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CHIESA & MONDO
Il dramma dell'umanesimo ateo
Presentazione dell'insigne (e attualissima) opera di Henri De Lubac
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Henri de Lubac
IL DRAMMA DELL'UMANESIMO ATEO
L'uomo davanti a Dio
Edizioni Jaca Book – 1992
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Se i diversi capitoli di questa opera non sono organizzati in un insieme sistematico, nondimeno essi hanno, nelle intenzioni dell'autore, un unico oggetto. Sotto le innumerevoli correnti superficiali che portano in tutte le direzioni il pensiero dei nostri contemporanei, ci è sembrato infatti che esistesse una corrente profonda, già antica del resto, o piuttosto una sorta di immensa deriva: sotto la spinta di una parte considerevole dei suoi migliori pensatori, l'umanità occidentale rinnega le sue origini cristiane e volta le spalle a Dio. Non ci riferiamo a un ateismo volgare, che è tipico più o meno di ogni tempo e non offre nulla di significativo; e nemmeno a un ateismo puramente critico, i cui effetti continuano a farsi sentire ancor oggi, ma che non costituisce una forza viva perché si dimostra incapace di sostituire ciò che vuole distruggere: tutt'al più lo si può considerare l'alveo di quell'ateismo di cui noi intendiamo parlare. L'ateismo contemporaneo vuole essere sempre più positivo, organico, costruttivo. Nell'unire a un immanentismo di natura mistica una lucida coscienza del divenire umano, esso presenta tre aspetti principali, che potranno almeno essere rappresentati da tre nomi: Auguste Comte, Ludwig Feuerbach (al quale occorre aggiungere il nome del suo discepolo Karl Marx) e Friedrich Nietzsche. Attraverso una serie di mediazioni, di aggiunte, di mescolanze e spesso anche di deformazioni, le dottrine di questi tre pensatori dell'ultimo secolo si trovano ancor oggi a ispirare tre filosofie dell'esistenza, sociale e politica nonché individuale, ciascuna delle quali esercita un potente fascino. L'attualità del loro studio è dunque fin troppo evidente. Quali che siano le vicissitudini delle cause e delle parti che lottano tra loro sulla scena, esse minacciano di restare attuali, sia pure sotto forme forse rinnovate, ancora per lungo tempo.
Umanesimo positivista, umanesimo marxista, umanesimo nietzschiano: molto più che un ateismo propriamente detto; la negazione che sta alla base di ognuno di essi è un antiteismo, e più precisamente un anticristianesimo. Per quanto siano tra loro contrapposte, le loro implicazioni, sotterranee o manifeste, sono numerose, e come hanno un fondamento comune nel rifiuto di Dio, così pure arrivano a esiti analoghi, il più importante dei quali è l'annientamento della persona umana. Noi ci siamo sforzati di mettere qui in piena luce questo duplice carattere, pensando che questa semplice esposizione potrebbe essere certamente, se non la più efficace delle «confutazioni», almeno quella da cui conveniva cominciare. Il lettore non troverà in queste pagine quasi nessuna discussione teorica. Così pure non vi troverà quasi nulla di ciò che comunemente viene chiamata «teologia». Questo non è altro che un quadro storico, il cui tratto essenziale, che spesso altrove ci sembrava troppo poco sottolineato, è stato fortemente accentuato.
Si tratta dunque innanzi tutto di una «presa di coscienza», proposta ai cristiani, della situazione spirituale del mondo in cui sono impegnati. Non ignoriamo che il positivismo è un'immensa costruzione di filosofia scientifica e di «politica positiva»; che il marxismo – che ha avuto la sua summa, per non dire la sua bibbia, nel Capitale – è un vasto e potente sistema di economia politica e sociale; che il pensiero di Nietzsche offre un'abbondanza di risorse pedagogiche, nel senso più profondo del termine, di straordinaria ricchezza. Vi si incontrano parecchi elementi sui quali un cristiano, in quanto tale, non ha nulla da dire; ve ne sono poi molti altri, spesso tra loro contraddittori, che egli potrebbe fare propri liberandoli dalla sintesi che li falsa e riconciliandoli tra loro. Molte arditezze non devono fargli paura. Va infine aggiunto che il cristiano vi può leggere, perfino dietro le parole più blasfeme, alcune critiche di cui non potrà non riconoscere la giustezza. Questi tre insiemi non sono però tre blocchi infrangibili. Nella vita reale delle coscienze si producono molte dissociazioni, tanto che tutti quelli che si professano e che forse sono in larga parte positivisti, marxisti o nietzschiani, non per questo sono atei. Alcuni, per esempio, lasciando aperto il problema metafisico, abbracciano il marxismo solo in forza del suo programma sociale, oppure, senza esaminare nei dettagli questo programma, perché spinti dalle proprie aspirazioni sociali; a volte sono più cristiani di quelli che li combattono, e spesso anche interpreti più lungimiranti della storia. Certe massime di origine comtiana sono servite a esprimere ciò che vi è di più sano negli ambienti conservatori. E ancor più: noi sappiamo pure che molte idee di impronta più o meno marxista, nietzschiana o positivista, possono trovare posto in questo o quell'abbozzo di sintesi nuove, di cui non possiamo del resto contestare né l'ortodossia, né il valore e nemmeno l'opportunità. L'opera di assimilazione non finisce mai nella Chiesa, e non è mai troppo presto per iniziare!
E tuttavia i sistemi, quali sono stati creati e mantenuti vivi dalla loro ispirazione profonda, non mancano di una logica intcriore. È questo che è indispensabile tenere innanzi tutto presente se non si vuole correre il rischio di pericolose sbandate. Nel triplice caso da noi considerato, questa ispirazione e questa logica spingono con forza la nostra umanità lontano da Dio, e nello stesso tempo la immettono nelle vie di una doppia schiavitù, sociale e spirituale.
Feuerbach e Marx, così come Comte e Nietzsche, erano convinti che la fede in Dio stesse scomparendo per sempre, che questo sole stesse tramontando sul nostro orizzonte per non sorgere mai più. Il loro ateismo si credeva e si voleva definitivo, pensando di avere un vantaggio sugli antichi ateismi, quello di eliminare completamente il problema che aveva fatto nascere Dio nella coscienza. Antiteisti come Proudhon, e in un senso ancor più radicale, essi non sono arrivati a concludere come lui che l'esistenza di Dio, quanto quella dell'uomo, «è provata dal loro antagonismo eterno». Essi non hanno avuto come lui quel senso di un ritorno offensivo del mistero, e di un mistero che non è solo quello dell'uomo, dopo ogni sforzo tentato per vincerlo. Dietro la varietà dei suoi stili, il loro «umanesimo» ci appare ugualmente cieco. Nietzsche stesso è rimasto sepolto nella sua notte, e tuttavia il sole non ha smesso di sorgere! Quando Marx non era ancora morto e Nietzsche non aveva ancora scritto i suoi libri più scottanti, un altro uomo, pure lui genio inquietante ma più veritiero profeta, annunciava con strani bagliori la vittoria di Dio nell'anima umana, la sua eterna resurrezione.
Dostoevskij non è che un romanziere. Non propone un sistema, non tornisce alcuna soluzione ai terribili problemi che pone al nostro secolo l'organizzazione della vita sociale. È, se vogliamo, in una condizione di interiorità. Ma sappiamo almeno riconoscere il significato di un simile fatto. Non è vero che l'uomo, come sembra talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero però che, senza Dio, non può alla fin dei conti che organizzarlo contro l'uomo. L'umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano. Del resto, la fede in Dio, quella fede che ci inculca il cristianesimo in una trascendenza sempre presente e sempre esigente, non ha come scopo di sistemarci comodamente nella nostra esistenza terrena per farci addormentare in essa – per quanto febbricitante possa essere il nostro sonno. Ma, piuttosto, essa ci rende inquieti e incessantemente viene a rompere quell'equilibrio troppo bello delle nostre concezioni mentali e delle nostre costruzioni sociali. Irrompendo in un mondo che tende sempre a chiudersi, Dio vi apporta senza dubbio un'armonia superiore, ma che può essere raggiunta solo a prezzo di una serie di rotture e di lotte, serie lunga tanto quanto il tempo stesso. «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada»: Cristo è anzitutto il grande turbatore. Questo non vuoi dire certamente che non vi sia una dottrina sociale della Chiesa che deriva dal Vangelo. Tanto meno ciò tende a distogliere i cristiani, uomini e membri della città come i loro fratelli, dallo sforzo di risolvere, in conformità con i princìpi della loro fede, i problemi della città: essi anzi vi si sentono spinti da una necessità in più. Ma nello stesso tempo sanno che, siccome il destino dell'uomo è eterno, non deve fermarsi alla vita di quaggiù. La terra, che senza Dìo potrebbe cessare di essere un caos solo per diventare una prigione, è in realtà il campo magnifico e doloroso dove si prepara la nostra esistenza eterna. Così la fede in Dio, che nulla potrà mai strappare dal cuore dell'uomo, è la sola fiamma nella quale si conserva, umana e divina, la nostra speranza.
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