria: quello di stare vicini, accarezzare e parlare a questi feti. Da questa scoperta sono poi susseguiti ulteriori studi: una riguarda la scala di valutazione del dolore del bambino, abbiamo brevettato sistemi per evitare di far sentire al feto i rumori della incubatrice... insomma, abbiamo messo in atto tutta una serie di accorgimenti e di atteggiamenti che potevano essere utili per farli stare meglio. Se i primi anni di studio della neonatologia puntavano alla sopravvivenza di questi bambini nati prematuramente, adesso che della sopravvivenza abbiamo fatto passi avanti il passo da fare è quello di trattarli come delle persone. La stessa presenza della mamma accanto a loro li fa stare meglio, e considerate che fino a qualche anno fa era severamente proibito alle mamme di stare a contatto con questi bambini, soprattutto quelli gravi e fragili.

 

 

 

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