
APPROFONDIMENTI




 

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AFFETTIVITÀ
Contraccezione
Quale può essere il comportamento eticamente più rispettoso di tutti quei valori propri della sessualità e della fecondità?
È lecito regolare la fertilità?
È un interrogativo che esiste da sempre, perché è legato all'agire umano dotato di libertà e di responsabilità, ma che ora si è reso problematico per le accresciute possibilità tecnico-scientifiche. Infatti, fino a quando si riteneva che l'agire sessuale fosse sempre legato alla generatività, la fertilità umana veniva considerata una cosa sola con l'atto sessuale. Per non procreare bisognava allora astenersi sempre dal rapporto sessuale completo fino a che non si avesse deciso altrimenti, bisognava manipolare direttamente quell'atto per privarlo in qualche modo della sua intrinseca potenziale fertilità o agire indirettamente sul corpo della donna per impedire che scattasse il processo riproduttivo conseguente.
Quando in seguito si scoprì che la fertilità umana non è legata esclusivamente e direttamente all'atto sessuale, si ritenne ormai definitivamente chiarito che la fertilità umana è un fenomeno ritmico e saltuario, e la sessualità non è più considerata, come un tempo, ordinata e finalizzata alla generatività, ma assume un'altra dimensione slegata della funzione biologica riproduttiva: questa nuova dimensione è stata ravvisata nella relazionalità amorosa interpersonale. Se questa è la nuova vera dimensione, il nuovo vero valore della sessualità umana, anche la genitalità, quale agire sessuale proprio dei tempi di fertilità, dovràin qualche modo risentire ed acquisire almeno quella parte di connotazione relazionale, amorosa che è caratteristica inalienabile di ogni agire sessuale umano.
In questo nuovo contesto di valori ed in nome di una più definita responsabilità procreativa non poteva che acuirsi il problema: quale può essere il comportamento eticamente più corretto che permetta di realizzare una procreazione a dimensione veramente umana, cioè rispettosa di tutti quei valori nuovi e proprii della sessualità e fecondità che oggi vengono considerati imprescindibili?
La risposta della Humanae Vitae
Il 25 Luglio 1968 il sommo pontefice Paolo VI con l'enciclica Humanae Vitae ha voluto solennemente dare una risposta a questi delicati e cruciali nuovi problemi. Il principio informatore di questo documento magisteriale della Chiesa Cattolica, rivolto a tutti gli uomini che hanno a cuore il vivere nella forma più rispondente alla retta ragione umana, è che il criterio di verità dell'etica lo si ottiene solamente nel rispetto dell'ordine di natura così come è conosciuto.
La natura è legge vincolante, perché indica le condizioni fondative ed inalienabili della nostra essenza. Paolo VI, perciò, non fa altro che confermare che, secondo questo ordine di natura riguardante il processo riproduttivo inserito ritmicamente nel fondamento costitutivo della sessualità umana l'agire sessuale non può che avere come valenza etica intrinseca la dimensione relazionale, unitiva, amorosa ed il processo riproduttivo, correlato inscindibilmente con un agire sessuale mirato alla fecondità, non può che avere la connotazione etica di un progetto d'amore fecondo.
Nella enciclica si parla di un progetto d'amore perché si deve mirare essenzialmente alla progettazione di un figlio inteso come libera, volontaria e responsabile attuazione di un bene rispettoso di ogni valore che riguardi il figlio stesso, i genitori e la società secondo il piano predisposto da Dio.
Perché i metodi naturali?
Due ben distinti problemi sono, così, in questione: l'uno è quello dell'eticità di una procreazione responsabile, l'altra è quello della modalità operativa di attuazione di questa responsabilità procreativa. Per quanto riguarda la prima questione, già il Concilio Vaticano II aveva indicato quali norme etiche vanno perseguite e, quindi, il Papa Paolo VI con la sua enciclica non fa che ad esse richiamarsi e rimandare. Ciò che, invece, il Papa ha voluto qui precisare sono solamente le condizioni etiche circa il retto modo di attuare la procreazione.
Il punto nodale di questa questione è così sintetizzabile: si può, al fine di progettare ed avere un figlio, quando sia giusto e bene averlo, regolare la fertilità? Si può cioè intervenire con mezzi o metodi tecnici sulle condizioni di fertilità umana al fine di non avere concepimenti indesiderati e fuori programma? La risposta che il Magistero della Chiesa ha dato in merito è stata un categorico no (tranne ovviamente per ragioni terapeutiche), perchè così facendo si modificano le condizioni di essere della persona umana che su di esse si fonda e si esprime. È esclusivamente per salvaguardare il valore umano della dignità e realtà della persona che l'ordine della natura va sempre scrupolosamente rispettato o conservato.
Regolare la fertilità sarebbe invece un procedimento mirato a modificare l'ordine della natura, a togliere di mezzo, con la conoscenza e la tecnica di cui si dispone, le condizioni fisiologiche di trasmissione della vita per sostituirle con altre artificiali. Regolare la fertilità è, in sostanza, una forma intenzionale (finis operantis) ed operativa (finis operis) di chiusura alla vita. È una vera e propria contraccezione, cioè opposizione al concepimento espressa nella decisione di non voler procreare e nella messa in atto ciò che a questo progetto si attiene. L'atto contraccettivo non è altro che il tentativo tecnico di impedire un concepimento che si sarebbe potuto avere qualora si fosse rispettato il ritmo della natura.
Paolo VI dichiara esplicitamente che per procreare in modo responsabile ed etico va "esclusa ogni azione che si proponga, come scopo o come mezzo di rendere impossibile la procreazione" (§ 14). La fertilità umana è un dato della natura umana e non può essere assolutamente regolato, cioè piegato al libero volere o arbitrio umano, anche se le motivazioni per farlo sono più che legittime.
Un equivoco sui metodi naturali
Prima di indicare le ragioni di liceità dei metodi naturali, è giusto cominciare con lo stigmatizzare l'aspetto negativo del loro uso, perché è quello più largamente perseguito per una mentalità contraccettiva implicitamente ed inavvertitamente da tutti già accettata sul piano pratico, anche da chi vorrebbe teoricamente opporvisi.
A ben vedere infatti, il modo stesso – solitamente usato per presentare e promuovere i metodi naturali – è già pesantemente intaccato di elementi contraccettivi. Basti pensare che tutti quelli che propongono l'uso dei metodi naturali lo fanno premettendo e sottolineando la loro implicita efficacia anticoncezionale (per alcuni operatori sarebbe meglio dire «a-concezionale»). Addirittura si ha talvolta l'ardire di affermare che i metodi naturali o, più precisamente, uno di essi, è efficace quanto se non più dei moderni mezzi tecnici artificiali di contraccezione. Ovviamente se la scelta dei metodi naturali vien fatta per questo presunto alto indice di efficacia teorica anticoncezionale — e non potrebbe essere diversamente, perché nessuno vorrebbe di proposito adottare un metodo falloso — non ci sono dubbi che l'intenzione è palesemente contraccettiva.
In ogni caso la comune convinzione che l'uso dei metodi naturali, per non avere figli, è l'unico modo consentito dalla «legge» della Chiesa, a cui ci si deve di necessità sottostare se si vuoi essere fedeli. Le migliaia di coppie in proposito intervistate hanno quasi tutte giustificato la loro decisione di scelta dei metodi naturali «per motivi religiosi e morali». E ciò sta bene, perché la «legge» di per sé implica anzitutto l'«istruzione» quindi, il riconoscimento dei significati e dei valori umano-religiosi proprii della vita coniugale che, nelle modalità di attuazione pratica indicate dalla norma etica, trovano così il loro modo più idoneo di realizzarsi. Ma purtroppo la stragrande maggioranza delle coppie intervistate non ha affatto colto il significato umano e religioso della norma morale, per cui, non giungendo al cuore dell'amore, posto in questione dai metodi naturali, rimane solamente ancorata al formale rispetto di una legge che diventa automaticamente «mercenaria», perché vissuta essenzialmente come onerosa e a volte frustrante condizione da adempiere per meritare di ritenersi cattolici. E diffìcilmente si può perseverare in tale immotivata osservanza.
FAMIGLIE NUMEROSE: IDEOLOGIA O REALTÀ?
"In sé, il numero dei figli non è decisivo: averne molti o pochi non basta perché una famiglia sia più o meno cristiana. Ciò che conta è la rettitudine con cui si vive la vita matrimoniale. Tuttavia vedo con chiarezza che gli attacchi alle famiglie numerose provengono dalla mancanza di fede"
di San San Josemaría Escrivà
Ci sono donne che, avendo già un certo numero di figli, non osano comunicare ai parenti e agli amici l'arrivo di un altro bambino. Temono le critiche di quelli che pensano che, dal momento che esiste la "pillola", la famiglia numerosa è sorpassata. È chiaro che oggigiorno può essere difficile tirar su una famiglia con parecchi figli. Che cosa ci può dire al riguardo?
Io benedico quei genitori che, ricevendo con gioia la missione che Dio ha loro affidata, hanno molti figli. E invito gli sposi a non inaridire le sorgenti della vita, ad aver senso soprannaturale e coraggio per far crescere una famiglia numerosa, se Dio la concede.
Quando esalto la famiglia numerosa, non mi riferisco a quella che è conseguenza di mere relazioni fisiologiche; mi riferisco alla famiglia che nasce dall'esercizio delle virtù cristiane, che ha un senso elevato della dignità della persona e sa che dare figli a Dio non vuol dire soltanto metterli al mondo, ma richiede anche tutto un lungo lavoro di educazione: dar loro la vita è la prima cosa, ma non è tutto.
Ci possono essere dei casi concreti in cui è volontà di Dio – manifestata attraverso mezzi ordinari – che una famiglia sia piccola. Ma sono criminali, anticristiane e infraumane tutte le teorie che fanno della limitazione delle nascite un ideale o un dovere universale o semplicemente generale. Non è altro che contraffare e pervertire la dottrina cristiana far leva su di un preteso spirito post-conciliare per attaccare la famiglia numerosa. Il Concilio Vaticano II ha proclamato che "tra i coniugi che soddisfano alla missione loro affidata da Dio, sono da ricordare in modo particolare quelli che, con decisione prudente e di comune accordo, accettano con grande animo anche un più gran numero di figli da educare convenientemente" (Cost. past. Gaudium et spes, n. 50). Paolo VI, poi, in un'allocuzione del 12 febbraio 1966, commentava: «Che il Concilio Vaticano II appena concluso diffonda tra gli sposi cristiani questo spirito di generosità per dilatare il nuovo Popolo di Dio... Ricordiamo sempre che la dilatazione del Regno di Dio e la possibilità di penetrazione della Chiesa nell'umanità, per la sua salvezza eterna e terrena, è affidata anche alla loro generosità».
In sé, il numero dei figli non è decisivo: averne molti o pochi non basta perché una famiglia sia più o meno cristiana. Ciò che conta è la rettitudine con cui si vive la vita matrimoniale. Il vero amore reciproco trascende la comunione di vita tra marito e moglie, e si estende ai suoi frutti naturali, i figli. Invece l'egoismo finisce per degradare questo amore al livello della semplice soddisfazione dell'istinto, e distrugge il rapporto che unisce genitori e figli. È difficile sentirsi buon figlio – vero figlio – dei propri genitori quando si possa pensare di essere venuto al mondo contro la loro volontà, cioè di essere nato non da un amore degno di questo nome, ma da un imprevisto o da un errore di calcolo.
Dicevo che in sé il numero dei figli non è determinante. Tuttavia vedo con chiarezza che gli attacchi alle famiglie numerose provengono dalla mancanza di fede: sono il prodotto di un ambiente sociale incapace di comprendere la generosità, e che pretende di nascondere il proprio egoismo e certe pratiche inconfessabili con motivazioni apparentemente altruiste. E così, paradossalmente, i Paesi dove si fa più propaganda del controllo delle nascite, e dai quali tale pratica viene imposta ad altri Paesi, sono proprio quelli che hanno raggiunto un più alto tenore di vita. Si potrebbero forse considerare seriamente i loro argomenti di natura economica e sociale, qualora tali argomenti li muovessero a rinunziare a una parte dei beni opulenti di cui godono, a favore dei bisognosi. Ma finché questo non avviene, è difficile non pensare che in realtà i veri moventi di tali argomentazioni sono l'edonismo e l'ambizione di dominio politico, il neocolonialismo demografico.
Tratto da: Colloqui, Punto 94
http://it.escrivaworks.org/book/colloqui/punto/94 |
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AMORE E AFFETTIVITÀ

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