| 
APPROFONDIMENTI




 

|
TEMI CULTURALI
Neoilluminismo: padri e figli
Oggi le «forche caudine» laiciste impongono limiti e modelli a ogni posizione che cerca di affermarsi nel dibattito pubblico. Ma il continuo richiamo all’eredità di Voltaire spesso nasconde contaminazioni con correnti nichiliste e del «pensiero debole».
di EDOARDO CASTAGNA
(da "Avvenire" del 17/01/2006)

Francois Marie Arouet (Voltaire)
|
C'è un certo paradosso nel continuo richiamarsi all'eredità dell'Illuminismo in tempi di «pensiero debole». Oggi i postmoderni sottolineano, da una parte, i limiti della ragione umana – che, sul versante morale, rinuncia a stabilire norme e valori validi al di là di un ristretto qui e ora – e dall'altra, si rifanno costantemente a certi principi, elaborati nel contesto culturale del Settecento europeo e ora trasformati in bussole universali. Resta l'interrogativo su quanto ci sia di realmente illuminista all'interno del "sistema" neoilluminista oggi imperante, variamente incrociato con i positivismi, i nichilismi e i relativismi che si sono via via affermati.
In Italia la corrente neoilluminista ha iniziato a formarsi subito dopo la Seconda guerra mondiale, soprattutto a Torino con Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio e Ludovico Geymonat, anche se non mancarono gli apporti di area milanese di Antonio Banfi, Giulio Preti, Enzo Paci. Per Geymonat il nuovo razionalismo «deve essere ben più agguerrito e penetrante di quelli che caratterizzarono i secoli passati», capace di tener testa alle filosofie «mistiche e decadenti» e «di soddisfare le esigenze di ricostruzione e di logicità caratteristiche della nuova epoca». Già nel 1945 erano chiare le caratteristiche del paradigma neoilluminista: l'aggressività, la contrapposizione al sacro, l'adeguamento allo spirito moderno, il legame con la scienza. Un programma che ben si inseriva nel quadro della cultura di quell'epoca, concentrata sul campo del finito storico. Il neoilluminismo si strutturava come un orientamento filosofico empirista, attento alle scienze naturali e umane e alle nuove correnti etiche anglosassoni. Così i veri padri del neoilluminismo sembrano, più che i Voltaire o i Rousseau, i teorici delle etiche "razionali": dal neoutilitarismo di John Harsany alla metaetica non cognitivista di Richard M. Hare, ma anche fino all'etica del discorso di Jürgen Habermas.
Se oggi non si pensa più che la ragione possa illuminare qualsiasi punto oscuro che stuzzichi la curiosità umana, almeno la si ritiene capace di far bene i conti del pro e del contro. Espellendo tutto ciò che resta di "misterioso" nell'uomo e nel mondo, il modello scientifico è stato esteso anche alla morale, dove il calcolo delle conseguenze è rimasta l'unica guida etica. Lo schema, magari implicito, resta quello dell'utilitarismo, che attribuisce ugual valore a qualsiasi preferenza. L'uomo non ammette più alcuna istanza morale al di fuori dei suoi calcoli, e compito della ragione è quello di superare definitivamente gli agganci della morale alla religione, magari salvando il salvabile: «La società postsecolare – affermava Habermas prima di aprirsi, negli ultimi anni, a un più costruttivo dialogo con il pensiero cattolico testimoniato, tra l'altro, dal suo dialogo con Ratzinger raccolto in Etica, religione e Stato liberale (Morcelliana) – prosegue nei confronti della religione il lavoro che la religione compì a suo tempo sul mito. Sensazioni morali finora adeguatamente espresse solo dal linguaggio religioso potrebbero trovare una risonanza generale nella modalità della traduzione». Allo stesso modo, Abbagnano sosteneva che per scegliere un codice morale «l'uomo deve rivolgersi alla ragione critica e all'esperienza storica per decidere nel miglior modo possibile». Il corollario è uno spirito anticlericale e una riduzione della religione al privato. Per Richard Rorty «l'anticlericalismo è una visione politica, è l'idea che le istituzioni ecclesiastiche siano così pericolose per la salute delle società che la miglior cosa per loro sarebbe sparire». E anche Bobbio sottolineava che «oggi la maggior parte dei conflitti che turbano la pace nel mondo sono aggravati, resi più violenti e insolubili, da tradizionali inimicizie di carattere religioso».
La ragione si pone dei limiti e, al tempo stesso, non tollera che qualcosa sopravviva al loro esterno: nel paradigma neoilluminista l'originaria matrice settecentesca si è intrecciata con i filoni, solo apparentemente inconciliabili, del nichilismo e del relativismo. Se nel XVIII secolo l'Illuminismo era moralmente compatto – per Voltaire esisteva un'unica legge morale valida sempre e dovunque – oggi, invece, si è abbandonata l'idea di trovare una legge morale comune. Il relativismo è diventato un dogmatismo, che si crede in diritto di considerare tutto il resto come uno stadio dell'umanità superato. In assenza di un quadro di valori stabile e comunemente riconosciuto, l'appello alla libertà contro l'Ancien regime degli illuministi è degenerato in quel libertarismo, individualista all'estremo, che trova spazio su molta stampa italiana. Eugenio Scalfari, su La Repubblica, ha offerto una sintesi del "lascito illuminista": «La relativizzazione dell'Assoluto in tutte le sue forme, un'intera e compiuta ontologia intrisa di scetticismo, sperimentalismo, irriverenza, rottura col passato, rifiuto dell'autorità e della sacralità, procedere con sentimento morale e razionalità intellettuale traendo dal buio alcune provvisorie certezze che galleggiano sull'oceano del caos».
I presupposti filosofici, insieme a un atteggiamento arrogante e sprezzante, hanno trasformato il paradigma neoilluminista in una specie di forche caudine attraverso il quale ogni pensiero deve passare, chinando il capo, se vuole essere ammesso al diritto di esistere nell'epoca della postmodernità. Gianni Vattimo arriva a scrivere che «la dissoluzione delle strutture sacrali della società cristiana, il passaggio ad un'etica dell'autonomia, della laicità dello Stato, a una meno rigida letteralità nella interpretazione dei dogmi e dei precetti, non va intesa come un venir meno o un congedo dal cristianesimo, ma come una più piena realizzazione». Dove la "realizzazione" coincide con l'adeguamento ai paletti posti dalla ragione, sia pur «debole». L'apparente paradosso di un "illuminismo" in tempi di pensiero debole si scioglie nel momento in cui l'autonomia del soggetto uscito «dallo stato di minorità» – questo sì un postulato genuinamente illuminista – è degenerata, per l'indebolirsi del quadro di valori ancora vivo nel Settecento, in un individualismo libertario, dove il soggetto, con le sue pulsioni e le sue preferenze più o meno motivate, diventa l'unica norma valida dell'agire sociale.
PER CAPIRE
Il neoilluminismo vuole ritornare alla centralità della ragione umana, nella quale vede il mezzo capace di dominare la natura e abolire ogni rimando al soprannaturale e non la funzione speculativa decisiva nella costituzione dell'uomo. Alla religione viene concesso soltanto uno spazio privato, che le nega il diritto di intervenire nel pubblico dibattito; dal punto di vista morale, l'etica deve costituirsi esclusivamente attraverso il confronto tra le varie posizioni espresse dagli individui, tutte poste sullo stesso piano. Escluso ogni riferimento a valori immutabili, il pluralismo sfocia in relativismo, ovvero nell'affermazione che tutti i valori e le opinioni hanno, costitutivamente, uguale fondatezza – inevitabile conseguenza dell'abolizione del senso stesso di una ricerca fondamenti che vadano al di là delle preferenze individuali.
A poche settimane prima dell'elezione al
Soglio, il cardinale Joseph Ratzinger ricevette a Subiaco
il premio san Benedetto, occasione per una conferenza che parlò anche di illuminismo
e neoilluminismo. Ratzinger ricordò che «l'illuminismo
è di origine cristiana ed è nato non a caso
proprio ed esclusivamente nell'ambito della fede cristiana»
e che, nel Settecento, ebbe una funzione salutare «laddove
il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato
tradizione e religione di Stato». Ratzinger ribadì
che «il cristianesimo, fin dal principio, ha compreso
se stesso come la religione del logos, come la
religione secondo ragione» che «in quanto religione
dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là
dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto
di considerare la religione come una parte dell'ordinamento
statale, postulando così la libertà della fede».
Nel contesto dell'Ancien regime, «è stato...
merito dell'illuminismo aver riproposto questi valori originari
del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria
voce». Ma questo poté accadere perché
«a quell'epoca... le grandi convinzioni di fondo create
dal cristianesimo in gran parte resistevano». E proprio
questo segna il netto distacco tra i Lumi settecenteschi e
l'odierno neoilluminismo. Ratzinger denunciò l'attuale
«autolimitazione della ragione positiva, che è
adeguata nell'ambito tecnico, ma che, laddove viene generalizzata,
comporta invece una mutilazione dell'uomo. Ne consegue che
l'uomo non ammette più alcuna istanza morale al di
fuori dei suoi calcoli e... anche che il concetto di libertà,
che... potrebbe sembrare espandersi in modo illimitato, alla
fine porta all'autodistruzione della libertà». |
I commenti
Vittorio Possenti: «Ma i philosophes non scadevano in relativismi. Non c'è reciproco riconoscimento: si svaluta
come fondamentalismo ogni affermazione di valori stabili»
di EDOARDO CASTAGNA
(in "Avvenire" del 29-30/12/2005)
Dei vecchi Lumi resta proprio poco, nella vulgata neoilluminista
oggi dominante. Secondo Vittorio Possenti, docente di Filosofia
politica all'università di Venezia, i temi centrali dei philosophes
sono stati stravolti, magari salvando un'apparente somiglianza di
formule e parole: «Nel Settecento il dibattito ruotava attorno
a tre concetti chiave: la fiducia nella ragione e nel progresso,
la natura e la libertà».
• Oggi invece, professor Possenti?
«Nel nostro tempo non si ha più la la stessa fiducia
nel progresso, e il discorso dei neoilluministi si è spostato
piuttosto sulla possibile riforma della società all'insegna
dei diritti umani e della democrazia. Anche l'idea di natura è
cambiata: per gli illuministi non era solo fisica, ma includeva
anche l'idea – o il progetto – che la sorreggeva. Nel caso dell'uomo,
natura era l'essenza umana. Oggi, in omaggio al pensiero debole
e post-metafisico, la natura è stata ridotta dai neoilluministi
alla sola sua componente fisica. Il che ha portato a uno stravolgimento
delle posizioni sulla legge morale naturale: affermata dagli illuministi,
negata dai neoilluministi».
• E l'idea di libertà?
«Anche questa è stata profondamente ridisegnata. Nel
Settecento i Lumi rivendicavano la libertà individuale nel
contesto dell'Ancien regime, dove ciò che chiamiamo i diritti
umani erano pressoché inesistenti. Il neoilluminismo ricalibra
l'idea di libertà puntando tutto sull'individuo, immaginato
come autonomo in senso quasi assoluto. All'uomo si attribuisce completa
indipendenza nelle decisioni, che sono considerate presentabili
solo se prese "come se Dio non esistesse". Ma anche questa
prospettiva è estranea all'Illuminismo storico, che al suo
interno contava sia correnti atee e materialiste sia altre religiose.
Con Voltaire nel punto di congiunzione».
• Non sono veri Lumi quelli che oggi si richiamano con tanta
insistenza?
«Sulla grande stampa italiana la prospettiva culturale prevalente
è neoilluminista. Ma, a differenza dei Lumi, questa civetta
con il relativismo. Nel Settecento l'Illuminismo era moralmente
compatto; oggi si abbandona l'idea di trovare una legge morale comune
e si interpreta il pluralismo etico – che è un dato di fatto
reale – come un relativismo – che è invece una scelta culturale».
• È un movimento compatto?
«No, qualche sfumatura di accento c'è. A sinistra domina
un'interpretazione estremista del neoilluminismo, che punta tutto
sui diritti umani ma che, al tempo stesso, scambia per libertà
quei frammenti iperlibertari che assegnano all'uomo un'autonomia
assoluta. A destra, invece, si conferma la distinzione tra Stato
e Chiesa, insieme a un sano riserbo conservatore verso le novità.
Specie in campo biotecnologico».
• Qual è l'alternativa ai diktat posti dai mâitres
à penser dei nuovi Lumi?
«Il ritorno al pensiero metafisico. Tutto il neoilluminismo
esclude la ragione teoretica e inclina piuttosto verso il pensiero
debole. Se si priva la natura dei rimandi trascendenti non rimane
altro che la natura fisica; nell'uomo, la corporeità. Il
discorso etico si riduce alla ricerca di qualche possibile accordo
di procedura, tanto per non farsi danno l'un con l'altro. Ma ai
neoilluministi e ai loro teoremi libertari si oppongono i personalisti,
che difendono la globalità e l'integrità della persona».
• C'è dialogo tra i due fronti?
«Poco, perché manca il reciproco riconoscimento. Il
neoilluminismo ammette soltanto l'autocomprensione: ciò che
non rientra nel suo paradigma, non ha diritto di esistere ed è
subito bollato come dogmatismo e fideismo. Invece è delicato
– e cruciale – distinguere il fondazionismo dal fondamentalismo.
Il fondazionismo è la ricerca razionale di un criterio di
verità; il fondamentalismo, al contrario, è una spinta
impositiva della volontà. Il neoilluminismo muove una giusta
critica al fondamentalismo, ma poi finisce per includerci anche
il fondazionismo».
Salvatore Natoli: «Contro lo scientismo c'è bisogno di ragion critica. Oggi serve ancora lo spirito del '700. Ma evitiamo le derive: i valori vanno discussi, non distrutti»
Di Lumi ci sarebbe ancora un gran bisogno, secondo Salvatore Natoli,
docente di Filosofia teoretica presso l'università
di Milano-Bicocca. «Quello che scarseggia nella nostra società
è proprio lo spirito critico elaborato e affinato nel Settecento».
Il neoilluminismo non risponde a questa necessità, anche
se ha ridimensionato l'eccessiva fiducia riposta nella ragione
proprio dai philosophes: «È stata positiva la critica
neoilluminista all'idea che la ragione abbia un potere assoluto,
quasi che potesse "superare" ogni mistero e guidare con
la tecnica le sorti del mondo. Ma un conto è la potenza della
tecnica, un altro sono gli interrogativi sul senso di un tale potere.
Ecco quindi che è necessario ritornare alla lezione di Kant
che, mentre esortava l'uomo al coraggio della responsabilità
e all'autonomia, indagava anche alla ricerca dei limiti e
delle possibilità dell'intelletto umano. La ragione
coincide con la dignità dell'uomo, è ragione
critica e autocritica: questo è l'Illuminismo da riprendere,
di cui c'è un gran bisogno nel mondo attuale».
• Oggi la ragion critica latita, professor Natoli?
«Purtroppo nel nostro tempo la critica s ta sparendo. Tramontato
il potere delle ideologie, si è imposto quello mediatico.
Un potere retorico, che gioca sui sentimenti e che per questo è
perfino più pervasivo e dannoso delle vecchie ideologie.
Il pericolo si annida nella capacità di manipolazione di
questo potere mediatico, contro il quale dobbiamo saper opporre
discernimento. Ovvero, dobbiamo saper recuperare il nucleo profondo
dell'Illuminismo».
• Cioè?
«Cioè la critica, da esercitare soprattutto contro
la deriva intellettuale che esalta la ragione come scienza e come
potenza. Dobbiamo riconoscere che la scienza ha, in effetti, aiutato
potentemente l'emancipazione dell'uomo e l'allargamento
dei suoi ambiti d'intervento. L'uomo è cresciuto,
ma poi il suo successo è diventato una fonte d'illusione
e di eccessive speranze. Soprattutto per chi – la gran massa
della popolazione – ha goduto dei frutti delle scienze senza
sperimentare lo spirito critico che ne ha accompagnato la ricerca
e lo sviluppo. La potenza della scienza ha finito per generare una
mitologia della scienza. Ed è contro questa mitologia che
dobbiamo ritornare allo spirito originale dell'Illuminismo».
• Criticare sempre e comunque?
«L'eccesso di critica è corrosivo, perché
così non resta più nulla di stabile; si degenera in
una dissolutoria assenza di riferimento. Ma questo effetto non è
conseguenza necessaria dell'esercizio critico. È vero
che non è possibile arrivare a dimostrare l'esistenza
e la natura di un fondamento incondizionato dei valori, ma l'uomo
ha comunque bisogno di leggi stabili. Su questo è possibile
discutere: purché chi vuole introdurre dei cambiamenti sappia
mostrare qualche buon motivo, e non si limiti a critiche distruttive.
Non si discutano i valori, ma sui valori. Il relativismo assoluto
è una patologia, è l'altra faccia del dogmatismo.
In entrambi i casi c'è un rapporto sbagliato con la
verità, che invece è sempre discorsiva».
• Dogmatismo: l'accusa che più spesso viene
rivolta alla Chiesa, quando propone posizioni scomode...
«Ma non ha senso impostare una lotta tra Chiesa e Stato. Il
bene pubblico riguarda tutti, e la religione riguarda la società.
Ci sono molteplici forme religiose, e lo Stato deve saperle tutelare
tutte. Non si può escludere la religione da ciò che
è: vita sociale. Senza che questo debba portare alla teocrazia:
alla Chiesa non tocca il compito di contrattare spazi e accordi,
ma quello di lavorare per influire nella società, il suo
ambito naturale».
• Così come sta facendo per l'integrale applicazione
della legge 194?
«Esatto: è questo il modo per ri-cristianizzare la società. Nessuna imposizione, ma un'evangelizzazione capace di convincere».
|
APPROFONDIMENTI

|