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EVOLUZIONISMO

Contro Darwin e i suoi seguaci

La teoria darwinista è veramente un dogma scientifico oppure si tratta solo di una ipotesi, magari suffragata da poche prove scientifiche? Il darwinismo non ha rigore scientifico perché non è scienza galileiana: non è riproducibile, non ha basi matematiche, non può predire il valore esatto dei tempi che caratterizzano l'evoluzione umana.

 

Dall'intervento di FRANCESCO AGNOLI
a "Radio Maria" (29/11/2006)

Il tema Darwin è un tema sempre più attuale in merito alla polemica tra scienza e fede, spesso molto dura, con l'accusa nei confronti di coloro che mettono in dubbio alcune affermazioni contenute nel libro di Charles Darwin "L'origine dell'uomo" oggi riproposte all'attenzione di tutti da parte di personaggi famosi come Peter Singer, Umberto Verones, Piero Angela e molti altri.

Francesco Agnoli - Contro Darwin

F. Agnoli – A. Pertosa
CONTRO DARWIN
E I SUOI SEGUACI

Nietzsche, Zapatero, Singer, Veronesi

Fede & Cultura – 2006

Citando le tesi e spiegazioni dei più famosi autori e divulgatori delle tesi evoluzioniste e confrontandole con la realtà dei fatti e delle scienze più avanzate, gli Autori ne smascherano l'intento ideologico facendoci ridere degli svarioni che personaggi di spicco dicono impunemente e che la gente comune beve passivamente. Questo agile libretto si propone di spiegare in modo semplice e sintetico il pensiero di Charles Darwin, e dei suoi seguaci. Lo scopo principale è diradare le nebbie del mito che circondano il darwinismo, per capire veramente cosa esso sia, quali siano i suoi fondamenti e i suoi intendimenti. Per fare questo si fa ricorso alle fonti, cioè ai testi originali di Darwin e dei suoi seguaci, spesso epurati e addomesticati dalla vulgata più comune. È vero che Darwin ragionava da scienziato, oppure le sue idee sull'evoluzione gli provenivano da visioni filosofiche precedenti al suo famoso viaggio alle Galapagos? Darwin era ateo o credente? Che rapporti c'erano tra Darwin e Marx? E perché Darwin è diventato così famoso, e Wallace, che diceva le stesse cose, negli stessi anni, ma traendo conclusioni teologiche ben diverse, è sconosciuto ai più? Ancora: è una mentalità scientifica quella di credere che tutto sia materia, che la vita derivi dal caso, che il cranio dell'uomo cresca di dimensione a seconda di quanto viene "utilizzato"? Infine: quali sono le conseguenze del darwinismo nei nuovi campi della manipolazione genetica e della fecondazione artificiale? Ci sono legami tra alcune convinzioni nazionalsocialiste e Darwin? Zapatero e Umberto Veronesi, oggi, sono discepoli fedeli del pensiero darwinista?

Francesco Agnoli vive ed insegna a Trento. Collabora a Il Foglio, Avvenire, e alla rivista Il Timone. Ha pubblicato: Controriforme - Antidoti al pensiero scientista e nichilista (Fede & Cultura), La filosofia della luce: dal Big bang alle cattedrali, La fecondazione artificiale, e Storia dell’aborto nel mondo (il Segno), Voglio una vita manipolata, (Edizioni Ares); Conoscere il Novecento. La storia e le idee (Il Cerchio).
Alessandro Pertosa collabora con la rivista trimestrale Controrivoluzione e con Il settimanale di Padre Pio. Ha pubblicato: La fecondazione artificiale. Tra lotte ideologiche e falsità (Tabulafati) e Scelgo di morire? Eutanasia, accanimento terapeutico, eubiosia (Edizioni Studio Domenicano).

Il primo punto da chiarire è che l'evoluzionismo darwinista non è di per sé contrario alla fede. Infatti quantanche fosse vero che tutte le creature si fossero evolute da una larva originaria, come dice Darwin, che poi si sarebbe trasformata in tutte le creature dell'universo, noi dovremmo sempre considerare una causa originaria di questa larva. L'ipotesi scientifica del Bing Bang presuppone l'esistenza di una esplosione originaria da cui abbiano origine tutte le cose, e questa esplosione che fa menire in mente il concetto tipicamente cristiano della creazione. Come sappiamo, infatti, le altre religioni presuppongono che il mondo sia da sempre esistito. Una cosa simile si può dire per l'evoluzionismo. Dunque la teoria darwinista è veramente quel dogma che ci invitano a credere, cioé noi veramente deriviamo da forme scimmiesche, oppure si tratta solo di una ipotesi, magari pure suffragata da poche prove scientifiche?

Le prime avvisaglie del pensiero scientifico si hanno a partire dall'antica Grecia, patria dei primi filosofi e dei primi tentativi di elaborazione di un primo pensiero scientifico (si pensi a Euclide, Archimede, Eratostene, Pitagola). Il loro primo ragionamento è che esiste una natura ordinata, un cosmos (parola greca che possiamo tradurre con "ordine"). Il pensiero scientifico nasce dunque da uno stupore e da una ammirazione della bellezza e dell'armonia del creato: di fronte al questa bellezza, all'ordine e alla simmetria nessun greco, ma neppure scienziati successivi come Copernico e Keplero, si sogna di affermare che si tratti di esisi dovuto al caso. Tutti questi pensatori sostengono pertanto che il mondo è ordinato e che dietro a questo ordine c'è in qualche modo un ordinatore e un legislatore che ha posto mano alle leggi fisiche.

Per trovare la parola "caso" all'interno del pensiero scientifico dobbiamo aspettare Darwin, il quale sostiene che quasi tutto avviene a caso. Una volta introdotto il concetto di "caso", a Darwin sembra che la domanda sul perché dell'universo sia risolta. Newton invece, di fronte ad alcuni interrogativi sul creato, sscive: "Io sono come un bambino, che sulla spiaggia del mare gode di raccogliere le conchiglie nella infinita varietà che il mare ha buttato sulla spiaggia. Le raccolgo e me ne appassiono, mentre l’oceano misterioso dell’essere mi scorre accanto, ancora incomprensibile.” Allo stesso modo scrive Einstein: "La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero" e che "L’uomo che ha perso la facoltà di meravigliarsi e di umiliarsi davanti alla creazione è un uomo morto". Si tratta dunque di una profonda convinzione che questo nostro universo è qualcosa di perfetto e che può essere conosciuto attraverso uno sforzo razionale perché l'universo si presenta ai nostri occhi come un qualcosa di razionale e ordinato, ma anche di misterioso. Questo accade perché più lo indaghiamo e più ci accorgiamo socraticamente che sappiamo di non sapere perché l'uomo può indagare la natura e scavarne nele profondità, ma non arriverà mai a spiegarla completamente per il semplice fatto che non è lui il creatore di questa opera. Infatti un uomo non sa riprodurre in laboratorio neppure una cellula umana.

Charles Darwin ci dice che l'universo è nato principalmente da tre elementi: il caso, il tempo e la selezione naturale. In realtà, se ci soffermiamo sulla parola caso, ci rendiamo conto che si tratta di un non-ente non-causante nel senso che definiamo "caso" tutto ciò che non riusciamo a capire e di cui non conosciamo le cause. Se noi prendessimo delle lettere dell'alfabeto e le mescolassimo a caso, solo dopo un impressionante numero di tentativi riusciremmo ad ottenere una frase di senso compiuto, e sicuramente sarebbe impossibile in un tempo ragionavole produrre la Divina Commedia, che pure è un'opera di gran lunga meno complessa di un essere umano. Eppure la Divina Commedia non si è fatta a caso. Ammettendo pure questo e benché i calcoli statistici ci dicono che ci vorrebbe una infinità di tempo per avere una qualsiasi combinazione utile, se noi pensiamo che Darwin si riferiva ad una larva, dovremmo immaginare che le lettere mescolate a caso abbiano dato vita ad una ricetta di cucina che col tempo si è poi evoluta in una poesia di Petrarca, di Tasso e poi nei Promessi Sposi di Manzoni.

Perché Darwin decide di spiegare che l'origine dell'uomo è puramente casuale? Pur sapendo che con una tale teoria non avrebbe potuto abbattere la fede in un creatore, tanto che egli stesso non si definirà mai ateo ma agnostico, si rende conto che descrivendo l'uomo come un semplice animale solamente più evoluto degli altri non si nega il creatore ma lo si scredita. Questa è una caratteristica del suo pensiero, profondamente influenzato da istanze nichiliste e fortemente intriso di cultura progressista. Non è infatti un caso che nel momento in cui scrive la sua opera l'idea romantica ed idealistica di progresso si affermava nella sua massima universalità (pensiamo a Hegel, Shelling, Marx, Comte, Spencer). Questi personaggi, che sono filosofi, ritengono che l'uomo e che l'universo continua sempre a progredire, e Darwin si inserisce esattamente in questa prospettiva di pensiero riprendendo le idee evoluzioniste che altri pensatori avevano solamente accennato.

Contemporaneamente Alfred Russel Wallace, un altro grande studioso, scrive le stesse cose esattamente nello stesso periodo solo che nella sua concezione evoluzionista non inserisce l'essere umano, perché ritiene che l'uomo non possa essere considerato semplicemente il frutto di una evoluzione animale. Eppure fra Darwin e Wallace quello che si afferma è Darwin. Perché? Probabilmente perché darwin risulta molto più funzionale a tutta una serie di filosofie di pensieri presenti in quell'epoca. Darwin, durante la sua vita, vive non lontano da Carl Marx a cui voleva anche dedicargli una sua opera. Marx, a sua volta, si innamora subito del darwinismo perché gli sembra di aver trovato in lui la prova scientifica del suo materialismo: per Marx tutto è materia che evolve. L'uomo dunque è solo materia che evolve, l'anima non esiste, Dio non esiste. Marx parlerà di "socialismo scientifico" benché noi sappiamo che di scientifico nel suo materialismo e nel comunismo non ci fosse assolutamente nulla, se non milioni di morti. Il darwinismo però piace anche agli economisti liberisti e neoliberisti i quali, benché antitetici a Marx, sono anch'essi materialisti. Costoro sostengono che nella economia esiste una mano invisibile, quella del mercato, che regola tutto attraverso la legge della concorrenza. E cos'è il mondo di Darwin se non una mano invisibile (quella della selezione naturale) che regola tutto in base alla concorrenza (cioé alla legge del più forte in natura)? Ecco che in questo modo iniziamo a capire perché Darwin possa piacere così tanto al pensiero moderno.

Darwin piace anche ai membri della famiglia Huxley: Thomas Huxley (1825-1895) è il grandissimo amico di Darwin e padre del noto scrittore Aldous Huxley (autore del celebre romanzo Il Mondo Nuovo) e del primo presidente dell'UNESCO Julian Huxley, direttore della società eugenetica britannica (una associazione dichiaratamente razzista) e della Euthanasia Society. Il pensiero di Darwin si presta molto facilmente ad applicazioni pratiche abbastanza terribili perché se si parte dall'idea che l'uomo sia solamente un animale si finisce per considerare il mondo umano come un semplice zoo in cui l'animale malato (e dunque l'uomo malato) viene eliminato così come avviene in ogni buon allevamento.

Se noi leggiamo il testo originale del libro di Darwin, e non le spiegazioni che ci vengono date sui libri di scuola, ci rendiamo conto di come effettivamente Darwin avesse una formazione scientifica piuttosto strana. Così scrive ad un certo punto della sua autobiografia: "È probabile che il mio cervello si sia sviluppato proprio nel corso delle ricerche compiute durante il viaggio. Lo dimostra una osservazione di mio padre. La prima volta che mi vide dopo il viaggio si volse alle mie sorelle ed esclamò: «Guardatelo, gli è cambiata la forma della testa!»". Darwin dimostra nella sua autobiografia che l'aver molto pensato abbia determinato in lui una crescita del cranio. Certo, perché se l'uomo è solamente materia e il pensiero non è altro che materia anch'esso, pertanto persare allarga il cranio. Qual è la differenza più evidente tra il cranio dell'uomo e quello della scimmia? Solamente la sua maggiore grandezza. In questo periodo ci sono moltissime teorie che si rifanno a questo modo di pensare: la frenologia, la fisiognomica, la craniometria di Paul Broca. Queste teorie fanno sempre coincidere la superiorità intellettuale col volume celebrale. Ad esempio Paul Broca fa coincidere l'uomo bianco maschio, che ha il cervello più grande, con l'uomo superiore rispetto alle donne e alle altre razze inferiori. Già in Darwin possiamo dunque rintracciare i germi di quel pensiero positivista che avrà in Cesare Lombroso uno dei suoi più grandi interpreti, il quale riteneva di poter comprendere la persona dalla conformazione della sua testa. In questo caso si parla di determinismo materialista: se siamo solo materia allora non siamo liberi ma siamo determinati dalla nostra stessa materia. darwin, da buon materialista, era esattamente convinto di questo. E lo sarebbero stati anche i nazionalsocialisti che giravano per il mondo (in particolare in Tibet) a misurare le teste e gli arti degli indigeni per riuscire a risalire all'origine della stirpe ariana. In una concezione puramente biologica – e il nazionalsocialismo fu biologia applicata – in cui l'uomo è ridotto al suo patrimonio genetico, l'uomo è appunto misurabile esclusivamente in base alla sua materia.

Darwin si dedicava all'allevamento di bestiame e si era convinto di una cosa: se guardiamo al bravo allevatore notiamo che riesce a creare delle specie diverse e nuove. Perché dunque non ipotizzare che col tempo così come un allevatore crea nuovi tipi di cavallo così anche la natura abbia creato infinite tipologie di vita? Così facendo però Darwin paragona la selezione artificiale fatta dall'intelligenza umana (quella dell'allevatore) ad una selezione casuale fatta dalla natura mediante i fattori del caso e del tempo. Inoltre può la materia organica ordinata e vivente nascere dalla materia inorganica disordinata e non vivente? Questo Darwin non lo spiega, così come mai nessuno è mai riuscito in qualche modo a riprodurre scientificamente a dar vita a forme inorganiche così come operare trasformazioni in laboratorio da una specie all'altra. La "scienza darwiniana" non è dunque né riproducibile, né sperimentabile, né è prevedibile, dunque non ha nessuna delle tre caratteristiche fondamentali di qualsiasi scienza.

Nel libro L'origine dell'uomo Darwin abbandona totalmente il campo della scienza per addentrarsi nel campo della filosofia. Come mai ad un certo punto la scimmia ha iniziato a perdere il pelo, a camminare dritta, a sviluppare il cervello? Questo Darwin non ce lo sa spiegare, ma si limita a scrivere: "Se è vantaggioso stare eretto sui piedi e avere le mani e le braccia libere per il suo successo della battaglia per la vita, allora non posso scorgere nessuna ragione per cui non debba essere stato vantaggioso per i progenitori dell'uomo assumere la posizione eretta e divenire liberi". Questa però non è una dimostrazione, così come è tutto da provare che l'uomo sia l'essere più adatto all'ambiente in cui vive. Anzi, sembrerebbe semmai il contrario: pensiamo a come l'uomo debba faticare per vestirsi e costruirsi delle abitazioni perché sembra non essere adatto per nessun clima, o pensiamo ancora a tutte le scoliosi e i mal di schiena che derivano dal fatto di avere una postura eretta. Se Darwin, oltre cent'anni fa, non era in grado di spiegarci il perché di questa trasformazione, neppure ce lo sanno spiegare i moderni testi di biologia: "La stazione eretta e la locomozione bipede, la pelle glabra e il cervello più grande sono i segni distintivi della specie umana. Ma perché si sono evoluti? La risposta è che nessuno lo sa. Il fisiologo inglese Wheeler suggerisce in merito una tesi affascinante: i nostri antenati avrebbero sviluppato la stazione eretta perché questa consente di ridurre al minimo la superficie di esposizione del corpo al sole cocente della savana" (T. Audesirk, G. Audesirk , B. E. Byers, Biologia. La vita sulla Terra). Questa spiegazione però non ha nulla di scientifico. Quali sono poi i cosiddetti anelli mancanti che costituirebbero le prove paleontologiche della derivazione dell'uomo dalla scimmia e della derivazione delle forme viventi da altre forme viventi? Anche queste prove sono tutt'oggi inesistenti perchè non esiste nessuna fase né vivente né fossile di animale che si stia trasformando in un altro, mentre esistono varie dimostrazioni della microevoluzione, che però è tutt'altra cosa della macroevoluzione presentata da Darwin. Nella microevoluzione gli uomini cambiano un po' nel corso dei secoli, pur rimanendo sempre nella loro specie umana.

Uno dei punti fondamentali del pensiero di Darwin è quello secondo cui l'uomo è sostanzialmente un'animale solamente più evoluto. Ciò significa che le stesse qualità che sono nell'uomo ci sono anche nell'animale, con una differenza di quantità e non di qualità per quanto concerne le facoltà mentali. Di fronte ad una affermazione si rimane perplessi perché si può notare che mentre gli animali continuano nei secoli a fare ciò che continuano a fare, l'uomo crea opere artistiche, produce strumenti tecnologici, studia il mondo che lo circonda, parla e comunica, insomma, sembra un essere incommensurabilmente diverso dagli animali. Per Darwin anche gli animali usano un linguaggio, il che è vero, ma il linguaggio da loro usato è istintivo mentre il linguaggio nell'uomo ha infinite potenzialità combinatorie. La sintassi, ossia la composizione delle parole in frasi, che nell'uomo si presenta dopo i 4-5 anni, è una caratteristica tipicamente umana: possedere una sintassi significa poter moltiplicare all'infinito le possibilità di combinazione tra le parole disponendo così di uno strumento di comunicazione molto duttile e preciso. Ciò significa che il nostro linguaggio è un qualcosa di profondamente diverso da quello degli animali, tanto che il noto linguista Noam Chomsky sostiene che l'uomo dentro di sé ha una grammatica interna universale che permette potenzialmente di imparare a parlare ogni lingua. Come avrebbe fatto una scimmia ad imparare a parlare? Filosofi evoluzionisti allora si arrabattano davvero sugli specchi adducendo teorie alquanto singolari: il linguaggio umano discenderebbe dall'imitazione di linguaggi animali (cioé l'uomo imita l'animale e poi impara superando l'animale: incredibile!) o da suoni innati di natura emotiva associati a rabbia o a felicità. Robin Dumbar invece ci racconta una teoria a dir poco esilarante: il linguaggio si sarebbe sviluppato nell'uomo quando le dimensioni di gruppo sono aumentate e il grooming (la pulizia del pelo) non bastava più per consentire, come nei primati, la reciproca conoscenza e il controllo sociale. Il linguaggio altro non sarebbe, dunque, che una sorta di grooming verbale: una pulizia della mente per rendere coeso il gruppo. Pensare che il linguaggio, così come tutte le altre facoltà umane, siano derivate da qualcosa di inferiore è impossibile.

 

ALTRI LIBRI PER APPROFONDIRE

Giuseppe Sermonti
DIMENTICARE DARWIN
Rusconi, 1999

Questo libro non affronta l’annoso conflitto evoluzione-creazione ma è un invito a spostare l’attenzione su altri temi. Con il confronto molecolare non sappiamo neppure rispondere alla domanda “Perché una mosca non è un cavallo?”. Se un uomo ha quasi gli stessi geni di un topolino, di un insetto o di un fiore, dove è allora la base genetica della nostra singolarità? Il mistero della forma naturale e delle grandi differenze trai viventi è fuori del DNA, in “campi” immateriali che prescrivono le forme nello spazio. Nel finale l’Evoluzionismo è prospettato come una versione laica del Genesi biblico.

Mariano Artigas
LE FRONTIERE DELL'EVOLUZIONISMO
Edizioni Ares, 1993

Mariano Artigas è un fisico, ma è anche un teologo, e ciò gli consente di parlare bene entrambi i «linguaggi delle origini». Nel volume affronta tutti i problemi connessi con l’evoluzione del mondo e dell’uomo: la creazione, il Big Bang, l’eternità della materia e l’inizio del tempo, la vita e l’ordine dell’universo. La prefazione è curata dal premio Nobel John Eccles.

 

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