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CONTRO-INFORMAZIONE
Galileo e la Chiesa
Bene accolto a Roma dai gesuiti, scatenò invece l’invidia accademica dei colleghi aristotelici toscani
di FRANCESCO AGNOLI

Galileo Galilei |
Dopo il processo a Gesù, quello a Galilei è il più conosciuto e dibattuto nella storia. Conosciuto, in realtà, molto male, se è vero che per tantissime persone esso segna un contrasto insanabile tra fede e scienza, tra chiesa e rivoluzione scientifica. Cercherò di dimostrare, analizzando la vita e il pensiero del grande Galilei, che i luoghi comuni, ribaditi con tenacia dai calunniatori, e ben digeriti dall’abbondanza dei rimasticatori di frasi fatte e di pensieri già pensati, hanno avuto la capacità, nell’immaginario collettivo, di ribaltare sostanzialmente i termini del discorso. Che, in breve, sono questi: anzitutto Galilei fu sempre un cristiano, non per comodità, ma per convinzione personale; in secondo luogo il suo straordinario magistero è dovuto al suo appartenere a una cultura, quella italiana, profondamente cattolica, che dopo oltre mille e cinquecento anni stava ancora affrancandosi, pian piano, dalle favole politeiste ereditate dal paganesimo; infine Galilei divenne il “divin uomo”, lo scienziato famoso e ben pagato che fu, in buona parte grazie proprio alla chiesa, che accolse e consacrò tutte le sue scoperte più importanti, nessuna esclusa, e che entrò in conflitto con lui, nelle persone di Roberto Bellarmino e Urbano VIII, soprattutto per questioni personali e di metodo, più che scientifiche, non senza qualche torto, e qualche ragione. Ma andiamo con ordine.
È bene anzitutto partire dal quadro storico in cui Galilei va inserito. L’Italia, sede del papato, è anche la patria delle università, dei comuni, del rinascimento, dell’arte, della rinascita della medicina; è il luogo di formazione del canonico Copernico, e di scienziati come Vesalius ed Harvey… La scienza moderna dunque non nasce già calzata e vestita, d’improvviso, come un fiore nel deserto, come Atena dalla testa di Zeus, bensì affonda le radici nel pensiero cristiano, così espresso da Agostino: “Lontano da noi il pensiero che Dio abbia in odio la facoltà della ragione… Lontano da noi il credere che la fede ci impedisca di trovare o cercare la spiegazione razionale di quanto crediamo, dal momento che non potremmo neppure credere se non avessimo un’anima razionale”.
Galilei nasce a Pisa, nel 1564. Nel 1589, grazie all’appoggio del cardinal Francesco Del Monte, viene nominato lettore di matematica nella sua città; poi si sposta a Padova. Subito rivela doti straordinarie, insieme a un carattere difficile, che lo mette in contrasto molto spesso con i colleghi universitari. Nel 1609, perfezionando uno strumento di invenzione altrui, costruisce il suo primo telescopio. Inizia così l’avventura intellettuale del grande pisano. Galilei, qui sta la novità, punta il cannocchiale al cielo, e con la pubblicazione del Sidereus nuncius rende note le sue scoperte: il carattere scabro e irregolare della superficie lunare, costellata di rilievi e avvallamenti; un immenso numero di stelle oltre a quelle conosciute; quattro satelliti intorno a Giove.
Cosa c’è di anticristiano in queste scoperte? Nulla. Di antipagano? Tutto. Infatti la cosmologia dell’epoca è ancora quella aristotelico-tolemaica: i cristiani, soprattutto i commentatori del Genesi, la avevano spesso criticata, ma senza proporre nessuna alternativa generale. Per questo, nel XVI secolo, molti dotti credono a una Luna e pianeti cristallini, perfetti, incorruttibili, di quinta essenza e cioè divini. Per costoro, come per Aristotele, esistono due fisiche: quella terrestre, e quella celeste. Anche questa visione dualista era stata già combattuta da cristiani come Ambrogio, Grossatesta, e tanti altri, i quali facevano questo semplice ragionamento: un solo Creatore, un solo legislatore universale, dunque una sola fisica. Nel suo Esamerone, più di mille anni prima, Ambrogio spiegava che “in principio Iddio creò il cielo e la terra”, “simultaneamente”, con un “atto fulmineo della sua volontà”, non come due entità qualitativamente diverse, ma come creature procedenti dallo stesso Creatore. E accennando ad Aristotele affermava: “Non concludono nulla dunque, coloro che per sostenere l’eternità del cielo hanno ritenuto di dover introdurre un quinto elemento etereo” (la quinta essenza, ndr), perché cielo e terra, avendo iniziato a esistere nel tempo, sono entrambi “corruttibili”.
Nessuna scomunica per il cannocchiale

Una pagina Sidereus Nuncius con i disegni di Galileo che ritraggono le fasi dei satelliti di Giove. |
La reazione al Sidereus Nuncius, e cioè all’unificazione di fisica terrestre e fisica celeste, che è la grande e imperitura conquista del pisano, non si fa attendere. Chi si oppone? Gli astrologi, i medici che legano le malattie agli influssi astrali, matematici di Parigi, Bologna, Padova… cattedratici che non vogliono abbandonare la propria visione del mondo, e il proprio prestigio. Nessuna scomunica religiosa, o d’ambito cattolico, di fronte a una constatazione che mette in crisi l’idea di divinità immanenti, ma che risulta da subito perfettamente concorde con quella di un Dio trascendente. “A Pisa, a Firenze, a Bologna, a Venezia, a Padova, molti, o mio Keplero, hanno visto, ma tutti tacciono ed esitano”. Così scrive Galilei a Keplero, mentre l’aristotelico Cesare Cremonini si rifiuta di guardare nel cannocchiale, invocando l’ipse dixit del pagano Aristotele. Al disappunto e all’incredulità dei più, si aggiunge l’invidia, con la nomina di Galilei, da parte di Cosimo II de Medici, a Primario Matematico dello studio di Pisa, con uno stipendio straordinario di mille scudi all’anno. Ma chi consacrerà le scoperte e la figura di questo scienziato subito in grande difficoltà e con tanti avversari “laici”?
L’ordine dei gesuiti
È Galilei stesso, dopo le sue scoperte, a volerle patrocinare a Roma, presso la prestigiosa Accademia di Matematica dei gesuiti del Collegio romano. In quest’epoca i gesuiti sono un ordine diffuso in tutto il mondo, con immensi meriti in campo scientifico. Padre Matteo Ricci, ad esempio, è colui che negli stessi anni introduce la scienza occidentale in Cina, facendo conoscere a quel paese l’orologio automatico, la matematica, la geometria e la cartografia dell’occidente e insegnando ai cinesi che la terra è tonda e non quadrata. Di poco posteriori sono i gesuiti Martino Martini, autore nel 1655 del Novus Atlas Sinensis, il primo “Grande atlante della Cina”, ed Eusebio Chini, esploratore, cartografo, che avvia lo sviluppo civile ed economico delle terre che oggi costituiscono lo stato del Sonora e quello dell’Arizona, insegnando agli indigeni l’arte della coltivazione, dell’allevamento, dell’irrigazione, della distillazione… I gesuiti sono missionari, costruttori di scuole, abili matematici ed astronomi. A ragione Galilei vuole passare da loro. Ed infatti è il matematico gesuita Cristoforo Clavio a tributargli “gran lode” e a riconoscergli un primato tra tutti. “A seguito di quel pronunciamento, lo stesso Galilei, nel febbraio 1611, nota come, ormai, a dubitare dell’effettività delle ‘novità celesti’ siano rimasti solo i rappresentanti del più stolido e pertinace aristotelismo” (M. Camerota, “Galileo Galilei”, Mondadori).
Dopo questi fatti Galilei, nella primavera del 1611 viene “ricevuto dal Papa Paolo V, che non volle che lo scienziato si genuflettesse ai suoi piedi” ed entra nelle grazie di cardinali e prelati romani. Tra i riconoscimenti, si segnala il discorso in cui il gesuita Odo van Maelcote, incaricato dal Bellarmino, esalta Galilei come “uno dei più grandi astronomi del nostro tempo”, e lascia addirittura intendere “l’accettazione di una prospettiva copernicana” (i gesuiti, lungi dal rimanere ancorati al sistema tolemaico, ne vedono chiaramente le mancanze, deridono “le fantasie degli antichi”, e cercano, o di correggerlo, o di propendere per il modello “geoeliocentrico” tychonico). Il trionfo romano si conclude con l’ammissione di Galilei, su richiesta di mons. Malvasia, all’Accademia dei Lincei, un prestigioso cenacolo posto sotto la protezione papale, e considerato da molti come la prima società scientifica d’Europa.
Tornato da Roma con grandi onori, Galilei viene subito avversato da un “gruppo di aristotelici toscani”, suoi colleghi d’università, per i quali Galilei “rappresenta un outsider, particolarmente inviso in quanto balzato rapidamente, sull’onda del successo delle scoperte astronomiche, a grandi onori” e a “generosi proventi”. A questo punto lo scienziato pisano scopre le macchie solari. La notizia, Phebus habet maculas, è scioccante per il Cremonini e i peripatetici tutti, che vedono attaccata ancora una volta la loro credenza nell’immutabilità e incorruttibilità della materia celeste, e anche per tutti quei rinascimentali che, rispolverata la magia degli antichi, cercano di far rinascere un culto del sole. Per i cattolici, le macchie di Febo non comportano alcun problema teologico. Anzi, ribadendo “il pieno riconoscimento dell’unità di tutti i fenomeni dell’universo” e abbattendo la separazione tra sfera celeste e terrestre, riconfermano l’idea della creazione, contrapposta a un’idea panteista ed animista, in quell’epoca tornata di moda. Gli unici contrasti in ambito cattolico nascono tra Galilei e un bravissimo matematico e astronomo gesuita, Christoph Scheiner, sulla priorità di chi abbia scoperto le macchie solari (Galilei), e su chi abbia per primo parlato dell’inclinazione dell’asse solare (Scheiner). Nel 1612 Galilei scrive al cardinal Conti, il quale, nella risposta, dichiara l’alterabilità della materia celeste “comune opinione dei Padri”; quanto al movimento terrestre lo ritiene possibile, e indica la posizione del teologo Diego de Zuñiga, che in un suo commento al libro di Giobbe sosteneva “essere più conforme alle Scritture moversi la terra, ancor che la sua interpretazione non sia seguita”.
E il “pippione” tirò in ballo le Scritture
In questo periodo Galilei ha compreso che l’ultima possibilità che i suoi avversari hanno di screditarlo è quella di buttare la cosa “in politica”. E’ risaputo, infatti, che dietro i due sciocchi domenicani, il Caccini e il Lorini, che causeranno i primi guai a Galilei nel 1616, si muovono un gruppo di aristotelici guidati da Lodovico Delle Colombe, che Galilei chiama “pippione” (in toscano “piccione” e “coglione”). Costui era stato appunto il primo, dopo numerosi scontri in nome di Aristotele, a tirare in ballo la Scrittura, come ultima ratio e per motivi evidentemente strumentali. Scrive a proposito Federico Di Trocchio: “Le indagini storiche hanno però accertato che fu un gruppo di scienziati pisani e fiorentini a suscitare il fatale scontro tra Galileo e la chiesa, mossa che costituiva l’unica possibilità di arrestare il copernicanesimo… L’ostilità della comunità scientifica nei confronti di Galilei fu, almeno all’inizio, generale…”. Che i due domenicani siano strumenti del Delle Colombe lo testimonia anche una lettera di Matteo Caccini, al fratello domenicano: “Ma che leggierezza è stata la vostra, lasciarvi metter su, da piccione o da coglione, a certi colombi! Che havete a pigliarvi gl’impicci d’altri?”. I primi problemi per Galilei nascono dunque da baruffe di scienziati, di colleghi universitari, aristotelici o invidiosi, grazie alla ingenuità di due domenicani ignoranti e facilmente manipolabili, è bene ripeterlo, dagli scienziati e dagli intellettuali dell’epoca.
Galileo voleva fare il teologo mentre la chiesa era alle prese con la magia e l’eliocentrismo
La tattica adottata, in extremis, dal Dalle Colombe e dai suoi alleati, perdenti sino ad allora grazie ai gesuiti, si rivela efficace. La polemica sulla presunta inconciliabilità tra copernicanesimo e Scritture esplode per motivi non facili da comprendere del tutto. Certo non è un caso che a prestarsi al gioco siano due dominicani: siamo nell’epoca in cui altri domenicani, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, sostengono l’eliocentrismo “copernicano”, ma in nome delle loro convinzioni magiche ed astrologiche, al di fuori di qualsiasi prospettiva scientifica. Si dimentica troppo spesso che la nascita della scienza è contemporanea ad un grande scontro epocale, quello tra chiesa e visione magica del mondo. Neoplatonismo, neopitagorismo ed ermetismo rinascimentali, infatti, non hanno portato solo un interesse verso visioni matematiche, per il vero molto simboliche ed astratte, ma anche per interpretazioni del mondo in chiave animista, e quindi magica. La Città del Sole di Campanella è costruita in modo da captare gli influssi astrali, e il sole vi appare quindi come una vera divinità. Come ha notato Paolo Rossi “i primi sostenitori della verità copernicana non sono certo facilmente inseribili tra i moderni o tra gli assertori di un nuovo metodo scientifico”.
Giordano Bruno nel 1585 difende la teoria di Copernico “sullo sfondo della magia astrale e dei culti solari”, legandola alla filosofia di Ficino, che non disdegnava presentarsi come un sacerdote del culto solare. Nel 1592 il Patrizi viene condannato per aver sostenuto sì la rotazione della Terra, ma all’interno di una visione secondo la quale gli astri hanno vita spirituale e intelligenza. Robert Recorde, John Dee e Thomas Digges, che si richiamano tutti a Copernico, sono accesi sostenitori dell’ermetismo e dell’astrologia. La centralità del sole è per loro sacrale, non fisica. Non c’è da stupirsi allora se tra gli uomini di chiesa, che combattono il revival magico e la rinascente eliolatria, in nome della ragione, e quindi della scienza, alcuni finiscano per interpretare Copernico negativamente, a causa delle strumentalizzazioni che tanti ne avevano fatto.
In questo clima Galilei decide di difendersi sul piano dell’esegesi, con l’aiuto di due sacerdoti suoi allievi, padre Benedetto Castelli, grande scienziato, e un barnabita. Il succo delle “lettere copernicane” è perfettamente ortodosso: la Sacra Scrittura e la natura scaturiscono entrambe dal “Verbo Divino”, “quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio”. Inoltre la Scrittura non deve essere sempre interpretata alla lettera, sia perché si rivolge al volgo, per essere da lui compresa, sia perché, come aveva detto il cardinal Baronio, il suo intento non è quello di dire “come vadia il cielo” ma “come si vadia in cielo”. Trovandosi però ad analizzare il miracolo narrato in Giosuè 10, 11-13, in cui Dio ferma il sole al fine di prolungare il giorno, Galilei, ritiene di poter adottare una posizione concordista, ritorcendo contro i suoi avversari l’interpretazione letteralista. Spiega cioè che il passo in questione è compatibile con la teoria copernicana e non con quella tolemaica. Si tratta di una posizione già sostenuta in passato, e, negli stessi anni, da un frate, Antonio Foscarini, e che trova sostenitori accreditati anche oggi. Le prime lettere di Galilei, lungi dal placare le polemiche, le ampliano, sino alla richiesta da parte di cardinali amici, di non eccedere “i limiti fisici o mathematici, perché il dichiarar le Scritture pretendono i theologi che tocchi a loro”, e di trattar quindi del sistema copernicano “senza entrare nelle Scritture”. Di fronte a questi inviti, che se accolti avrebbero scongiurato qualsiasi contrasto, Galilei risponde con altre due lettere, in cui ritorna sul rapporto tra astronomia ed esegesi biblica. Così facendo, però, si espone all’invasione di campo della chiesa. Roberto Bellarmino rivolge allora al Galilei e al Foscarini l’invito (12 aprile 1615) a considerare il sistema copernicano solo in termini ipotetici, ex suppositione. Molto prudentemente però aggiunge che nel caso in cui si dimostri la validità delle tesi copernicane “allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non le intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra”. E conclude: “Io non crederò che ci sia tal dimostratione, finché non mi sia mostrata”.
Nessuna abiura
Bellarmino non si dichiara contrario per principio al sistema copernicano, bensì afferma di non voler che altri intervenga nella interpretazione delle Scritture prima che esso sia una certezza dimostrata e non solo un’ipotesi, come era allora. Siamo così al 1616, l’anno della convocazione di Galilei a Roma e della condanna del Santo Uffizio, diviso al suo interno, della “dottrina pitagorica” della mobilità della terra e della immobilità del sole. Tale dottrina non viene però dichiarata “eretica”; a Galilei non viene imputata nessuna colpa, né richiesta alcuna abiura. In realtà il decreto, per quanto sbagliato, col senno di poi, dimostra che se la questione non fosse stata portata sul terreno delle Scritture, la chiesa non se ne sarebbe occupata: infatti sospende la pubblicazione di Copernico, donec corrigantur, cioè finché non sarà corretto eliminando i dieci versi della prefazione a Paolo III dove si accenna alle Sacre Scritture; l’altro testo proibito è la lettera del Foscarini, perché “esplicitamente votata ad una difesa concordista [cioè scritturale] della cosmologia Pithagorica”.
La via del cielo
Dopo il decreto del 1616 Galilei entra in conflitto con il gesuita Orazio Grassi, valente scienziato e architetto, intorno all’apparizione di alcune comete nel cielo. Il Grassi sostiene, contro Aristotele, che le comete sono dei veri e propri corpi celesti, situati oltre la sfera lunare. Galilei risponde interpretando “la parte di un aristotelico conservatore”, inoltrandosi “in una selva di incoerenze”, e definendo le comete, erroneamente, come effetti ottici dovuti ai riflessi della luce solare sui vapori che circondano la terra. La sua trattazione è tutta all’attacco, con un linguaggio che sconcerta i Gesuiti, ingiustamente attaccati dopo tanta benevolenza nei suoi confronti. In effetti Galilei adotta sovente un linguaggio brutale, che gli alienerà molti amici, definendo gli avversari “serpe, castrone, scorpione, solennissima bestia, ignorantissimo bue, animalaccio…”.

Papa Urbano VIII |
Nel 1623 esce il Saggiatore dedicato al nuovo Papa, Urbano VIII. La sua elezione è motivo di gioia per Galilei, che lo ricorda come un amico e un estimatore. Decide così di tornare a Roma, dove giunge il 23 aprile del 1624: il giorno dopo è già accolto in una lunga udienza privata dal Papa, che lo rivedrà, in tre mesi, ben sei volte. Nel periodo della sua permanenza nell’urbe constata di essere stimato e amato da cardinali e uomini di curia. Lascia Roma carico di doni ricevuti direttamente dal Papa, assieme a un attestato in cui si esaltano le doti e le scoperte del “dilectus filius Galilaeus”, che può essere considerato a tutti gli effetti l’“astronomo ufficiale del Papa”. Anche i suoi più intimi allievi fanno fortuna nelle università pontificie: padre Castelli viene nominato nel 1626 alla cattedra di matematica della Sapienza, e padre Cavalieri nel 1629 ottiene la stessa cattedra a Bologna.
Amicizia e stima a parte, Urbano VIII dissente da Galileo su un punto: ritiene che “poiché per ogni effetto naturale può darsi una spiegazione diversa da quella che a noi sembra la migliore (data l’onnipotenza divina, ndr), ogni teoria deve muoversi sul piano delle ipotesi e rimanere su questo piano”. Galilei oppone un ragionamento più realista e quindi più conforme alla dottrina cattolica: nessuna conoscenza umana limita la libertà e l’onnipotenza di Dio, perché “noi non cerchiamo quello che Iddio poteva fare, ma quello che Egli ha fatto”. L’uomo infatti è dotato di ragione per conoscere le realtà naturali, benché altre realtà, quelle soprannaturali, abbisognino di una Rivelazione. Nel 1632 esce il Dialogo, che segna la rottura con Roma. Galilei viene convocato a discolparsi, e sostiene di aver voluto confutare, non avvallare, la teoria copernicana. L’evidente menzogna rafforza l’ala intransigente del Sant’Uffizio, che attribuisce a Galilei alcune colpe: l’aver trattato il sistema copernicano come verità assoluta, e non come ipotesi; l’aver posto in bocca a Simplicio, cioè a uno sciocco difensore delle idee aristoteliche, alcune frasi di Urbano VIII; l’aver proposto come prova incontrovertibile della teoria copernicana, le maree, mettendo nel “mazzo con le vecchie ridicolose” la posizione degli scienziati vaticani, i quali invece collegano giustamente le maree alla attrazione della Luna. Galilei si trova a mal partito: da una parte il suo tentativo di negare la realtà e l’assenza di una vera prova a suo vantaggio, dall’altra il rancore di Urbano VIII, che per motivi più personali, l’offesa subita, che dottrinali, non terrà neppure conto del parere del suo teologo personale, l’Oreggi, e di un’altra autorità dell’epoca, il teologo Pasqualigo, entrambi fautori di una distinzione tra “ciò che appartiene alla fisica e ciò che appartiene alla metafisica”. Il 22 giugno 1633 Galilei abiura davanti ai suoi giudici, che in sette su dieci condannano la teoria copernicana, senza però definirla formalmente eretica, e senza impegnare l’infallibilità della chiesa. Galilei non fa un minuto di carcere, viene subito accolto “con sincera amicizia” dall’arcivescovo di Siena, nell’attesa che l’estinzione della epidemia pestilenziale gli consenta di tornare ad Arcetri, nella sua villa vicino Firenze. Nel 1634 muore la diletta figlia Suor Maria Celeste, che lo aveva aiutato a sopportare con fede ogni avversità umana.
Il bilancio finale
In un bilancio finale, infine, occorre ricordare che il sistema copernicano verrà dimostrato molto più avanti, con le scoperte del 1725, del 1837 e definitivamente nel 1851, e che le opere di Galileo verranno subito ristampate, anche in terra pontificia, a esclusione del solo Dialogo. Galilei morirà l’8 gennaio del 1642, munito della benedizione papale, “con filosofica e cristiana rassegnazione”: lui che mai aveva dubitato della capacità delle Scritture di indicare la via al cielo, e che mai aveva contrapposto scienza e fede; lui che aveva raggiunto fama e celebrità grazie alla consacrazione dei gesuiti e del papato, nonostante l’avversione degli scienziati e degli universitari laici dell’epoca, e che era infine incorso, non senza alcuni gravi errori, nell’iracondia di un Papa che sino ad allora era stato suo amico e protettore. In conclusione, possiamo dire che Urbano VIII, accecato dal risentimento, non comprese quello che invece avevano capito tanti ecclesiastici di rango come mons. Giovanni Ciampoli, consigliere del Papa stesso ed eminenza grigia della Segreteria di stato vaticana, il celebre padre Mersenne e moltissimi altri, che videro sempre in Galilei il filosofo cristiano chiamato a sostituire l’astro-biologia pagana di Aristotele, e a combattere “il naturalismo averroistico e l’irreligiosità libertina e magica” allora in auge.
(tratto da "Il Foglio" del 5-12-19-26 /07/2007)
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