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APPROFONDIMENTI




 

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INTERVISTE E TESTIMONIANZE
Giuliano Ferrara
L'ateo devoto intervistato da Alberto di Giglio a "Radio Maria"

Giuliano Ferrara, giornalista e direttore del quotidiano "Il Foglio"
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Pubblichiamo la trascrizione di una intervista condotta da Alberto Di Giglio a Giuliano Ferrara e andata in onda a Radio Maria. Giuliano Ferrara, noto esponente dell'opinionismo e della cultura italiana, fa parte di un gruppo di intellettuali non credenti chiamati giornalisticamente "atei devoti". Pur non credendo in Cristo come figlio di Dio, Ferrara ritiene che le radici cristiane che caratterizzano l'Europa siano un grande valore da conservare e difendere da una certa corrente laicista.
Da questa prospettiva deriva il grande rispetto di Ferrara per il mondo cristiano, e cattolico in particolare, e per la figura di Papa Ratzinger, di cui ha accettato la sfida di un dialogo tra laici e credenti fondato sull'uso della ragione. Giuliano Ferrara, dalle colonne del suo quotidiano "Il Foglio", ospita interventi di grande rilevanza culturale sui grandi temi della bioetica e delle biotecnologie, della difesa della vita, e dei dibattiti aperti dalla Chiesa Cattolica.
ALBERTO DI GIGLIO – Una premessa è d'obbligo: se dovessimo fare la tara culturale ed etica di Giuliano Ferrara possiamo dire che lei condivide e porta avanti una battaglia a difesa dei principi della tradizione cristiana pur non aderendo alla fede cattolica? È così oppure c'è qualcosa d'altro?
GIULIANO FERRARA – Direi che è così anche se adesso non vorrei apparire un banditore di valori cristiani nel senso che la mia vita, la mia formazione, le mie scelte – compresi gli errori – è fatta di tante cose. Posso allineare accanto ad alcune virtù molti peccati – come tutti – e un interesse che a volte si fa spasmodico per le voci negate del mondo secolare moderno che sono le semplici, autentiche, forti e a volte lancinanti voci che vengono sia dall'interiorità della fede – vissuta, praticata, contraddetta ma non mai amministrata e gestita in forma istituzionale – sia dalla esteriorità del deposito di fede che si chiama Chiesa. Queste voci importanti sono state progressivamente insabbiate, opacizzate, messe ai margini del discorso pubblico. Ad un certo punto della mia vita, avendo assimilato il lungo regno di Giovanni Paolo II – che certamente è stato un papa che ha attraversato la frontiera del mondo moderno attraverso i suoi carismi, i suoi profetismi, e anche attraverso i suoi grandi messaggi di umanesimo politico – e del suo scudiero dottrinale nonché successore Ratzinger, ho ritenuto che fosse dovere civile e laico di un banale giornalista del tempo presente riscoprire fino in fondo questa mutilazione e queste voci ridotte al privato, condannate a non avere uno spazio pubblico e che invece avevano ed hanno pieno diritto a una presenza attiva, vivace e ad una interlocuzione perché ci pongono dei problemi veri della nostra epoca. Naturalmente si tratta di voci interessanti accanto a tante altre come quelle dei filosofi. Ci sono voci controcorrente come quella del laicissimo romanziere Tom Wolf, che in una intervista si dice annoiato dalla dittatura della sessualità dell'epoca contemporanea, o anche Roger Scruton, che ha detto che i nascituri non sono al nostro servizio ma siamo noi a servizio loro. Penso che in tutto questo ci sia il riflesso forte di una necessità della nostra epoca di riprendere in mano i grandi temi del nascere, del vivere e del morire in una forma non asettica e non depurata della ricerca del significato del senso della vita. Il laico è un uomo che riconosce della centralità della persona come crocevia di relazioni con gli altri, che fa tesoro delle più grandi lezioni che sono state impartite dalla storia dell'Occidente dal cristianesimo primitivo, al medioevo, all'Umanesimo e ai tempi moderni da una cultura cristiana e giudaico-cristiana. Il laico è un uomo curioso, che cerca di capire il mondo senza la pretesa boriosa di essere il signore del mondo.
ALBERTO DI GIGLIO – Due encicliche: "Fides et ratio" e "Deus caritas est".
GIULIANO FERRARA – Il magistero ecclesiastico è l'ultima cattedra di filosofia che valga la pena di ascoltare. Il Novecento ha avuto l'empirismo anglosassone, l'empirismo logico, la Scuola di Vienna, e poi un tentativo di riflessione che potremmo complessivamente definire di estremo relativismo storicista e nichilista. Il Novecento è oscillato tra la nuda scienza per di più procedurale che finisce in Popper e in Faulhaber, e che finisce in una anarchia epistemologica in cui non si può sapere niente e si può solo provare a sapere, autoconfutarsi. Dall'altra parte sta il nullismo del pensiero debole e di un cattolicesimo che nega sé stesso perché nega di potersi risolvere soltanto nell'interiorità: si tratta di una grande fuga all'indietro verso anche le pur alte acquisizioni del protestantesimo in cui tutto è nella coscienza e niente è nella società. Invece la Chiesa filosofica di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che ha prodotto le due encicliche che ha citato è invece una chiesa che insegna a ricomporre pazientemente il rapporto tra ragione e fede dall'interno della grande filosofia medievale e di uno dei suoi culmini che è San Tommaso D'Aquino o anche un Sant'Agostino, De Paoli e tutto il meglio della grande cultura cristiana. Fede per me non è una esperienza personale, ma il concetto di "fede" così come quello di "peccato,, di "giustificazione" e così altri concetti teologici, mi è presente e ne sento la bellezza – ed anche questo conta perché non esiste solo il buono e il cattivo. La ragione di oggi è autocefala perché è una ragione che nega sé stessa perché la prima acquisizione di una ragione scrutinata in modo onesto e critico è che la ragione non dà una spiegazione del tutto. L'evoluzionismo ad esempio non è una spiegazione del significato dell'esistenza umana o dell'origine del mondo, ma è una delle tante descrizioni procedurali del come ci siamo evoluti. Si tratta di un pezzo di storiografia della natura, ma non è che osservando le conchiglie che possiamo sapere qualcosa della nostra identità. Quindi il problema vero è che la ragione deve autolimitarsi e nei limiti spirituali che la ragione sa porre a sé stessa c'è naturalmente lìipotesi della fede che, finché non è pascalianamente una scommessa vinta e una acquisizione personale, non c'è. Ma non è che per il fatto che la fede non c'è, perché non si crede e non si prega, allora significa che la fede è un flatus vocis: la fede resta una delle grandi ipotesi e una delle grandi molle della esistenza umana.
ALBERTO DI GIGLIO – Tra l'altro la scommessa di Pascal è stata rilanciata da Ratzinger anche in un confronto molto importante con i laici, come nel caso del presidente del Senato Marcello Pera. Pensa che quella di Pascal sia una proposta da prendere sul serio per il laico di oggi?
GIULIANO FERRARA – Beh, Pascal è un grande cristiano proprio perché, consegnandosi al silenzio, si nega alla fine la possibilità di esperire tutto quello che implicato dalla fede. C'è la storia famosa del memoriale uscito nella sua giacca quando decide che la sua fede e il suo essere cristiano vuol dire incontrarsi con il dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. C'è poi il tema della sequela di Cristo, cioé della adesione a una vita e a un messaggio che radica nell'incarnazione tutto il trascendente. Ora tutto questo esprime una delle più belle e straordinarie parabole del pensiero umano e della sensibilità artistica e scientifica, una delle più belle prose mai scritte in francese, uno dei dibattiti teologici più lancinanti tra giansenisti e gesuiti che si siano mai prodotti in Europa. In questo senso Pascal è un grande interlocutore per chi nutre interesse per il pensiero e l'esperienza umana. È bella la sua biografia e la sua storia intellettuale e morale, la sua lotta e questa idea fondamentale della decisione. Carl Smith diceva che i concetti politici sono concetti teologici secolarizzati: da questo punto di vista in Pascal si vede con il tema del credere come decisione. Qui nella decisione troviamo sempre un residuo dell'irrazionale al quale dobbiamo inchinarci. Infatti credere nella resurrezione e nella incarnazione vuol dire fare dei conti sghembi e che non sono assimilabili agli altri conti che facciamo nella esistenza quotidiana. Il problema al quale sono approdato e che metto a tema ogni volta che posso è questo: gli uomini devono sapere di non essere padroni di sé stessi. Da lì poi nasce la mia critica del politicamente e dell'ideologicamente corretto e dell'idea che noi viviamo in un mondo in cui dobbiamo prosternarci ogni giorno alla laicità intesa come idolo. Si tratta di una forma di ateismo delle consuetudini che è fondamentalmente una moda, benché sia una moda molto radicata e profonda che ha avvolto attorno a sé il mondo scristianizzato di oggi. Io penso che si debba lacerare quella corazza, che si debbano mettere in discussione quelle certezze e si debba essere aperti ad un discorso che appunto implica la possibilità di decidere per la fede.
ALBERTO DI GIGLIO – La Chiesa che oggi subisce uno degli attacchi più violenti probabilmente della storia. Il nostro direttore, Padre Livio Fanzaga, tiene su questa emittente proprio una rubrica di difesa all'attacco frontale alla Chiesa e prende anche a proposito questo articolo che vedo qui pubblicato da "Il Foglio": "Salvate la Maddalena dalle moleste libresche del Codice da Vinci". Oggi l'attacco è dal punto di vista della storicità e della figura del Papa e del magistero. Un concentrato di calunnie e di menzogne in cui anche lei mi pare faccia da scudiero e prenda parte a questa battaglia.
GIULIANO FERRARA – Di Padre Livio ricordo alcune bellissime prediche radiofoniche nel corso del referendum sulla fecondazione assistita. Seguo Radio Maria, e le ho trovate molto belle... se la prendeva con i "masnadieri" usando un linguaggio focoso, forte. Io ripeto: trovo profondamente idolatrico e per niente laico quell'atteggiamento che disconosca l'esistenza storica e il potenziale carismatico e profetico della Chiesa intesa non come sociologia del fatto religioso ma intesa proprio secondo il canone della sua identità. Un avvenimento c'è stato e per riconoscerlo non occorre credere in senso religioso e profondo, e tale avvenimento è stato la presenza di Cristo su questa Terra. Questa cosa, anche se la sapevo da sempre, l'ho scoperta concettualmente tardi: la chiesa viene prima del vangelo. La Chiesa è la cena del Signore e i sacramenti sono istituiti prima che ci siano stati raccontati. Questo, se ci pensiamo, è straordinario perché chiunque sarebbe portato a pensare che la Chiesa sia il frutto del vangelo. In realtà il vangelo interviene nel I secolo dopo la morte di Cristo a sanzione di un fatto che precede il testo e che è questo sviluppo straordinario del messaggio biblico.
ALBERTO DI GIGLIO – Come giustifica questa portata universale dell'attacco di questo best-seller Codice da Vinci?
GIULIANO FERRARA – Veramente si tratta di un libro che conosco poco. Io penso che abbia trattato la Chiesa come gli altri autori di best-seller che poi diventano autori di culto per il lettore medio e che tratta in genere di argomenti come una grande anticaglia esoterica dentro la quale cercare il mistero e l'intrattenimento per il lettore contemporaneo. Mi sembra un fenomeno importante ma comunque da non sopravvalutare.
ALBERTO DI GIGLIO – Ci unisce una serie di valori condivise come quella della difesa delle radici cristiane, del rispetto e della sacralità della vita, il modello di famiglia. Lei è un autorevole interlocutore di questo tema. Iniziamo dalla fragile e incerta identità dell'Europa e dal suo rinnegamento delle sue radici cristiane. Perché non possiamo non dirci cristiani?
GIULIANO FERRARA – Io partirei dal fatto che l'Europa ha fallito il progetto di darsi una costituzione perché ha messo nella forma di un trattato internazionale molto pensiero burocratico, giuridico riversando nel tema dei diritti ogni altro tema e dimenticandosi della libertà e delle radici cristiane. Le costituzioni servono per fissare i limiti del potere, per definire un contratto di convivenza nel quale nessuno può essere deificato tranne il creatore. In questo caso l'appello di Giovanni Paolo II era soltanto un richiamo storico alle radici giudaico-cristiane realmente esistenti nell'Occidente europeo. Se non si ancora il patto ad un qualcosa che procede da altro, come la libertà e le tue origini, il patto diventa fragile perché manca il senso di ciò che tu costruisci. Come puoi legittimare questo potere? Questo è il punto fondamentale. I due cardini sono la libertà, il concetto di persona e il senso del limite umanistico-religioso alla Maritain della presenza dell'uomo nel mondo. Se ci si sottrae da tutto questo e si pensa alla costituzione come si fa un contratto commerciale riduci a burocrazia e ad una parvenza di incontro e di relazione tra le elite ciò che invece dovrebbe essere la fondazione e la legittimazione di una autorità civile.
ALBERTO DI GIGLIO – Recentemente è stato pubblicato il manifesto dell'Occidente che delinea un po' alcuni aspetti fondamentali della nostra identità culturale. Qual è il suo punto di vista su questo documento sottoscritto da molti intellettuali? Pensa che con questo documento si acuiscano le differenze e i contrasti oppure si rafforza l'identità dell'interlocutore e quindi una chiarezza di idee e posizioni per un sano e leale confronto?
GIULIANO FERRARA – Mi sembra un buon documento, firmato da molta brava gente e che va nella direzione giusta
ALBERTO DI GIGLIO – La sacralità della vita come valore condiviso tra laici e cattolici. Il referendum sulla procreazione è stata una delle pagine più importanti della nostra storia recente ma sembra che si stia facendo in questi mesi un passo indietro perché c'è chi vorrebbe rivedere questa legislazione.
GIULIANO FERRARA – Non credo che ci riproveranno, almeno non in Italia e non a breve. Sono cambiate certamente le coordinate entro le quali la gente ragiona: dieci anni fa sarebbe stato impensabile affrontare i temi della bioetica, e quindi del nascere, del vivere e del morire dall'embrione al caso Terry Schiavo fino alla questione del matrimonio e della famiglia senza conformarsi in modo stretto e rigoroso al pensiero prevalente ed egemonico di una cultura laica moderna priva di qualunque riferimento alle basi del diritto naturale, della cultura cristiana e del concetto stesso di persona. L'aborto era una semplice variante della scelta del potere di decisione della donna e non un problema sociale. Questo vale per l'Europa, dove l'aborto era una pratica anticoncezionale ex post senza nessun riguardo per il feto come identità personale, mentre per l'America è sempre rimasta forte la tensione tra l'elemento religioso e lalaicità concreta della vita degli uomini contemporanei. Chi ne parlava in un modo diverso dal solito era semplicemente considerato come un reazionario. Oggi tutto questo è cambiato e ci sono uomini e donne moderni e anche laici che hanno imparato a considerare il nascere, il vivere e il morire come tre elementi decisivi di una riflessione nuova. D'altra parte sarebbe stato strano se le cose non fossero andate in questo modo: gli uomini hanno acquisito con la tecnoscienza un potere nuovo, che è quello di creare in vitro la vita, hanno acquisito il potere di selezionarla e così di rovesciare il senso stesso della medicina e della biologia che nascono per descrivere la vita e per curarla. Oggi invece ci si arroga il potere di crearla, di selezionarla e di spengerla fino ad approvare anche all'eugenetica e all'eutanasia come programma sociale. Lo scandalo non è tanto il lasciar morire un povero cristiano pieno del suo dolore e impossibilitato a vivere quanto il programmare questa pratica socialmente fino ad arrivare a considerarlo un diritto: il diritto di morire come dice il prof. Veronesi. Essendoci questi nuovi poteri è eviente che l'appello di Ratzinger mi sembra intimamente laico e posto sul piano della razionalità: mettiamo il nostro potere di comprensione morale al livello del nuovo potere tecnico scientifico che abbiamo costruito. Ciò è stato anche esplicitato con il dialogo con altri pensatori laici e liberali del mondo contemporaneo, come Habermas ad esempio, e questo non poteva non sconvolgere le coscienze di quelli che sono sempre sordi nei confronti delle pulsazioni della storia perché oppressi da una cappa di conformismo rifiutando questo tipo di dialogo. Io spero che almeno noi ci siamo sottratti a questo destino, almeno spero.
ALBERTO DI GIGLIO – Un altro attacco di cui lei si fa araldo importante è quello contro la famiglia tradizionale sul tema delle coppie di fatto e dei PACS. Dove approderemo con una siffatta società di famiglie disgregate?
GIULIANO FERRARA – Questo è un grandissimo problema. La pretesa che sta sotto alla pretesa del matrimonio omosessuale, che consiste nella parificazione legislativa attraverso una riforma del codice civile di tutti i matrimoni di tutte le specie per cui non esiste più il concetto di marito e moglie, nasce dalla idea di omologare ad un principio libertino l'universo della vita sociale. Ciò è assurdo anche perché autocontraddittorio: il libertinismo è trasgressione ed esercizio di una opposizione alla legge sociale dominante. Se si impone a tutti i comportamenti come criterio del diritto universale a tutto e di una libertà senza capacità di autolimitarsi, senza un rapporto con la tradizione e con la natura e con il suo messaggio inequivoco per cui la specie si propaga solo se c'è una robusta reststenza della famiglia intesa come unione tra uomo e donna, alla fine si finisce per disgregare sia la tradizione sia la possibilità di esercitare la tua libertà. Questi libertini che vogliono sposarsi sono i peggiori nemici della famiglia tradizionale ma anche di quello che ha significato anche una certa emancipazione del tempo moderno del pensiero libertino perché uccidono anche l'eccezione. L'omosessualità può essere considerato, come dice la dottrina sociale della Chiesa, un comportamento intrinsecamente disordinato oppure può essere considerato come una variante umana presente in tutte le epoche, ma non può essere considerata un ingediente della costruzione della famiglia perché non ha senso che sia così come non ha senso che coppie gay adottino dei figli. Questo perché non ha senso mettere sullo stesso piano l'amore omosessuale con l'amore che riesce a sublimare l'eros in agape come dice Benedetto XVI nella Deus caritas est. Si finisce per legittimare soltanto un disordine universale.
ALBERTO DI GIGLIO – Scontro di civiltà islam-cristianesimo e oriente-occidente, o possibilità di dialogo come auspicio per una possibile convivenza? E la "reciprocità": con chi?
GIULIANO FERRARA – La reciprocità credo che sia impossibile perché le culture e le religioni hanno una loro radice e una loro identità. L'islam ha una mistica e spiritualità molto importante, ha una straordinaria cultura che con le sue mille conquiste ha arrichito la vita anche della nostra civiltà. L'islam è però una civiltà religiosa di tipo guerriero ed espansionistica fondata su una idea scritturale diversa dalla nostra. Il cristienesimo è la religione dell'amore, l'islam è una religione di guerra e di conquista; il califfato è diverso dalla distinzione agostiniana tra la cittàdi dio e la città terrena. Sono due prospettive radicalmente divergenti, quindi una reciprocità in termini meccanici è assolutamente impossibile: noi abbiamo una divisione tra potere civile e potere ecclesiastico mentre loro hanno una perfetta unità di queste due dimensioni, quindi non si tratta di una questione che riguarda soltanto il fanatismo. Il concetto di reciprocità è però un concetto molto significativo perché nel mondo contemporaneo ci troviamo davanti a due opzioni: o ciascuno vive a casa propria, ma questo non è possibile perché la globalizzazione non la ferma nessuno, oppure è necessario che ci sia un modello prevalente e questo modello deve essere quello della tolleranza per una pacifica convivenza che consenta al mondo di continuare a girare senza che si impazzisca intorno alla volenza, al terrorismo, all'intolleranza e al conflitto di civiltà.
ALBERTO DI GIGLIO – Qui abbiamo un riferimento al versetto di una sura del Corano che dice "e allestite contro di loro forze, cavalli quanto potete per terrorizzare il nemico di dio e vostro". Questo è un po' come una sorta di programma a cui rispondiamo con Deus caritas est. Ci potrà mai essere un punto di incontro con coloro – e Magdi Allam sta facendo moltissimo in questa direzione – per trovare un punto di incontro e di dialogo sicuro?
GIULIANO FERRARA – Io direi che in realtà il fondamentalismo, il fanatismo, la predicazione wahabita e il puritanesimo che vien dalla casa di Saub, quella che potremmo oggi definire come l'involuzione intollerante dell'islam contemporaneo, la repubblica islamica iraniana e tutte le sue vicissitudini nasce, come reazione al destino che ha questo mondo, cioé di diventare un mondo moderno. Nel mondo si è affermato fondamentalmente un modello di relazione tra gli uomini fondato sui diritti degli eguali e sulla distinzione tra potere civile e religioso. Faticosamente nell'ambito della decolonizzazione e con la successiva nascita di nuove nazioni e di nuovi nazionalismi arabi hanno tentato, e fallito, questo progetto di costruzione di una democrazia avanzata. Hanno vinto le forze della conservazione, e per reazione a questo fallimento è nato questo grande rilancio, da Khomeyni in poi, della lotta contro il grande satana della restaurazione del califfato contro le ingerenze di cristiani ed ebrei. Israele in questo è una grande contraddizione perché è un pezzo di terra islamica ripreso in mano in condizioni giuridicamente leggittimanti da parte dell'ONU, però da parte di un popolo che da molti anni non viveva in quella terra. Questa però rappresenta la cartina tornasole: accettare la convivenza significa accettare Israele, e se non accettano Israele non accettano neanche noi.
ALBERTO DI GIGLIO – Tutto parte dalla propria convinzione sul concetto di verità perché ovviamente islam e cristianesimo ognuno rivendica propria verità. Dostoevskij afferma lapidario: "se dovessi scegliere tra la verità e Cristo non esito a dire Cristo". Fa suo questo asserto dostoevskijano?
GIULIANO FERRARA – Il mio essere non credente ha proprio questo limite: la sequela di Cristo non è un mio affare, anche se ritengo che il vangelo sia uno dei più bei libri che siano mai stati scritti e le parabole di Gesù sono il lievito e il sale – non il miele – il sale, come diceva Bernanos, perché ogni tanto il cristianesimo mieloso diventa anche un fattore di infragilimento culturale. Quindi tra la verità e Cristo non posso tagliare il nodo gordiano come fa Dostoevskij, anche se naturalmente trovo bellissima quella sua espressione e molto affascinante questo elemento di adesione esistenziale a una grande parabola personale che fonda una religione bimillenaria che diventa la bussola della crescita storica del mondo. In questo sono proprio crociano, cioé penso che non posso dirmi cristiano in termini di fede ma non possono non dirmi cristiano in termini di cultura.
ALBERTO DI GIGLIO – Un'ultima provocazione, dato che le provocazioni sono veramente il piatto forte con un interlocutore come Giuliano Ferrara. Siamo all'areopago di Atene, San Paolo va ad annunciare il vangelo e comincia a parlare della risurrezione ma la gente non lo ascolta. Con il filtro di duemila anni di storia, come accoglierebbe oggi il discorso di Paolo un'interlocutore come Giuliano Ferrara?
GIULIANO FERRARA – Mah, io attraverso il commento di Karl Barth alla lettera di Paolo ai Romani ho imparato che in Paolo si sente e si tocca questa assoluta tascendenza di Dio e questo fatto che il giusto vive per la fede. In Paolo trovo questa bella radicalità e questa forza pre-ecclesiale. Insomma, Paolo è il fondamento di una chiesa che poi diventerà istituzionale ma manterrà sempre questa autenticità e radicalità paolina. La sua storia di conversione è molto bella. Io mi sento sempre dire che i convertiti – e me lo ha detto in un dibattito pubblico il vaticanista progressista Giancarlo Zizola – devono maturare la loro conversione nel silenzio e non è possibile trasformare la conversione in un fatto di vita pubblica, ma io gli ho ricordato la grande eccezione di San Paolo che una volta convertito, da persecutore dei cristiani, diventa apostolo delle genti e non se ne è stato zitto, ma anzi ha detto, fatto e scritto fino al martirio tutto quello che poteva dire, fare e scrivere. C'è poi da dire che la sua prosa è straordinaria, ed è anche ermetico e difficile, con una teologia così densa e profonda, ma è questo attivismo che a me piace molto perché il cristianesimo non è fermo e banalmente proselitistico ma sempre in movimento, pur essendo un atto d'amore e non mai di conversione forzata e di conquista.
ALBERTO DI GIGLIO – Pur non aderendo al messaggio cristiano della risurrezione, come se la immagina da come le è stata consegnata anche dalla letteratura?
GIULIANO FERRARA – La resurrezione è la fede, è la prova della fede.
ALBERTO DI GIGLIO – San Paolo tripartisce la natura umana in corpo, anima e spirito. L'uomo è un essere per sua natura ontologicamente spirituale. Come si esprime l'anelito spirituale e religioso in Giuliano Ferrara?
GIULIANO FERRARA – Non lo so. Lo saprei meglio se avessi la fede. Nel pratico e nel quotidiano, lei sa, siamo giornalisti occidentali, borghesi, romani, intellettuali, gente che vive di libri e notizie tutti i giorni, quindi siamo molto cinici e un po' abbruttiti dal nostro modello di vita. Una persona che non va a messa, che non prega, che non ha una comunità ecclesiale, che non pratica la fratellanza cristiana. Si tratta di una spiritualità più povera, meno evidente, però esieta anche nella vita quotidiana e nella costruzione della tua famiglia, nel rapporto con la natura e con gli animali, nel modo di vivere, nell'uso che fai deldenaro che ti sei guadagnato, nell'atteggiamento verso gli altri. Ci si aggrappa a vecchi reperti di proto-paleo cristianesimo della saggezza antica e anche dello stoicismo democristiano, ai saggi di Montaigne e leggendo Pascal, nella cultura e nei libri, e così facendo uno si guadagna quel poco di spiritualità senza la quale nessun essere umano può vivere.
ALBERTO DI GIGLIO – Siamo in chiusura. I nostri ascoltatori sono quelli di Radio Maria, e vorremmo rivolgesse un pensiero come chiusura di questo nostro bellissimo incontro.
GIULIANO FERRARA – Dico che voglio bene a questa emittente radiofonica. Complimenti anche ai tecnici perché si sente sempre dovunque. È un segno di differenza e di identità, una cosa diversa dal solito ron-ron e birignao della comunicazione contemporanea, e quando la ascolti senti nel canto, nel rosario, nelle prediche di Padre Livio, nelle impennate anche in termini di cultura civile nelle battaglie che fa, una nota diversa. E io ci tengo alla diversità, alla differenza e alla convivenza di ciò che non è omologato sotto il segno di un unico pensiero dominante.
L'INTERVISTA
Nè ateo nè devoto
Il direttore del Foglio racconta l'ultimo libro di Benedetto XVI e sé stesso, come non ha mai fatto prima. Per gentile concessione di Radio Maria, la rivista "Tempi" diretta da Luigi Amicone pubblica ampi stralci dell'intervista del professore e sociologo Paolo Sorbi al direttore del Foglio Giuliano Ferrara, andata in onda giovedì 19 aprile.
Leggi l'intervista completa (dal sito del settimanale)
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