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ITINERARI EDUCATIVI

Il carisma della verginità

Orientamenti sull'amore umano

 

LA PAROLA: Matteo 19, 10-12

Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

 

La Scrittura, che fin dalla Genesi è concorde nell’affermare il valore della sessualità e la bellezza – come abbiamo detto – dell’essere maschio e femmina, è anche concorde nell’affermare la bellezza, la singolarità, la “plus-valenza” della verginità per il Regno dei cieli. La novità della verginità cristiana è “per il Regno dei cieli”. Chi vive la via del celibato desidera anzitutto seguire il Signore. La rinuncia “alla moglie” o “al marito” ha la sua motivazione nel seguire il Signore “con cuore indiviso”. Non è quindi solo una necessità data dal servizio apostolico da rendere alla Chiesa (il celibe ha più tempo da dedicare agli altri, ha meno preoccupazioni, ecc.) Il celibe è anzitutto uno che si consacra a Cristo e che intende servirlo con cuore indiviso. La verginità cristiana è una scelta d’amore, all’amore per Dio, come abbiamo detto, e all’amore per i fratelli, gratuito e disinteressato. È per questo che la Chiesa latina, a differenza di quella orientale, ha scelto e mantenuto nei secoli la scelta celibataria.

Nel brano di Matteo si vede una "dichiarazione" quando afferma: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini e ve ne sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire capisca». È chiaro che Gesù, con il termine "eunuco", vuole fare riferimento a una rinuncia assoluta, nel terzo caso precisamente "volontaria". Quella "verginità" che per essere la novità cristiana deve realizzare il motivo specifico: "il regno del cieli". Si tratta, evidentemente, di una ragione religiosa, nel senso di disponibilità di servizio e comunque di profonda decisione nell'impegno circa i valori nuovi del cristianesimo. Ignazio di Antiochia la tradurrà concretamente così in una sua esortazione ai celibi: «Se qualcuno si sente capace di restare nella castità, per onorare la carne del Signore, vi resti senza orgoglio. Se si inorgoglisce è perduto, e se si stimasse più del vescovo è corrotto» (A Policarpo, 5,2). Un fatto e un motivo non facili a comprendere. «Non tutti possono capirlo, ma soltanto coloro ai quali è stato concesso» (Mt 10,11). Come dire che per la verginità cristiana è necessaria una luce speciale che suppone vocazione singolare e forza appropriata, donata. Sempre nel vangelo, Luca sottolinea le condizioni per seguire Cristo in questi termini: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). Un brano, questo, in cui la rinuncia alla moglie si presenta come un dettaglio redazionale di Luca, proveniente dal mondo ideologico e dalla pratica missionaria di Paolo, che rispecchia la stima in cui era tenuta la verginità nelle comunità primitive. Infine, ancora in Matteo si può intravedere la dimensione escatologica della verginità quando scrive: «Alla risurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo» (Mt 22,30).

Nella teologia paolina il tema della verginità è trattato in un contesto di risposte alla
comunità di Corinto (cf. 1 Cor 7). Proclamandone la superiorità, anche appellandosi alla propria situazione di celibe, Paolo ne evidenzia le ragioni: permette di consacrarsi pienamente al Signore, nel mentre è segno della consumazione escatologica e della precarietà di questo mondo. Una situazione positiva, quindi («il non sposato si preoccupa più delle cose del Signore»), non una negazione che faccia solo soffrire («È meglio sposarsi che bruciare»): una situazione per vivere la quale occorre essere "arbitri della propria volontà" e forniti di "piena maturità" (cf. vv. 36-38).

A sottolineatura dell' annuncio evangelico sulla verginità sembra essenziale annotare il fatto che nel Nuovo Testamento i due aspetti dell'amore, coniugale e verginale, non sono indipendenti, ma conservano una strettissima relazione. Infatti, hanno come fonte unica il mistero di Cristo in quanto mistero di amore verginale e nuziale con la chiesa. Il mistero dell' amore di Cristo nella chiesa ha due interpretazioni: matrimoniale e verginale, sicché nemmeno i celibi devono credere che essi realizzano tutto il mistero di Cristo. Consegue una relazione intima tra i due stati. L'uomo cristiano sposato non vivrà pienamente il suo amore se non tiene conto che esiste un altro stato che lo relativizza e lo pienifica. Il celibe deve vìvere il suo amore verginale in riferimento allo stato del matrimonio, perché il suo amore non si trasformi in egoismo o in "angelismo". Per quanto, poi, riguarda la realizzazione della propria sessualità da parte di coloro che scelgono la verginità "per il regno dei cieli", è da ricordare quanto evidenzia la Congregazione per l'educazione cattolica: «Chiamata a esprimere valori diversi a cui corrispondono esigenze morali specifiche» la sessualità può essere realizzata nella strada della verginità che non va colta come un' arida contrapposizione al matrimonio, bensì come vocazione all'amore che «rende il cuore più libero di amare Dio» dal momento che, «libero dai doveri dell' amore coniugale, il cuore verginale (cf. 1 Cor 7,32-34) può sentirsi più disponibile all'amore gratuito dei fratelli [...]. La verginità, certo, implica la rinuncia alla forma di amore tipica del matrimonio, ma la rinuncia è compiuta allo scopo di assumere più in profondità il dinamismo, insito nella sessualità, di apertura oblativa agli altri e di potenziarlo e trasfigurarlo mediante la presenza dello Spirito Santo, il quale insegna ad amare il Padre e i fratelli come il Signore Gesù» (Orientamenti Educativi sull'amore umano, 31). Nella Lettera alle famiglie Giovanni Paolo II, ricordando come Gesù afferma «il valore della scelta di non sposarsi in vista del regno di Dio», sottolinea che «anche questa scelta consente di "generare", sia pure in modo diverso» (n. 18).

È difficile trovare, nella riflessione antropologica, qualcosa che si attagli direttamente a
questa seconda serie di riflessioni teologiche. Forse la misteriosità cui ci si riferisce nel discorso dell' «immagine di Dio» ha qualche pallido richiamo nella motivazione dell' antico tabù e della tendenza alla mitizzazione. Il mito di " eros e thanatos", "amore e morte": il senso del "territorio" intoccabile. Potrebbe anche essere richiamo antropologico quella riflessione che taluno ha fatto (Valsecchi) ragionando sulla natura di gioco, di gioia, di "estasi" che si compie nella comunione di coppia: una specie di "pregustazione della gioia ultima e della comunione armoniosa". Non è il caso, tuttavia, di insistervi più di tanto, rivelandosi del tutto originale l'ottica di salvezza propria della rivelazione cristiana e della conseguente riflessione teologica. Quello che è più interessante mettere in evidenza è che, dopo una sia pur succinta analisi biblico-teologica sulla sessualità, appare chiaro che il giudizio sulla visione cristiana della stessa deve essere da molti rivisto in senso positivo. Lo annotiamo non tanto per rispondere a polemica, quanto per osservare che alla azione educativa in genere e a quella pastorale in specie può essere offerta una "strategia" ben più vitale e fruttuosa. Non è pensabile, oggi, insistere su "tattiche" puramente moralistiche, che saprebbero solo di tabù. Oltre a non corrispondere alla verità, non fanno più effetto. Oggi si opera solo facendo leva sulla responsabilità di persone libere e convinte. Anche se non si può dimenticare la situazione di labilità e di peccato in cui ci troviamo a vivere. In ogni caso, è materia da percorrere con l'attitudine del discernimento e della contemplazione. L'operazione ininterrotta del personaggio di Joseph Roth che «deve guardare ogni in cielo perché i suoi occhi restino blu» (Il mercante di coralli, Adelphi 1981, p. 86).

 

PER APPROFONDIRE


La verginità è superiore al matrimonio

La verginità è una caratteristica della Chiesa e i membri della chiesa sono chiamati a vivere, se non la verginità nel corpo, la verginità della mente: la fede integra, la purezza del cuore, e la verginità dell'anima rivestita dalla grazia di Dio. La verginità non è un sacramento, ma un carisma. Se matrimonio è un sacramento in quanto segno dell'amore di Cristo per la Chiesa, la verginità è un carisma (dono) speciale. Questo implica il fatto che una persona non può concacrarsi a Dio se non possiede questo carisma specifico, in quanto non avrebbe né il desiderio né la forza interiore per rinunciare radicalmente alla sessualità.

In base al fatto che la verginità non è un sacramento, qualcuno potrebbe essere indotto a ritenere che il matrimonio sia uno stato superiore alla verginità. Questo tema è stato trattato ampiamente dalla teologia in particolare al tempo della riforma protestante, che negava la vita religiosa consacrata, e fu proprio il Concilio di Trento a stabilire che lo stato verginale è invece superiore al matrimonio: «Se qualcuno dirà che il matrimonio è da preferirsi alla verginità o al celibato e che non è cosa migliore e più felice rimanere nella verginità e nel celibato che unirsi in matrimonio, sia anatema» (Denziger 1810). Così si è chiaramente espresso il Concilio di Trento, al canone 10 della sessione 24, che tratta proprio del sacramento del matrimonio, citando a sostegno di questa posizione il Capitolo 7 della Prima lettera di San Paolo ai Corinti.

Questa superiorità va però intesa in senso oggettivo come stato di vita e non in senso soggettivo, perché soggettivamente una persona è tenuta a seguire la propria vocazione, che è il progetto che Dio ha su ogni uomo. Mentre il matrimonio in quanto sacramento è segno di amore di Cristo per la Chiesa, la verginità è la realizzazione di questo rapporto di appartenenza totale dell'anima a Cristo e preannuncio della vita risorta che non è più mediata dalla vita sacramentale ma in cui Cristo comunicherà con noi direttamente faccia a faccia senza ricorrere ai segni sacramentali.

 

 

 

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