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TEOLOGIA
Teologia politica della comunità di Bose di Enzo Bianchi
Paolo Sorbi intervista Pietro De Marco, professore di sociologia all'Università di Firenze. Dai microfoni di Radio Maria (19/07/2007)

Il volume di Enzo Bianchi intitolato "La differenza cristiana" espone la teoria politica seguita da molti cattolici di sinistra. |
PAOLO SORBI – Entriamo ora nel merito di una riflessione su un tema italiano, che riguarda il rapporto tra cattolicesimo e politica. Il motivo per cui abbiamo deciso di invitare Pietro De Marco a questa trasmissione possiamo iniziare a intravederlo se prendiamo il titolo apparso su un quotidiano: «Bindi e Castagnetti alla Chiesa: il "ruinismo va chiuso"» (Corriere della Sera, 02/07/2007). Questo tipo di riflessione, fatta a Bose nella comunità fondata da Enzo Bianchi, fa sorgere un dubbio: questi cattolici, che sono dei politici che parlano spesso di laicità, vanno a Bose, in una comunità religiosa, a parlare di politiche culturali. Secondo me si continua a ripetere quel vecchio vizio per cui le mediazioni politiche non hanno una loro propria autonomia, perché alla fine è sempre l'amico prete di turno che dà la linea su come ci si deve comportare. Questo ovviamente vale sia per la sinistra che per la destra. A me non interessa ora fare le bucce alle scarpe della Rosy Bindi o di Castagnetti. Quello che mi interessa capire è perché questo giro della sinistra cattolica e questa comunità di testimonianza radicale del Vangelo – come ama autodefinirsi - si incontrano a Bose.
PIETRO DE MARCO – C'è una serie di considerazioni da fare. La domanda che mi pongo in primo luogo è questa: perché persone così diverse per storia e per cultura sono insieme in questo profilo di cattolicesimo di sinistra, anche se la gamma di diversità tra questi amici è anche molto diversa giacché varia da posizioni di estrema sinistra a posizioni assai più moderate? Secondo me vi sono delle ragioni sia politiche che teologiche. Le ragioni politiche sono da ricercarsi negli ultimi vent'anni della storia italiana, con la crisi della DC. Mentre prima v'era una cultura politica prevalente dei cattolici che aveva una sua funzione mediatrice di governo contrapposta a tutta una costellazione di minoranze culturali ad essa antagonista (come le comunità di base e i vari gruppi fortemente anti-democristiani), con la fine della Democrazia Cristiana tutto il mondo politico e culturale cattolico che vi si aggregava si è disperso. Sono così maturate nuove alleanze e si è verificato quel confluire di molte parti di quel mondo politico legato al mondo democristiano in questa grande area di cultura politica progressista e di sinistra che ha ridisegnato il mondo cattolico creando quella caratteristica divisione e opposizione interna: quella tra cultura di taglio conservatore e quella di area progressista. Questo, dal punto di vista politico, è in sé ragionevole e anche molto importante, ma ha finito per coagulare una cultura teologica che favorisce la presenza e la emersione nelle culture politiche e amministrative della sinistra di molte figure cattoliche anche molto qualificate teologicamente. Si tratta di un fenomeno nuovo. Ma questa appartenenza ed immersione culturale nella sinistra ha però bisogno di una sua teologia e spiritualità.
PAOLO SORBI – Quindi tu sostieni che tutte queste trasformazioni hanno necessità di un supporto anche più teologico-religioso oltre che politico. Ma perché scegliere proprio Bose come punto di incontro?
PIETRO DE MARCO – Dobbiamo dire che al lavoro della comunità di Bose noi dobbiamo molto, come i lavori di recupero patristico e liturgico, che sono di grande rilievo. Bose però ha da anni una sua teologia politica, che è poi stata compendiata dal libretto di Enzo Bianchi intitolato “La differenza cristiana”. Questo libro insiste sulla “mansuetudine della assenza” della specificità cristiana. Con il termine “mansuetudine” si intende sostanzialmente quella assenza della conflittualità sui terreni riguardanti la sfera pubblica e questa teologia giustifica la presenza “mimetizzata” del credente cristiano nei quadri politici e operativi delle sinistre. In questo c'è però qualcosa di già visto in passato. Cinquant'anni fa già si insisteva sulla autonomia della politica e sull'essere a sé della comunità cristiana e della Chiesa, ma si trattava però di una distinzione ragionata. Questa teoria si fondava sulla Lettera a Diogneto, un testo apologetico cristiano di autore anonimo risalente al II secolo e proveniente dall'Asia Minore. Tale lettera però rappresenta un rischio per la riflessione cristiana. A parte il fatto che questa lettera è stata ignorata da tutta l'antichità ed è stata riscoperta solo nel XV sec., essa indica però una spiritualità di comunità latente e nascosta, sul cui orizzonte non appare mai la grande Chiesa. In passato, quando tutti noi eravamo più strutturati da un punto di vista ecclesiologico, l'indicazione contenuta in questo testo poteva costituire un prezioso correttivo.
PAOLO SORBI – Noi infatti non dobbiamo far passare l'idea che non apprezziamo il concetto di mansuetudine della vita di Gesù. La critica a Bose che noi portiamo è invece relativa a certi contesti. Gli errori di questa area socio-culturale di matrice cattolica non li vedrei tanto di principio teologico perché la “mansuetudine dell'assenza”, in una realtà di cristianità, secondo me riporta positivamente al rigore che c'è nel Vangelo e nella testimonianza della Chiesa. Ma ora ci troviamo in un momento in cui ravvisiamo una evidente debolezza ecclesiale. La critica che facciamo sta nel fatto di non rendersi conto di questo mutamento di paradigma!
PIETRO DE MARCO – Mentre il modello sottostante la Lettera a Diogneto aveva infatti un senso nella costruzione di una maggiore laicità in un periodo di una forte cristianità, la “mansuetudine” è ora diventato un enunciato ideologico. A mio parere tutta l'impalcatura della tesi contenuta in quel libro va a colpire la costituzione necessaria della esistenza cristiana come appartenenza della “civitas dei” (S. Agostino) in terra. La “città di Dio” in terra non è però una singolarità impalpabile e non è neppure riconducibile ad una sola comunità adunata, sia essa liturgica o monastica, che diventa esemplare della civitas e del “regno”. La nostra costituzione nella storia è invece una costituzione di cittadini della città di Dio, anche di quella che è nella terra. Ciò significa avere una consistenza che di volta in volta può diventare anche necessariamente milizia cristiana. Questo aspetto, che è ecclesiologicamente importantissimo e che è stato dialetticamente indebolito quando forse era necessario farlo, col passare dei decenni e per via di conseguenze non previsti dal Concilio Vaticano II, si è dissolto. E su questa dissoluzione del senso della esistenza corporata del cristiano nella città di Dio contribuiscono molti fattori. Tra questi fattori evidenzierei come sia stata molto negativa la lettura in termini di psicologia dell'amore del mistero cristiano dell'incarnazione. Quando in un libro che ha molto circolato si dice che le parole della consacrazione sono un invito agli uomini di procedere nella donazione di sé, questo è un fatto splendido ma non basta assolutamente a descrivere il mistero eucaristico perché in tal caso finirebbe per dissolversi nel sentimento. Questo esempio è in realtà una questione che riguarda una parte non piccola della cultura diffusa nel mondo cattolico, che spesso sta alla base di un tipo particolare di sensibilità che si appoggia alla rete di uomini (ideologie e politici) di cui noi stiamo parlando criticamente. Gli aspetti di svuotamento della realtà del corpo mistico e del momento liturgico eucaristico, su cui non a caso ha fortemente insistito Papa Benedetto XVI, sono uno degli elementi che corrispondono teologicamente a questo muoversi politico su cui noi abbiamo profonde riserve.
PAOLO SORBI – Credo che tu abbia molto ben articolato la critica a questo raccordo di politici progressisti e la comunità di Bose. Se possiamo sintetizzare tutto questo complesso errore potremmo chiamarlo “volontà di dissoluzione”. Perché Camillo Ruini, in questo suo arco di testimonianza a presidenza della CEI, è stato simbolicamente l'alternativa teologico-culturale e pastorale a questa volontà di dissoluzione teorizzata dal gruppo di Bose e dei suoi amici?
PIETRO DE MARCO – A Ruini noi dobbiamo moltissimo. Perché però quest'opera del cardinale è stata presentata come antagonistica? Perché si trattava di una linea che era consapevole di quella che io chiamerei la “derealizzazione cristiana”. Prima accennavo al “concretissimo” della città di Dio, al “concretissimo” del corpo mistico, al “concretissimo” della presenza reale di Cristo nella eucaristia. La linea del cardinale, che non va ridotta alla sola dimensione politica, riguardava la sfera antropologica su tutti i fronti ed era del tutto differente e radicalmente correttiva rispetto a questo orientamento di dissoluzione, spiritualizzazione e scomparsa della cultura cattolica e dell'agire cattolico nella società diffusa. Le sue battaglie non solo erano per l'uomo ma per la creazione; ci ricordava che noi non possiamo derealizzare l'idea del messaggio dal fatto fondamentale che la realtà è creazione e che la storia è sotto la signoria di Dio. Le dimensioni di oggettività cosmica e storica sono invece radicalmente perdute dalle culture teologico-politiche delle diverse sinistre cattoliche. Un esempio tra i tanti: pensiamo al successo del film Centochiodi di Ermanno Olmi che presenta la figura di Gesù che guida ad un percorso di autoliberazione delle persone. Questo svuotamento della cristologia in figure minimaliste è un aspetto di questa dereliazzione: non c'è più il Cristo paolino, non c'è più il Signore della storia, resta solo una figura blandamente imitabile. Questo è anche quel rischio che emerge delle questioni relative al Gesù storico che noi ben conosciamo: quasi sempre il dibattito sul Gesù storico sostiene surretiziamente per la Chiesa e per la nostra spiritualità l'idea di un dio minore, impotente, politicamente corretto, blando, “mansueto”. Rispetto a questo ha però risposto la grande azione del pontificato di Giovanni Paolo II, a cui attribuisco la progressiva uscita dalle derive indesiderabili del post-concilio, e l'azione di governo saldo della Chiesa italiana di Ruini verso questa forte direzione di rigore e di continuità della fede come realtà cristiana.
PAOLO SORBI – Quindi Ruini avrebbe messo al centro del proprio progetto culturale il realismo antropologico contro quella volontà di dissoluzione, o “mansuetudine dell'assenza”, che voleva rendere ombra questo grande realismo cristiano derealizzando la fede. Ora vorrei affontare il discorso della cosiddetta “questione toscana”. Mi sembra che il discorso paradigmatico che hai fatto per Enzo Bianchi, con una critica sulla teologia della debolezza globale del cristianesimo, sia rintracciabile nel suo nascere qualche decennio prima di Bose stessa. Sto parlando del cattolicesimo fiorentino a cavallo degli anni '40-'60, dove nascono ricchezza e miseria culturale che il card. Ruini ha dovuto ricorreggere.
PIETRO DE MARCO – A questo tema stiamo organizzando un convegno di studi e per questo sarò breve. Si tratta di un periodo sintomatico. Siamo nel periodo iniziale del magistero della generazione di Giorgio La Pira e della formazione della generazione successiva (Don Milani e Padre Balducci). Il governo e la direzione pastorale a Firenze era nelle mani del card. Dalla Costa con una linea di tradizione rigorista caratterizzata da tratti come l'anti-devozionalismo e cura massima della formazione del clero. Poi abbiamo la forte presenza della cultura laica e socialista. Questo crea una tensione di reciproco coinvolgimento tra la cultura laica e laicista uscita dalla Resistenza e il mondo cattolico che si pone dinnanzi ad un primo processo di secolarizzazione. Questa situazione differenziata che La Pira riusciva a tenere insieme è andata in pezzi con il Concilio perché ha trasmesso al mondo cattolico quella tensione tra le parti che poi è sfociata nei due partiti radicalizzata nel dopo-concilio. In questa frammentazione alcune parti hanno perso il legame con il resto e si sono radicalizzate finendo in quell'area che si suole definire cattocomunismo (definizione che io non amo particolarmente perché mette insieme troppe cose divere).
Alla Chiesa non servono intellettuali improvvisati
I cattolici riuniti nel convento di Bose hanno attaccato senza appello Radio Maria pretendendo di dare lezioni non richieste.
di Mons. GIROLAMO GRILLO,
vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia
(da "Il Tempo" del 8/7/2007)
In merito a un recente incontro di un gruppo di cosiddetti cattolici, appartenenti all'ala progressista della Chiesa, nel ben noto pacifico monastero di Bose, mi sento in dovere di fare qualche piccola riflessione in ordine ad alcune affermazioni che questi nostri fratelli pare abbiano fatto andando un tantino al di sopra delle righe. Francamente non si possono condividere alcune loro espressioni lette sui giornali, come la seguente: «Questi ultimi anni rappresentano una parentesi da chiudere nel rapporto tra Chiesa e politica...», per nulla evitando di soffermarsi sulle solite critiche ridanciane rivolte in fuoco incrociato anche da comici di spicco ad alcuni uomini di chiesa. Stranamente si invoca, poi, la riapertura dell'impegno del Concilio, quasi che quest'ultimo sia stato chiuso prematuramente, dimenticando che, per anni, si è anche invocato un nuovo Concilio. Incredibile, inoltre, la convinzione di volere essere i veri artefici dì quella che essi chiamano addirittura "una serena correzione fraterna", per far notare ai vescovi di aver imboccato una strada sbagliata, con una frase che una certa pubblicistica dì sinistra ha sempre attribuito al vecchio Sant'Ufficio, cioè all'attuale Congregazione per la Dottrina della Fede.
Quando poi i medesimi correttori, i quali naturalmente non riescono a vedere la trave esistente nel loro occhio, vorrebbero assestare un colpo alla (per loro) fastidiosa "Radio Maria", alla quale non dovrebbe essere lasciato il compito di formare le coscienze cattoliche, è chiaro che ci si debba sentire coinvolti in prima persona, proprio perché ci si rende conto del bene fatto finora da questa emittente cattolica, la quale fa di tutto per illuminare le coscienze, al fine di distoglierle soprattutto dall'ignoranza anche delle cose più essenziali della fede, secondo i dati del "Catechismo della Chiesa Cattolica" e della esegesi biblica più aggiornata. Si è convinti, infatti, che le comunicazioni sociali cattoliche e specialmente "Radio Maria", stiano facendo molto di più, soprattutto per evitare la totale scristianizzazione dell'Italia secondo i modelli consumistici e materialistici, di quanto non riescano a fare i convegni, per quanto dotti, e con tanti illustri partecipanti, come questo del monastero dì Bose.
È da pensare che ci si debba attendere da essi la solita risposta e cioè che quel che conta è fare la cosa giusta, cioè seguire il Vangelo. Ma non c'è scritto proprio nel Vangelo: «Ti benedico, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te»? Ed allora, come la mettiamo? Della buona fede dei convenuti a Bose non si vuole dubitare, anche se i loro toni ed i loro messaggi peccano, come già detto, di una certa presunzione: quella di voler fare da maestri al Papa e ai Vescovi, sui quali, peraltro, Cristo ha voluto fondare la sua Chiesa. |
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