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L'enigma della storia umana

Sintesi di una catechesi del Card. Giacomo Biffi

 

Cardinal Giacomo Biffi
Il card. Giacomo Biffi

L'uomo non può rassegnarsi all'insensatezza perché tutto ciò che esiste deve essere intelligibile. Risulta insopportabile che il penoso cammino dell'uomo e dell'umanità sia in definitiva assimilabile ad un pellegrino impazzito che non sa e non si domanda quale sia la ragione e l'esito del suo vagare. La storia non può essere una accozzaglia di accadimenti slegati, senza logica né finalità, perchè se così fosse la stessa universalità delle cose e dei soggetti attivi precipiterebbe nell'assurdo. Ma l'assurdo è per definizione ciò che non solo non esiste ma non può neppure esistere. Allora l'umanità, di fronte a questa apparente assurdità che bisognava pur razionalizzare in qualche modo, ha cercato di difendersi con la falsa luce del mito che abbagliandolo e donandogli l'illusione di sapere gli nasconde la miseria della sua condizione.

Noi chiamiano mito un convincimento esistenzialmente significativo che pur non avendo una giustificazione razionale è accolta abbastanza concordemente in una comunità umana e vi usurpa le funzioni salvifiche della verità. Ecco alcuni dei miti che si sono succeduti nella storia:

  1. il mito dell'eterno ritorno o del cerchio, tipico del mondo antico e della grecità

  2. il mito del progresso, tipico del mondo moderno, in particolare dei secoli che vanno dal XVIII al XX

  3. il mito dell'annientamento, caratteristico del mondo post-moderno

Secondo il mito dell'eterno ritorno la storia universale procede a cicli concentrici che la riconducono sempre allo stesso punto. Questo mito non fa che estrapolare in scala più ampia un fenomeno che era già verificabile altrove: come il giorno che comincia con la luce del sole che sorge, arriva al suo culmine e poi tramonta, come lo scorrere delle stagioni dalla primavera all'inverno; come le fasi lunari. Si tratta però di un mito abbastanza arbitrario e in fin dei conti irragionavole: come è possibile che si sia messa in moto la storia del mondo se il suo procedere produce soltanto il ritorno continuo nel medesimo punto? Qual è il significato di questo sempiterno ripercorrere sempre la stessa strada? Pare non ci sia un significato, a meno che tutta la vicenda umana non sia che un semplice giocattolo per il divertimento di qualche divinità irragionevole e crudele, un po' come i trenini dei bambini che compiono sempre lo stesso percorso circolare.

Nella società occidentale di questi ultimi secoli si è imposto invece il mito del progresso indefinito. Il primo credo che lo enuncia è Leibniz: "bisogna riconoscere un certo progresso perpetuo e liberissimo in tutto l'universo". Dopo di lui, l'idea che la storia umana proceda eternamente verso condizioni oggettive e soggettive sempre migliori è uno dei dogmi extraecclesiali che a partire dalle fortune dell'illuminismo hanno raccolto uno sconfinato numero di credenti. Alcuni, come il Leopradi, non erano del tutto persuasi da questa idea di progresso, ed ironizza sulle "magnifiche sorti e progressive". Di fatto però ha avuto una grande fortuna perché i successi evidenti e incalzanti che si sono avuti nell'ambito scientifico e tecnico oltre ad alcuni miglioramenti rilevanti delle condizioni politiche e sociali hanno favorito l'accoglimento sempre più esteso di questo mito lungo tutto il secolo XIX.

La storia ha un senso? Sì, quella di migliorare sempre, di progredire sempre, indefinitamente, senza una meta fissa definita. Anche l'esteso periodo di pace della "belle époque" avevano diffuso la persuasione che fosse in atto ed inarrestabile un crescente approccio dell'umanità intera al traguardo di una piena felicità intraterrena. In Italia questa fede tutta mondana e laica nel progresso ha trovato addirittura una sua espressione quasi liturgica di successo nel ballo Excelsior, ballo celebrativo dei fasti del progresso del coreografo Manzotti su musiche di Marenco (Teatro alla Scala, 1881). La diffusione di questa idea è comprovata dalla diffusione dell'intitolazione "Excelsior" ad un gran numero di teatri, di cinema e di alberghi.

Nel 1863 a Bologna Carducci compone l'Inno a Satana, che è un inno al progresso inteso come la vittoria sul vecchio Dio e sulla vecchia religione che ormai non serve più a niente, per un uomo che ormai è libero e progredisce. L'immagine in cui va a concretizzarsi questo è il treno: "un bello e orribile mostro si sferra / corre gli oceani, corre la terra" che ha vinto "il geova dei sacerdoti", ossia la religione e la Chiesa. Oggi però non siamo più così sicuri che sia questo il senso della storia e che il progresso indefinito sia l'ultima verità della storia, anche perché da un punto di vista logico l'idea di un progresso indefinito è contraddittoria: dcome si fa a sapere se si tratta davvero di un progresso? Bisognerebbe prima conoscere qual è la meta per sapere se si tratta davvero di un progresso o piuttosto di un regresso.

Il marxismo, che pur nasce e si sviluppa dentro il medesimo contesto culturale, evita di incappare in questo paralogismo perché assegna una meta a questa corsa del progresso: un approdo splendente a cui devono tendere tutti gli sforzi, tutte le battaglie cruente e incruente, tutti i sacrifici, tutti gli atti, tutti i pensieri dell'umanità più illuminata entro il grande slancio e sotto la guida profetica del movimento comunista. Si tratta del mito del sol dell'avvenire: cioè di una società universale del futuro senza ingiustizie, senza paure, senza schiavitù. Questo mito è presentato dai suoi fautori come una conquista immancabile per cui chi non ne era convinto significava che non era colto. Tale conquista era presentata come immancabile perché il suo conseguimento è il senso e lo scopo della storia umana. Lungo il secolo XX invece tale mito si è tramutato nell'imposizione su molte genti incolpevoli e sventurate di un sistema politico e sociale tra i più insipienti, crudeli, disumani, inefficaci e maldestri che siano mai comparsi sulla faccia della Terra.

Oggi il mito del progresso, al di là delle obiezioni concettuali, è messo in crisi dal fatto che si profilano delle riserve di carattere pratico ed esistenziale. Noi veniamo in un'epoca in cui le preoccupazioni e i timori in materia di sicurezza, di ecologia, di convivenza sociale ci danno un'ansia sempre più acuta e crescente. Abbiamo cioè anche da un punto di vista esistenziale molti motivi per essere dubbiosi circa la bellezza, la perfezione, la letizia della società che ci aspetta un futuro prossimo e lontano. Nasce così il terzo mito collettivo che è tipico della società moderna: il mito dell'annientamento.

Secondo questa ipotesi il traguardo verso cui sta correndo la vicenda umana è l'annientamento dell'umanità e del pianeta terra, che è raggiunto proprio in virtù del progresso tecnico e scientifico. Tale mito agghiacciante, ma non è del tutto nuovo, ma era già stato prospettato: il Leopardi nel Cantico del gallo silvestre (l824) scrive: "Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Cosí questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi".

Si tratta di una prospettiva inquietante, ma chi non si lasci prendere da entusiasmi superficiali e abbia una disincantata capacitàcritica, di tutti i miti si tratta di quello scientificamente più plausibile agli occhi dell'uomo che non riceva dall'alto il soccorso di qualche speranza. E tuttavia sotto un profilo rigorosamente razionale è insostenibile perché se il nulla è la meta fatale verso la quale ci stiamo incamminando, il nulla è già fin d'ora la sostanza dell'esistenza, il che è una evidente antinomia. Se si vive per andare a finire nel niente, si vive già adesso per niente, il che è assurdo. Accettare questa impostazione significherebbe soltanto convincersi che l'intera avventura dell'umanità sulla terra sia un'assurdità e che la storia non abbia senso alcuno. L'assurdità è quanto mai evidente se pensiamo che l'esistenza proviene dalla non esistenza, ma per quale scopo si originerebbe l'esistenza se alla fine si ritornerebbe a finire nella non-esistenza?

I miti collettivi, per quanto vistoso sia stato il successo ai loro tempi e per quanto duratura la loro sopravvivenza, non gettano alcuna luce sull'enigma dell'esistenza.

 

PAPA BENEDETTO XVI

Il progresso? È un concetto tipicamente cristiano. Perché nel piano di Dio camminiamo verso una meta. E adoperarsi per avvicinarla è un imperativo per il credente.


Cristo ripropone in mezzo a noi in modo visibile il "Dio invisibile". In Lui vediamo il volto di Dio, attraverso la comune natura che li unisce. Cristo per questa sua altissima dignità precede "tutte le cose" non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente: "per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili... e tutte sussistono in lui" (vv. 16-17). Anzi, esse sono state create anche "in vista di lui" (v. 16). E così san Paolo ci indica una verità molto importante: la storia ha una meta, ha una direzione.

La storia va verso l'umanità unita in Cristo, va così verso l'uomo perfetto, verso l'umanesimo perfetto. Con altre parole san Paolo ci dice: sì, c'è progresso nella storia. C'è – se vogliamo – una evoluzione della storia. Progresso è tutto ciò che ci avvicina a Cristo e ci avvicina così all'umanità unita, al vero umanesimo. E così, dentro queste indicazioni, si nasconde anche un imperativo per noi: lavorare per il progresso, cosa che vogliamo tutti. Possiamo farlo lavorando per l'avvicinamento degli uomini a Cristo; possiamo farlo conformandoci personalmente a Cristo, andando così nella linea del vero progresso.

(dalla Udienza generale di mercoledì 4 gennaio 2006)

 

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