| 
APPROFONDIMENTI




 

|
CHIESA & MONDO
Benedetto XVI e l’Islam
Per papa Ratzinger le religioni si devono paragonare sulla cultura e la civiltà che esse generano. Per evitare il conflitto delle civilizzazioni l'Islam deve sganciarsi dalla violenza terrorista; l'occidente dalla violenza secolarista e atea. L'analisi di un grande esperto, che lo scorso settembre ha partecipato a un incontro a porte chiuse sull'Islam insieme al pontefice.
di SAMIR KHALIL SAMIR
(da "AsiaNews", 26/4/2006)
Benedetto XVI è forse fra le poche personalità ad aver capito profondamente l’ambiguità in cui si dibatte l’islam contemporaneo e la sua fatica nel trovare un posto nella società moderna e per questo egli sta proponendo all’Islam una via per costruire la convivenza mondiale e con le religioni basata non sul dialogo religioso, ma su quello culturale e di civiltà, basato sulla razionalità e su una visione dell’uomo e della natura umana che viene prima di qualunque ideologia o religione. Questo puntare al dialogo culturale spiega la sua scelta di assorbire il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso dentro al più grande Pontificio consiglio per la cultura.
Mentre il papa chiede all’Islam un dialogo basato sulla cultura, sui diritti umani, sul rifiuto della violenza, nello stesso tempo chiede all’occidente di ritornare ad una visione della natura umana e della razionalità in cui non si escluda la dimensione religiosa. In questo modo – e forse soltanto così – si potrà evitare un conflitto delle civiltà, trasformandolo invece in un dialogo fra le civiltà.
Perché l'Islam è diverso dal Cristianesimo
Per comprendere il pensiero di Benedetto XVI e la religione islamica, occorre seguirne l’evoluzione. Un documento davvero essenziale si trova in un suo libro-intervista (scritto con Peter Seewald nel 1996, quando era ancora cardinale), dal titolo “Il sale della terra”. Egli mette in luce anzitutto che nell’Islam non c’è un’ortodossia, perché non c’è un’autorità, un magistero dottrinale comune. Questo rende il dialogo difficile: quando dialoghiamo, non dialoghiamo “con l’Islam”, ma con dei singoli gruppi.
Ma il punto chiave che l'allora cardinal Ratzinger affronta è quello sulla sharia, che implica una concezione totalizzante della religione islamica tale da permeare anche gli aspetti socio-politici, profondamente diversa dal cristianesimo. «Il Corano è una legge religiosa che abbraccia tutto, che regola la totalità della vita politica e sociale e suppone che tutto l’ordinamento della vita sia quello dell’islam. La sharia plasma una società da cima a fondo. Di conseguenza, l’Islam può sfruttare le libertà concesse dalle nostre costituzioni, ma non può porre tra le sue finalità quella di dire: sì, ora siamo anche noi enti di diritto pubblico; ora siamo presenti [nella società] come i cattolici e i protestanti. A questo punto [l’Islam] non ha ancora raggiunto pienamente il suo vero scopo, si trova ancora in una fase di alienazione che si potrà concludere solo con l’islamizzazione totale della società. Quando ad esempio un islamico si trova in un società occidentale, lui può godere o sfruttare alcuni elementi, ma non si identificherà mai con il cittadino non musulmano, perchè non si trova in una società musulmana».
In un seminario a porte chiuse, tenuto a Castelgandolfo (1-2 settembre 2005), il Papa ha insistito e sottolineato la stessa idea: la profonda diversità fra Islam e cristianesimo. Stavolta è partito da un punto di vista teologico, tenendo conto della concezione islamica della rivelazione: il Corano “è disceso” su Maometto, non è “ispirato” a Maometto. Per questo il musulmano non si sente in diritto di interpretare il Corano, ma è legato a questo testo in maniera letterale. Questo porta alle stesse conclusioni di prima: l’assolutezza del Corano rende molto più difficile il dialogo, perché le possibilità di interpretazione sembrano escluse e comunque molto ridotte.
Il 24 luglio in Val d’Aosta, subito dopo l’Angelus, ad una domanda se l’islam può essere considerato una religione di pace, risponde: “Io non chiamerei questo in parole generiche, certamente l’Islam contiene degli elementi in favore della pace, come contiene altri elementi”. Anche se non in modo esplicito, Benedetto XVI fa comprendere che l’Islam soffre di ambiguità verso la violenza, giustificandola in vari casi. E ha aggiunto: “Dobbiamo sempre cercare di trovare gli elementi migliori”. Un altro chiede allora se gli attacchi dei terroristi possono essere considerati anticristiani. La sua risposta è netta: “No, generalmente l’intenzione sembra essere molto più generale e non precisamente diretta alla cristianità”.
Il dialogo fra culture è più fruttuoso del dialogo interreligioso
A Colonia, il 20 agosto, papa Benedetto XVI ha il suo primo grande incontro con l’Islam, parlando con i rappresentanti della comunità musulmana. In un discorso relativamente lungo, egli dice: “Sono certo di interpretare anche il vostro pensiero nel porre in evidenza tra le preoccupazioni quella che nasce dalla constatazione del dilagante fenomeno del terrorismo. (...) Il terrorismo di qualunque matrice esso sia, è una scelta perversa e crudele che calpesta il diritto sacrosanto alla vita e scalza le fondamenta stesse di ogni civile convivenza”. Quindi viene a coinvolgere il mondo islamico sottolineando che “solo sul riconoscimento della centralità della persona si può trovare una comune base di intesa superando eventuali contrapposizioni culturali e neutralizzando la forza dirompente delle ideologie”. Dunque, prima ancora della religione, c’è la voce della coscienza e tutti dobbiamo lottare per i valori morali, per la dignità della persona, la difesa dei diritti.
Per Benedetto XVI, perciò, il dialogo va basato sulla centralità della persona, che supera sia le contrapposizioni culturali sia le ideologie: il dialogo con l’Islam e con le altre religioni non può essere essenzialmente un dialogo teologico o religioso, se non in senso largo di valori morali; esso deve invece essere un dialogo di culture e di civiltà: si tratta di affrontare il vivere insieme sotto gli aspetti concreti della politica, dell’economia, della storia, della cultura, delle usanze...
Razionalità e fede
In un dialogo del 25 ottobre 2004 tra lo storico Ernesto Galli della Loggia e l’allora card. Ratzinger, ad un certo momento il cardinale, parlando di teologia, ricorda i “semi del Verbo” e sottolinea l’importanza della razionalità nella fede cristiana, vista dai Padri come il compimento della ricerca di verità presente nella filosofia. Galli della Loggia allora dice: “La vostra speranza che è identica alla fede, porta con se un logos e questo logos può divenire un’apologia, una risposta che può essere comunicata agli altri” e quindi a tutti.
Il cardinale Ratzinger risponde: “Noi non vogliamo creare un impero di potere, ma abbiamo una cosa comunicabile alla quale va incontro un’attesa della nostra ragione. È comunicabile perché appartiene alla nostra comune natura umana e c’è un dovere di comunicare da parte di chi ha trovato un tesoro di verità e amore. La razionalità era quindi postulato e condizione del cristianesimo, che rimane un’eredità europea per confrontarci in modo pacifico e positivo, sia con l’islam, sia con le grandi religioni asiatiche”.
Per lui, dunque, il dialogo è a questo livello, cioè fondato sulla ragione. Andando oltre, egli aggiunge: “questa razionalità diventa pericolosa e distruttiva per la creatura umana se diventa positivista, che riduce i grandi valori del nostro essere alla soggettività, e diventa così un’amputazione della creatura umana. Non vogliamo imporre a nessuno una fede che si può accettare solo liberamente, ma come forza vivificatrice della razionalità dell’Europa essa appartiene alla nostra identità”. Qui viene la parte essenziale: “è stato detto che non dobbiamo parlare di Dio nella costituzione europea, perché non dobbiamo offendere i musulmani e i fedeli di altre religioni. E’ vero il contrario ciò che offende i musulmani e i fedeli di altre religioni non è parlare di Dio o delle nostre radici cristiane, ma piuttosto il disprezzo di Dio e del sacro che ci separa dalle altre culture e non crea una possibilità di incontro, ma esprime l’arroganza di una ragione diminuita, ridotta, che provoca reazioni fondamentaliste”.
Benedetto XVI ammira nell’Islam la certezza basata sulla fede, in opposizione all’occidente, che relativizza tutto; e ammira nell’Islam il senso del sacro, che invece sembra essere sparito in occidente. Egli ha capito che il musulmano, non è offeso dal crocifisso, dai segni religiosi: questa è in realtà una polemica laicista che tende ad eliminare il religioso dalla società. I musulmani non sono offesi dai simboli religiosi, ma dalla cultura secolarizzata, dal fatto che Dio ed i valori che essi collegano con Dio sono assenti da questa civiltà.
Benedetto XVI mira a punti più essenziali: la teologia non è ciò che conta, almeno non in questa fase storica; importa il fatto che l’Islam è la religione che si sta sviluppando di più e che diviene sempre più un pericolo per l’occidente e per il mondo. Il pericolo non è l’islam in genere, ma una certa visione dell’Islam che non rinnega mai apertamente la violenza e genera terrorismo e fanatismo. D’altra parte egli non vuole ridurre l’Islam a un fenomeno socio-politico. Il papa ha capito profondamente l’ambiguità dell’Islam, che è insieme l’uno e l’altro, che talvolta gioca su uno o sull’altro fronte. E lancia la proposta che se vogliamo trovare una base comune, dobbiamo uscire dal dialogo religioso per mettere fondamenti umanistici a questo dialogo, perché solo questi sono universali e comuni a tutti gli esseri umani. L’umanesimo è un fattore universale, le fedi possono essere fattori di scontro e divisione.
Sì alla reciprocità, no al buonismo
La posizione del papa non cade mai nella giustificazione del terrorismo e della violenza che talvolta si nota anche fra personalità ecclesiali quando si scivola in un relativismo generico: in fondo la violenza c’è in tutte le religioni, la violenza è giustificata come risposta ad altre violenze... No, questo papa non ha mai fatto allusioni del genere, ma d’altra parte egli non cade nemmeno nell’atteggiamento di certo cristianesimo occidentale segnato dal buonismo e dai complessi di colpa. Di recente, tra i musulmani, c’è chi ha domandato che il Papa chieda scusa per le crociate, il colonialismo, i missionari, le vignette, ecc.. Il Papa non è caduto in questa trappola, perché sa che le sue parole potrebbero essere utilizzate non per costruire un dialogo, ma per distruggerlo: tutti questi atti, molto generosi e profondamente spirituali di chiedere perdono per i fatti storici del passato, sono strumentalizzati, e vengono presentati dai musulmani come una rivincita: ecco – dicono – lo riconoscete voi stessi, siete colpevoli. Questi fatti non suscitano mai una reciprocità.
A questo proposito, vale la pena ricordare il discorso di Benedetto XVI all’ambasciatore del Marocco (20 febbraio 2006), quando ha fatto un’ allusione, al “rispetto delle altrui convinzioni e pratiche religiose, affinché in maniera reciproca, in tutte le società, sia realmente assicurato a ciascuno l’esercizio della religione liberamente scelta”. Si tratta di due piccole affermazioni importantissime sulla reciprocità dei diritti di libertà religiosa fra paesi occidentali e islamici e sulla libertà di cambiare religione, un fatto che è proibito nell’Islam. Oggi spesso nel mondo ecclesiale si ha paura di accennare a queste cose, basta vedere il silenzio che vige sulle violazioni alla libertà religiosa presenti in Arabia Saudita. Papa Benedetto XVI non fa nessun compromesso: continua a sottolineare la necessità di annunciare il vangelo in nome della razionalità e dunque non si lascia influenzare da chi teme e denuncia un preteso proselitismo. Il papa chiede sempre le garanzie perché si possa “proporre” la fede cristiana e perché essa possa essere “liberamente scelta”.
LE INTERVISTE
La difficile convivenza tra cristiani e musulmani
Intervista di Filippo Rizzi al Vescovo di Sarajevo (da "Avvenire" del 8/10/2006)

Il vescovo di Sarajevo Vinko Puljic
|
Sarajevo, come città della multiculturalità e crocevia del dialogo tra le religioni e non appannaggio di un solo gruppo etnico. Un luogo in cui l’islam possa convivere pacificamente con il cristianesimo. Dalla sua residenza arcivescovile di Vrhbosna a Sarajevo è il sogno che si sente di coltivare per il futuro del suo Paese, la Bosnia Erzegovina, il cardinale 61enne, Vinko Puljic. «Per secoli hanno convissuto insieme ortodossi serbi, cattolici croati e musulmani – ammette commosso il porporato – . Oggi l’islam è maggioranza relativa. Ma il dialogo presuppone uguaglianza. Purtroppo è evidente che oggi vince il "diritto" del più forte a livello locale e globale».
Eminenza, qual è la situazione della libertà religiosa nella sua terra?
«Oggi i cristiani sono una minoranza religiosa sotto assedio. Prima del conflitto e gli accordi di Dayton eravamo un gregge di 820mila anime. I cattolici sono ridotti a 400mila persone. E in base ai dati della comunità internazionale solo il due per cento dei croati cattolici è potuto ritornare nella sua terra di origine. Cifre che confermano le difficoltà a vivere e a professare il proprio culto in Bosnia Erzegovina e a convivere pacificamente con la religione dominante, l’islam».
Nella sua recente visita a Roma ad limina con i vescovi della Bosnia Erzegovina, lei ha tracciato al Santo Padre un quadro allarmante sul suo Paese...
«Purtroppo si respira un clima di intolleranza. Gli esempi? Campeggiano su molte chiese ed edifici religiosi scritte offensive e diffamatorie verso la nostra minoranza cristiana. E in alcuni casi, bisogna ammettere, che gli stessi incidenti capitano ai musulmani nei piccoli centri attorno a Sarajevo. Attualmente un mezzo che è riuscito a gettare un ponte tra le varie fedi (cattolica, ortodossa, musulmana ed ebrea) è il Consiglio interreligioso. Attraverso questa rete di contatti e di incontri con i massimi leader religiosi locali siamo riusciti a migliorare il dialogo e a far emergere i punti di incontro tra le varie religioni. Ma il lavoro da fare è veramente tanto. La mia terra, se vuole, può diventare un importante laboratorio di convivenza».
Come è cambiato il volto della Bosnia dopo l’11 settembre?
«I capi musulmani hanno condannato il terrorismo ma resiste qualche risentimento nei riguardi dell’Occidente. La tragica vicenda di cinque anni fa ha comunque aperto gli occhi a tante persone. Temo che l’Europa non conosca ancora bene l’islam. Deve svegliarsi, non per lanciare nuove crociate ma per prendere coscienza della nuova sfida. I musulmani in Europa devono essere rispettati nella loro identità, così come lo deve essere ogni altra confessione religiosa nei Paesi a maggioranza islamica. Il segreto per uscire da questa crisi? Puntare sul principio di reciprocità».
Una strada, quella della reciprocità, difficile da ottenere in tempi difficili come questi.
«È vero. Viviamo tempi duri. Ma l’Europa deve continuare a camminare sulla strada dei principi democratici, della libertà e dei diritti umani e questo non deve essere valido non solo nel Vecchio Continente ma in tutto il mondo. Per noi cattolici, qui a Sarajevo, è difficilissimo ottenere un permesso per costruire una chiesa. La stessa situazione che si vive in Turchia. Mi chiedo: perché l’Unione europea tace di fronte alla violazione di questi diritti e permette tutto questo? Bisogna battersi per il principio di reciprocità, è un punto fondamentale. Ne va dello stesso senso di Europa, che non può rinunciare al rispetto della libertà e dei diritti dell’individuo. E la Bosnia, comunque, è parte integrante del Vecchio Continente».
|
|
APPROFONDIMENTI

|