La censura nella Costituzione Europea delle radici cristiane non è una questione priva di importanza: è sintomo di un pericolo ben più grave. È infatti in atto – sostengono le autrici – un massiccio attacco da parte dell'ONU e dell'Unione Europea contro le Chiese cristiane, un attacco che in nome dei diritti dell'uomo mira a eliminare quel cristianesimo che per primo ha difeso il valore e la piena dignità di ogni uomo. Ridurre la famiglia a mera istituzione culturale, imporre la secolarizzazione contro le tradizioni religiose, ignorare la discriminazione nei confronti dei fedeli cristiani, manipolare le campagne di controllo della natalità sembrano strategie per imporre un nuovo paganesimo.
Quei valori laici che offuscano i diritti dell'uomoNel libro «Contro il Cristianesimo, l'attacco dell'Onu e dell'Unione Europea» due studiose mettono sotto accusa i grandi organismi internazionali. Scarffia: trionfano le lobby ideologiche. Roccella: l'Unicef trascura i bambini. di DANILO TAINO Quando, lo scorso marzo, Kofi Annan ha proposto di chiudere la scandalosa Commissione per i diritti umani dell'Onu, il segretario generale delle Nazioni Unite ha probabilmente gettato, consapevole o non, un seme che nel tempo potrebbe dare frutti. Non tanto per la proposta in sé: la Commissione – che negli ultimi anni ha avuto tra i suoi membri Libia, Cuba, Arabia Saudita, Siria, Vietnam, Congo, Zimbabwe, Paesi più competenti di galere che di diritti umani – ha già la reputazione della volpe che fa la guardia al pollaio e nessuno le da credito. Piuttosto, perché ora si do vrà discutere apertamente della questione e il dibattito potrebbe far tremare qualche pilastro del Palazzo di Vetro. Soprattutto, potrebbe incrinare quella che negli ultimi decenni è diventata una vera e propria «religione dei diritti umani», una dottrina del politicamente corretto che sta facendo più di un guaio.
La questione salta gli steccati classici destra/sinistra, colpisce molte sensibilità, coinvolge migliaia di militanti, di volontari e di mercenari ma, dall'altra parte, è spesso sottovalutata. Per intendersi, non è un «esercito del buonismo», come si tende a pensare in Italia, liquidando il tutto come fosse una moda o la furberia di qualche politico: quella che è nata all'interno dell'Onu e, in forme diverse, nell'Unione Europea è molto di più, è un'ideologia dei diritti umani, visti come astratti, slegati dalla realtà e quindi divinizzati in se stessi. Qualcosa di molto serio e anche di poco analizzato, tanto che c'è il rischio di andare in confusione. Oggi, però, esce nelle librerie un testo che da un contributo sostanziale all'inquadramento e alla comprensione di quello che sta succedendo alle Nazioni Unite e alla Uè. Contro il Cristianesimo, l'attacco dell'Onu e dell'Unione Europea di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia – Edizioni Piemme, 180 pagine, € 11,50 – è una critica alla politica e alla visione dei diritti umani che prevale nei palazzi di New York e Bruxelles, una revisione del dibattito e del processo istituzionale che ha portato i diritti umani a evolvere, dalla Dichiarazione del 1948 a oggi, in una nuova «religione laica». Una presa di posizione radicale contro due dei maggiori centri del potere del Ventunesimo secolo. Nel primo dei due saggi che costituiscono il libro – «I diritti dell'uomo: realtà e utopia» – Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea, sostiene che alle Nazioni Unite si è, negli ultimi decenni, radicata una visione dei diritti umani senza riferimenti alla superiorità del diritto naturale, come inteso dal cristianesimo e come sostenuto strenuamente oggi dalla Chiesa cattolica. Al suo posto, si è affermato un relativismo dal quale nasce una «fragilità dei diritti», ormai percepiti come autonomi da qualsiasi valore fondante capace di giudicarli e di metterli in discussione. Si è creato così un potere dei diritti umani astratti, senza un fine, che non ha la capacità ma nemmeno la pretesa di capire il mondo: «La fede dell'avvenire è rimpiazzata dall'indignazione», dalla «tirannia impotente dei buoni sentimenti», che non comprendono il mondo ma si costituiscono in «comoda ideologia consensuale» e in lobby di potere. Per affermarsi, questa visione ha ovviamente dovuto fare le sue battaglie. E la principale, dice la Scaraffia, è quella contro il cristianesimo e la Chiesa, considerate la peggiore minaccia alle basi stesse di questo pensiero unico. Non direttamente attraverso lo scontro con il Papa o le gerarchie ma indirettamente, cercando di minarne le basi: in nome dei diritti umani, la famiglia viene attaccata; la libertà religiosa e il dialogo interreligioso sono indirizzati contro il cristianesimo; la «pianificazione demografica» assume un ruolo centrale; temi come la salute vengono affidati a «nuovi eroi», come i medici umanitari che si trasformano in politici, genere Gino Strada. È un umanitarismo «apolitico e depoliticizzante di gestione del sociale» dice la Scaraffia, che ha l'origine più convinta probabilmente nell'Onu e nelle organizzazioni ufficiali e semiufficiali che le stanno aggrappate ma che ha una grande forza anche a Bruxelles: la discriminazione subita da Rocco Buttigliene nel caso della sua bocciatura a commissario Ue, dice l'autrice, e l'atteggiamento distaccato assunto per l'occasione dal cattolico Romano Prodi ne sono una testimonianza. Nella seconda parte del libro – «Non crescete, non moltiplicatevi» – Eugenia Roccella, giornalista-storica di origine radicale e già leader del movimento femminista, focalizza la critica sulle politiche di «pianificazione familiare» e sulle loro evoluzioni verso i cosiddetti «diritti riproduttivi». Sia nel caso del terrore imposto dalla politica del figlio unico in Cina sia nell'idea, anche europea, del diritto di aborto come strumento di controllo demografico, la Roccella sostiene che si tratta di violazioni spesso spaventose dei diritti delle donne, mascherate dal mantello «progressista» di un presunto diritto umano a controllare le nascite. Un furto del femminismo, dice, a opera della lobby anti-natalista, la quale ha conquistato l'Unione Europea, l'Onu e le sue agenzie, persine l'Unicef, che dovrebbe occuparsi di bambini e si è invece trasformata in ennesimo centro di controllo delle nascite, al punto che una rivista scientifica autorevole come Lancet l'ha definita «uno dei maggiori ostacoli per la sopravvivenza dei bambini nei Paesi in via di sviluppo». Se il dibattito prenderà piede come merita, Kofi Annan dovrà mettere mano a parecchie cose al Palazzo di Vetro.
ONU ed Europa brandiscono i "diritti umani" contro il CristianesimoUn documentato saggio di Roccella e Scaraffia da "Il Foglio" dell'8/6/2005 Il mondo alla John Lennon non è fantastico, l'individuo esonerato dal proprio destino biologico non è libero, la religione dei diritti non è rassicurante. Fa paura. L'Onu e l'Unione europea moltiplicano i diritti relativizzandoli, indebolendoli nell'ansia di specificarli, preoccupandosi di cancellare quanto più possibile qualunque accenno al sacro, mentre la Chiesa, nel pensiero unico, diventa agli occhi del mondo il principale ostacolo dell'applicazione di molti fra questi diritti, in particolare di quelli legati alla procreazione. Nemica dell'aborto, della sterilizzazione, avversaria, quindi, dei diritti delle donne. Nel libro di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, "Contro il Cristianesimo, l'attacco dell'Onu e dell'Unione Europea" (edizioni Piemme, 180 pagine, 11 euro e 50) la prospettiva è capovolta, e la Chiesa si rivela unica alleata della resistenza dispersa al controllo sul corpo femminile: basta un'occhiata alla formidabile documentazione (curata e tradotta da Assuntina Morresi) delle organizzazioni internazionali – depositarie di queste scivolose "tutele" – per accorgersi, ad esempio, che l'IPPF (federazione internazionale per la pianificazione familiare), la maggiore organizzazione mondiale non governativa su base volontaria per la salute e i diritti sessuali riproduttivi, con sede centrale a Londra, è il risultato dell'unione tra varie associazioni eugeniste e antinataliste, e tutela quasi esclusivamente il diritto a "non riprodursi", per mezzo di servizi contraccettivi, abortivi e di "regolazione mestruale" (si tratta di una "precoce evacuazione dell'utero, dopo un ritardo mestruale, senza conferma di stato di gravidanza mediante esami di laboratorio o con ultrasuoni"). Moltissimi contributi governativi, altissimi profitti e magari anche il merito di tutelare i diritti delle donne, visto che il diritto alla pianificazione familiare è stato affermato nel 1952 a Bombay come diritto umano basilare. Tutto questo mentre l'Organizzazione mondiale della sanità informa che su duecentodieci milioni di gravidanze l'anno, quarantasei milioni terminano "per aborti indotti, cioè procurati da intervento volontario esterno". È un mondo dove anche il linguaggio fa paura, e infatti viene sterilizzato, scrive Eugenia Roccella. Alla Conferenza per la popolazione del Cairo, nel 1995, la pianificazione familiare è diventata il "diritto riproduttivo", che finisce per riguardare soltanto la donna: "Per quanto si faccia sempre formale omaggio alla comunione di responsabilità, la paternità si offusca fino a diventare un'assenza, o una presenza fantasmatica. Non a caso, anche i termini madre e padre sono stati abbandonati, in favore di ‘progetto parentale' o ‘genitorialità': termini che abbinano l'asetticità alla neutralità sessuale". Solo la parlamentare italiana Roberta Angelilli (Uen) ebbe il coraggio di dire che si trattava di parole spaventose: "Queste definizioni mi sembrano più adatte a capi di bestiame che non alle donne". Eppure i diritti riproduttivi sono diventati il luogo delle battaglie del femminismo istituzionale, come se fosse tutto qui, come se i diritti delle donne fossero ridotti ai loro uteri. In un'intervista al New York Times un medico, responsabile di un programma di sterilizzazione a Bombay, ha dichiarato: "Se ci sono stati degli eccessi, non mi biasimate. Dovete considerarla qualcosa come una guerra… che vi piaccia o no, ci sarà qualche morto". "Paesi in cui le donne ancora oggi non godono dei diritti civili e politici – scrive la Roccella – e devono rischiare la vita per guadagnarsi qualche spazio di libertà, ricorrono con successo ai programmi di denatalità, e altri paesi li impongono a viva forza. I diritti riproduttivi si sono rivelati in gran parte un comodo strumento nelle mani dei governi per pianificare la crescita demografica, utilizzato senza risparmio dai regimi peggiori". Con l'applauso dell'Onu e dell'Unione europea, che si inchinano volentieri davanti a questi potentissimi e laicissimi "diritti umani": "I diritti umani hanno il vantaggio di indicare una direzione senza inutili pretese di prevederla, senza dispute su ciò che muove la storia e ciò che il suo corso annuncia. La fede nell'avvenire è rimpiazzata dall'indignazione o dalla colpevolezza davanti al fatto di non essere già lì, dalla "tirannia impotente dei buoni sentimenti", ha scritto Lucetta Scaraffia. Ma guai a introdurre un pensiero diverso, e allora a questo sono servite le battaglie contro il cristianesimo e contro la Chiesa, accusata di "fondamentalismo": "la ripetuta denuncia che i fondamentalismi vogliono costringere tutti a pensare e a comportarsi nel modo considerato da loro giusto si è rovesciata contro la commissione dei diritti umani dell'Ue: è questa istituzione, infatti, a operare in modo che non si ascoltino nelle sedi europee voci diverse". È un'utopia raggiungibile e pericolosa, dove i diritti vengono moltiplicati in tanti pezzetti e reinterpretati: "L'utopia irenica di chi crede che solo l'abolizione delle religioni – scrivono Scaraffia e Roccella – soprattutto, ripetiamo, quelle monoteiste, possa realizzare la fine dei conflitti per l'umanità". Insieme all'altra utopia, sempre più imposta ai paesi del Terzo Mondo: "Gli esseri umani possono trovare la felicità nella realizzazione dei propri desideri sessuali, senza limiti morali, biologici, sociali e relazionali legati alla procreazione". Anzi, alla riproduzione, perché anche le parole hanno diritto a essere sterilizzate.
Onu, l'ossessione eugeneticaUn libro sull'ideologia delle grandi agenzie umanitarie, ostili alle religioni e assillate dal controllo delle nascite. Nei loro progetti dicono di difendere la donna, invece si preoccupano solo di ridurre la fertilità. E la Chiesa diventa nemica, perché è l'unica che si oppone. di RICCARDO CASCIOLI Chi volesse capire meglio l'orizzonte culturale e ideologico in cui si collocano le forze che hanno promosso i referendum sulla fecondazione artificiale, farebbe bene a leggersi un libro uscito in questi giorni, Contro il cristianesimo. L'Onu e l'Unione Europea come nuova ideologia, firmato da Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia, con appendici curate da Assuntina Morresi (Piemme, pp. 210, euro 11,50). Non parla specificamente dei temi referendari ma ricostruisce in modo efficace la genesi e lo sviluppo di quell'ideologia dei diritti umani (tra cui fondamentali sono diventati i «diritti riproduttivi»), che ha di fatto sostituito il diritto naturale che è alla base della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. E anche le accuse a proposito della presunta «ingerenza della Chiesa» trovano qui la loro radice culturale. Questa ideologia «umanitarista» ha infatti due caratteristiche di fondo: un approccio profondamente ostile verso le religioni e l'ossessione per il controllo delle nascite. Entrambe vengono però dissimulate dietro concetti e slogan che sembrerebbero affermare esattamente il contrario, tanto da indurre in clamorosi errori di valutazione anche alcune organizzazioni cattoliche. Così ad esempio, in sede Onu il modo migliore per annullare l'influenza delle religioni e soprattutto per limitare la libertà religiosa si è rivelato la creazione e l'incentivazione di organismi interreligiosi, che hanno sostanzialmente l'obiettivo di «sostituire le religioni tradizionali con una religione unica, mondiale, che le comprenda tutte». Non a caso a capo di queste organizzazioni (la Scaraffia censisce ben 14 organizzazioni internazionali interreligiose) troviamo spesso uomini della finanza e della diplomazia mondiale – ad esempio Maurice Strong, Ted Turner, Timothy Wirth – che con le religioni hanno davvero poco a che fare. Anche il controllo delle nascite oggi si presenta in modo accattivante, ovvero sotto le sembianze dei «diritti riproduttivi». Apparentemente essi sono strumento per l'emancipazione delle donne, in realtà non sono altro che lo sviluppo moderno della vecchia ideologia antinatalista ed eugenetica di cui si è nutrito il femminismo radicale. Due esempi portati da Eugenia Roccella sono particolarmente significativi. Anzitutto il caso dell'Iran, che dalla fine degli anni '80 ha promosso una severa politica di controllo delle nascite, sostenuta dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa). Risultato: il tasso di fertilità ha visto un drastico calo (all'inizio degli anni '90 era già sceso del 36%) ma la condizione della donna – fortemente oppressa dal regime degli ayatollah – non ha registrato cambiamenti. Il secondo esempio, clamoroso, riguarda la mortalità da parto, un fenomeno sostanzialmente circoscritto ai Paesi in via di sviluppo. Ebbene, lo stesso «Rapporto sulla popolazione mondiale» del 2004 (curato sempre dall'Unfpa) afferma che dalla Conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo (1994) «nonostante alcuni progressi in qualche Paese, tragicamente il numero totale di morti da parto per anno (529mila secondo le stime) non ha subito cambiamenti significativi». Al contrario nello stesso periodo si è registrato – anche nei Paesi poveri – un drastico calo della fertilità unito a un'ampia diffusione di contraccettivi e di una sempre maggiore legittimazione dell'aborto. La conseguenza è evidente: «I dati confermano come i cosiddetti servizi alla salute riproduttiva siano rivolti moltissimo alla prevenzione delle gravidanze indesiderate, ma pochissimo alle cure per le gravidanze desiderate». E la Chiesa cattolica? È la nemica, perché «è la sola istituzione capace di opporsi a questo progetto» di religione mondiale, «in quanto unico organismo mondiale centralizzato e culturalmente in grado di difendersi». Inoltre, aggiungiamo noi, non ha altro da difendere se non la dignità dell'uomo: ecco perché rimane impermeabile – al contrario delle altre confessioni cristiane e dello stesso islam – alle pressioni per accettare contraccezione e aborto. Si spiega così l'attacco sistematico alla Chiesa. A volte in modo diretto (vedi la campagna per bandire la Santa Sede dall'Onu e le denunce alla Ue per violazioni dei diritti umani), molto più spesso attraverso i «colpi di spillo», ovvero campagne denigratorie (vedi scandali sessuali spesso inventati di sana pianta) che tendono a screditarla. Cosa che sorprenderà certamente i più distratti, troviamo che nella Ue certe politiche sono passate con l'avallo di politici dichiaratamente cattolici che sedevano ai vertici dell'Unione.
Modificare le parole per destrutturare i rapporti Cosmesi linguistica specialità degli Zapaterodi EUGENIA RONCELLA Un colpo di spugna lessicale, e il gioco è fatto: non ci sono più moglie e marito, non c'è più la famiglia tradizionale. La riforma del matrimonio attuata da Zapatero ha spiazzato tutti. Non c'è stato bisogno di passare attraverso una modifica costituzionale o una discussione articolata sulle norme. È bastato semplicemente sostituire maschile e femminile con il genere neutro, con una brillante mossa a sorpresa; incredibile che nessuno ci avesse mai pensato prima. Infatti qualcuno ci aveva già pensato. La via linguistica alla destrutturazione dei rapporti di parentela non è frutto del genio politico del premier spagnolo, anche se sua è la determinazione disinvolta con cui l'ha imboccata. Lo zapaterismo non agisce nel vuoto, ma nasce dal progetto culturale portato avanti con sistematicità e coerenza dalle Nazioni unite e, a seguire, dall'Unione europea. Sono anni che, a livello internazionale, è in atto una rivoluzione terminologica, una meditata strategia delle parole che si articola in alcune riconoscibili modalità di intervento. In primo luogo, la manipolazione di tipo eufemistico, che parte dalle più classiche perifrasi del politicamente corretto, per scivolare allegramente nella censura; poi l'uso di un vocabolario tecnico, che serve a mascherare, dietro un'apparente asetticità, una precisa impostazione ideologica; infine c'è una tendenza esplicitamente programmatica, che diffonde un lessico di trasformazione concettuale. L'uso di termini eufemistici punta a desensibilizzare le coscienze, ma è talvolta così plateale da lasciare disarmati: per esempio l'Unfpa (l'agenzia dell'Onu per la popolazione), che nei campi profughi distribuiva un'attrezzatura chiamata "kit d'interruzione di gravidanza", con molto tatto ne ha cambiato il nome in "kit di emergenza per la salute riproduttiva", per evitare rifiuti pregiudiziali. Questa tendenza alla cosmesi linguistica si limita a ritocchi di superficie, e non arriva al cuore dei concetti. Tutt'altro effetto si ottiene c on il vocabolario tecnico, volutamente neutro, che ha ormai soppiantato tutti i termini ritenuti troppo valoriali, troppo carichi di storia e di significati. Da tempo, per esempio, è bandita dai documenti Onu la parola maternità, se non dove è impossibile sostituirla. Nemmeno si parla più di procreazione, ma soltanto di salute riproduttiva o diritti riproduttivi, definizioni in cui l'aggettivo richiama la riproduzione dell'identico, quindi della specie, ed evita di alludere alla preziosa unicità dell'essere umano. Naturalmente anche "madre" e "padre" sono pressoché scomparsi, in favore di "genitorialità" o "progetto parentale", termini sessualmente neutri. Alla tendenza che abbiamo definito programmatica appartiene la sostituzione (ormai a uno stadio di realizzazione molto avanzato) delle parole uomo e donna con "genere". In questo caso non si tratta solo di privilegiare la neutralità, ma di introdurre l'idea che l'identità sessuale sia una pura convenzione, tutta interna all'ambito della cultura, dunque fluttuante e modificabile, senza un fondamento necessario nella biologia e nel corpo. È chiaro dove il Primo ministro spagnolo ha tratto la sua ispirazione. In Italia siamo poco abituati a prestare attenzione a quanto avviene negli organismi internazionali, che per l'opinione pubblica sono sigle benemerite, viste nella rosea nebbia della lontananza. Ma l'attività dell'Onu, e ovviamente ancora di più quella dell'Unione Europea, ci tocca da vicino. Ce ne accorgiamo quando, come nel caso di Zapatero, il progetto culturale internazionale si incarna in una politica nazionale definita, qualcosa che esce dal limbo innocuo delle parole, e diventa drammaticamente un fatto.
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