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BIOETICA & DINTORNI
Ma il mistero non umilia l'uomo che cerca
"Se con l'andare del tempo, la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l'organismo risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso"
di Mons. RINO FISICHELLA
(pubblicato su "Avvenire" del 13 ottobre 2005)
«Natura umana e biotecnologie»
(Pontificia Università Lateranense, 10/10/2005)
Sfiderei molti a riconoscere l'autore di questo testo; non è un biologo di fama mondiale, neppure uno dei tanti vincitori di premi Nobel. Non è un grande cattedratico né uno dei nouveaux philosophes. È, invece, un autore del V secolo sconosciuto ai molti, Vincenzo (+ 445/450), monaco a Lérin, che ha scritto una delle pagine più interessanti nella letteratura circa la differenza tra progresso e alterazione, intitolandola con il nome espressivo di Commonitorium cioè un aiuto per la memoria perché rileggendo spesso quelle pagine non ci si incammini per sentieri sconosciuti che non portano a buon fine.
La domanda non è retorica. Che siamo sotto il predominio della tecnica non ha bisogno di grandi dimostrazioni. Ciò che preme, piuttosto, è cercare di comprendere se ci sono strade alternative che possano risvegliare dall'attuale sonnolenza generale in cui siamo immersi e far prendere coscienza che il vero progresso che ci attende o è segnato dalla forza della ragione che recupera obiettivi fondamentali per l'esistenza personale e sociale oppure l'uomo è destinato a giocare un ruolo sempre più secondario e insignificante all'interno del suo stesso mondo. Finalmente ritorna in primo piano il tema dell a vita e della morte; se la vita e la morte ritornano ad essere il contenuto privilegiato dei nostri dibattiti, allora qualcosa sta veramente cambiando e ci si accorge che la posta in gioco è davvero grande. Forse, l'icona di Prometeo che per decenni ha dominato la scena con la sua arroganza lascia il posto a qualcun altro che riporta in equilibrio il mondo, l'uomo che in esso vive e la sua apertura al trascendente che non può essere repressa senza pensare di ridurre l'uomo al solo composto chimico. Mi auguro solamente che l'uscita dal labirinto non avvenga alla maniera di Icaro. Bisognerà non illudersi che le ali con cui si sta volando sono di cera; dimenticare gli insegnamenti del padre Dedalo può far innalzare per un po' oltre il labirinto, ma avvicinandosi al sole quelle ali si sciolgono e la caduta è inevitabilmente mortale. A poco possono valere le lacrime di quanti piangono per la morte se prima non ci si è preoccupati di dare solidità di insegnamento e far prendere coscienza dei propri strumenti.
Un'ultima premessa mi sembra necessaria, soprattutto in risposta a quanti ritengono che su tali questioni i vescovi debbano tacere. Ritorna in questi giorni con una forte carica di arroganza il comando laicista: sileant catholici in campo alieno. I cattolici non prendano la parola su questioni che non li riguardano. Ci sono questioni che non devono interessarci? Quando si parla di problematiche che toccano in primo piano la natura umana, i principi su cui si è costruita e sviluppata la civiltà a cui si appartiene e le leggi a cui si deve obbedire allora l'imposizione del silenzio diventa una violenza. I cattolici hanno acquisito una maturità tale nei loro duemila anni di storia che li ha portati a condividere una responsabilità civile e sociale da cui non possono esonerarsi neppure se lo volessero. Verrebbero meno nel loro stesso compito di credenti che li obbliga a impegnarsi nel mondo ben sapendo che le radici di quella sana distinzione tra Chiesa e Stato appartiene proprio a loro. Il cristianesimo, a differenza di altre religioni, non si è mai voluto proporre come religione di Stato, ma ha sempre cercato di distinguersi dallo Stato. Siamo disposti a pregare per quanti ci governano, ma non ad offrire loro sacrifici. Rivendichiamo la nostra identità che ci fa dire quanto il cristianesimo non potrà mai essere un semplice sentimento soggettivo, ma una verità che siamo chiamati a rendere pubblica, in modo palese e nei luoghi pubblici; sappiamo che questa verità non appartiene agli uomini e per questo chiediamo che anche chi non crede si confronti con essa per verificare le ragioni delle proprie posizioni.
Il nostro dibattito verte su diverse questioni che toccano ambiti differenti, e questioni di ordine culturale, etico, morale, politico e legislativo. Ognuno, a secondo della competenza che possiede, esprime la sua visione del mondo sapendo che l'obiettivo primario rimane la partecipazione diretta alla crescita della società in cui vive. Non possiamo dimenticare, d'altronde, che il sistema democratico in cui viviamo è costituito primariamente dalla forma della rappresentanza non della delega. Non posso delegare nessuno su questioni che toccano la mia coscienza, ma posso essere rappresentato nelle istituzioni competenti perché ciò che costituisce la mia visione del mondo abbia la sua voce diretta nelle sedi legislative. In un sistema democratico dove sono presenti istanze culturali differenti non chi grida di più ha ragione, ma chi presenta le ragioni che possono aggregare il massimo del consenso. Certo, la verità non è data dal consenso – oggi, tra l'altro, troppo facile da essere acquistato – ma dalla oggettività delle ragioni che permettono di raggiungere l'essenza stessa della realtà di cui si discute.
Siamo giunti in questo modo, finalmente, al primo termine del nostro dibattito: la natura umana. Nel contesto contemporaneo siamo posti dinanzi a una duplice tendenza in proposito: da un a parte, si pensa che l'uomo non abbia alcuna essenza naturale; esiste evidentemente una dimensione naturale dell'uomo motivo per cui il biologo studia alcuni dati della natura, ma questo non costituisce la sua identità, ciò che interessa è solo l'intenzionalità e la libertà personale che costituiscono la sua natura e la sua persona. Dall'altra parte, si sostiene che l'uomo deve essere inserito sempre di più all'interno della stessa natura e quindi egli risulta il prodotto di un processo biologico evoluzionista in grado di dare spiegazione a ogni possibile modifica inserita nella natura. Queste due prospettive sono rinvenibili facilmente nel dibattito odierno e in tutte le scienze che se ne occupano. È chiaro che una simile divisione di comprensione porta anche a una concezione antropologica differente con le inevitabili conseguenze nel vivere sociale e culturale. Il concetto di natura umana, comunque, da qualsiasi parte lo si voglia porre rimane un concetto filosofico, nonostante la sua dipendenza dalle scienze naturali. La filosofia della natura, per alcuni versi, è la più antica riflessione che gli uomini hanno iniziato a fare. Prima di compiere i primi passi nella scienza, comunque, l'uomo ha dovuto capire chi era e in cosa consisteva la natura di cui era formato. Purtroppo, con il passare dei secoli, la natura non è stata più studiata per ciò che essa era in se stessa, ma solo in forza della sperimentazione che in essa si compiva; la natura, progressivamente, è diventata il banco di prova delle teorie più svariate. Non riusciremo in poche battute a riportare ordine in questa giungla. Ciò che importa sottolineare è che si deve raggiungere una visione organica del rapporto tra ciò che viene espresso nella natura e ciò che l'uomo pensa e progetta di sé. La natura umana, insomma, non può essere divisa alla maniera cartesiana in due settori chiari e distinti: res cogitans e res extensa; da una parte, la materia che posso manipolare come voglio e, dall'altra, lo spirito dell'uomo che provvede alle scelte e alla progettualità. La natura umana, invece, è caratterizzata da una profonda e inscindibile unità dove la mano non è meno importante dell'occhio e insieme non sono inutili nei confronti della mente. Siamo dinanzi, pertanto, ad un'unità che si esprime con l'intelletto, con i sensi, con il proprio corpo e con il proprio spirito. Il tentativo di desacralizzare la natura, rendendola un semplice surrogato di materiale da laboratorio ha creato, inaspettatamente, lo spazio per addentrarsi ancora di più all'interno del mistero della vita. Si può spiegare sempre di più in forma scientifica il sorgere della vita e, nello stesso tempo, diventa sempre più misteriosa la materia stessa. Insomma, quanto più comprendiamo di dominare la natura e possiamo scrutare e rendere attuali le sue possibilità tanto più essa diventa misteriosa.
Arriviamo al secondo termine del nostro discorso: le biotecnologie. Una natura sempre più somigliante a un laboratorio aperto, diventa oggi soggetta anche alla bioingegneria genetica; in una parola, l'uomo è giunto ad agire direttamente nel suo patrimonio genetico. Questo può avvenire in duplice modo: sia a livello molecolare, introducendo nella cellula un gene sia a livello cellulare, intervenendo direttamente sui nuclei e modificando così il patrimonio genetico della cellula stessa. Le potenzialità inscritte in questo processo sono davvero entusiasmanti. Il campo di ricerca può arrivare a modificare ed eliminare dei geni patogeni permettendo il miglioramento della vita e sconfiggendo patologie ereditarie. Porre tutte insieme queste possibilità per giungere a un giudizio etico non è corretto. È necessario considerare ogni caso specifico ed entrare nel merito delle soluzioni che vengono apportate. Solo una facile demagogia, che è sorretta da una latente ignoranza e da un'arroganza del potere finanziario, può pensare di mescolare le carte impunemente. Le conquiste della bioingegneria possono portare certamente a grandi benefici per l'umanità, ma non è oro tutto ciò che luccica . La possibilità – divenuta in diverse parti del mondo già concreta – di manipolare l'embrione umano porta in primo piano il giudizio etico, il rispetto per la dignità dell'essere umano e, non da ultimo, il diritto inalienabile di ogni individuo di essere concepito e nascere nel rispetto della propria natura.
Sorge, a questo punto, un'ultima questione: quali sono i principi fondamentali che regolano il vivere dell'uomo all'interno dello sviluppo della scienza che chiamano in causa direttamente la sua libertà? Chi formulerà i principi a cui doversi attenere e chi ne possiede l'autorità? Andremo verso una sorta di Stato etico di venerata memoria hegeliana oppure la scienza saprà darsi da sé delle regole quasi uno statuto etico di autoregolamentazione a cui attenersi? In ogni caso, l'interrogativo non sarebbe risolto. Permane il problema di fondo: chi stabilisce i principi a cui tutti sono sottomessi? La risposta tocca lo spazio dell'etica, cioè dei principi razionali universali. La scienza, lo Stato, la religione e la singola coscienza sono chiamati a riconoscere, rispettare ed osservare il principio primo del vivere personale e sociale. La risposta, quindi, consiste nell'affermare che l'uomo è chiamato a fare il bene ed evitare il male. Questa è un'intuizione fondamentale che caratterizza l'agire di ogni persona. Ora, chi stabilisce il confine tra i due e dove si situa il bene e il male? Domanda perenne che rimarrà tale anche per i secoli futuri e che, comunque, deve non solo essere posta, ma anche trovare risposta.
Si deve ritornare, a nostro avviso, alla tanto vituperata legge impressa nella natura che permane come regola suprema di vita e principio etico, nonostante lo slittamento che si è creato con i «diritti fondamentali dell'uomo». Questa legge non è una coercizione perché andrebbe contro la stessa natura dell'uomo; essa, al contrar io, è una perenne sfida che si pone all'uomo perché in essa possa scoprire come esercitare la sua libertà e la sua progettualità . L'uomo non potrebbe mai porsi dinanzi alla natura in maniera passiva, quasi da essere asservito dalla natura. Conforme alla sua stessa natura, invece, è chiamato a far emergere dalla natura tutte le potenzialità che la spingono ad essere ciò per cui è. Solo in questa reciproca relazionalità, si può pensare di creare progresso coerente tra lo sviluppo della natura mediante l'intelligenza dell'uomo e la realizzazione dell'uomo stesso. Quando ambedue, ciascuno conformi a se stessi, tendono verso la finalità impressa in loro, allora siamo dinanzi a una reale conquista per il progresso della specie e a un'applicazione coerente del principio etico.
La natura, pertanto, ha bisogno dell'uomo per manifestare ciò che è; la cosa straordinaria è che in questa conoscenza, l'uomo scopre di essere uscito lui pure da questa natura e che quindi è il fine verso cui essa tende. Ciò non significa che l'uomo possa fare con la natura tutto ciò che desidera o che vuole. Qui viene ad inserirsi il primato dell'etica nei confronti di ogni potenzialità che l'uomo scopre nella natura. L'uomo non può creare progresso distruggendo se stesso o sperimentando nella natura umana; questo non è conforme né alla natura che appunto tesa verso l'uomo né alla natura umana che è tesa alla rigenerazione di sé in conformità con ciò che essa naturalmente produce. In questo contesto entra, inevitabilmente, il tema della dignità della natura umana. Proprio perché non è mai un semplice complesso di tessuti, organi e funzioni, ma sempre unità inscindibile di corpo e spirito, la natura umana non potrà mai essere sottoposta alla sola legge biologica senza attentare alla propria salvaguardia. La scienza e la tecnica dinanzi alla natura umana hanno non solo la responsabilità, ma l'obbligo etico di porsi al servizio della persona e dei suoi diritti inalienabili. Ogni altra strada, se mai percorribile, diventerebbe coercitiva nei confronti della stessa natura umana che si vuole promuovere.
Queste brevi riflessioni portano a una conclusione: fin dove può osare l'uomo? O detto altrimenti: ci sono confini che l'uomo è chiamato a rispettare nella sua azione di progettazione di sé e del mondo? A me sembra che l'uomo deve osare fino all'estremo delle sue possibilità, fin dove lo porta l'uso corretto della sua ragione, fin dove l'istanza più profonda della sua natura lo orienta. Se questi elementi sono accolti nella loro coerente accezione è evidente che all'uomo sono aperti spazi non estranei alla sua natura né al suo profondo senso di trascendenza che porta incondizionatamente dentro di sé. Da quando esiste l'uomo come essere vivente su questa terra, con la scoperta del menoma siamo giunti alla fine dell'inizio nella conoscenza di una parte essenziale del nostro corpo. Per quanto concerne l'animo, la mente e ciò che ci caratterizza come spirito il tempo ha bisogno di trascorrere, lasciando sempre e in ogni caso la possibilità di andare sempre oltre a ogni conquista. Essa apparirà come una tappa che deve essere percorsa, ma superata; la chiamata dell'uomo è sempre verso l'infinito che porta dentro di sé.
L'uomo ha un limite nel suo osare e questo limite è determinato dal prendere coscienza di ciò che egli è. Questo è l'unico limite che riconosco; egli non può essere dio e non può sostituirsi a lui. È illusorio pensare che sarà immortale e onnipotente. Non lo sarà, non lo potrà mai essere. Se non accoglie in sé questa certezza basilare, si autodistrugge. Il limite del suo osare è dato da se stesso senza dover ricorrere a nessun comando divino. Più crea in sé l'illusione e più si allontana dalla realtà e muore. I principi dell'etica non sono, in primo luogo, dei confini posti al tentativo dell'uomo di ricercare tramite la scienza e al suo desiderio di andare sempre oltre ciò che ha trovato; al contrario, l'etica è la delineazione di uno spazio d'azione su cui regolare la propria esistenza in coerenza alla propria natura.
Il mistero dell'uomo e della creazione permane come l'espressione culminante a cui ognuno dovrebbe guardare con meraviglia. Il mistero non umilia, ma innalza a percepire la grandezza della propria natura così come è uscita dalla mani del Creatore.
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