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BIOETICA & DINTORNI
In che senso e perché adesso Machiavelli deve convertirsi
"Non sappiamo più che cosa dobbiamo essere. Non è questione di morale, di valori, è questione di conoscenza e di ragione. Fino a ieri dubitavi in quanto razionalista; da oggi il dubbio ha una curvatura, una parvenza direttamente nichilista"
di GIULIANO FERRARA
(pubblicato su "Il Foglio" del 11 ottobre 2005)
«Natura umana e biotecnologie»
(Pontificia Università Lateranense, 10/10/2005)
La tesi che intendo sostenere è questa. Non è nuova, ma ha una nuova urgenza e va dunque enunciata con maggiore chiarezza.
L'etica laica o secolare o moderna è stata l'etica del dubbio sistematico. Nella nostra percezione del mondo, della società e della condizione umana il dubbio e la libertà sono inseparabili, sono fratello e sorella. Ma ora bisogna scegliere. Bisogna cioè smettere di dubitare, almeno entro certi limiti. Bisogna ricominciare, entro certi limiti, a sapere per credere e a credere per sapere. È un percorso pericoloso, esposto a dottrinarismi equivoci e a una riduzione della complessità infelice della cultura alla chiarezza troppo felice del dogma, ma è un percorso obbligato. Se tutto viene messo in dubbio, è ora di credere in qualcosa. E cercherò di spiegare in che senso e perché.
L'umanesimo senza Dio e l'affermazione della libertà umana "come se Dio non ci fosse" ha vinto. E nella sua vittoria provvisoria, questo è il paradosso del nostro tempo, sta il suo fallimento provvisorio. Dunque la libertà moderna è diventata un problema.
Il corollario di questa tesi è evidente di per sé. La politica laica o secolare o moderna è nata con Machiavelli come autonomia dalla morale e come profetismo ateo (quest'ultima interpretazione è di Leo Strauss). La politica moderna ha esaurito l'uomo fino alla feccia e lo ha insignorito del mondo nella sua naturalità, nel suo carattere di animale sociale e di specie dominante, specie razionale. Ora la politica si deve in un certo senso "convertire". L'umanesimo senza Dio, l'affermazione della libertà umana "come se Dio non ci fosse", è un progetto eseguito, riuscito nel suo scopo, ha vinto. E nella sua vittoria provvisoria, questo è il paradosso del nostro tempo, sta il suo fallimento provvisorio. Dunque la libertà moderna è diventata un problema. C'è una crisi di senso della religione illuminista del dubbio sistematico. Dobbiamo infatti una risposta all'appello che ci rivolgono i tempi e le cose: mettere in dubbio il dubbio.
Oggi l'uomo può fare l'uomo a immagine e somiglianza dei suoi sogni o dei suoi incubi. Può predeterminare, predestinare divinamente il sesso e il carattere dell'individuo nascente. Può serialmente moltiplicare via clonazione una identica struttura genetica. Può pretendere di sovrapporre la nozione di salute al concetto di salvezza.
All'origine della questione sta un complesso di fattori, ma quello decisivo è lo sviluppo della biogenetica nella forma della tecnica genetica. È semplice: l'uomo può "fare" l'uomo a immagine e somiglianza dei suoi sogni o dei suoi incubi. Può predeterminare, predestinare divinamente il sesso e il carattere dell'individuo nascente. Può serialmente moltiplicare via clonazione una identica struttura genetica. Può pretendere di sovrapporre la nozione di salute al concetto di salvezza. Possiamo scavare nel racconto biblico e trovare in laboratorio il contrario di quella genealogia abramitica: un figlio può avere due madri o due padri, naturalmente al costo di una allegoria artificiale della maternità e della paternità naturale, di un uso spurio del seme e del seno.
(Durante la campagna referendaria sulla fecondazione medicalmente assistita dello scorso mese di giugno, un settimanale italiano favorevole alla più ampia libertà nell'ingegneria genetica ha messo in copertina la Madonna e ha cercato di gridare lo scandalo della "fecondazione eterologa" di Gesù Cristo. Molti hanno protestato perché un dogma cristiano di fede veniva per così dire "abbassato" alle questioni sperimentali di laboratorio e ai loro riflessi sulla legislazione civile. Ma nessuno ha notato l'effetto collaterale decisivo: il laboratorio veniva innalzato al significato narrativo del presepe. Il laboratorio diventava per allegoria un nuovo presepe. In questa inconsapevole divinizzazione della tecnica, idolatrata come pegno di un nuovo parto virginale, però c'era una logica.)
La procreazione diventa un diritto che si può negare o produrre, bastano una pillola agitata come bandiera del parto negativo, del flusso indolore, o una provetta in cui si realizza la vita come anonimo incontro su ordinazione. È una pura energia prometeica tecnicamente al servizio dell'Io.
Infatti la generazione e la famiglia diventano una scelta, una eventualità, una proiezione possibile del desiderio inverato dalla tecnica: in sostanza, diventano una creazione dell'uomo invece che l'origine della creatura. Se Cristo è il nuovo Adamo e la sua incarnazione pretende il compimento del tempo messianico, il messianismo della biogenetica produce un Adamo nuovissimo, e con questo mette in discussione le radici giudaiche e cristiane della nostra cultura, trasforma l'homo faber in uomo divino. La procreazione diventa un diritto che si può negare o produrre, bastano una pillola agitata come bandiera del parto negativo, del flusso indolore, o una provetta in cui si realizza la vita come anonimo incontro su ordinazione. L' amore si scatena letteralmente, si rende libero dalla stabilità dell'essere, si emancipa dalla realtà data dopo essere fuggito dalla realtà rivelata. È una pura energia prometeica tecnicamente al servizio dell'Io. È una creatura della psicoanalisi soffiata nella provetta del desiderio tecnicamente esaudibile. È la sceneggiatura di un film di Pedro Almodóvar. Non è più il nesso delle generazioni ma l'organizzazione seriale, volontaria, opinabile della vita umana. Il libertinismo non è più trasgressione, ma regola e prassi alla portata di tutti.
Questo fare che è già un fatto e un già fatto, questo poter fare che non è più un'ipotesi o un poetico patto faustiano con il diavolo, ma un dato di laboratorio, è l'assoluta novità che mette in crisi il vecchio relativismo. È un "assoluto innaturale" che sterilizza la fecondità del dubbio. Fino a ieri, dubitavi in quanto razionalista; da oggi, il dubbio ha una curvatura, una parvenza direttamente nichilista.
C'è un precedente storico che può chiarire meglio il concetto che cerco di esprimere. Nella seconda metà del secolo scorso il mondo si raggelò, lungo la via d'uscita dai totalitarismi europei e dallo sterminio degli ebrei d'Europa, quando scoprì la infinita capacità distruttiva della fisica atomica, il tema apocalittico della bomba. Intorno ai sintomi della paura si dispiegò per contrappasso, come sempre succede, una sindrome della speranza. Dovendo dubitare del destino della terra, in mano alla scissione dell'atomo per eventuale decisione politica, si ricominciò a credere. Ma in un modo particolare. Il pensiero della Chiesa e del cristianesimo occidentale si fece più debole, si incontrò con il precetto del liberalismo che di tutto dubita e dell'essenziale affida il senso alla libertà di coscienza: scomparve l'infallibilismo del Concilio Vaticano I e apparve il dubbio radicale che nutre la fede spirituale e irrazionalista. All'umanizzazione radicale di Cristo, presente nel cattolicesimo di base, nei dintorni del Concilio Ecumenico Vaticano II, fece da contrappunto un innalzamento altrettanto radicale dell'uomo e della sua coscienza, testimone quasi solitaria della grazia. Il prete voltò le spalle all'altare a incontrare il soggetto, la comunità, il popolo di Dio: nacque una sorta di misticismo dell'immanenza, una grande ondata spirituale di ottimismo storico, una fede sempre più disancorata dalla ragione e sempre più legata al dubbio spirituale, esistenziale, rigeneratore della calda speranza e critico della fredda ragione. L'obbedienza si fece ascolto e disponibilità anche nella cultura secolare e laica, e il mondo liberale moderno si separò definitivamente, compiendo la sua parabola, dal concetto di autorità e di verità: materialismo e idealismo razionalista divennero puro soggettivismo, si affermò la funzione sostitutiva del linguaggio rispetto al fondamento di realtà. Fu una rivolta finale contro la pretesa di verità, l'ossimoro del relativismo assoluto, del relativismo come nuova religione laica del dubbio universale.
La cura delle malattie, la fine virtuale dell'ereditarietà genetica, la produzione del magazzino ricambi del corpo umano, la scelta del "figlio sano" non riguardano invece il budget delle imprese o il prodotto interno lordo, bensì la vita quotidiana di tutti gli uomini e di tutte le donne.
La bomba di questo secolo non è distruttiva, al contrario: la nuova bomba è invece l'infinita capacità creativa del laboratorio. Questa arma ha però una forza devastatrice infinitamente superiore a quella dell'atomica. La creatività genetica può infatti anche curare la vita, non solo farla o predeterminarla secondo i suoi principi. Si presenta cioè con benevolenza. Anche l'atomica ebbe un suo volto benigno, poteva essere convertita a un uso civile, come fonte di energia, ma questo interessava l'economia, lo sviluppo, i costi industriali. La cura delle malattie, la fine virtuale dell 'ereditarietà genetica, la produzione del magazzino ricambi del corpo umano, la scelta del "figlio sano" non riguardano invece il budget delle imprese o il prodotto interno lordo, bensì la vita quotidiana di tutti gli uomini e di tutte le donne. Riguardano l'investimento crescente nel mito dell' immortalità biologica come segnacolo nel vessillo del progresso. Riguarda direttamente l'ansia di vivere e la paura del morire. La biogenetica è già di per sé un fatto para-religioso, una promessa. Ma il contenuto della promessa biogenetica è il miglioramento, il meglio, solo a patto di disancorare totalmente il meglio dal bene (e dal male, assenza di bene). Possiamo stare meglio, concetto relativo, solo a patto di rinunciare alla buona vita, concetto assoluto.
È tutto qui il relativismo transumanista: avrai un sempre maggiore benessere, migliorerai la tua condizione esistenziale, ma solo a patto di rinunciare all'ultimo sedimento oggettivo, stabile, della vita buona. Avrai un "figlio sano", ma il prezzo è la distruzione dei suoi fratelli e sorelle embrionali. Sarai capace di controllare la procreazione, ma dovrai banalizzare l'aborto e renderlo indolore, anestetizzarlo socialmente e moralmente. Ti curerò il maggior numero possibile di malattie per il maggior numero possibile di anni calcolabili nell'aspettativa di vita, ma il prezzo è considerare la vita come "vita sana", il prezzo è che tu firmi un testamento biologico che dichiari decaduta al momento giusto, da te scelto, la vita malata o disabile. Con la conseguente svalutazione della vita come dato, come limite e come oggetto della compassione, della carità. Oppure: il prezzo è che tu accetti la fabbricazione seriale non soltanto di organi, ma anche di organismi ibridi e di individui umani come il bebè-farmaco. La salute secolare ha un prezzo altissimo, cioè la rinuncia alla fede nella salvezza, per i credenti; e la rinuncia alla regola della vita buona codificata nella saggezza antica, nel razionalismo oggettivistico, in quella ragione filosofica che non è strumento per fare ma funzione del conoscere, misura del ricordare, memoria di qualcuno o di qualcosa che sia altro da te, dal soggetto pensante e senziente. Il risultato è che ci distacchiamo non soltanto dalla "vita morente" di sant'Agostino, pensata nel crinale tra mondo antico e mondo medievale, ma anche dalla modernissima malinconia di Don Chisciotte, che diceva a Sancio Panza: "Io sono nato per vivere morendo".
Le idee chiare e distinte di Cartesio, il suo metodo e il suo "cogito", hanno diradato le nebbie della scolastica medievale, come direbbe un professore di filosofia; hanno ucciso la scienza come scienza di Dio. Ma la grande giornata della scienza come scienza dell'uomo, una volta trasformata al suo tramonto in tecnica del transumanismo, ci ha immesso nella notte del dubbio universale: sappiamo chi siamo, perché pensiamo, e sappiamo pensare e trasformare il mondo fino all'ultima stilla di materia, fino alla legge della materia vivente, ma non sappiamo più che cosa dobbiamo essere, che cosa dobbiamo fare. Non è una questione di morale, di valori, è una questione di conoscenza e di ragione.
Pensate a questa strana situazione. Si fa di nuovo un gran parlare di evoluzionismo, di selezione naturale e di disegno intelligente. Se ne parla nelle scuole, nei tribunali, nei giornali, nei discorsi politici. Ma si trascura quel che a me sembra l'argomento decisivo. La biogenetica cambia radicalmente tutto il quadro filosofico in cui è stato inscritto il naturalismo darwiniano e la sua ideologia epistemologica, il neodarwinismo. Fino alla nascita dell'uomo biogenetico era possibile la guerra di chi crede che il caso e la necessità, cioè un processo integralmente naturale e solo naturale, senza interventi provvidenziali e creazionistici, governino dall' inizio esistenza e vita. Il caso e la necessità contro l'intelligenza e il suo disegno fino a ieri avevano ingaggiato un duello comprensibile.
Ma ora? Ora che la selezione naturale diventa selezione umana, selezione tecnica, selezione libera affidata a quella specie a sua volta selezionata che si chiama umanità; ora che possiamo creare i nuovi fossili studiati dai naturalisti di domani, gli ibridi animali a scopo terapeutico che saranno gli scimpanzè di un Darwin dei prossimi secoli: che senso ha ancora quel duello? Se non ci fosse stato disegno intelligente all'inizio del mondo, nella cosmo-gonia, ecco che ce lo ritroviamo qui, per così dire alla fine del mondo, nella cosmo-agonia. Insomma, il tema del creazionismo non spunta più fuori da vecchi libri, ci assale dai laboratori biogenetici dove si danza intorno alla doppia elica.
Nel non sapere come vivere, siamo stati liberi di vivere come desideravamo. Ma questo è un processo di liberazione che si è sviluppato, che è progredito nel mondo storico e naturale, nel mondo della genealogia biblica e della successione ordinata delle generazioni, nel mondo in cui la libertà era data, non fabbricata e predeterminata da una tecnica che si fa divina.
Da tutto quel che ho cercato di argomentare, torno all'ipotesi da cui sono partito. Il dubbio etico ha consentito alla libertà di nascere come libertà della coscienza e del pensiero. Nel non sapere come vivere, siamo stati liberi di vivere come desideravamo. Ma questo è un processo di liberazione che si è sviluppato, che è progredito nel mondo storico e naturale, nel mondo della genealogia biblica e della successione ordinata delle generazioni, nel mondo in cui la libertà era data, non fabbricata e predeterminata da una tecnica che si fa divina. Di fronte alla libertà di fare, di fabbricare e predestinare l'esistenza umana biologica, che è libertà di abolire la libertà, bisogna che il dubbio etico relativista si scuota e opponga la ricerca di un fondamento assoluto, di un limite assoluto, di un mistero assoluto, all'assoluto innaturale che ci insegue, anzi ci bracca e ci ha già agguantati.
Qui è il nostro scacco: siamo stati raggiunti e catturati dalle conseguenze del nostro potere, e non abbiamo ancora il potere di reagire. Siamo eredi del progetto umanista e ateo, ne siamo dunque anche i curatori fallimentari. Da millenni la fede si riconosce e si conferma nella liturgia e nella preghiera. La conoscenza deve inventare una sua nuova liturgia, deve reimparare a conoscersi come etica, come potere etico capace di stare alla pari con il potere tecnico. Forse gli uomini e le donne abitano la terra per migliorarsi, forse, ma comunque non possono farlo se non arrivano a distinguere razionalmente il bene e a riconoscerne l'assenza.
Il corollario che procede da quanto si è detto finora riguarda la necessità di una "conversione" della politica moderna, nata dal profetismo ateo di Machiavelli e dalla separazione di politica e morale da lui scoperta nella realtà del suo tempo ed elevata a codice universale della politica di tutti i tempi. Per Leo Strauss Machiavelli era il Cristoforo Colombo della politica: approdò in questo continente nuovo, quello della politica come pura efficacia, come specifica tecnica che basta a se stessa, e lo battezzò come terra puramente umana, come natura separata dal divino, dalla legge morale, dai comandamenti. Fu in questo senso definito il "fondatore dei tempi moderni", e a buon diritto. È dalla politica intesa come tecnica, invenzione teorica cinquecentesca, che si passa alla tecnica come "creazione politica", come reinvenzione libera dell'umanità, ed è la scoperta del XX e del XXI secolo.
In un certo senso, gli uomini hanno oggi in mano un potere divino di creazione perché per mezzo millennio si sono progressivamente liberati dall' obbedienza al potere divino di interdizione. Se rinasce l'esigenza della conversione, intesa come posizione di un limite etico alla tecnica e alla politica, è perché l'emancipazione da qualunque rilevanza pubblica di Dio si è integralmente compiuta. In epoca di fondamentalismi fanatici e di teocrazie armate, riproporre la questione della relazione tra politica e religione è un rischio calcolato. Ma dobbiamo correrlo.
Negli Stati Uniti d'America, un paese che considera Machiavelli un interessante antropologo europeo di cinque secoli fa, Dio è il protagonista della coscienza politica nazionale. Ma le chiese sono congregazioni estranee alla vita pubblica. I dieci comandamenti in bronzo del giudice Roy Moore sono stati espulsi dal palazzo di giustizia dell'Alabama e viaggiano solitari a spese dei credenti. In Europa, dove Machiavelli è l'origine o il timbro dell'umanesimo radicale e del repubblicanesimo laico, la Chiesa cattolica è un interlocutore dello Stato, ha un trattato che regola i rapporti di scambio con il potere dei governi e consente in molti paesi la collocazione del crocifisso nelle aule scolastiche. Ma Dio è rigorosamente escluso dalla vita pubblica. Quando Benedetto XVI pone questo problema non interferisce per ragioni confessionali con la cultura moderna degli europei; ne rende semmai intelligibile, comprensibile, il passo nel tempo nostro e la proiezione nel futuro. La questione della verità come etica della ragione si ripropone come questione politica. Dio è il chiaro nome di tutto questo per il capo della Chiesa cattolica. Noi laici dobbiamo trovare a tutto questo un nome, e in fretta.
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