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Eutanasia

 

«Eutanasia? La chiede chi viene lasciato solo»

Intervista a don Michele Aramini

a cura di FRANCESCA LOZITO
(da "Avvenire" del 20/4/2006)

Don Michele Aramini
Don Michele Aramini
1. La medicina ha due compiti: guarire e curare. Quando non si può più guarire bisogna però alleviare il dolore. Spesso i medici vedono nella non guarigione del paziente una sconfitta, e se ne vanno.
2. In Italia oggi c’è una legge che promuove la creazione di unità ospedaliere di cure palliative, e si è intrapresa la strada del loro potenziamento.
3. L’Istituto dei tumori di Milano ha compiuto un’indagine sui malati terminali che vengono trattati con le cure palliative: dalle 996 richieste iniziali di eutanasia, dopo le cure si è passati a cinque.

Eutanasia, spunti per un dibattito

Don Michele Aramini
EUTANASIA
Spunti per un dibattito

Ancora, 2006

Il dibattito su questo tema è sempre più all’ordine del giorno, portato alla ribalta da casi limite come quello di Terry Schiavo o ancora più di recente dall’eutanasia per i malati terminali a New Orleans. Un grande tema, che suscita una folla di pensieri e interrogativi sulla dignità della vita e della morte, sul senso della sofferenza, sul diritto della persona e i suoi limiti ecc. Questo libro vuole esporre con chiarezza le ragioni dei pro e dei contro, senza prendere posizione a favore di una o dell’altra parte. L’autore, esperto di bioetica e sacerdote, non vuole entrare nel merito delle questione ma chiarisce i termini del problema a partire dal significato delle parole: eutanasia, accanimento terapeutico, terapia del dolore, “dolce morte” ecc. L’altro aspetto toccato è quello legislativo, inquadrato nell’attuale scenario europeo, in particolare viene presa in esame la legge sull’eutanasia approvata in Olanda.

Michele Aramini è nato a Palermo nel 1953. Ordinato sacerdote della diocesi di Milano nel 1978, i suoi studi si sono concentrati in particolare su teologia morale e bioetica con una particolare attenzione al tema dell’eutanasia. È docente di teologia e di bioetica nel seminario per le lauree di specializzazione all’Università Cattolica di Milano. Ha insegnato Storia della bioetica ed Economia, etica e sanità all’Università Pontifica Regina Apostolorum di Roma. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo Introduzione alla bioetica (Giuffrè 2001); Eutanasia. Commento giuridico alla nuova legge olandese (Giuffrè 2003); Fecondazione artificiale. Che cosa dice la legge e che cosa insegna la Chiesa (Portalupi 2004).

Se ne parla troppo di eutanasia, o se ne parla troppo poco? L'affermazione più corretta sta nel mezzo: se ne fa un gran parlare ma spesso in maniera scorretta. Di tutti i nodi bioetici è forse il più difficile: perché può riguardare due fasi della vita, la vecchiaia e la malattia – di frequente coincidenti – che l'efficientismo dilagante tende a giudicare "inutili". Il malato, specie se vecchio, è considerato un peso improduttivo. Ma ci sono anche altri interrogativi: può un uomo decidere di smettere di vivere per non soffrire, o scegliere al posto di un altro? Cosa succede quando a soffrire sono i bambini? E cosa vuol dire non voler vedere una persona star male, quando la medicina ha portato allo sviluppo di innovative terapie del dolore?Domande cui si è portati a rispondere più con l'istinto che con la razionalità. Fondamentali sono dunque la chiarezza e la precisione delle argomentazioni, le stesse che usa don Michele Aramini, docente di bioetica e autore di numerosi testi, ultimo il recentissimo «Eutanasia. Spunti per un dibattito» (Ancora, pp. 159, 12 euro).

• Don Aramini, partiamo dal linguaggio. Che cosa s'intende per eutanasia?
«La maggior parte delle persone guarda in modo non del tutto negativo l'eutanasia perché pensa che si tratti della sospensione delle cure inutili praticate a un malato che sta per morire. Questa però non è eutanasia ma il "no" all'accanimento terapeutico. Ed è del tutto lecito e necessario che ci si opponga a questa pratica. L'eutanasia, invece, è la decisione – con o senza esplicita richiesta – di anticipare la morte di una persona attraverso un gesto specifico o un'omissione, cioè somministrando o meno qualcosa. Per eutanasia quindi si deve intendere la volontà di uccidere una persona prima della sua morte naturale. Non è il caso di sottilizzare se si tratta di un'azione attiva o passiva, perché il fine è lo stesso: procurare la morte».

• Perché si arriva a chiedere in determinati casi il ricorso all'eutanasia?
«C'è una prima motivazione, che di certo era più valida nel passato ma che, quando si entra in un clima di polemica, viene tirata abitualmente fuori: mi riferisco all'insopportabilità del dolore, vale a dire il rifiuto di una sofferenza che non si riesce a tollerare in prima persona oppure a far sopportare agli altri. Era la richiesta contenuta nel manifesto sull'eutanasia firmato nel 1983 da alcuni premi Nobel, che faceva leva sulla pretesa immoralità di infliggere dolore a una persona. È una richiesta superata, in quanto la terapia del dolore oggi è in grado di agire su tutte le situazioni, anche quelle più estreme, con la cosiddetta "sedazione terminale"».

• La terapia del dolore è però ancora insufficientemente conosciuta e praticata in Italia...
«Il problema vero è che è usata a macchia di leopardo, anche se la sua diffusione sta progredendo. Non è un problema solo dell'Italia ma anche – per esempio – degli Stati Uniti, dove le statistiche dicono che solo la metà dei pazienti viene trattata adeguatamente nella parte finale della vita».

• C'è una mancanza di cultura di parte della classe medica su questo fronte?
«Penso proprio di sì. La medicina ha due compiti: guarire e curare. I medici sembrano essersi quasi dimenticati del secondo aspetto e si sono concentrati soprattutto sul primo. Quando non si può più guarire bisogna però alleviare il dolore del paziente. Spesso i medici vedono nella non guarigione del paziente una sconfitta, e se ne vanno. Ma la cura è probabilmente un'opera ancora più importante, perché il soggetto si trova in grave difficoltà e bisogna aiutarlo. In Italia oggi c'è una legge che promuove la creazione di unità ospedaliere di cure palliative, e si è intrapresa la strada del loro potenziamento».

• Da parte dei fautori dell'eutanasia si è sentito chiedere il riconoscimento di un diritto soggettivo a chiedere la morte e a farsela dare. Cosa ne pensa?
«Sembrerebbe una richiesta di libertà, l'ultimo dei diritti civili ancora non garantito, messo sullo stesso piano del diritto di parola o di voto. Ma è davvero un diritto? Se si pone il tema in questi termini individualistici si tenderà a non domandarsi perché una persona vuole morire. Se la mia morte è un diritto vuol dire che la società ha il dovere di farmi morire. Questo, tra l'altro, significa accettare che il comportamento degli altri venga sottoposto a un vincolo drammatico: i parenti, i medici, ma anche l'intera società, che cosa pensano del farmi morire? Non possono essere obbligati a darmi la morte. Tutte le sentenze della Corte suprema americana e della Corte di giustizia europea hanno negato che nell'impianto normativo possa sussistere questo "diritto all'eutanasia". Ed è anche per questo motivo che legislazioni favorevoli all'eutanasia non si sono sviluppate tanto rapidamente».

• Perché si vuole decidere di morire quando la propria vita "non ha più significato"?
«Perché si considera l'uomo come un oggetto che perde valore in determinate circostanze. Una persona, per il solo fatto di essere tale, possiede un valore permanente, e non è mai assimilabile a un oggetto».

• Quando ci si trova al capezzale di qualcuno che chiede di morire come bisogna comportarsi?
«Innanzitutto occorre chiedersi da cosa scaturisce questa richiesta. L'esperienza ci dice, infatti, che essa viene meno se una persona è trattata adeguatamente con la terapia del dolore, se ha un accompagnamento umano anche da parte dei medici, degli infermieri, dello psicologo, dei volontari, se la sua famiglia non è stressata ma viene aiutata nell'assistenza. Quando i parenti di chi invoca la morte non vengono sostenuti allora possono cedere i nervi: la richiesta di morire sembra spesso dettata dalla constatazione del disastro cui sembrano condannati i propri cari. Si spera nella morte, dunque, quando ci si sente un peso per gli altri, o anche perché si vuole ricevere maggiore attenzione. È un po' come dire: "Guardatemi, io sono qui, voglio essere curato meglio". L'Istituto dei tumori di Milano ha compiuto recentemente un'indagine sui malati terminali che vengono trattati con le cure palliative: dalle 996 richieste iniziali di eutanasia, dopo le cure si è passati a cinque».

• Un dato davvero impressionante. Quindi si dovrebbe spostare l'attenzione dall'eutanasia alle cure palliative...
«Sì, certo. Non abbiamo bisogno dell'eutanasia ma di approntare un sistema di accompagnamento delle persone che sono arrivate alla fine della vita. Bisogna rispondere alle tentazioni eutanasiche con soluzioni che puntino maggiormente sulla famiglia e sulla solidarietà».

 

Dall’introduzione di «Eutanasia. Spunti per un dibattito»

L'eutanasia, contrariamente alla maggior parte delle questioni di cui si occupa la bioetica, non è una pratica nuova. Limitandoci a qualche osservazione relativa al mondo occidentale, possiamo dire che essa era approvata, tra gli altri, da Platone (Repubblica, 460b; Convito 186b-c). Egli riteneva che si dovesse applicare per i malati gravi, che a suo avviso dovevano essere soppressi con l’aiuto dei medici. Per i romani i motivi che potevano spingere un cittadino romano al suicidio non erano legati alla malattia, ma all’onore personale o per evitare di cadere nelle mani del nemico.
Ma, anche nel mondo greco-romano, altre voci furono contrarie a qualunque forma di eutanasia. Basti ricordare il giuramento di Ippocrate e la posizione di Cicerone, fermamente contrari alla pratica dell’eutanasia. Ma quando Platone parla di «lasciar morire chi è fisicamente malato» o il giuramento ippocratico vi si oppone, in entrambi i casi non viene usato il termine eutanasia. Per gli antichi con questo termine si intendeva una morte dolce e facile come quella descritta da Svetonio quando parla della morte di Augusto, oppure una morte gloriosa come quella che può accadere a un condottiero illustre a servizio della patria. Inoltre, questo ideale è solo un modo in cui si spera di morire e non un modo di accelerare coscientemente la morte da parte dell’uomo.
In ogni caso, con l’avvento del cristianesimo l’eutanasia viene rifiutata totalmente e la cura degli inguaribili e degli emarginati si configura come tratto caratteristico della carità cristiana. Soltanto molti secoli dopo, il termine eutanasia viene riproposto da Francesco Bacone che, nella sua opera «La dignità e il progresso delle scienze» (1605), inserisce tra i doveri del medico anche l’alleviamento delle sofferenze del moribondo, in modo che egli possa «passare in maniera più dolce e serena da questa all’altra vita». Si deve però arrivare al nostro secolo e alle pratiche naziste per vederla attuare nuovamente secondo l’accezione oggi comune di anticipare volontariamente la morte. Come è noto, l’eutanasia praticata dai nazisti non aveva in primo luogo un significato antisemita, dato che venne praticata ampiamente sugli stessi cittadini tedeschi.
Il programma eutanasico dei nazisti derivava dalle idee di purezza della razza ariana, che Hitler aveva esposto nel suo libro «Mein Kampf». Tali idee erano state precedentemente diffuse dallo scrittore Adolf Jost, nel suo opuscolo polemico «Das Recht auf den eigenen Tod. Eine soziale Studie» («Il diritto alla propria morte. Uno studio sociale»). In quest’opera Jost reclama, per la prima volta, che sia legalmente permesso uccidere su richiesta non solo nel caso di una malattia inguaribile, bensì anche nel caso di gravi turbe psichiche. Il fatto che l’opuscolo si presenti come studio sociale indica pure l’idea di un dovere dello stato di praticare una sana igiene razziale e di eliminare la vita «malata dall’organismo sano del popolo».
Con la presa del potere da parte dei nazisti, queste idee divennero il nucleo di un programma propagandistico mirante a convincere l’opinione pubblica della validità dell’eliminazione delle «vite prive di significato». Ma solo a partire dall’ottobre 1939 seguì un programma operativo che condusse all’omicidio di circa 70.000 persone tra cui circa 5.000 bambini. Si tratta della «Operazione T4», che fu poi sospesa da Hitler nel 1941, quando, nonostante la sua segretezza, il programma di eliminazione dei malati mentali, dei bambini malformati, sollevò forti proteste. Dopo l’occupazione dell’Olanda il piano venne esteso a questo Paese, ma i medici olandesi rifiutarono la loro collaborazione alle direttive naziste e, per questa ragione, alcuni di essi vennero imprigionati nei campi di concentramento.

Michele Aramini


Parole-chiave per non lasciarsi ingannare

Alle parole occorre dare il loro significato, senza lasciare che gli slogan e le opinioni per sentito dire abbiamo il sopravvento sui ragionamenti basati su dati di fatto e definizioni adeguate. Si sentono spesso discorsi che puntano sull'emotività dei casi limite, cioè di quei malati in condizioni talmente dolorose e senza speranza di recupero, da suscitare profonda compassione in chiunque. Ma che qualcuno traduce nella possibilità, per far cessare le sofferenze, di «uccidere per amore», una contraddizione in termini, dimenticando che le moderne terapie sono in grado, quando non è più possibile curare una malattia irreversibile, almeno controllarne l'aspetto più angosciante: il dolore.
Viene spesso sottolineato anche il tema della libertà e dell'autodeterminazione dell'individuo, volutamente ignorando – come la saggezza popolare riconosce da tempo – che nessun uomo è un isola, che le nostre esistenze sono inevitabilmente intrecciate a quelle dei nostri simili nelle comunità in cui viviamo. E che in nessun modo un medico – che ha giurato sul testo di Ippocrate «di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente» – potrebbe essere obbligato a compiere atti eutanasici, pena l'abdicare totalmente alla propria missione. Perché continuiamo a ritenere che chi si dedica all'arte medica non abbracci solo una professione, spesso remunerativa, ma abbia in animo anche di dedicarsi – operando in scienza e coscienza – al bene dei suoi simili.
Ci guida in questa non facile impresa don Michele Aramini, autore di alcuni volumi di bioetica (nel 2006 un «Manuale di bioetica per tutti») e docente di Introduzione alla teologia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

ACCANIMENTO TERAPEUTICO
Trattamento inutile, fonte di sofferenza – Si tratta di «un trattamento di documentata inefficacia in relazione all'obiettivo, a cui si aggiunga la presenza di un rischio elevato o una particolare gravosità per il paziente, con un'ulteriore sofferenza in cui l'eccezionalità dei mezzi adoperati risulta chiaramente sproporzionata agli obiettivi» (Corrado Manni, 1995). Esiste un'esigenza di proporzione fra mezzi terapeutici e condizioni del paziente. In casi obiettivamente disperati non ha senso alcuno effettuare un intervento chirurgico, o somministrare un farmaco, o iniziare tentativi di riabilitazione. L'accanimento terapeutico, infatti, non è l'atteggiamento del medico che «fa di tutto» per strappare alla morte un paziente, o per prolungare, seppure di poco, la sua vita. Risponde piuttosto all'atteggiamento del medico che, pur sapendo di avere fatto ormai tutto il possibile, continua ostinatamente a sottoporre il malato a trattamenti inutili e gravosi, che non possono avere altro effetto se non quello di prolungare l'agonia. In modo errato, alcuni ritengono che accanimento terapeutico significhi semplicemente «essere tenuti in vita in condizioni precarie», quando ci si trova sopraffatti dal dolore e quando «il desiderio di vivere si è spento». In questo senso, il concetto si identificherebbe con la volontà – di medici insensibili – di conservare ostinatamente la vita del paziente anche se questi non sa più che farsene. In altre parole, se con il rifiuto dell'accanimento terapeutico si intende la negazione di tutte quelle misure artificiali che tengono in vita in fase critica o terminale precisamente perché il paziente chiede di morire (oppure il medico vuole farlo morire), allora si rientra pienamente nella situazione dell'eutanasia, cioè nella volontà di porre fine, con azioni od omissioni alla vita di un malato per eliminare ogni dolore. Secondo tale concezione, non sarebbero eventuali trattamenti gravosi e inutili a costituire una forma di accanimento, ma sarebbe un accanimento il fatto stesso di mantenere in vita un morente o un malato grave. In questa linea si dovrebbero togliere la gran parte dei mezzi di sostegno vitale in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti, con il risultato di far morire i pazienti.

EUTANASIA
Causare volutamente la morte di un paziente – Il Comitato nazionale per la Bioetica (Cnb) ha definito l'eutanasia come l'uccisione «diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su sua richiesta» (documento del 14 luglio 1995). In altri termini essa consiste nel mettere in atto, intenzionalmente e volontariamente, azioni o omissioni che causano direttamente la morte di un paziente che si trovi nello stadio terminale della malattia di cui è affetto e che abbia chiesto o chieda di morire. Nella stessa linea si pone l'enciclica «Evangelium vitae» (n. 65): «Per eutanasia in senso vero e proprio – vi si legge – si deve intendere un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore». I significati della parola eutanasia sono mutati nel corso del tempo. Nella cultura romana aveva principalmente il significato di «morte bella», nel senso anche di eroica. Oggi si intende invece l'«uccisione intenzionale attuata con metodi indolori per pietà». Non si può parlare di eutanasia nel caso di una persona che non sia morente oppure sia affetta da una malattia che, per quanto dolorosa, non la conduca necessariamente e rapidamente alla morte. Si può parlare della distinzione tra eutanasia diretta e indiretta. La prima è quella che abbiamo definito, la seconda è quella che si produce come effetto secondario di un trattamento medico, quale la terapia antidolorifica.

CURE PALLIATIVE
Presa in carico totale di chi si avvia al tramonto della vita – Il punto qualificante delle cure palliative è quello di essere cure attive e globali, effettuate sulle persone affette da un male inguaribile, in cui le cure specifiche per la malattia non hanno alcuna risposta. Il loro obiettivo è quello di non prolungare la vita, ma di migliorarne la qualità alleviando le sofferenze. Per definizione le cure palliative sono multidisciplinari. Infatti del malato non si prende cura solo il medico, ma anche l'infermiere, lo psicologo, il ministro di culto, la famiglia e anche i volontari adeguatamente preparati. Uno degli elementi centrali delle cure palliative è la somministrazione di farmaci antidolorifici di varie famiglie (oppioidi e non oppioidi). Il solo uso dei farmaci antidolorifici semplici ha permesso di alleviare l'80% delle situazioni di dolore. Nonostante la semplicità d'uso di questi farmaci, in alcuni casi essi non vengono ancora adoperati, o per resistenze culturali o per mancanza di disponibilità dei farmaci, quali la morfina. È urgente che le associazioni professionali dei medici (anche dei Paesi occidentali) si aggiornino nel campo delle cure palliative, secondo gli orientamenti formulati dal Comitato etico dell'Associazione europea di Cure palliative. Dati recentemente forniti da un rapporto su alcuni Centri ospedalieri americani evidenziano che il dolore è controllato adeguatamente solo nel 45% dei casi. Da qui la necessità di diffondere un'educazione che coinvolga le università, le specialità mediche, le scuole infermieristiche e l'opinione pubblica.

TESTAMENTO BIOLOGICO
Indicazione delle cure che un soggetto accetta – Il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale per la Bioetica ha emanato un documento sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Secondo tale documento il testamento biologico è una indicazione sottoscritta dal paziente con la quale egli manifesta alcune semplici indicazioni sulle forme di assistenza che desidera ricevere o non ricevere in condizioni di incapacità, senza porre comunque un totale vincolo sul medico ed escludendo alcune richieste: ad esempio la sospensione di idratazione e alimentazione artificiale, e in generale le richieste eutanasiche, che caricherebbero il personale sanitario di una intollerabile responsabilità sulla morte dei pazienti. Per la verità il valore consultivo sulle preferenze di trattamento dei pazienti (per evitare forme di accanimento terapeutico), anche redatte in anticipo o comunicate a terzi, esiste già, così come il divieto di praticare l'eutanasia, già sancito dalla legge con il generale divieto di uccisione di consenzienti. Il tema è stato però ripreso dai sostenitori dell'eutanasia, che desiderano usare il testamento biologico come espressione della più completa possibilità di «autodeterminazione» del paziente rispetto alla propria morte in caso di incoscienza o di incapacità decisionale. L'intenzione è esplicitamente pro-eutanasia. Infatti nei moduli predisposti dal comitato promosso dall'oncologo Umberto Veronesi si ritrova la possibilità per il paziente di decidere autonomamente i tempi e i modi della propria morte, avvalendosi di un presunto diritto di morire, che sarebbe addirittura speculare al diritto di vivere. Con il testamento biologico così inteso si vuole consentire l'esercizio di questo inesistente diritto.

SUICIDIO ASSISTITO
Richiesta di ottenere gli strumenti di morte – Questo tipo di suicidio consiste nella richiesta che una persona gravemente malata (ma non in stato di malattia terminale e quindi non prossima alla morte) fa in piena coscienza e in stato di lucidità mentale al medico o a un parente o a un amico di procurarle un farmaco che, una volta assunto, le dia la morte. La differenza rispetto all'eutanasia sta nel fatto che è la persona stessa che si procura la morte ingerendo un farmaco mortale che un'altra persona le ha procurato: si tratta cioè di un suicidio, sia pure «assistito», a cui ha contribuito un'altra persona, non di un omicidio, come l'atto eutanasico positivo od omissivo compiuto da un'altra persona, sia pure su richiesta della persona malata.

tratto da "Avvenire" del 27/9/2006

 

 

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