Ebbene, da questa località, Maria emerge all'improvviso nel Vangelo di Luca (8, 1-3), in un elenco di discepole di Cristo. Il ritratto è abbozzato con una sola pennellata: «Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni». Il «demonio» nel linguaggio evangelico non è solo radice di un male morale ma anche fisico che può pervadere una persona. Il «sette», poi, è il numero simbolico della pienezza. Non possiamo, dunque, sapere molto sul male grave, morale o psichico o fisico, che colpiva Maria e che Gesù le aveva eliminato. La tradizione popolare, però, nei secoli successivi non ha avuto esitazioni e ha fatto diventare Maria Maddalena una prostituta. Ma perché? La risposta è semplice: nella pagina precedente, il capitolo 7 del Vangelo di Luca, si narra la storia di un'anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città». L'applicazione era facile ma infondata: questa «peccatrice» pubblica dovrebbe essere Maria di Magdala, presentata poche righe dopo! A lei venne, allora, attribuita tutta la vicenda raccontata dall'evangelista. Saputo della presenza di Gesù a un banchetto in casa di un notabile fariseo, essa aveva compiuto un gesto di venerazione e di amore particolarmente apprezzato dal Cristo: aveva cosparso di olio profumato i piedi del rabbi di Nazaret, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli.
Con questa prima ingiustificata identificazione se ne preparava già la seconda in una specie di giuoco delle sovrimpressioni. È noto, infatti, che nel capitolo 12 di Giovanni, Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, amici di Gesù, compie lo stesso gesto - che, tra l'altro, era segno di ospitalità e di esaltazione dell'ospite - dell'anonima peccatrice di Luca. Infatti, durante il pranzo, «cosparge i piedi di Gesù con una libbra di olio profumato di vero nardo assai prezioso e li asciuga coi suoi capelli». È così che nella tradizione cristiana Maria di Magdala viene trasformata in Maria di Betania, sobborgo di Gerusalemme! Per due volte la tradizione popolare fa perdere i connotati personali a Maria di Magdala, confondendola prima con una prostituta – da qui tutte le rappresentazioni "carnali" della santa nella storia dell'arte – e poi con la più pura Maria di Betania. Frattanto, però, Maria Maddalena è effettivamente giunta a Gerusalemme alla sequela di Gesù per vivere con lui e coi discepoli le sue ultime ore tragiche. Tutti gli evangelisti sono, infatti, concordi nel segnalare la sua presenza al momento della crocifissione e della sepoltura di Cristo. Ed è proprio accanto a quella tomba nella luce ancora pallida dell'alba di Pasqua che il vangelo di Giovanni (20, 11-18) ambienta il celebre incontro tra Cristo e Maria di Magdala. Come è noto, Maria scambia il Cristo col custode dell'area cemeteriale. Ora, la «cecità» è tipica di alcune apparizioni del Risorto: si pensi solo ai discepoli di Emmaus che gli camminano insieme per ore senza riconoscerlo (Luca 24, 13-35). Il significato è naturalmente teologico: pur essendo ancora Gesù di Nazaret, il Cristo glorioso travalica le coordinate umane, storiche e fisiche. Per poterlo «riconoscere» è necessario mettersi su un canale di conoscenza trascendente, quello della fede. È per questo che, solo quando si sente chiamata per nome in un dialogo personale, Maria lo «riconosce» chiamandolo in aramaico Rabbuní, «mio maestro». Nella sua celebre Vita di Gesù Renan razionalisticamente spiegherà tutta la scena come l'allucinazione di un'innamorata: «L'amore di una donna compì il miracolo: Gesù risorse per lei!». Si aggiungeva, così, un ulteriore tassello malizioso al ritratto di Maria, facendola passare – senza il minimo fondamento testuale – come amante segreta di Gesù.
Ma questa deformazione del volto della Maddalena aveva radici più antiche a cui vorrebbero rimandare i moderni "detrattori" della santa. Dobbiamo uscire dai Vangeli canonici ed entrare nel mondo, magmatico e insicuro, degli apocrifi gnostici, sorti nella cristianità d'Egitto attorno al III secolo. Prima di tutto dobbiamo dire che in alcuni di questi scritti Maria di Magdala viene identificata con Maria, la madre di Gesù! Identificazione, certo, nobilissima ma che ancora una volta impediva a questa donna di conservare la sua identità personale. Anzi, la trasfigurazione raggiungerà in quegli scritti una tale altezza da sciogliere la figura di Maria Maddalena fino a renderla quasi un'idea, un simbolo, la Sapienza per eccellenza. E questo risultato viene paradossalmente ottenuto attraverso immagini sulle quali la lettura posteriore con malizia ricamerà allusioni voluttuose ed erotiche. Si legge, infatti, nel vangelo apocrifo di Filippo, scoperto nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto: «Il Signore amava Maria Maddalena più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli, vedendolo con Maria, gli domandarono: Perché l'ami più di tutti noi?». Ce n'è abbastanza per chi, ignaro di simbolica biblica (la Sapienza esce dalla bocca dell'Altissimo secondo l'Antico Testamento), voglia seminare sospetto su Maria e su Gesù, fantasticando una relazione sessuale tra i due. In realtà, come scriveva Luigi Moraldi in un'edizione di quell'apocrifo, «in tutti gli scritti gnostici cristiani la Maddalena è solo l'esempio del perfetto gnostico e la maestra della dottrina gnostica», cioè della conoscenza piena dei misteri divini. In un altro testo gnostico, il trattato Pistis Sophia, ove appare per ben 77 volte, la Maddalena diventa l'emblema dell'umanità redenta di tipo androgino (un'altra deformazione di Maria!) perché, secondo Paolo, «non ci sarà più né uomo né donna ma tutti saranno uno in Cristo Gesù» (Galati 3, 28). Ma la sua funzione di segno della Sapienza divina sarà esplicita in questa beatitudine messa in bocca a Gesù dall'autore gnostico: «Te beata, Maria, ti renderò perfetta in tutti i misteri dell'alto. Parla apertamente tu, il cui cuore è rivolto al Regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli!» (17, 2). Una santa in cerca d'identità, quindi, sospesa tra due estremi: carnalmente abbassata a prostituta o ad amante, spiritualmente elevata a Sapienza trasfigurata. Per fortuna l'unico che la chiamò per nome, Maria, e la riconobbe confermandola come sua discepola fu proprio Gesù di Nazaret, il suo Maestro, il Rabbuní. Ed è proprio sulla base di quell'incontro pasquale che la sua presenza si riaffaccia ogni anno nella liturgia cattolica con la stupenda melodia gregoriana del Victimae paschali e con quel dialogo latino che ci esimiamo dal tradurre: «Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?»; «Surrexit Christus spes mea!».
2. Il presunto matrimonio di Gesù
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La maggior parte degli studiosi crede, da molto tempo, che Gesù sia rimasto celibe; esamineremo quindi i tre argomenti a sostegno di questa convinzione. I primi testi cristiani in nostro possesso, sia biblici sia extrabiblici, non fanno alcun riferimento ad una moglie nel corso del suo magistero e durante la crocifissione, né dopo la resurrezione. Ogni volta che viene nominata la sua famiglia, si parla della madre, dei fratelli e delle sorelle ma mai della moglie. Inoltre, non abbiamo ragione di credere che fosse vedovo. Tanto per parafrasare Crossan: «Se cammina come un' anatra e starnazza come un' anatra, allora deve proprio trattarsi di un'anatra!». |
1. Maria non è legata ad alcuna figura maschile quando viene nominata
Il primo argomento in favore del celibato di Gesù ci riporta ai passi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni dove viene nominata Maria Maddalena (Matteo 27,55-56; Marco 15, 40-41; Luca 8,2; Giovanni 19,25). In questi stessi brani sono citate altre donne, tutte legate a maschi di spicco e ben identificati. Si tratta di un indizio importante ed ecco dove ci conduce: se Maria fosse stata sposata con Gesù, sarebbe stato il caso di segnalarlo, come è avvenuto per le altre donne associate con figli o mariti. Ma nessun riferimento a Maria Maddalena o ad altre donne ci induce a pensare che Gesù fosse sposato. I Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni furono scritti in un arco di tempo di una o due generazioni rispetto a Gesù. Molti studiosi datano l'ultimo dei vangeli, Giovanni, al 90 d.C. Non ci fu nessun complotto per mantenere segreti alcuni aspetti della vita di Gesù, né vi erano precedenti riconosciuti in base ai quali era stabilito che i religiosi non avessero il diritto di sposarsi. Successivamente, in Corinzi 9,4-6, Paolo, ministro del vangelo, rivendica certi diritti – per esempio, il matrimonio – di cui non si servì, ma di cui potenzialmente avrebbe potuto usufruire.
2. Si parla del diritto dei religiosi al matrimonio senza alcun riferimento a Gesù
La prima Lettera ai Corinzi, ai passi 9,4-6, può essere considerata il testo più importante sull' argomento. Recita: «Non abbiamo noi il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo noi il diritto di condurre con noi una donna sorella, come fanno gli altri apostoli, e i fratelli del Signore, e Pietro? Oppure soltanto io e Barnaba non abbiamo il diritto di dispensarci dal lavoro materiale per vivere?». In questa digressione, Paolo osserva che gli apostoli, i fratelli del Signore e Pietro avevano diritto ad una moglie. In altre parole, erano legittimati a sposarsi. Sarebbe stato semplice aggiungere che Gesù era sposato, se così fosse stato. L'argomento avrebbe suggellato la sua perorazione, sennonché Paolo ignora il punto. Qualcuno potrebbe ribattere che egli nomina solo persone viventi. Ma la risposta a tale obiezione è che sta discutendo di diritti e di precedenti. Citare ad esempio qualche predecessore sarebbe stato possibile e logico, se Gesù si fosse sposato. La conclusione è che Paolo non ne fa menzione perché non avrebbe potuto. Nel passo in 1 Corinzi 9 mostra che la chiesa non era affatto imbarazzata nel rivelare che i suoi capi erano sposati, o nel suggerire che avevano il diritto di farlo. Lo stesso sarebbe accaduto per Gesù se fosse stato sposato. Difatti, se così fosse stato, Paolo non avrebbe avuto a disposizione un momento migliore per affermarlo. Ecco un argomento decisivo per ribadire che anche lui aveva il diritto di sposarsi. Ma Paolo non ne fa menzione perché Gesù non era sposato.
Si potrebbe replicare che in 1 Corinzi 4 si dice esattamente il contrario: l'intero capitolo afferma infatti che sarebbe auspicabile rimanere celibi. Perché Paolo, a questo punto, non cita Gesù come avrebbe potuto fare per il capitolo 9? Avrebbe potuto dire che Gesù era celibe e portarlo come esempio. Il che avrebbe chiuso la discussione, ma Paolo tace. Il silenzio, in entrambi i casi, non prova nulla.
L'obiezione è fondata, ma è comunque possibile dare una risposta ragionevole. La differenza nel contesto fra i capitoli 1 e 9 di 1 Corinzi ben dimostra, forse, che non tutti i silenzi si equivalgono quando si tratta di vagliare la natura delle prove. Paolo non aveva nessun bisogno di fare riferimento al celibato di Gesù dal momento che la circostanza era risaputa, assodata e non contestata. Inoltre, fatto ancor più importante, l'opinione di Paolo non era che si dovesse rimanere celibi, ma che tale condizione fosse auspicabile. Portare come esempio Gesù sarebbe stata una forzatura. Paolo voleva che l'idea del celibato venisse presa seriamente in considerazione, ma non dava ad intendere che il matrimonio fosse un errore. Quindi non menzionò Gesù.
3. Gesù non mostrò alcun interesse particolare per Maria Maddalena presso la croce
Esaminando la scena della crocifissione, notiamo un terzo e definitivo argomento a favore del fatto che Gesù era celibe. Presso la croce si adunarono molte credenti, inclusa la madre di Gesù. Se c'era un' occasione in cui i suoi familiari avrebbero dovuto essere presenti, era proprio quella della morte di Gesù. Eppure non si parla di alcuna moglie. Gesù era più interessato alla madre, che affidò alle premure di Giovanni (Giovanni 19,26-27). Per di più, se Gesù fosse stato sposato, la moglie sarebbe stata sicuramente presente accanto alla madre di lui per la celebrazione della Pasqua ebraica, l'evento che li aveva condotti a Gerusalemme nel periodo dell' arresto di Gesù. Ancora una volta, non viene menzionata una moglie semplicemente perché non esisteva.
La discussione intorno al problema se Gesù era sposato o meno si è rivelata particolarmente complessa, il che accade quando si cerca di investigare su misteri come questo. Talvolta le giurie debbono ascoltare dettagliate testimonianze riguardo al DNA e alla sua struttura a doppia elica, argomenti estranei alla vita quotidiana. Stabilire se Gesù fosse sposato richiede un attento esame dei testi antichi e della storia ebraica, anche questi argomenti avulsi dalle discussioni di tutti i giorni.
Da lungo tempo, i cristiani e gli esperti credono che Gesù fosse celibe, e ne hanno ben donde. Non si fa alcuna menzione di una moglie nel corso del suo magistero. Idem durante il processo e la crocifissione. E ancora idem dopo la morte e la resurrezione. I membri della famiglia di Gesù – la madre, i fratelli, le sorelle - sono nominati più di una volta, ma non si parla mai della moglie. Né vi è alcuna indicazione che fosse vedovo.
Non è il caso di addurre l'argomento che il silenzio non prova nulla, dal momento che si presentarono innumerevoli opportunità per chiarire il problema, se ve ne fosse stato motivo. Il punto qui, piuttosto, è che non era stato celebrato alcun matrimonio: ecco il motivo del silenzio! Altri testi dimostrano che Gesù auspicava per i suoi seguaci, oltre che per se stesso, uno stile di vita improntato al celibato.
Dunque anche il nostro secondo codice è infranto. Quali sono le probabilità che Gesù fosse sposato? Nessuna. Come si spiega allora che Gesù era rimasto celibe? Questo è il terzo codice che dobbiamo investigare perché ci darà modo di apprezzare le differenze tra la cultura del I secolo e quella contemporanea; il che dovrebbe rafforzare l'idea che Gesù aveva motivo di rimanere celibe, anche se il romanzo pretende che dovesse essere per forza sposato.
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Dan Brown dice che fu Costantino durante il Concilio di Nicea (325) a stabilire i Vangeli canonici – scartando quelli "scomodi" – e a trasformare Gesù da grande uomo a divinità. In realtà la divinità di Cristo è affermata chiaramente nei Vangeli (basti citare il prologo di Giovanni: "E il Verbo era Dio") e il Concilio di Nicea non si è affatto occupato del canone. Esistono testimonianze precise sul fatto che già nella prima metà del secondo secolo la Chiesa considerava autentici i Vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni.
La tradizione dei vangeli "segreti", gnostici ed apocrifi, che non sono mai stati rivelati perché mostrerebbero una via diversa da quella della Chiesa "ufficiale", sono teorie che, di tanto in tanto, vengono ripescate da scrittori e registi. A parte il fatto che questi vangeli sono raccolti e pubblicati, occorre capire perché non sono entrati nel "canone", cioè nella raccolta ufficiale dei libri della Bibbia. Si impongono le domande: che cosa è e perché c'è il canone biblico? Cosa sono e cosa rappresentano i Vangeli gnostici?
L'entità teologico-letteraria che chiamiamo Bibbia, come è riconosciuta nella Chiesa Cattolica Romana, consta di 73 scritti, distinti in due gruppi maggiori: Antico Testamento (46) e Nuovo Testamento (27). Il numero degli scritti recepiti nel giudaismo è di 24. Si tratta, ovviamente, solo delle Scritture che noi chiamiamo Antico Testamento; ad eccezione però di 7 libri (Tobia, Giuditta, Primo e Secondo Libro dei Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc) e di alcune sezioni di Ester e Daniele. Il conteggio risulta non ovvio a motivo di alcuni raggruppamenti o viceversa suddivisioni di libri. L'uso delle chiese protestanti coincide con quello giudaico per l'Antico Testamento; con quello delle altre confessioni cristiane per il Nuovo Testamento.
L'elenco delle Scritture riconosciute è detto canone, cioè regola, norma. L'elenco è norma ecclesiastica per l'accoglienza delle Scritture; queste a loro volta sono norma divina per la Chiesa e per la sua fede. Canonicità è così anzitutto la normatività della Bibbia per la fede e per la Chiesa; derivatamente, e più formalisticamente, l'appartenenza di uno scritto al canone biblico.
La Bibbia, è percepita dalla fede come realtà unitaria; però dal punto di vista della struttura letteraria, della collocazione storica, dei contenuti teologici, essa si presenta varia, molteplice, disuguale. "Il libro" è insieme "i libri" (biblìa, da cui Bibbia, è un plurale); senza dire che all'interno di gran parte di questi scritti si ripropone il problema di questa unità composita. Il problema teologico del canone, dunque, da un lato è quello del riconoscimento della canonicità degli scritti, e così della determinazione del loro elenco; dall'altro è il problema dell'unità della Bibbia nella molteplicità delle Scritture.
L'affermazione della canonicità della Bibbia significa allora in concreto un atto di fede nella capacità di questo criterio formale di fungere da coagulo attorno al quale quella storia, quella tradizione, con questi scritti che la esprimono e che compongono il canone biblico, possa risultare correttamente interpretata. Un atto di fede, in altri termini, nel fatto che la Bibbia è l'autorevole parola che interpreta con un giudizio ultimo e secondo Dio la storia della tradizione in cui è nata, anzi la nostra stessa storia in quanto è in continuità con quella. La Bibbia dice il senso che hanno secondo Dio la storia di Israele e la storia di Gesù, la storia della chiesa delle origini e, a partire di lì, la nostra storia. In questa funzione e sotto questa prospettiva il dogma del canone scommette nella capacità delle molte parole e testimonianze bibliche di essere una parola ed una testimonianza.
In rapporto sia alla tradizione delle origini, sia al momento attuale, l'opposizione Bibbia-tradizione, che ha costituito un capitolo maggiore della controversia tra cattolicesimo e protestantesimo, si rivela dunque in radice insostenibile. La Bibbia esiste nella tradizione e non avrebbe senso se non in essa e in vista di essa. Anche le tradizioni religiose diverse da quella ebraico-cristiana hanno loro libri sacri. Anche le tradizioni di ordine profano hanno spesso testi fondanti, che ne definiscono non solo gli sviluppi accidentali ma l'identità profonda (cf. le costituzioni degli stati moderni). La tradizione vivente, non come alternativa alla Bibbia ma come storia del popolo dei credenti (cf. Dei Verbum, 8), è l'unico luogo dove la Bibbia possa essere conservata e riproposta la sua parola.
Con 'ispirazione' della Bibbia, e con le dizioni sostanzialmente equivalenti, di cui la più tradizionale è quella per cui la Bibbia è confessata come "parola di Dio", la fede e la teologia indicano il fondamento della canonicità della Scrittura nella trascendenza del mistero di Dio. Questo rapporto della Bibbia con il mistero può essere prospettato in diverse maniere. La più usuale è quella che segnala Dio come origine trascendente delle Scritture. Non è peraltro da escludere che lo stesso concetto di ispirazione valga a indicare utilmente anche l'attuale presenza del mistero nella parola della Scrittura e la trasparenza della Scrittura in rapporto al mistero. Trascendente è inoltre la finalità delle Scritture: esse offrono «la sapienza che conduce alla salvezza per mezzo della fede in Cristo Gesù» (2Tm 3,15) e sostengono nell'itinerario della speranza (cf. Rm 15,4): sono dunque strumento per l'adesione a Dio che ci è offerta come salvezza.
In forza dell'ispirazione, rapportate immediatamente a Dio, le Scritture sono 'sacre'. Sacralità e canonicità delle Scritture sono inseparabili, perché l'autorità che viene loro da Dio le rende normative, necessarie, cioè appunto quanto si intende indicandole come canoniche. Esse peraltro non potrebbero rivendicare una simile autorità sulla chiesa e sulla sua fede (virtù teologica, che ha come oggetto precisamente Dio) se non in forza di un'immediatezza al mistero che è appunto quanto viene espresso con la dottrina dell'ispirazione.
Può anche essere detto che la dottrina dell'ispirazione riguarda la Bibbia in sé; quella della canonicità la Bibbia in rapporto a noi. Meno opportunamente, peraltro; soprattutto qualora la considerazione della Bibbia in sé lasci intendere che si possa sensatamente pensare la Bibbia per se. Essa invece sarebbe del tutto priva di senso a prescindere dal suo essere propter nos: Dio infatti certo non dà origine ad un libro 'suo' per soddisfare proprie esigenze espressive.
1. L'argomento di fondo dei testi gnostici, la gnosi ovvero la conoscenza
L'idea centrale di tutti questi testi era che alcuni cristiani avevano accesso ai misteri, ovvero a forme superiori ed esclusive di insegnamenti che gli altri cristiani non possedevano. Molte di queste opere approfondivano tali aspetti «misterici» della fede. Il termine segreto ben si adatta a questi materiali, dal momento che si tratta di speciali insegnamenti esoterici, riservati solo a pochi: i cosiddetti spirituali (pneumatici). Gran parte di questi segreti comprendevano aspetti in cui l'insegnamento si differenziava dalle dottrine cristiane esposte in pubblico. Tali segreti e la comprensione intrinseca che ne risultava costituivano la gnosi, ovvero la conoscenza ricevuta dai beneficiari di queste rivelazioni. La comune caratteristica di base fa sì che gli esperti definiscano gnostiche queste opere, dato che trattano di una speciale conoscenza destinata solo agli iniziati.
Per esempio, un oscuro testo era l'Apocalisse di Pietro 82, 17-83,15. Il simbolo (?) significa che a un dato punto la traduzione è incerta. Se il significato di tutti i dettagli del testo non è di immediata comprensione, non c'è da preoccuparsi. Ci interessano soli i punti fondamentali. Il testo recita:
Ed egli [il Salvatore] mi disse: «[Pietro] sii forte, giacché sei colui al quale questi misteri sono stati dati. Per conoscerli tramite rivelazione, che colui che crocifissero è il primogenito, e la casa dei demoni, e il vaso (?) di pietra in cui dimorano di Elohim, della croce che è sotto la Legge. Ma colui che gli sta accanto è il Salvatore vivente, il primo in lui, che presero e lasciarono andare, che guarda sereno coloro che gli fecero violenza mentre furono divisi tra loro. Perciò lui ride della loro mancanza di percezione, sapendo che sono nati ciechi. Così, poi, verrà quello sensibile alla sofferenza, dato che il corpo è il sostituto. Ma ciò che lasciarono andare era il mio corpo immateriale. Ma io sono lo Spirito intellettivo pieno di luce radiante. Colui che avete visto venire a me è il nostro Pleroma intellettivo, che unisce la luce perfetta con il mio Spirito Santo».
Questo testo esibisce tre caratteristiche fondamentali di una rivelazione diretta secondo la visione gnostica. Primo, vi è un riferimento al Pleroma, il tutto, la pura pienezza, immateriale e celestiale, che è realmente e completamente divina. È il Dio supremo di questi testi. La visione gnostica era ancorata al dualismo, cioè a una radicale contrapposizione tra la purezza del mondo delle idee e la corruttibilità del mondo fisico. Il vero Dio (spesso chiamato l'Incorruttibile) era la luce, parte di questo mondo delle idee, che non aveva partecipato direttamente alla creazione del mondo fisico.
Secondo, vi è una distinzione tra il corpo fisico (materiale) del Salvatore che soffrì sulla croce e il vero corpo immateriale che è pura luce, che contemplò le sofferenze del Salvatore stesso. Questa seconda figura, per il gruppo che faceva riferimento al testo, è il vero Gesù.
Terzo, tutto l'insegnamento è un mistero, una rivelazione unica che Pietro ha ricevuto da Gesù. Tale è la caratteristica più importante di questo genere letterario, pieno di misteri rivelati e comprensibili solo agli iniziati, i quali sono i soli a potervi accedere e, dunque, a possedere «la conoscenza», la gnosi. Dobbiamo osservare a questo punto un certo contrasto con la visione della rivelazione così come viene esposta nei testi entrati a far parte della Bibbia, che furono messi per iscritto e sono a disposizione di chiunque voglia meditarli. Prima che il Nuovo Testamento esistesse in forma documentale, queste autorevoli scritture cristiane venivano lette nelle varie congregazioni e non contenevano alcuna pretesa di conoscenza «segreta», a differenza dei testi gnostici. La rivelazione era presentata in maniera tale da essere accessibile, affinché tutti la meditassero e quindi l'accettassero o la rifiutassero, una volta esposti i benefici e le conseguenze di una tale decisione. Né esisteva un dualismo tra la mera conoscenza e la creazione, intrinsecamente corrotta. La creazione ad opera di Dio era di per sé buona, benché risentisse degli effetti rovinosi della caduta. Conoscere Dio implicava vedere se stessi allo stesso modo di Dio e avvertire il bisogno della divinità, e non già semplicemente avere accesso a una conoscenza segreta.
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Come tutti i miti cristiani, anche quello della dea perduta è una sintesi di miti ebraici e pagani preesistenti. Ogni tentativo di applicare questa categoria al campo biblico è però del tutto fuorviante: quando si affrontano questioni di questo genere bisogna sempre contestualizzare l'epoca storica. Alcune realtà che per noi sono acquisite da tempo e sono del tutto tranquille, non si addicono per nulla a riflessioni sui testi Biblici. Che la donna abbia una sua dignità il Papa lo ha più volte detto e ripetuto, basti leggere l'enciclica "Mulieris Dignitatem". La questione è sulla essenza della persona, non sui ruoli da essa ricoperta. Pertanto ogni discussione che parte da questo presupposto, è sbagliata in partenza. La Bibbia, fin dalle prime pagine, attribuisce alla donna un ruolo essenziale, stupendo, di altissima dignità. Cosa che la Chiesa riconosce non solo ora, ma già a partire dai secoli passati. Certo, secondo la mentalità e la cultura dei diversi tempi. Il fatto poi che nella Chiesa ci siano ruoli tipicamente maschili ed altri tipicamente femminili, non deve certo fare problema, a meno che non vogliamo ridurci alla solita questione del potere e dei ruoli.
Esaminiamo ora alcune di queste fonti mitiche.
Fonti ebraiche
L'Esegesi dell'anima [uno dei più interessanti vangeli perduti ritrovati a Nag Hammadi] attira l'attenzione su alcuni motivi mitologici ebraici, che sviluppa nel mito di Sofia. Cita Geremia, là dove Dio dichiara a Israele, come se si rivolgesse alla dea perduta: Ti sei prostituita con molti amanti, poi sei tornata da me. Guarda con onestà e vedi dove ti sei prostituita. Sei divenuta impudica con tutti. Non hai fatto appello a me quale tuo congiunto o Padre o artefice della tua verginità.
Parimenti, in Ezechiele Dio annuncia: All'inizio di ogni strada ti sei edificata un luogo di peccato e hai disonorato la tua bellezza offrendoti a qualsiasi passante e moltiplicando le tue fornicazioni. Ti sei messa in relazione coi figli d'Egitto, tuoi vicini, di grossa corporatura.
L'Esegesi dell'anima interpreta così il significato allegorico di questo testo: Che cosa può significare «figli d'Egitto, di grossa corporatura» se non il mondo del corpo e il regno dei sensi e delle vicende terrene, da cui l'anima è stata contaminata?
L'Esegesi dell'anima fa notare anche la risonanza fra il mito di Sofia e quello della Genesi. Nella Genesi, Adamo rappresenta la coscienza ed Eva l'anima. All'inizio esisteva un essere umano primordiale, Adamo, dal quale Dio prese «un fianco» (non una «costola», come di solito dicono le traduzioni!) per creare Eva. Ciò rappresenta la proiezione dell'anima dalla coscienza. Le due sono essenzialmente una cosa sola, ma appaiono come opposte. l'anima (Eva) conduce la coscienza (Adamo) all'identificazione con il corpo, simboleggiata dalla Caduta dall'Eden. Il matrimonio mistico pone rimedio alla primigenia separazione di Adamo ed Eva, coscienza e anima. [...]
Il mito di Elena
Come nel caso della storia di Gesù, la fonte più rilevante per il mito della dea cristiana è la mitologia pagana. L'Esegesi dell'anima paragona il mito cristiano di Sofia ai racconti iniziatici omerici dell'Iliade e dell'Odissea, nei quali Elena viene rapita e dev'essere salvata. Per i pitagorici, Elena era un simbolo dell'anima, e il suo sequestro ne rappresentava la caduta al momento dell'incarnazione. [...] Il mito di Elena era importante per i primi cristiani. [...] Imitando deliberatamente il mito di Gesù e della dea, questi maestri gnostici si attribuirono la parte del salvatore venuto a rivelare la gnosi ai loro seguaci perduti, simboleggiato da Elena/Sofia.
Il «Fedone» di Platone
Nel Fedone, Platone ci offre un racconto della caduta e della redenzione dell'anima al quale indubbiamente i cristiani delle origini attinsero quando crearono la loro versione del mito della dea perduta:
L'anima è trascinata dal corpo a cose che non sono mai costanti, ed ella medesima va errando qua e là e si conturba e barcolla come ebbra, perché tali appunto sono le cose a cui si appiglia. [...] Quando invece l'anima procede tutta sola in se stessa alla sua ricerca, allora se ne va colà dov'è il puro, dov'è l'eterno e l'immortale e l'invariabile; e, come di questi è congènere, così sempre insieme con questi si genera, ogni volta che le accade di raccogliersi in se medesima e le è possibile; e cessa dal suo errare, e rimane sempre rispetto a essi invariabilmente costante, perché tali sono appunto codesti,esseri a cui ella si appiglia. E questa sua condizione è ciò che diciamo intelligenza [Sofia].
Il mito di Afrodite
Il mito pagano della dea Afrodite racconta fondamentalmente la medesima storia del più tardo mito cristiano della dea perduta. Come Sofia, Afrodite è al tempo stesso pura e decaduta. Plotino [filosofo egiziano-romano del III secolo d.C.] spiega che in essenza la dea è «l'Afrodite dei cieli», ma «qui si è trasformata in prostituta». Scrive ancora Plotino: «Zeus rappresenta la coscienza, sua figlia Afrodite l'anima», e commenta:
La natura dell'anima è di amare Dio e desiderare di unirsi a Lui in quello che è il nobile amore di una figlia per un nobile Padre. Venendo alla luce nel corpo umano, però, attratta dalle lusinghe di questa sfera, l'anima si mette con un altro amante, mortale, abbandona il Padre suo e cade. Un giorno, tuttavia, giunge a odiare il proprio peccato, ripudia il male della Terra, ricerca ancora una volta il Padre e trova la pace. Il vero bene dell'anima riposa nella devozione verso la coscienza, alla quale è affine. Il suo male risiede nella frequentazione degli stranieri. Si supponga però che l'anima riesca a raggiungere il sommo, o piuttosto che questo le riveli la sua presenza. Allora, finché tale presenza permane, tutte le distinzioni svaniscono, come nella fusione dell'amante con l'amato. Una volta che l'anima abbia ottenuto ciò, non lo scambierà con nient' altro in tutto l'universo.
Il mito di Demetra e Persefone
Il più influente mito della dea nei suoi due aspetti è quello di Demetra e Persefone, che si insegnava nei misteri eleusini. Lo gnostico pagano Sallustio [che visse intorno al 360 d.C., fu consigliere dell'imperatore romano Giuliano e cercò di rivitalizzare i culti pagani] ci informa che questo mito è un'allegoria della caduta dell'anima al momento dell'incarnazione. Parimenti, Olimpiodoro spiega: «L'anima discende nel corpo alla maniera di Persefone». [...]
Platone scrive che il nome «Persefone» viene da sophe e significa «saggio», pertanto deriva dalla stessa radice di «Sofia». Persefone, conosciuta come Kore, che vuol dire «figlia» o «ragazza», rappresenta l'anima caduta. In un testo cristiano, gli Atti di Tommaso, l'anima è chiamata Kore. Demetra significa «madre». È la Regina Celeste che simboleggia l'anima nella sua purezza.
Nel mito, Persefone, figlia di Demetra, è rapita da Ade, dio degli inferi. Tale evento rappresenta la caduta che si verifica quando l'anima si incarna nel corpo. Gli iniziandi ai misteri eleusini dovevano imitare il dolore provato da Demetra e Persefone al momento del loro distacco. Ciò costituisce l'esperienza della metanoia, risultante dall'angoscia provata dagli iniziandi al separarsi dalla loro natura più profonda e al perdersi nel mondo. Ermete si reca nell'oltretomba per salvare Persefone e riportarla dalla madre Demetra. Questo fatto simboleggia la liberazione dell'anima dall'identificazione con la circonferenza del circolo del sé e la sua riconciliazione con la sua vera natura al centro del cerchio.
Ade, però, fa segretamente mangiare a Persefone alcuni semi di melagrana; la ragazza li ingerisce, costringendosi così a ritornare agli inferi per un terzo di ogni anno. I semi di melagrana rappresentano i germi delle vite future da noi creati in questa esistenza, che ci portano a incarnarci nuovamente nel corpo umano per continuare il viaggio verso il risveglio: simboleggiano cioè quello che gli antichi chiamavano «destino», e che nel gergo spiritualista moderno è generalmente denominato«karma». Il motivo del ritorno agli inferi per «un terzo dell'anno» allude alla natura tripartita del sé: coscienza, anima, corpo. Un terzo della nostra identità (il corpo) sta nell'oltretomba.
I greci ricavarono le figure di Demetra e Persefone dall'antica mitologia egizia. Porfirio [filosofo pagano, 232-303 d.C.] sostiene che la dea egizia Iside equivalga tanto a Demetra quanto a Persefone. [...] Nella mitologia egizia, l'aspetto più elevato e più basso della dea sono rappresentati rispettivamente da Iside e dalla sorella Nefti, sposa del malvagio dio Seth, il quale, come Ade, simboleggia il mondo materiale.
Questi miti egizi sono le fonti più antiche di quello che sarebbe diventato il mito cristiano della dea dannata e redenta. Anche se è stata espunta dai testi sacri cristiani, questa storia perenne è sopravvissuta sotto forma di favole come quella della Bella addormentata. Come il suo stesso nome suggerisce, la bella addormentata è un'immagine dell'anima, assopitasi nel mondo. La storia la ritrae come una principessa condannata da una maledizione a dormire per sempre, imprigionata in un tetro castello circondato da una foresta fitta e impenetrabile, ma infine salvata dal suo amante, il principe che è l'eroe della fiaba.
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![]() San Josemaría Escrivá de Balaguer |
Escrivá de Balaguer(1902-75) era un sacerdote spagnolo che, il 28 ottobre 1928, fondò l'Opus Dei, un'organizzazione cattolica riconosciuta come «prelatura personale» della Chiesa, il cui scopo è di portare la realtà di Gesù Cristo anche nei momenti più banali della vita quotidiana. C'è chi ha criticato l'ente, giudicandolo talmente autoritario da sconfinare nel culto; l'Opus Dei respinge però questa etichetta.
Oltre alla fedeltà al Papa e a un'ardente devozione per la Madonna, Escrivá predicava soprattutto di elevare il proprio lavoro a Dio ogni giorno con abbondante sacrificio di sé, un concetto che include anche la mortificazione della carne. Il suo libro più famoso, Cammino, è frutto del lavoro sacerdotale che il beato Josemaría Escrivá aveva iniziato nel 1925; venne pubblicato per la prima volta nel 1934 (a Cuenca, in Spagna) con il titolo Considerazioni spirituali. Dopo la morte, Escrivá fu santificato con estrema rapidità.
L'Opus Dei secondo Dan Brown
Per aumentare la tensione della trama, Dan Brown prende quelli che si potrebbero definire gli estremi dei diversi percorsi religiosi dalla vita di Gesù in poi. Da una parte, rappresentato dal nonno di Sophie e dai misteri che i protagonisti stanno cercando di svelare, c'è il ramo «radicale» della tradizione gnostica che crede nel matrimonio fra Gesù e Maria e riconosce il lungo retaggio di paganesimo dell'umanità. Dall'altra c'è invece l'ortodossia cattolica, incarnata da quella che molti considerano la sua voce più conservatrice, l'Opus Dei. Entrambe cercano il Graal, sebbene per motivi opposti.
L'obiettivo dell'Opus Dei, per dirla con le sue parole, è di «contribuire alla missione di evangelizzazione della Chiesa. L'Opus Dei incoraggia i cristiani di tutte le classi sociali a vivere in maniera coerente con la propria fede, in mezzo alle normali circostanze della vita, specie tramite la santificazione del proprio lavoro». Fondata nel 1928 da Josemaria Escrivá de Balaguer, l'organizzazione è ispirata al concetto che la santità sia raggiungibile dai cattolici laici. Questa santità implica un perfezionamento della «normale» esistenza del laico, in cui ogni azione è gioiosamente sacrificata a Dio. I membri dell'Opus Dei sono tenuti a seguire rigorosamente i severi dettami del cattolicesimo.
L'ente è perseguitato dalle polemiche, soprattutto in merito alla pratica della mortificazione corporale e a quello che alcuni critici considerano un controllo sui suoi membri analogo a quello di una setta. L'Opus Dei ha reagito con forza contro quelle che considera caratterizzazioni infondate del suo sistema di pensiero e, nella fattispecie, ha istituito vari link su Internet per criticare l'interpretazione della Bibbia offerta da Dan Brown in generale, e dell'organizzazione in particolare.
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Andrea Tornielli, Processo al codice da Vinci (Gribaudi)
Attacco alla ChiesaL'attacco alla Chiesa è qualcosa di subdolo e strisciante, è una mentalità, una filosofia, una religione "fai da te" che ci passa accanto in continuazione. È l'aria che respiriamo quotidianamente, un clima che tutto permea e condiziona. Così facilmente, ci si appassiona a nuove filosofie e mode come la New Age, a nuovi dogmi o riti iniziatici, o esoterici, o a correnti religiose antiche che riemergono dopo essersi sottoposte a un pesante maquilagge nel tentativo di apparire nuove e alla moda. O a leggende, come quelle contenute nel bestseller internazionale di Dan Brown Il Codice Da Vinci – punto di partenza di questo nuovo libro-intervista tra Padre Livio Fanzaga e Andre Tornielli.
Gli illuminati e il Priorato di SionSe è vero che Il Codice Da Vinci ha generato negli Stati Uniti un buon numero di pubblicazioni volte a dimostrare che Gesù non era sposato con la Maddalena né aveva figli e che l'Opus Dei non è un covo di malfattori, è anche vero che è stato lasciato da parte l'interrogativo centrale dei bestellers di Dan Brown: che cosa c'è di vero e di falso a proposito degli "Illuminati" e del "Priorato di Sion", le due società segrete che sono al centro del Codice e di Angeli e Demoni? Questa e altre domande ben più inquietanti trovano ora risposta, facendo emergere la realtà che sta alle spalle dei romanzi di Dan Brown, attraverso un'indagine che si snoda tra mitologia ed esoterismo, tra storia e mistero. |
APPROFONDIMENTI
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