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BIOETICA & DINTORNI
Schiavismo e nazismo ci insegnano che la legge non basta a fondare la dignità
Pubblichiamo un estratto della relazione “Ragione, libertà e stato di diritto” che Robert George ha tenuto ieri ad Asti in occasione del convegno su “Usa, Italia, Europa: Costituzioni e Costituzionalismo”, organizzato da Ethica e dalla James Madison Foundation. George è il massimo giurista conservatore degli Stati Uniti, insegna a Princeton e fa parte del Comitato di bioetica di Bush. Filosofo cattolico, studioso di diritto naturale, già consulente della commissione degli Stati Uniti per i diritti civili, Robert George è l’autore dell’emendamento costituzionale sul matrimonio omosessuale, bocciato al Senato americano il 7 giugno scorso.
Cosa implica una dignità violata quando un governante tratta i governati nel modo in cui un allevatore tratta i suoi animali? L’elemento divino, per quanto naturalmente limitato, sta nella capacità dell’uomo di essere una “causa non causata”
di ROBERT GEORGE,
docente di giurisprudenza alla Princeton University
L’idea della legge e la concezione dello stato di diritto hanno un’importanza fondamentale nella tradizione del pensiero occidentale sul tema dell’ordine pubblico (o “politico”). San Tommaso d’Aquino proclamò addirittura che “appartiene alla stessa nozione di popolo il fatto che i rapporti tra gli individui siano regolati da un giusto sistema di leggi”. Nella nostra epoca, Giovanni Paolo II ha riaffermato con grande forza la concezione dello stato di diritto come presupposto essenziale della giustizia politica. Malgrado tutto il fascino romantico della “giustizia sotto la palma” o della “sapienza salomonica”, e nonostante il carattere talvolta decisamente non romantico di una vita regolata da leggi prestabilite, la tradizione occidentale sostiene che la stessa giustizia esiga che gli individui siano governati secondo i principi della legalità. A partire dalla metà del secolo scorso una delle principali preoccupazioni dei filosofi è stata quella di definire il significato, il contenuto e il valore morale del concetto di stato di diritto. Questo rinnovato interesse per un’antichissima questione è la conseguenza, a mio parere, della spettacolare ascesa e caduta dei regimi totalitari. All’indomani della sconfitta del nazismo, filosofi di ogni convinzione religiosa hanno messo sul banco di prova le proprie teorie sulla legge e la legalità domandandosi, per esempio, se il regime nazista potesse essere definito, in linea di principio, un sistema di governo legale.
Dopo il crollo del comunismo in Europa, numerosi studiosi hanno avviato una nuova riflessione per cercare di comprendere più a fondo il ruolo che hanno le procedure e le istituzioni legali nella creazione e nel mantenimento di regimi autenticamente democratici. È proprio in tale contesto che Giovanni Paolo II ha sottolineato l’importanza morale dello stato di diritto. L’apartheid e addirittura lo schiavismo sono più volte coesistiti con lo stato di diritto. E chi sostiene che persino il regime nazista abbia commesso i suoi crimini usando strumenti formalmente legali non è certo privo di solidi argomenti. Per quanto riguarda il problema della presunta incompatibilità tra il rispetto dello stato di diritto e una situazione di grave e concreta ingiustizia, mi limito a questa semplice considerazione: il rispetto delle procedure legali da parte di un regime ingiusto offre almeno il vantaggio di limitare la libertà di manovra dei governanti, riducendone in parte la possibilità di commettere crimini. Le potenziali vittime di malvagi governanti sono in qualche modo più garantite se questi ultimi decidono, per qualsiasi motivo, di rispettare le procedure dello stato di diritto. I filosofi, da Platone fino a John Finnis, ci hanno avvertito sul fatto che, ovunque la concezione dello stato di diritto goda di prestigio e considerazione, i governanti malintenzionati cercheranno di sfruttare le procedure costituzionali come strumento per mantenere o persino aumentare il proprio potere politico. Lo stesso Platone non si faceva nessuna illusione sul fatto che il rispetto di tali procedure avrebbe garantito un governo sostanzialmente giusto. Ciononostante, osservò che, anche non considerando gli egoistici motivi che talvolta spingono malvagi governanti ad agire in conformità ai principi della legalità, i governanti onesti rispettano sempre questi principi, perché l’onestà procedurale è in se stessa un presupposto essenziale della giustizia, un elemento imprescindibile nelle relazioni umane e ancor più in quelle tra governanti e governati.
Ora, in questa mia piccola frase (suppongo di sapore più kantiano che platonico) “data la dignità dell’essere umano”, sono contenute moltissime cose. Sebbene quasi tutti pongano obiezioni morali alla crudeltà contro gli animali, nessuno pensa che gli animali domestici o d’allevamento debbano essere governati secondo i principi dello stato di diritto. Nei limiti della decenza, ci auguriamo, l’allevatore ricorre piuttosto a metodi pavloviani o, insomma, a qualsiasi cosa sia necessaria per fare in modo che i polli stiano nel pollaio e che le mucche vadano a pascolare. Anzi, sarebbe assurdo tentare di governare gli animali per mezzo della legge, perché la legge non può valere come motivazione per le loro azioni. L’allevatore, al contrario, impone (o, meglio, cerca di imporre) all’animale di fare ciò che lui desidera. Gli esseri umani, invece, possono essere governati per mezzo della legge perché le regolamentazioni legali possono agire nelle deliberazioni pratiche delle persone nel senso di ciò che Herbert Hart ha definito (in contrasto con i suoi predecessori positivisti Bentham e Austin, secondo i quali erano non ragioni ma cause del comportamento umano) “ragioni di principio e imprescindibili per l’azione umana”.
Tutte le discussioni filosofiche sulla dignità umana pongono l’accento sul significato morale della razionalità dell’uomo. Agli individui, come ha detto Neil MacCormick, “si deve un certo rispetto, in quanto agenti razionali”. Ma se questo è vero, e io credo che lo sia, allora è probabilmente opportuno fare una pausa e considerare come e perché un sistema di governo fondato sui principi dello stato di diritto tratta gli individui con il rispetto che gli è dovuto in quanto esseri razionali”. Che cosa c’è nella razionalità umana che implica una dignità che appare violata ogni volta che un governante tratta i propri governati nello stesso modo in cui un allevatore tratta i suoi animali? La mia risposta è la seguente: la razionalità in virtù della quale agli uomini spetta quella forma di rispetto che è garantita dallo stato di diritto non è in sostanza la stessa razionalità che ci permette di risolvere problemi matematici, di capire il funzionamento del sistema nervoso, di trovare nuove cure per le malattie, di indagare sull’origine dell’universo o anche sull’esistenza e gli attributi di Dio. Si tratta invece di quella razionalità che ci permette di intuire che i problemi matematici devono essere risolti, che il funzionamento del sistema nervoso deve essere compreso, che le malattie devono essere curate e che Dio deve essere conosciuto e amato. È, inoltre, la capacità di distinguere possibilità di scelta e di azione perfettamente razionali da condizioni che, sebbene dotate di un fondamento razionale, non rientrano nelle esigenze imprescindibili della ragione.
In breve, la dignità che impone il rispetto dovuto a esseri razionali nella forma di un sistema di governo conforme ai principi dello stato di diritto deriva dalla nostra natura di essere forniti di un’intelligenza pratica, vale a dire esseri dotati della capacità di comprendere e agire sulla base di ragioni non semplicemente strumentali. La capacità di comprendere e agire sulla base di tali ragioni è strettamente connessa con la nostra capacità di libera scelta, vale a dire la nostra capacità di decidere e scegliere tra le varie possibilità offerte dalle “qualità umane fondamentali”, ossia da ragioni non semplicemente strumentali. La libera scelta esiste soltanto quando gli individui sono consapevoli di tali ragioni e possono agire in base ad esse; allo stesso tempo, gli individui sono consapevoli di tali ragioni e possono agire in base ad esse soltanto quando hanno la possibilità di una libera scelta. Ma se è vero che gli individui possiedono ragione e libertà, allora possiedono ciò che si può definire soltanto in un modo: poteri spirituali; anzi, si potrebbe addirittura dire che possiedono persino un certo potere divino, ossia il potere di creare ciò che si ritiene razionalmente giusto creare (qualcosa “di valore”), ma che non si è necessariamente obbligati a creare. L’elemento divino, per quanto naturalmente limitato, sta nella capacità dell’uomo di essere una “causa non causata”. Questo, io penso, è il significato fondamentale dell’altrimenti incomprensibile insegnamento biblico che l’uomo (a differenza delle altre creature) è stato creato a “immagine e somiglianza di Dio”. Questo insegnamento esprime in termini teologici (e presenta come materia di verità rivelata) la tesi filosofica che ho qui esposto, secondo la quale la dignità umana deriva dalla sua natura di essere dotato di intelligenza pratica. Da ciò consegue non che gli esseri umani non possono essere legittimamente governati, ma che devono essere governati in modi che ne rispettino la natura di “agenti razionali”. Tra le altre cose, questo richiede che il principio al quale gli uomini sono vincolati è quello del regno della legge, dello stato di diritto.
Una approfondita riflessione sul rapporto tra ragione e libertà umana – e sul significato teologico di questo rapporto in una tradizione fortemente influenzata dal racconto biblico dell’uomo come essere dotato di poteri spirituali e, anzi, come imago dei – può aiutarci a comprendere l’importanza fondamentale della legge, e del regno della legge, nel pensiero occidentale sul tema della moralità politica. In particolare, ci aiuta a spiegare il valore assegnato alla concezione dello stato di diritto come principio essenziale della giustizia politica nella tradizione filosofica e teologica che sta alla base dell’Europa moderna e di quelle nazioni, come gli Stati Uniti, che si fondano sulla medesima tradizione.
Intervento pubblicato su “Il Foglio” del 4/11/2006, traduzione italiana di Aldo Piccato
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