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CHIESA & MONDO

Il Concilio Vaticano II

La vera storia del Concilio Vaticano II

 

Concilio Vaticano II
Il Concilio Vaticano II fu il più importante avvenimento ecclesiale
del XXI secolo

L'interpretazione de Concilio Vaticano II ha sempre presentato un problema di fondo: quello della sua ermeneutica. C'è chi vuole interpretare il Concilio come un momento di rottura della storia della Chiesa che avrebbe fatto nascere una "nuova Chies" a rispetto a quella precedente (per cui ci sarebbe una Chiesa pre-conciliare e post-conciliare) e c'è chi invece, come Papa Benedetto XVI, ma ancor prima Giovanni Paolo II, ritiene che questa sia una interpretazione sbagliata e che il Vaticano II sia soltanto l'ultimo dei concili della storia della Chiesa e come tale debba essere letto alla luce della tradizione e come tentativo di presentare la dottrina della Chiesa di sempre con modalità adeguate alle caratteristiche culturali dell'uomo di oggi. Si tratta dunque di un dialogo con la modernità, non per cedere ad essa, ma perché il mondo moderno torni ad accogliere con nuovo vigore il messaggio cristiano. Non sono pochi coloro che invece, sulla scia dell'insegnamento della “scuola di Bologna”, seguace di Don Giuseppe Dossetti, continua ad esaltare la figura del cosiddetto “spirito del Concilio” contrapponendolo ai documenti del Concilio, che secondo costoro sarebbero il frutto di un compromesso che avrebbe in qualche modo tarpato le ali allo spirito dell'evento. Se invece vogliamo interpretare correttamente il Concilio dobbiamo affidarci alla analisi dei documenti elaborati del Concilio, spesso mai letti anche da parte di molti personaggi di spicco del clero: in una inchiesta svolta dal settimanale “Il Sabato” negli anni '80 risultò infatti che il 40% dei Vescovi mai aveva letto tali documenti.


Il contesto storico

Concilio Vaticano II
Manifesto per le elezioni
del 18 aprile 1948

Nel 18 aprile 1948, dopo appena tre anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli italiani andarono a votare, e oltre il 60% del 92% che si recò alle urne si espresse contro le sinistre, le quali si presentavano allineate in un fronte popolare socialista e comunista. Con questo plebiscito nasceva una Italia cattolica, anticomunista, democratica e popolare, che voleva allontanarsi il più possibile dal pericolo sovietico ed illuminista e si trovava così collocata a pieno titolo nel mondo cristiano e Occidentale. La Democrazia Cristiana andò così al potere in maniera definitiva, e vi rimase fino a quando cessò definitivamente il potere comunista con il crollo del muro di Berlino. La funzione di grande diga contro il comunismo, che la DC aveva incarnato in tutti quegli anni, non era più necessaria. Eppure questo partito, che vinse le elezioni grazie al voto dei cattolici portati ai seggi da una mobilitazione che mai più si ripeterà nel corso della storia ed operata dai comitati civici di Luigi Gedda (vice-presidente della Azione Cattolica), non celebrò mai la festa della sua vittoria. I comitati civici, che avevano contribuito in maniera determinante alla vincita delle elezioni, vennero silenziati all'interno del mondo cattolico perché contro di loro scattarono delle gelosie furenti da parte di componenti della DC. La Chiesa, nonostante godesse di un indubbio riconoscimento sociale, nonostante avesse vinto le elezioni e fosse capillarmente presente in tutta l'Italia, soffriva però di un morbo interno che portò la società italiana a secolarizzarsi nel giro di pochi anni.

La società si secolarizzò negli anni successivi al '48. Erano gli anni del cosiddetto "boom economico", frutto di una politica liberista attuata dal governo di allora. Il concetto di secolarismo implica il realizzasi di un progetto della modernità che nasce a partire dalla rivoluzione francese e che intende ridurre la religione a fatto privato e personale dell'individuo, senza che abbia un rilievo pubblico (il cosiddetto laicismo). La DC, pur essendo al potere grazie al voto di una Chiesa militante, risentì di questo fenomeno che riescì a penetrare non solo nella società ma anche all'interno dello stesso mondo cattolico. Questo atteggiamento laicista ruota attorno ad un equivoco di fondo, che ben si evidenziò in occasione del referendum a fabore dell'aborto indetto nel 1981. In questo referendum, volto ad abrogare la legge sull'aborto approvata dallo Stato tre anni prima, i cattolici persero così come avevano già perso nel 1974 in occasione del referendum contro divorzio. Il motivo della sconfitta va ricercato nel fatto che i cattolici non erano riusciti a convincere la gente che non si trattava di motivazioni di carattere confessionale bensì di diritto naturale: il fatto che il nascituro non debba essere ucciso non dipende dal fatto che ciò viene sostenuto dalla dottrina della Chiesa ma perché è contrario alla giustizia, e si basa su ragionamenti che anche un non cattolico è in grado di comprendere se fa un retto uso della ragione.

Quando il popolo arriva ad approvare leggi come queste, significa che il tarlo del laicismo è penetrato profondamente nella società, facendo diventare principi confessionali quelli che invece sono semplicemente dei diritti universali finendo così per perdere quella che è la nozione di bene comune fondata su una verità che prescinde dalla appartenenza confessionale. Questa grande operazione culturale laicista venne allora portata avanti da certa stampa laicista (il settimanale più influente in tal senso fu il settimanale L'Espresso, che nacque a metà degli anni '50) e da un gruppo di intellettuali di area marxista o proveniente dal Partito d'Azione facente capo ad importanti quotidiani, università e case editrici. Tutto questo fa in modo che, nonostante la maggioranza della gente sia rimasta legata al cristianesimo, la classe intellettuale e dirigente si distacchi profondamente da essa. Il mondo cattolico non solo fece fatica a comprendere ciò che stava avvenendo, ma anche si dimostrò diviso internamente. Nel 1954 e nel 1956 vi furono due grandi crisi nella Azione Cattolica che portarono alle dimissioni di Carlo Carretto prima e di Mario Rossi dopo, due presidenti dei rami giovanili dell'Azione Cattolica che contestano la linea vigente. Il Papa non riuscì a farsi obbedire e si cominciò a capire che il partito della DC e i suoi alleati in Vaticano avevano la forza di impedire al Papa che si realizzasse il suo suggerimento perché più influenti di Luigi Gedda, presidente nazionale dell'Azione Cattolica. Il mondo cattolico sano si rense conto che il tessuto del paese gli sfuggiva di mano proprio a motivo di quel processo di secolarizzazione che si era già fatto sentire in tutti i paesi nordici dell'Europa ed ora era giunto anche in Italia.

Il laicismo si esprimeva in questo modo: «io per principio sono contrario all'aborto e al divorzio, però se tu vuoi farlo non posso impedirtelo perché la fede è un fatto privato e personale». In realtà aborto e divorzio non sono problemi di fede bensì di diritto naturale che tutti gli uomini con la loro ragione possono capire. Ragionando in questi termini si realizza così la separazione tra fede e ragione, tema su cui Giovanni Paolo II (si pensi alla enciclica Fides et ratio) sia Benedetto XVI insistono continuamente (si pensi al Discorso di Ratisbona). Separando la fede dalla ragione i cattolici finiscono così per cadere nel fideismo, che nulla ha a che fare con la dottrina cattolica. Il cristianesimo invece è la verità, che si incarna in una persona che è Figlio di Dio, il quale è presente nella natura perché lo stesso Dio che si è incarnato in Cristo è colui che ha creato il mondo. Di conseguenza l'uomo, con la propria ragione, può cogliere la verità delle cose perché Dio gli ha dato l'intelligenza per cercare la verità nella creazione e non solo attraverso la rivelazione. Se la rivelazione è un problema di fede che non si può pretendere di imporre ad altri, la ricerca della verità è un problema di ragione e può costituire un terreno di intesa comune tra credenti e non-credenti.


La risposta del Concilio Vaticano II

Concilio Vaticano II
Papa Giovanni XXIII,
il Papa del Concilio

Se la Chiesa degli inizi del Novecento costituiva il cuore e l'anima della nazione, già a partire dagli anni '50 fino a culminare nel '68 questo non avviene più. La Chiesa dunque si trova ad interrogarsi su come sia possibile recuperare quelle persone che si sono allontanate dalla pratica religiosa, e il Concilio Vaticano II nasce proprio come tentativo di ripensare il modo di trasmettere la fede in un mondo che è cambiato e che non guarda più la religione come alla cosa più importante della propria esistenza. Se dunque gli uomini non vanno più in Chiesa, la Chiesa sente ora la necessità di andarli a cercare: la Chiesa diventa così missionaria anche negli antichi paesi di tradizione cristiana. Questo principio viene illustrato splendidamente nel discorso dell'11 ottobre 1962 del beato Papa Giovanni XXIII, quando aprì il Concilio. Non si tratta ora di fissare nuovi dogmi, ma di dire a quell'uomo cambiato dalla modernità che il Vangelo rimane sempre la sua salvezza e verità. Questa è l'idea forte che origina il Concilio: trasformare la Chiesa da una dimensione statica a missionaria, ed una Chiesa missionaria non cerca privilegi, ma desidera essere libera solo di predicare il Vangelo a tutte le genti.

All'interno del Concilio si apre però un grosso scontro perché ci sono teologi, periti e vescovi che non si limitano a formulare nuove proposte di evangelizzazione per il mondo moderno, ma cominciano a far traballare quelli che possiamo definire i "fondamenti" del cristianesimo. Si trattò di una riproposizione in forma nuova della eresia modernista che già si era verificata all'inizio del secolo. Durante il Concilio c'è poi l'enfasi dei mass-media, e la gente viene indotta a formulare giudizi non basandosi sui documenti ma sui titoli dei quotidiani, che non sono altro che concentrati di superficialità di queste nuove idee. Il Concilio venne dunque fatto passare con lo slogan "la nuova Chiesa".

I principali documenti elaborati sono quattro, e sono chiamati "costituzioni": quello sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium), sui rapporti con il mondo moderno (Gaudium et Spes), sulla Sacra Scrittura (Dei Verbum) e sulla natura della Chiesa (Lumen Gentium). Seguono altri tre decreti, meno corposi rispetto ai precedenti, che affrontano i temi sul rapporto con le altre religioni (Nostra Aetate), sulla libertà religiosa (Dignitatis Humanae) e sulla educazione cristiana (Gravissimum Educationis). Una delle caratteristiche del Concilio è la insistenza sull'apostolato dei laici, perché ci si rese conto che il problema principale era quello di evangelizzare entrandi dentro il mondo della cultura, della politica e delle professioni, cosa che non poteva più fare il sacerdote dal momento che ha come vocazione specifica la cura delle anime e la celebrazione dei sacramenti. Purtroppo troppo spesso c'è stato un fraintendimento di fondo e la figura dei laici è andata a sovrapporsi a quelle dei sacerdoti con servizi quali la lettura della messa, il portare la comunione, ecc. In verità si tratta di pratiche improprie che spesso vengono fatte risalire al Concilio, ma che il Concilio non autorizza affatto. Il Concilio dice soltanto che i laici sono chiamati "ad estendere il regno di Dio e ad animare e perfezionare con lo spirito cristiano l'ordine delle realtà temporali". (cf. Apostolicam Actuositatem, n.4)

Il Concilio va dunque considerato come il grande trampolino di lancio della nuova evangelizzazione perché il Concilio è innegabilmente un evento epocale della vita della Chiesa del XXI secolo che non può essere accantonato come vorrebbero i tradizionalisti e negatori del Concilio capitanati da Mons. Marcel Lefèbvre, poi scomunicato. Di fronte alle storture che sono seguite l'attuazione del Concilio, la risposta corretta non è negarlo, ma riscoprirne i documenti.

 

PER APPROFONDIRE


L'eresia del modernismo

Il modernismo, per certi versi, ha molte analogie con l'ideologia progressista. Si tratta di un tentativo, sorto a cavallo tra '800 e '900, di confrontarsi con la cultura e la scienza moderna dell'epoca da parte del mondo cattolico, finendo però per perdere la propria identità cattolica. Questa eresia non rompe ufficialmente con la Chiesa, come avvenne in passato con il Protestantesimo, quando il monaco agostiniano Lutero decise di rifiutare alcuni dogmi fondamentali del cattolicesimo e ruppe frontalmente con la Chiesa. In questi casi si parte sempre un elemento di verità, la corruzione della Chiesa romana di allora, ma invece di fare come fece San Francesco che operò un movimento di profondo rinnovamento della Chiesa coerentemente con la dottrina cattolica, Lutero ruppe la comunione con la Chiesa fondando una nuova religione.

L'eresia modernista nasce invece dall'interno della Chiesa con la pretesa di riformare la Chiesa stando all'interno della Chiesa stessa. Nella enciclica nella quale verrà condannata nel 1907 da Papa San Pio X nella enciclica Pascendi Domini gregis verrà definita "sintesi di tutte eresie". Essa non consiste nell'affermazione di qualche errore specifico, ma nella vanificazione dei dogmi del cristianesimo. Nel discorso di Ratisbona, Benedetto XVI parlava di alcune questioni tipiche della eresie modernista. La de-ellenizzazione, ad esempio, è un cavallo di battaglia del modernismo, e parte dal presupposto che il Cristianesimo non avrebbe dovuto avere un fondamento filosofico e razionale e non dovrebbe essere veicolato dalla filosofia del pensiero greco che, attraverso i Padri della Chiesa, ha prodotto quella cultura all'interno della quale noi in Occidente siamo cresciuti e che ci ha fatto crescere.

L'eresia modernista sul campo politico e sociale sostiene che le forme nuove di democrazia e libertà, che pur si sono sviluppate al di fuori e contro il cristianesimo e che hanno all'origine una motivazione anticristiane, possono essere sposate dai cattolici. Nel modernismo vi è poi un atteggiamento di rifiuto nei confronti della storia della Chiesa, della teologia medievale (come il tomismo) e di tutte le componenti miracolistiche del cristianesimo (reliquie, apparizioni, miracoli). C'è dunque un atteggiamento di fondo, sia a livello politico-sociale, sia soprattutto a livello dogmatico, di rifiuto della tradizione e dell'insegnamento costante che la Chiesa ha mantenuto dalle sue origini. Ciò però non viene mai ad assumere una manifestazione di scontro definitiva su qualche punto specifico, non nega i dogmi, ma, per non urtare l'interlocutore, tace sulle verità essenziali della fede vanificando ed erodendo il cattolicesimo dall'interno. Tacere le verità fondamentali della fede significa infatti non solo venire meno al proprio spirito missionario, ma soprattutto significa diventare sale scipìto e minare alle fondamenta il proprio credo cattolico.

Se si vuole tracciare il ritratto del modernista, e per certi versi anche del progressista, si può descrivere come colui che ha perso la speranza di convincere gli altri a diventare cristiani e a riconoscere la signoria di Cristo. Basterebbe leggere le parole di Pietro Scoppola contenute nel suo libro La nuova cristianità perduta per rendersi conto di come il modernismo sia innanzi tutto un peccato contro la speranza. L'idea di fondo è che abbiano vinto i non cristiani, i quali controllano la maggioranza dei mezzi di comunicazione, e che non ci sia più nulla da fare se non adattarsi a vivere in un mondo dominato culturalmente dagli altri nei quali è possibile offrire solo una piccola ed umile testimonianza cristiana. Come logica conseguenza di queste considederazioni vi è la proposta di «una “spiritualità della tenda”, del deserto e dell’esodo più che del tempio e perciò necessariamente radicata in un pieno ricupero della Bibbia e, in essa, dell’Antico Testamento». I cattolici, cioè, dovrebbero limitarsi a dare testimonianza di alcuni "valori" allo scopo di rendere più umano questo mondo, ma senza pretendere di trasformarlo, cioè di redimerlo.

 

Le distorte interpretazioni del Concilio

Già nel 1972 Papa Paolo VI aveva respinto l'idea di una certa chiesa progressista che avrebbe avuto il suo inizio con il Concilio e che si stava facendo strada nella mente di molti cattolici: «Una falsa e abusiva interpretazione del Concilio, che vorrebbe una rottura con la tradizione, anche dottrinale, giungendo al ripudio della Chiesa preconciliare, e alla licenza di concepire una Chiesa "nuova", quasi "reinventata" dall'interno, nella costituzione, nel dogma, nel costume, nel diritto» (Discorso di Paolo VI al Sacro Collegio, 23 giugno 1972).

Il Card. Henri De Lubac: «Quante volte ci è stato ripetuto che contrariamente all'antica concezione "gerarchica" e "sacrale" della Chiesa, il Concilio inaugurava una sorta di "nuova Chiesa" ponendo alla base i laici... ma se apro la Costituzione conciliare leggo: "Capitolo I: il Mistero della Chiesa"; è un richiamo decisivo dell'autentica tradizione, che sbarra la strada a ogni tentativo di secolarizzazione, di politicizzazione, di democratizzazione...».

Il Card. Karl Lehmann: «Il concilio Vaticano II si pone, senza ombra di dubbio, all’interno della tradizione di tutti i concili celebrati finora dalla chiesa. Che nuovi impulsi, come l’ecumenismo oppure la ricaduta e l’influsso delle esperienze pastorali abbiano svolto un ruolo effettivo ed efficace è anche questo del tutto fuori discussione. Interpretazioni che si limitano a selezionare schegge di testo e prospettive isolate, oppure che vogliono vedere nel Vaticano II un nuovo inizio assoluto con una dinamica autofondante, hanno finito non di rado per cadere nel vicolo cieco di un riferimento allo “spirito” del concilio, privo o addirittura contro la lettera del concilio stesso. La “lettera” e lo “spirito” del concilio Vaticano II si appartengono reciprocamente, e non si lasciano dividere l’una dall’altro. La durezza e la determinazione delle singole affermazioni fanno parte dell’ampio e aperto orizzonte dell’intero; come, all’inverso, lo spirito dell’intero si concretizza e si dimostra nel dettaglio».(Hermeneutik für einen künftigen Umgang mit dem Konzil, in Günther Wassilowsky (ed.), 2004)

Quelle di Papa Benedetto XVI sono sicuramente le parole più chiare e decisive: «Qual è stato il risultato del Concilio? È stato recepito nel modo giusto? Nessuno può negare che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile. Emerge la domanda: Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino. L'ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. (...) Vorrei qui citare soltanto le parole ben note di Giovanni XXIII, in cui questa ermeneutica viene espressa inequivocabilmente quando dice che il Concilio “vuole trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti”, e continua: “Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell'antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell'opera, che la nostra età esige… È necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo. Una cosa è infatti il deposito della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo col quale esse sono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata”. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio. (Discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana, 22 dicembre 2006)

 

DOCUMENTI

CAMILLO RUINI: "Teologia e cultura, terre di confine"Il card. Camillo Ruini è intervenuto l'11 maggio 2007 alla Fiera internazionale del libro di Torino, dove ha tenuto questa «lectio magistralis» della quale pubblichiamo la prima parte. «Oggi la "morte di Dio" si fa strada in forme diverse: accanto all'ateismo che assolutizza evoluzionistica dell'universo, ancor più diffusa è un'idea agnostica di verità come inattingibile. Dopo il '68 si diffuse una prassi ermeneutica disinvolta, riduttiva ed elusiva delle stesse verità di fede. Solo nei decenni recenti la situazione si è ricomposta, con quella che Benedetto XVI ha chiamato "ermeneutica della riforma"».

Maurizio Crippa: "Povertà culturale dell'ecclesialese" da "Il Foglio" dell'1/11/2006 – L'acuta analisi di Crippa, prendendo spunto dal discorso del vescovo Dionigi Tettamanzi al Convegno di Verona, ci fa comprendere come il linguaggio del dopo Concilio si sia avvicinato ad un linguaggio "protestante". Vicini a questo fenomeno sono i seguaci di Don Dossetti, in particolare il card. Martini ed il monaco di Bose Enzo Bianchi: chi si rifà a Dossetti vuole una chiesa senza “illuministiche certezze dottrinali”, chi ascolta Ratzinger però sente parlare di “vero illuminismo” . Il rischio di questa penetrazione del linguaggio teologico protestante è che a furia di ottimismo, di accoglienza della diversità, di cammini comuni di conversione, non si sia più in grado di esprimere un contrasto, di dire che una cosa è contraria alla fede o alla chiesa come istituzione. Il rischio di una afonia della Chiesa, messa a tacere dal politicamente corretto.

 

IL LIBRO PER APPROFONDIRE

Agostino Marchetto:
Il Concilio ecumenico Vaticano II

Agostino Marchetto - Il Concilio Ecumenico Vaticano II

Agostino Marchetto
IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II
Contrappunto per la sua storia
Libreria Editrice Vaticana

Questa di Agostino Marchetto è la vera storia del Concilio Vaticano II, che nessuno ha fin'ora raccontato. Studioso di storia della Chiesa, poi in servizio diplomatico per la Santa Sede e oggi segretario del pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, Marchetto ha così intitolato il volume: Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia.

Perché "contrappunto"? Perché il libro di Marchetto fa da contrappunto, ossia si contrappone nettamente, all'interpretazione del Vaticano II che ha fino ad oggi monopolizzato la storiografia cattolica mondiale: quella dei cinque volumi della "Storia del concilio Vaticano II" diretta da Giuseppe Alberigo e pubblicata in sei lingue tra il 1995 e il 2001: in Italia per i tipi de Il Mulino e a cura di Alberto Melloni, ricostruzione brillante, fortunata, ma molto polemica e molto di parte.

La tesi di fondo di Alberigo e della sua "scuola di Bologna" (fondata negli anni sessanta da Giuseppe Dossetti) è che gli elementi prioritari del Concilio Vaticano II non sono i testi che esso ha prodotto bensì lo "spirito" del Concilio, incommensurabilmente superiore alla "lettera" dei suoi documenti che sarebbe l'imbrigliamento dell´assise attuato da Paolo VI, papa che ha in effetti promulgato tutti i documenti conciliari.

Un altra tesi di fondo è che il Vaticano II abbia segnato una cesura sistemica tra la stagione ecclesiastica anteriore, preconciliare, e quella successiva, postconciliare. Entrambe queste tesi sono state rigettate da Benedetto XVI nel suo importante discorso alla Curia Romana.

 

APPROFONDIMENTI

 

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